LA MOSTRA

 

Il Palazzo della Sapienza: le vicende edilizie dal XVI al XX secolo

Maria Grazia Branchetti

 

La sede monumentale dell'Università della Roma pontificia fu costruita in un arco di tempo che va dall'ultimo quarto del Cinquecento a poco oltre la metà del secolo successivo. [1]

Per la sua realizzazione fu scelta l'area di confine del rione S. Eustachio, tra piazza Navona ed il Pantheon. La stessa in cui le cosiddette scuole universitarie erano presenti fin dalla metà del XV secolo quando papa Eugenio IV Condulmer (1431 – 1447) vi aveva fatto acquistare alcune case da destinare allo scopo.

L'aspetto degli spazi destinati all'insegnamento, per quest'epoca più lontana, è poco documentato. Ma è noto che nel corso della prima metà del XVI secolo furono messi in atto interventi tesi a conferire un aspetto organico alla fabbrica. Tra i pontefici che si prodigarono in vario modo per rendere funzionale la sede universitaria sono da ricordare, in particolare, Alessandro VI Borgia (1492 – 1503), Leone X de' Medici (1513 – 1521), Paolo III Farnese (1534 – 1549), Pio IV Medici (1559 – 1565). [2]

La costruzione del complesso architettonico, composto da palazzo e chiesa, ancora oggi noto come Palazzo della Sapienza, si avviò con l'elezione di Gregorio XIII Boncompagni (1572 – 1585). La denominazione la Sapienza è documentata fin dal XV secolo accanto a quella dotta di Studium Urbis . Altro titolo distintivo dell'istituzione universitaria era quello di Archiginnasio.

Durante il pontificato di Gregorio XIII e poi sotto quelli dei suoi immediati successori, da Sisto V Peretti (1585 – 1590) a Paolo V Borghese (1605 -1621), Roma conosce una fase di intensa attività edilizia. La Riforma cattolica puntava anche in tal modo a ribadire la ritrovata autorità della Chiesa romana. [3] L'apertura del cantiere per la fabbrica dell'Università, considerata in tale contesto, può essere anche letta come espressione della volontà di assegnare la maggiore evidenza possibile al luogo preposto agli studi superiori, dove la ricerca e il sapere sono coltivati nel rispetto dei principi dottrinari confermati dal Concilio di Trento (1545-1563). Regnante Sisto V si completa la facciata ovest del palazzo e su di essa, oltre al nome del papa inciso sull'architrave dell'ingresso, si colloca una targa marmorea recante il motto tratto dal Vecchio Testamento ( Libro dei Proverbi,9,10 ), «Initium Sapientiae Timor Domini». Un modo più che esplicito per ribadire, citando la Sacra scrittura che fondamento della sapienza è il timore di Dio.

 

 

Giacomo della Porta architetto della Sapienza

 

Il complesso architettonico della Sapienza è composto da palazzo e chiesa fusi in uno stessa struttura ma capaci, l'uno e l'altra, di esprimere la propria identità monumentale. In esso si fondono una parte dalle severe linee tardorinascimentali, dovuta a Giacomo della Porta (1537-1602), ed una parte dalle dinamiche linee barocche, dovuta a Francesco Borromini (1599- 1607).

Giacomo della Porta è il protagonista della prima fase edilizia (1577 – 1602). Nei venti anni in cui dirige i lavori getta le basi di un palazzo a pianta rettangolare composto da quattro corpi collegati ad angolo retto ed includenti un cortile. Nel suo progetto tre dei lati interni dell'edificio - quello d'ingresso orientato ad ovest e i due maggiori ad esso collegati - si aprono sul cortile con portici al piano terreno e logge al primo piano mentre il quarto lato, quello opposto all'ingresso, fronteggia lo spazio aperto con una parete ad esedra. I portici e le logge sono delimitati da archi a tutto sesto sostenuti, in basso, da pilastri di ordine dorico e, in alto, di ordine ionico. Sulla parete dell'esedra si imprimono due ordini di arcate cieche che accolgono e rilanciano il cammino di quelle che si aprono sugli altri tre lati dell'edificio. Alla facciata principale ad ovest, l'architetto conferisce un aspetto severo animandone la superficie semplicemente con cornici marcapiano che individuano tre settori orizzontali, e con due corsi di bugne, di cui uno angolare, che salgono ai lati come a simulare la presenza di torri.

Per i tre decenni successivi alla morte del Della Porta (1602) la fabbrica prosegue molto lentamente. Tra il 1614 ed il 1623 l'incarico di architetto della Sapienza è addirittura soppresso. [4]

 

 

Francesco Borromini architetto della Sapienza

 

La seconda fase edilizia di rilievo inizia nel 1632 con la nomina ad architetto della Sapienza di Francesco Borromini, sostenuto, in questa occasione, anche dal suo eterno rivale Gian Lorenzo Bernini.

Al Borromini che manterrà l'incarico fino alla morte, avvenuta nel 1667, spettano il completamento del braccio sud; l'inserimento - sull'impianto cinquecentesco - della chiesa di S. Ivo e della Biblioteca alessandrina; la facciata verso S. Eustachio.

La chiesa di S. Ivo, è innalzata tra il 1643 e il 1650 e completata, per quanto riguarda la parte decorativa, esterna ed interna, nei dieci anni successivi. Il suo corpo, con copertura a cupola, occupa buona parte del braccio est dell'edificio ed utilizza la parete ad esedra del Della Porta come facciata. Una targa sopra l'ingresso ricorda che fu consacrata nel 1660 da Alessandro VII Chigi (1655-1667).

La sua pianta scaturisce da due triangoli equilateri sovrapposti in maniera da originare una stella a sei punte. Attraverso una successiva elaborazione i vertici dei triangoli vengono geometricamente ridotti in curve alternativamente concave e convesse. Nell'alzato il perimetro della base si mantiene inalterato fino all'imposta della cupola e continua nella volta. Il movimento si placa solo nell'occhio circolare su cui poggia il lanternino. Le pareti del corpo di base sono scandite verticalmente da paraste giganti di ordine corinzio e presentano, nell'ordine inferiore, dodici nicchie. All'interno di queste ultime, nell'anno 1700, furono collocate le statue degli apostoli appositamente realizzate in stucco dallo scultore Francesco Gallesini. [5] Ma poco tempo Benedetto XIV Lambertini (1740-1758), giudicandole di forma mostruosa, ordinò che fossero rimosse. [6]

All'interno, la decorazione in stucco che riveste la calotta e la lanterna utilizza preminentemente le stelle, i monti e le corone di quercia tratti dallo stemma Chigi, in omaggio ad Alessandro VII. I motivi araldici chigiani sono però anche portatori di significati simbolici allusivi a Cristo e alla divina Sapienza. [7] Fino agli anni sessanta del Novecento al centro del lanternino della cupola campeggiava la colomba dello Spirito Santo che, insieme alle dodici stelle collocate attorno all'occhio centrale della cupola e simboleggianti gli apostoli, si proponeva come immagine pentecostale.

All'esterno si contrappongono le linee essenziali della facciata, leggermente chiaroscurata dal susseguirsi ordinato delle arcate cieche, a quelle dinamiche della struttura di copertura in cui si distinguono quattro elementi: il tamburo, la calotta a gradini, la lanterna e il blocco scultoreo della spirale con il suo fastigio di simboli culminante nel globo sormontato dalla colomba con l'ulivo nel becco e la croce gigliata. La colomba con l'ulivo e la croce gigliata sono gli elementi araldici di Innocenzo X Pamphili (1644 – 1655), sotto il cui pontificato fu completata questa parte della costruzione. [8] L'attico che sormonta la facciata reca alle due estremità due torrette che fanno da base ai monti Chigi in versione tridimensionale.

Nei quasi vent'anni impiegati per la costruzione della chiesa regnarono tre papi: Urbano VIII Barberini (1623 – 1644), Innocenzo X, Alessandro VII. I simboli dei loro stemmi si intrecciano in vario modo nella pianta e nella decorazione della fabbrica, in alcuni casi indicandone anche il tempo di costruzione.

Un documento fondamentale per cogliere il significato dello spazio architettonico di S. Ivo è fornito dallo stesso Borromini e si conserva presso l'Archivio di Stato di Roma (d'ora in avanti ASR). Si tratta della Pianta del piano terreno del palazzo della Sapienza che l'architetto disegna a sanguigna nella fase iniziale della progettazione della fabbrica corrispondente all'ultimo anno del pontificato di Urbano VIII. Al centro della pianta sono inseriti il sole e le api Barberiniani come omaggio al papa regnante. Gli elementi araldici in questa posizione confermano quanto tramandato dalle cronache seicentesche che riferiscono di una pianta a forma d'ape elaborata dal Borromini proprio per celebrare il pontefice. [9] Ma oltre a questo riferimento iconografico, la pianta presenta, in alto a sinistra, tre versetti tratti dal Libro dei Proverbi del Vecchio Testamento (9, 1–12) che portano in primo piano un livello di speculazione più profondo.

 

SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM nel fregio della porta

EXCIDIT COLUMNAS SEPTEM nel fregio delle sette colonne

PROPOSUIT MENSAM SUAM nel piedistallo della statua

 

I versetti si riferiscono alla dimora della Sapienza divina e Borromini li cita in relazione alle parti della fabbrica in cui pensa di inserirli sotto forma di iscrizione. Lo spazio della chiesa intitolata alla sapienza umana, in quanto spazio sacro, si propone dunque come vera e propria Domus Sapientiae. Le sette colonne («excidit columnas septem») nella prima idea borrominiana sono inserite a formare una esedra aperta dietro l'altare. La geometria complessa della pianta che scaturisce dal triangolo equilatero ma si complica nel suo sviluppo in un percorso tortuoso e la purezza del cerchio, al centro della cupola, sembrano alludere ai due gradi opposti del sapere: quello umano imperfetto e limitato e quello divino perfetto e assoluto.

La chiesa universitaria è dedicata al santo bretone Ivo Helory di Kermartin (1235-1298), in quanto patrono dell'ordine degli avvocati concistoriali a cui spettava l'amministrazione dello Studio romano.

S. Ivo esercitò la giurisprudenza al servizio dei poveri meritando il titolo di loro avvocato. Sull'esempio del santo bretone la carica di avvocato dei poveri fu assunta ed espletata dall'ordine degli avvocati concistoriali.

La pala d'altare della chiesa dipinta da Pietro da Cortona (1596-1669) e da Giovanni Ventura Borghesi (1640-1708) raffigura, in basso, S. Ivo vestito con gli abiti degli avvocati concistoriali che accoglie le suppliche dei poveri e, in alto, Cristo portato in volo da angeli che appare ai santi Leone Magno, Pantaleo, Luca, Caterina d'Alessandria e Carlo Borromeo .

Nel corso dell'Ottocento l'interno della chiesa fu oggetto di una serie di interventi. Il primo ad inizio secolo ad opera dell'architetto Felice Giorgi [10] fu di carattere strutturale e portò alla costruzione dell'arcone di consolidamento della tribuna. Il secondo, tra il 1858 e il 1860 fu diretto dall'architetto Virginio Vespignani (1808-1882) ed ebbe come fine quello di mutare il volto dell'interno dell'edificio secondo il gusto del tempo. Per soddisfare questa esigenza le pareti che Borromini aveva volute bianche assunsero l'aspetto di un marmo venato dipinti sui toni del verde. Gli stucchi furono coperti con una vernice dorata.

Dopo il 1870 la chiesa fu sconsacrata ed adibita a varie funzioni. Soltanto nel 1926 fu restituita al culto con una cerimonia solenne. Negli anni sessanta del XIX secolo alle pareti è stato restituito il bianco originario.

 

 

La Biblioteca Alessandrina

 

Con la biblioteca, che ricorda nel nome il papa Alessandro VII, fu completato il braccio nord dell'edificio, quello in cui il Della Porta aveva iniziato la fabbrica. Oltre ad assicurare alla sede universitaria uno spazio essenziale alla sua funzione istituzionale l'aula, con il suo alzato, provvedeva anche al necessario appoggio esterno alla chiesa che da questo lato era priva di qualunque sostegno [11] .

I tempi di realizzazione furono brevissimi: in un solo anno, dal 1659 al 1660 si costruì la parte muraria e negli successivi, dal 1661 al 1667 si provvide alla decorazione e all'arredo.

La biblioteca si presenta con l'aspetto di una vasta aula rettangolare coperta da tre volte a vela che dividono lo spazio in altrettante campate. Le pareti risultano in alto scandite dalla successione di larghe lunette. Lungo le pareti esterne nord ed ovest e lungo quella interna sud, si aprono coppie di finestre distribuite in doppio ordine entro lo spazio delimitato da ogni singola volta. Le due finestre dell'ordine superiore, sistemate alle estremità di ogni lunetta, sono di forma rettangolare, le due dell'ordine inferiore, allineate alle prime, sono di forma ovale. Nella parete sud, che è interna, le finestre ovali sono dipinte in trompe-l'œil .

La decorazione pittorica è riservata alla volta centrale dove è affrescata un'imponente macchina allegorica che tratta il tema del Trionfo della Religione. Nelle due volte laterali si sviluppano semplici motivi decorativi. L'affresco centrale fu realizzato dal pittore di formazione cortonesca Clemente Maioli (1610 ca.- 1665), tra il 1662 e il 1665. In esso si celebra la «Religione illuminata dallo Spirito Santo e circondata dagli Evangelisti, dalle tre Virtù teologali e, infine dai quattro Dottori della Chiesa S. Agostino, S. Gerolamo, S. Ambrogio, S. Gregorio Magno».

L'arredo ligneo destinato a contenere i libri, disegnato anch'esso dal Borromini, fu realizzato tra il 1665 e il 1669. Esso si sviluppa su due ordini: in basso attraverso una serie continua di armadi ed in alto, tra le finestre, attraverso una successione di palchetti. L'accesso al secondo ordine è consentito da una scala a chiocciola inserita nella parte centrale della parete ovest e racchiusa entro una bussola. Dalla scala si accede ad uno stretto ballatoio protetto da un'esile balaustra in ferro.

Nell'insieme gli armadi e i palchetti formano una struttura architettonica a parete resa solenne dallo sviluppo in altezza e dagli elementi scultorei, sempre realizzati in legno, che coronano le scaffalature del secondo ordine. Ancora una volta i temi per la decorazione sono suggeriti dallo stemma del papa regnante: i monti, la stella e le corone di quercia chigiani a cui si aggiungono corone di alloro.

Alessandro VII, infine, è celebrato nella sala anche con il ritratto marmoreo a mezza figura, realizzato da Domenico Guidi nel 1661, sistemato entro una nicchia ovale foderata di marmo grigio al centro della parete verso S. Eustachio.

Nel corso dei secoli la biblioteca fu oggetto di interventi che alterarono la composizione dell'arredo ligneo e appesantirono la decorazione delle pareti. Per quanto riguarda gli interventi pittorici si ricorda che nel 1880 furono inseriti al centro delle lunette, tra le finestre più alte, i ritratti dei maggiori fra i docenti dello Studio, da Copernico, al Lancisi, al Renazzi. [12] Attraverso le campagne di restauro che hanno interessato la biblioteca al momento del suo passaggio all'ASR negli anni sessanta del secolo XIX, l'aula ha ripreso l'aspetto originario.

Contemporaneamente alla biblioteca - tra il 1661 e il 1664 - il Borromini realizza anche la facciata orientale del palazzo, rivolta verso S. Eustachio. Per questo lato, dominato dalla cupola di S. Ivo, l'architetto ricorre ad un prospetto caratterizzato da due ali rialzate che inquadrano una parte mediana più bassa e più larga. È una soluzione che permette di non togliere luce alla chiesa e che conserva alla cupola la libertà di espandersi nello spazio. [13]

 

 

L'aula magna

 

Il primo piano del braccio settentrionale del palazzo della Sapienza, fu destinato fin dalle origini, ad ospitare gli ambienti di rappresentanza dello Studio, tra i quali l'«aula dove si fanno li dottori» , ossia l'aula magna. Un'aula, o salone, che intreccia la sua storia con la sala adiacente oggi detta sia aula XX per il numero che compare dipinto sull'architrave della porta d'ingresso, sia sala Benedetto XIV per il monumento a quel pontefice che in essa è collocato. Le due sale sono tuttora conservate, anche se nell'aspetto assunto nell'Ottocento, ed ospitano la sala di studio e i servizi ad essa collegati dell'ASR.

Il primo riferimento documentario alla costruzione di un salone in questa parte dell'edificio risale al 1594. [14] Nel 1613 si procede già alla sua imbiancatura [15] insieme a quella della «sala a canto», uno spazio, quest'ultimo, certamente da identificare con la moderna aula XX. Dalle cronache ottocentesche, di cui si dà di seguito conto, risulta che queste due sale erano alte fino al tetto.

Riguardo alla funzione da loro espletata nel Seicento informa in maniera ampia e suggestiva la Relazione composta dall'avvocato Carlo Cartari [16] nel 1660, in occasione della cerimonia di consacrazione della chiesa di S. Ivo da parte di Alessandro VII. [17]

 

Nel suo scritto, prima di affrontare l'argomento dei preparativi per la visita del papa, il Cartari parla della Biblioteca (di cui era appena stata conclusa la parte muraria) , ricordando come, nella fase progettuale della stessa, egli avesse pensato ad una Libraria pubblica che doveva avere dimensioni «[...] pari del salone nel quale si fanno i Dottori» nella speranza «che con qualche tempo (levandosi il muro di mezo) fussero potute ridursi ad una sola Libraria, che sarebbe riuscita delle più celebri dell'Europa».

Le parole del Cartari disegnano chiaramente la planimetria del piano nobile dell'ala settentrionale del palazzo dell'Università specificando che la «sala dove si fanno i Dottori» confina con la nuova biblioteca. Del terzo ambiente - la «sala a canto» - verso le scale, il Cartari parla come della «grande anticamera del Salone» che si fa apparare insieme al «salone», alla «chiesa», e alla «cappella vecchia», per ricevere degnamente il papa. Il Cartari scrive anche che l'«anticamera» comunica con il «Salone» attraverso una maestosa bussola di noce e che nel «Salone» si trova il «teatro di noce», al centro del quale, per l'occasione, è stato innalzato un «ricco baldacchino di velluto con oro [...] e, sotto di esso, il Soglio Pontificio, elevato sopra quattro gradini». Le dimensioni del «Salone» , oltre che dall'espressione «gran vaso» usata dal Cartari, sono suggerite anche dalla decorazione delle pareti, ordinata «con vaghissima simmetria», con «sedici grandi Arazzi di quell'eminentissimo Principe» (il card. Antonio Barberini, ricordato con il titolo di Camerlengo). Inoltre, continua il Cartari, sulla porta d'ingresso «del medesimo Salone, dalla parte di dentro», si può ammirare l'«effigie, di tutta grandezza» dello stesso Alessandro VII.

L'aspetto attuale dell'aula magna è frutto di significativi lavori di ristrutturazione, che interessarono anche la vicina aula XX , eseguiti nella prima e nella seconda metà dell'Ottocento. Dalle cronache della prima metà dell'Ottocento si ricava che, fino ad un'epoca imprecisata, nell'aula magna erano collocate anche le due lapidi commemorative dei pontefici Benedetto XIV e Gregorio XVI (Cappellari, 1831-1846) che si trovano ora, una accanto all'altra, nella cosiddetta aula XX o, appunto, sala di Benedetto XIV .

Il Diario di Roma del 20 febbraio 1836 tramanda la cronaca dettagliata della ristrutturazione del primo piano dell'ala nord della Sapienza, promossa da Gregorio XVI. Gli interventi furono mirati alla riduzione dell'altezza degli ambienti adiacenti alla Biblioteca Alessandrina , allo scopo di ricavare due piani, il secondo da destinare a Musei scientifici, dall'unico vasto spazio esistente. Si tratta della prima importante trasformazione a cui fu sottoposta questa parte dell'edificio dall'epoca della sua costruzione. Il Diario , per quanto riguarda l'altezza, parla esclusivamente della «gran sala destinata alla distribuzione dei premi», ma i lavori riguardarono anche l'ambiente adiacente, verso le scale. Nel registrare la visita di inaugurazione, compiuta il 9 febbraio 1836 da Gregorio XVI, lo stesso Diario offre anche notizie utili a ricostruire l'aspetto assunto, in seguito a questa impresa, dal salone dell'Università. [18] La cronaca del Diario di Roma è ripresa integralmente prima dal Nibby [19] e poi dal Moroni. [20]

L'intervento voluto da Gregorio XVI è ricordato da un'epigrafe collocata oggi sulla parete occidentale della cosiddetta sala di Benedetto XIV. Per quanto riguarda l'aspetto decorativo, in questa occasione, si mise in opera il soffitto a cassettoni e si dipinsero sulle pareti riquadrature imitanti l'alabastro orientale.

Il prospetto interno della porta dell'aula magna, ubicata al centro della parete ovest, fu inquadrato in questa circostanza dall'architetto Fabrizio Giorgi [21] con la bella cornice architettonica che tuttora si conserva. La porta è racchiusa tra due colonne corinzie di «occhio di pavone bruno rossastro» coronate da capitelli in marmo statuario e fornita di architrave, fregio e cornice. Nello spazio tra le colonne è inserita l'iscrizione:

DIGNITATE LOCI DOCTRINARUM PRAEMIA NOBILITATA.

Nella seconda metà dell'Ottocento l'aula fu dotata di una nuova finestra, quella in posizione centrale, e, dopo il 1870 fu rinnovata nel pavimento e nella decorazione. Il pavimento è quello ancora in opera contrassegnato dallo stemma Sabaudo e dalla data 1882. L'impegno in ambito decorativo fu rappresentato dalla grande tela appositamente commissionata al pittore Giuseppe Ferrari che raffigura Le quattro Facoltà che aspirano alla Sapienza. Il dipinto, firmato e datato «Giuseppe Ferrari 1883» è fissato al centro del soffitto. L'artista nel Catalogo della prima Esposizione veneziana del 1895, è presentato come autore del «grande quadro allegorico per l'Università Romana». [22]

Fu probabilmente proprio in questi anni che si provvide a spostare le lapidi, più volte menzionate, di Benedetto XIV e di Gregorio XVI, e a sistemarle nella posizione odierna. Ad un loro trasferimento si pensa anche nella prima metà del Novecento. Elio Lodolini, nelle sue Cronache della Sapienza 1935-1985 , inedite, riferisce (p. 73) che Emilio Re aveva proposto, nel 1941, di toglierle dall'«aula XX» per sistemarle nel «portico a pianterreno». [23] Il Re chiedeva anche, nella stessa circostanza, di eliminare dall'«aula magna le decorazioni ottocentesche», in modo da restituire all'ambiente «la dignità delle antiche linee». Una riproduzione fotografica degli anni trenta del Novecento mostra l'aula arredata con più file di poltroncine e con due ritratti, probabilmente dei sovrani regnanti, sistemati ai lati della porta di comunicazione con la sala Benedetto XIV. [24]

 

 

Il Palazzo nell'Ottocento e nel Novecento

 

La documentazione ottocentesca riguardante gli interventi di ampliamento e di ristrutturazione, [25] ricorda, tra i lavori principali, la «sopraelevazione di un terzo piano» sul corpo di facciata (1852), e sui corpi di fabbrica «nord e sud», diretta dal cav. Andrea Busiri Vici (1817-1911) nel periodo 1856-58 e il restauro della chiesa (a cui si è già accennato) insieme alla pavimentazione dei portici, curati dall'architetto Virginio Vespignani nel 1860-61. La sopraelevazione «sud» fu demolita nel 1938 e al suo posto si ricavarono ambienti di modesta altezza denominati «soffittoni».

Nel 1936 l'Università romana si trasferisce nella Città degli studi appositamente edificata e la sede in cui aveva operato per oltre quattro secoli passa all'Archivio di Stato di Roma. In questa occasione il braccio sud del palazzo, quello costruito sopra le scuole quattrocentesche, fu completamente sventrato e dotato di nove piani in sostituzione dei tre originali. Nello spazio così ricavato furono installate le scaffalature metalliche destinate ad ospitare la documentazione dell'Istituto archivistico romano. Tra i suoi fondi l'ASR conserva anche quello dell'antica Università che è fonte primaria per la storia del palazzo della Sapienza. [26]


[1] Le fasi di costruzione della fabbrica sono individuate dagli elementi araldici dei papi sotto il regno dei quali furono condotte. Dall'interno del cortile si possono osservare, distribuiti negli attici dei corpi di fabbrica ovest, nord e sud, negli angoli del porticato e nella chiesa, il mezzo-drago Boncompagni, il leone con i rami di pero Peretti, il drago e l'aquila Borghese, le api Barberini, la colomba con il ramoscello d'Ulivo Pamphili, i monti e le stelle Chigi.

[2] Un attento esame della fase più antica degli interventi edilizi per la edificazione della sede universitaria romana è stato condotto da A. Bedon, La fabbrica della Sapienza da Alessandro VI alla fine del Cinquecento , in Roma e lo Studium Urbis. Spazio urbano e cultura dal Quattro al Seicento. Atti del convegno Roma 7- 10 giugno 1989 , a c. di P. Cherubini, Roma, 1992, pp. 471-485. Per un quadro generale della vicenda edilizia del complesso si veda F. Rangoni, S. Ivo alla Sapienza e lo “Studium Urbis” . Le chiese di Roma illustrate , Istituto Nazionale di Studi Romani, Roma, 1989. Fondamentale per la storia dell'edificio ricostruita sulla base della documentazione dell'ASR, resta il lavoro di E. Cirielli, A. Marino, Il complesso della Sapienza: le fasi del cantiere, gli interventi successivi al Borromini, le manutenzioni , in «Ricerche di Storia dell'Arte», 20, 1983, pp. 39-64.

[3] In concomitanza con l'inizio dei lavori di costruzione del palazzo della Sapienza (1577) ferve l'attività edilizia promossa dagli ordini religiosi più attivi (Gesuiti, Oratoriani, Teatini) in seno alla Controriforma, proprio nella zona circostante a quella scelta per la sede dell'Università. Nell'arco dell'ultimo quarto del Cinquecento, sono infatti edificate le chiesa e di S. Andrea della Valle, di S. Maria in Vallicella e del Gesù, tutte prossime alla Sapienza.

[4] P. Tomei, Gli architetti della Sapienza , in «Palladio», V, 1941, pp. 270-282.

[5] ASR, Università , 199, c. 46 rv..

[6] F. M. Renazzi, Storia dell'Università degli Studi di Roma detta comunemente la Sapienza, vol. IV, Roma 1806, p. 200.

[7] P. Portoghesi, Roma barocca. Nascita di un nuovo linguaggio , vol. I, pp. 277-287; E. Battisti, Il simbolismo in Borromini, in Studi sul Borromini. Atti del Convegno , Roma, 1967, vol. I, pp. 231-303; M. Fagiolo, Sant'Ivo ´Domus Sapietiae', in «Studi sul Borromini», 1970-72, pp. 149-165.

[8] Per la spirale della cupola di S. Ivo e la relativa vastissima bibliografia si veda Borromini e l'Universo barocco . Catalogo della mostra a cura di R. Bösel e C. L. Frommel, Roma Palazzo delle Esposizioni, Milano 1999. Ivi si veda anche il saggio di P. Portoghesi Borromini e l'architettura moderna , pp. 129-137, per la persistenza del motivo della torsione elicoidale borrominiana nella architettura del primo Novecento.

[9] Ragguagli borrominiani. Mostra documentaria, Catalogo a cura di M. Del Piazzo, Roma 1980, p. 143. Il catalogo presenta una amplissima collezione dei documenti dell'ASR riguardanti l'attività svolta dal Borromini come architetto della Sapienza.

[10] Documentato come architetto dell'Università romana nella prima metà dell'Ottocento.

[11] E. Re, Biblioteca Alessandrina , Roma, s. a.. Si tratta di una monografia che considera l'argomento sulla base delle fonti dell'ASR e corredata da fotografie del primo Novecento.

[12] E. Re, op. cit., p. 21

[13] Per i progetti borrominiani di S. Ivo si vedano anche le tavole pubblicate in S. Giannini, Opera del Cavalier Boromino cavata dai suoi originali. La Chiesa e la Fabbrica della Sapienza di Roma, Roma, 1720.

[14] E. Cirielli, A. Marino, op. cit., 1983, p. 40.

[15] ASR, Università, b. 117, Computa et solutiones dealbatoris ab a.1613 ad 1703.

[16] Carlo Cartari (1614 -1697) fu decano degli avvocati concistoriali e prefetto dello Studio. L'ASR conserva il suo archivio privato che contiene, tra l'altro, il manoscritto delle Effemeridi , ossia il diario nel quale l'autore annotava giorno per giorno quanto accadeva a Roma. Tra le informazioni contenute nelle Effemeridi si trovano anche quelle riguardanti la fabbrica del palazzo dell'Università.

[17] ASR, Università , b. 297, fasc. II, 1660, cc. 63-90 . Il Cartari nel descrive gli apparati decorativi approntati per l'occasione, tramanda la seguente suggestiva memoria del salone: «L'anticamera superiore del Salone ricca vaghezza rendeva, apparata dalla soffitta alli sedili vicino il pavimento, con ricchi damaschi cremisini, però senza trine d'oro, e tramezata con grandi e vaghi arazzi, che compartiti con molta maestria, sembravano quadri grandi ivi a maggiore ornamento collocati. Passando per la maestosa bussola di noce, entrati nel riguardevole salone, nel quale si concede la laurea alli professori dell'una e dell'altra legge, e si esercita la gioventù con le pubbliche conclusioni, dedicate o al Sommo pontefice, o ai Sig.ri Cardinali, o ai Prencipi, e quello ammiravasi per il più vago teatro, che humana curiosità figurar si potesse nella propria idea. Ricco fregio di damasco cremisino con frangia e trina d'oro cingeva il salone immediatamente sotto la soffitta; apparati di damasco simile, con trine d'oro ricoprivano tutte le muraglie di quel gran vaso, quasi sino al pavimento; e sopra il medesimo apparato erano con vaghissima simmetria ripartiti sedici grandi, e più belli Arazzi di quell'eminentissimo Prencipe. Il teatro di noce era ricoperto anch'esso con damaschi simili ornati di trina d'oro. in mezzo del medesimo teatro si era innalzato un ricco baldacchino di velluto con oro, con la sua calata, e sotto di esso, il Soglio Pontificio, elevato sopra quattro gradini, con ricca sedia di velluto cremisino guarnita d'oro, con scabelletto coperto di velluto simile, e con strato di panno rosso, per quanto durava il pavimento del detto Teatro di noce: Li piedi di detta sedia posavano per appunto nel luogo, dove siede il Decano degli Avvocati Concistoriali, sì che il Papa sedeva in soglio assai elevato» (cc.74v-75).

[18] «... L'altezza totale della gran sala dimezzata, ch'era di palmi romani sessanta, fu ridotta a quaranta, serbandone venti per il piano superiore destinato ai Musei. A tal uopo il nuovo solidissimo soffitto fu ripartito in cassettoni quadrati, con analoghe dipinture a mezza tinta. Le pareti furono similmente divise in riquadrature imitanti l'alabastro orientale venato. Nell'interno della porta d'ingresso fa di sé bella mostra un intercolunnio decorativo d'ordine corintio formato da due superbe colonne di così detto occhio di pavone bruno-rossastro (varietà di calce carbonata conchigliare) con basi e capitelli intagliati in marmo statuario con suoi pilastri, architrave, fregio e cornice; bella architettura del Sig. Fabrizio Giorgi Architetto dell'Università. Fra le due colonne (le quali donate all'Archiginnasio, e commendate come rarissime nelle Opere del Sig. Avv. Corsi, pur da gran tempo ignorate giaceano) è scolpita la seguente epigrafe: DIGNITATE LOCI DOCTRINARUM PRAEMIA NOBILITATA».

[19] A. Nibby, Roma nell'anno 1838 , Roma, 1841, vol. IV, p. 363 ss.. Il Nibby menziona la cosiddetta aula Benedetto XIV con il titolo di Sala dell'accademia Teologica e la descrive nei seguenti termini: (p. 363): «[…] è bastantemente vasta e di forma quadra: non ha molto che fu ristorata, e in essa veggonsi appesi alle pareti i ritratti de' pontefici Clemente XI, Benedetto XIII, Clemente XIV e del regnante Gregorio XVI, ed anche quelli di due cardinali, cioè, del card. Raffaele Cosmo De Girolami, fondatore dell'Accademia, e del card. Ferdinando Maria De Rossi che ne fu gran protettore. Da questa sala per una porta a diritta si ha ingresso nell'Aula magna». Non vi è cenno alle due lapidi marmoree di Benedetto XIV e di Gregorio XVI che vi dovettero essere collocate in una ristrutturazione successiva.

[20] G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. 84, Venezia, 1857, p. 149 ss .. Riguardo al soffitto il Moroni parla anche della presenza tra gli ornati dello stemma di Gregorio XVI (p. 150): «L'altezza totale sproporzionata della gran sala dimezzata, ch'era di palmi 60, fu ridotta a 40, serbandone 20 pel piano superiore destinato a' musei. A tal uopo il nuovo solidissimo soffitto fu ripartito in cassettoni quadrati con analoghe dipinture a mezza tinta, e fra molti ornati è l'arme di Gregorio XVI. Le pareti furono similmente divise in riquadrature imitanti l'alabastro orientale venato. Nell'interno della porta d'ingresso fa di se bella mostra» .

[21] Scarse le notizie riguardo all'architetto Fabrizio Giorgi. Mancano dati per stabilire un eventuale grado di parentela con il Felice Giorgi ricordato coma architetto della Sapienza a proposito del consolidamento della tribuna di S. Ivo.

[22] Giuseppe Ferrari (Roma 1843-1905). Catalogo della prima Esposizione internazionale d'arte della città di Venezia , 1895, p. 90.

[23] Lettera del Direttore dell'Archivio al Ministero dell'Interno, datata Roma, 3 novembre, anno 1941 - XX, prot. N. 1738 / V, in ASR, Atti della Direzione , b. 31, anno 1942, tit. V.

[24] N. Spano, L'Università di Roma, Roma, 1935, p. 133; M. G. Branchetti, I luoghi della Sapienza . Il Palazzo e la Chiesa dell'Università Romana oggi sede dell'Archivio di Stato , Roma, 2000, p. 11.

[25] ASR, Università, b. 307.

[26] Per l'Archivio dell'Università si veda G. Adorni, L'Archivio dell'università di Roma , in Roma e lo Studium Urbis , cit., Roma, 1992, pp. 389-430.

 

 

antonio labriola e la sua università

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