parte prima

 

 

 

L’importanza che riveste, per una cultura, il momento dell’insegnamento emerge dal modo particolare in cui ne viene marcato il momento iniziale: fra i momenti determinanti di ogni cultura troviamo il fatto della sua adozione e la figura del suo iniziatore: di colui che ha insegnato, fondato, scoperto il sistema, e che lo ha introdotto nella coscienza della collettività.

 

La cultura è un cervello collettivo, che ha la sua struttura immanente, la sua memoria; fra l’azione esterna e i prodotti della cultura c’è la sua interna organizzazione senza la quale nulla di nuovo si produrrebbe. La ricerca culturologica è dunque lo studio della struttura interna della cultura, della memoria, del meccanismo, della sua organizzazione, è la ricerca volta a questo “trasformatore” che traduce la lingua della effettualità in quella delle persone umane.

 

Jurij M. Lotman

 

 

 

 

 


Introduzione

 

 

 

Quella philosophia pigrorum, di cui

il degno Kant parla in qualche luogo.

 

Antonio Labriola

 

L’atto della nostra attività, della nostra esperienza vissuta, come un Giano bifronte, guarda da due lati: da quello dell’unità oggettiva del campo culturale e da quello dell’unità irripetibile della vita di cui si ha esperienza vissuta […]. Solo per tale via potrebbe essere superata la brutta disunione e non compenetrazione della cultura e della vita.

 

Michail M. Bachtin 

 

 

 

 

Perché “Russice, non legitur”

 

Un incipit subito riassuntivo di un po’ tutto il libro? Si potrebbe proporre: “Russice, non legitur”: no ob etom bez somnenija nuzno escë pogovorit, chot’ po-ital’janski. Che è una misteriosa massima bilingue, ricalcata provocatoriamente su un’illuminante sentenza latina (il celebre “Graece, non legitur”), ma traducibile forse nei seguenti termini: “Sono parole russe, non si leggono”: però è proprio di questo, senza dubbio, che dobbiamo ancora parlare. Almeno in italiano!

Esattamente l’opposto, cioè, di quel che finivano passivamente con il credere, e ideologicamente con il perpetuare, i glossatori medievali del Corpus Iuris Iustinianei per le parti mancanti di una traduzione latina (si sa infatti che nel Medioevo occidentale il greco aveva finito col non essere più letto e “riconosciuto” dai recensori: e che l’espressione, coniata per giustificarne individualmente e socialmente l’ignoranza, poteva anche essere “Graeca non leguntur”, oppure “Graecum est, non legitur” ovvero “Graece, non legitur”). Variante su variante: “Russice, russice… non legitur”. E dunque (come ricorda opportunamente Dino Bernardini)… “Hic sunt leones!”

In altri termini: come “allora” ci si assolveva per il Greco, così “oggi” ci si solleva dal Russo. Una regola prevalente tra gli uomini di cultura italiani e negli italiani di media cultura che, nella «logica delle curve ascendenti e delle curve discendenti della storia» (per usare una felice espressione di Cesare De Michelis, cui molto si deve in tema di chiarimenti al riguardo), ha tuttavia cause e conseguenze non soltanto culturali ma anche politiche, economiche, sociali, ecc. Una quasi-norma storicamente consolidata, da mettere invece criticamente in discussione (prendendo magari le mosse, con l’aiuto degli specialisti, da una rilettura ad hoc della famosa lettera di Gargantua a Pantagruel, sullo studio delle lingue, greco in testa).

Un abito mentale radicato, quindi, che - si parva licet - i capitoli di Italia-URSS/Russia-Italia. Tra culturologia ed educazione 1984-2001 vorrebbero servire almeno a menzionare come un serio limite culturale diffuso. Dal quale limite chi scrive, mettendosi a sua volta in gioco, non si chiama fuori. Vorrebbe semmai saperne personalmente assai di più di quel che appena appena ne sa, per poterci riflettere su monograficamente: sì da contribuire a sua volta ad una spiegazione e, per così dire, ad una “messa in rete” del processo di apprendimento/insegnamento di aspetti della cultura italiano-russa-europea in chiave formativa; e collaborare così, se fosse possibile, ad un’inversione di tendenza.

Sono “cose russe”, da “trinariciuti” e da “trimammellute” - si diceva volgarmente (propagandisticamente) una volta -. E se ne riparla qua e là, per l’appunto nelle note di questo libro, ed in particolare in un capitoletto in qualche misura esemplificativo. Ma è l’insieme delle pagine qui assemblate in un disegno unitario, che vorrebbe servire almeno a dichiarare una movenza ideale personale e ad additare un ipotetico, condivisibile ambito di ricerca. Una mozione d’ordine autocritica, insomma, che mediante collaborazione tra competenti potrebbe presto e volentieri trasformarsi in posizione argomentativa ulteriore e sollecitazione critica collettiva, con esplicite finalità pedagogiche ed autopedagogiche (si dirà più sotto, con tutte le cautele, della tecnica del brainstorming).

Né sono mancate nella cultura italiana le versioni ideologiche, anche filosoficamente raffinate (ma al limite del razzismo), di quello stesso concetto del “Russice, non legitur” di cui si diceva. (Dalla propria limitata esperienza di cultore di determinate letture, vengono pertanto in mente certe frettolose liquidazioni a buon mercato di spiriti pur grandi: così, per es., di Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Francesco Fiorentino e Antonio Labriola, Benedetto Croce, ecc.)… Quelle medesime cose russe dell’Ottocento e del Novecento che, come odierni cittadini europei - e cambiando quanto c’è da cambiare da un tempo all’altro della nostra storia -, abbiamo quotidianamente davanti, e che tuttavia intendiamo assai poco o non riusciamo ad intendere affatto.

Anche se per la pars construens, ed in forza di un’autorevole tradizione (per quel poco, che può decidere chi scrive) gli slavisti italiani svolgono egregiamente la loro funzione nell’Università, nell’editoria, nelle riviste e sui giornali, nelle scuole ecc. (cfr. a riguardo C. Lasorsa Siedina, L’insegnamento del russo in Italia, in “Rassegna Italiana di Linguistica Applicata”, 2/1996, pp. 53-65, con Appendice bibliografica, e con ulteriori, preziosi aggiornamenti non a stampa ad uso didattico su “Il russo oggi”, “Identità russa e contesto europeo. Cultura e culturologia”). Ma, livelli di cultura ed educativi a parte, è lo scenario apertamente europeo che oggi si annunzia decisamente in crescita per l’immediato futuro (flussi migratori, accordi economici, titoli di studio, profili professionali, ecc.), ad esigere la massima attenzione; e, sui diversi piani, collaborazione. Per quanto al “vertice” di Nizza, nel dicembre 2000, non si siano ancora fatti grandi passi in tal senso…

Sicché non meraviglia il fatto che fioriscano i convegni (del tipo, per es., di quello del 1994, Il Russo, una lingua per l’Europa, organizzato dall’Associazione Italia-Russia); che attecchiscano propositi di lavoro finalizzato (come questo previsto dal “Progetto Duemila”, per la terza lingua, nell’ambito dell’Unione Europea); che si seminino idee variamente formative (così da ultimo, nell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, il 23 novembre 2000, in occasione del Premio di laurea Elena Veggetti Sorgente, con lo stimolante Convegno su Istruzione e formazione degli insegnanti. Apprendimento e strategie linguistiche per l’Europa del 3° millennio”); che si incomincino a raccogliere frutti pedagogicamente significativi (cfr. ora per esempio, per l’anno scolastico 1999-2000, i primi risultati del “Sondaggio promosso dalla Cattedra di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione” (Maria Serena Veggetti) - Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa Università “La Sapienza” di Roma - sul tema Interesse per l’apprendimento della lingua russa degli studenti di scuola secondaria superiore in Italia). Eccetera.

Ecco perché occorre che se ne parli e se ne discuta. Bisognerebbe cioè, che non solo tra specialisti, ma anche sul terreno della cultura media diffusa, non si sfuggisse all’argomento: e che ciascuno nel proprio ambito “pan-europeo” (il che vale ovviamente anche per i russi cittadini di “Eurasia”) tentasse di porsi il problema dell’esistenza della “storica” ignoranza di ciò che, pur riguardando immediatamente l’Europa dell’Est, compete invece effettivamente all’Europa tutta (ed al mondo intero). Ed è argomento, quest’ultimo, che, intanto in Italia, chiama in causa da un lato la complessità dei motivi che stanno geneticamente alla radice dei limiti tradizionali della recezione culturale ed etico-politica dell’oriente europeo; da un altro lato la molteplicità delle semplificazioni ideologiche della nostra stessa formazione per così dire “di base”, tendente a non vedere il problema.

Tanto per dirne una: sarebbe sufficiente una rapida indagine sugli odierni manuali scolastici italiani di filosofia, storia, letteratura, arte, ecc., per avere una radicale conferma di un vuoto nostrano di attenzione alla cultura russa, che dovrebbe fare riflettere. Su di “noi” certamente, ma pure su di “loro”. Quando invece con i tempi che corrono, un vuoto siffatto, dovrebbe tradursi piuttosto in un reciproco “portarsi fuori” ed in un vicendevole “osservarsi dentro”; e dunque, a dispetto delle difficoltà che l’indagine conoscitiva obiettivamente comporta, in un interrogativo “dialogico” del tipo: ma c’è, in Russia, una qualche “Italia” (europea) che viene studiata ed insegnata a scuola, una qualche “Italia” immaginata e pensata (da quali russi? da quanti?), di cui si dà in qualche modo notizia nei giornali, negli altri mass media, nelle riviste, nei libri? Non sarebbe interessante per noi italiani saperne qualcosa? (magari a partire, a parte subiecti, dallo scambio di idee avuto di recente a Roma/“La Sapienza”, con Nikolaj D. Nikandrov, Jurij S. Lazarev, Lucia V. Bertsfaj Davydova, nell’ambito del Dottorato di ricerca in “Pedagogia sperimentale”, in tema di confronti terminologico-concettuali, comparazioni scolastico-istituzionali, paragoni culturologici e scientifici ecc.: cfr. intanto, anche per la funzione che l’autore riveste come Presidente dell’Accademia Russa per l’Istruzione di Mosca, N. D. Nikandrov, Rossija: socializacija i vospitanie na rubeze tysjaceletij/Russia: socializzazione ed educazione nel passaggio del millennio, Moskva, “Gelios ARV”, 2000).

Il titolo del libro qui introdotto pertanto, nell’ottica di un siffatto, variegato, interrogativo - Italia-URSS/Russia-Italia. Tra culturologia ed educazione 1984-2001 -, si propone pertanto di indicare al lettore il “perché”, il “come” e il “che cosa” (e il “dove” e il “quando”) di quella specie di avvicinamento colloquial-interculturale (morale-mentale) dell’autore, che le sue pagine starebbero nei loro limiti a documentare. Diversi (anche se soltanto abbozzati) profili di ricerca, ma un unico proposito scientifico-divulgativo. Più modalità tecniche di conduzione delle distinte indagini, ma un solo atteggiamento politico-culturale ed etico-educativo.

L’approccio di un italiano professionalmente impegnato in attività di ricerca, cioè, che ha incominciato a costruire un suo specifico interesse di studio alla presenza dell’URSS degli anni Ottanta-primi anni Novanta; e che non ha smesso di seguire le sue piste e di produrre le sue indagini. Un’URSS d’altra parte, appena intravista nelle ristrutturazioni della Perestrojka e nei dissolvimenti del Perevorot, e quindi sparita. E domande, domande semplicemente poste; e risposte, sostanzialmente non sopraggiunte. E dunque, subito appresso, il tentativo di non interrompere le chiacchierate mentali tra Russia e Italia del decennio seguente, riavviate nelle nuove condizioni di contesto con l’agosto del ’91 ed ora arrivate all’inizio del nuovo secolo-millenio. Approcci minimi, ancora adesso, quasi per cenni, con un imprevisto ed ancora indeterminato interlocutore.

Volendo “personalizzare” oltre, si potrebbe azzardare che l’autore di queste pagine aveva incominciato a “parlare” con l’URSS di Michail S. Gorbacëv, ma che a “rispondergli” sia stata poi la Russia di Boris N. El’cin e di Vladimir V. Putin. Sennonché tutto ciò che di interlocutorio è sembrato avvenire nella materia russo-sovietica delle distinte trattazioni, non è accaduto che occasionalmente, e per exempla minima: nel senso che si è trattato sempre, di niente altro che di circoscritte curiosità culturali, di specifiche questioni su libri e autori e lettori, di iniziali espressioni di ricerca. Di tentativi di innesti storico-critici, con finalità immediatamente pedagogiche (o meglio “antipedagogiche”, con riferimento proprio all’Anton S. Makarenko di cui nel libro così a lungo si parla).

Nel sottotitolo d’altra parte, quanto ai contenuti culturologico-educativi presenti nelle indagini in cui il volume consiste, si vuol dare almeno un’indicazione di massima: che cioè le tematiche e le problematiche oggetto degli ipotetici discorsi intrattenuti con quel particolare interlocutore (già Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, poi Confederazione degli Stati Indipendenti, infine Federazione Russa) hanno finito col porsi, comunque, sul terreno di una circoscritta ibridazione interdisciplinare tra cronaca e storia delle idee. E ciò con tutti i rischi della soggettività del milieu, ed i difetti della marginalità di un “campo di ricerca”, eletto provvisoriamente a “ricerca sul campo”.

 

 

“Casa comune” delle culture europee

 

Il “colloquio” in questione a parte subiecti, tuttavia, non si è risolto né si risolve tutto qui. E se, ancor prima dell’“era di Gorbacëv”, era stato avviato da chi scrive sulle pagine di una rivista come “Riforma della scuola”, a proposito della prima traduzione dal russo di N. I. Bucharin, La teoria del materialismo storico, a cura di G. Mastroianni, Milano, Unicopli, 1983; esso era proseguto poi su altri periodici accademici e non accademici (“Scuola e Città”, “Giornale critico della filosofia italiana”, “la ricerca”, “Ricerche pedagogiche”, “Rassegna Sovietica”, “rossoscuola”, “L’Unione Sovietica”, “Cinema Nuovo”, “Samnium”, “La Stampa”, “OraLocale”, RaiTre/Educational, ecc.); ed in occasioni e forme diverse d’incontro (presentazioni, prefazioni e recensioni di libri, film e mostre, corsi universitari, conferenze, guida di studenti in tesi di laurea e tesine, seminari, lezioni di aggiornamento per insegnanti, interviste, lettere aperte ecc.).

E tutto ciò, comunque, sul presupposto metodologico di un’idea di Europa (se così si può dire) a pieno regime topo-geografico e storico-culturale. E tanto per fare un esempio, nel senso spiegato da Dmitrij S. Lichacëv, La cultura russa nella vita spirituale del mondo, in “Slavia”, aprile-giugno 1992, pp. 3-14 (non a caso allo scadere della proposta gorbacëviana di quella “Casa comune europea”, di cui dieci-quindici anni fa era quasi di moda parlare), quanto pure nel senso, efficacemente illustrato altrimenti: ed oltre che dallo stesso Lichacëv e da Jurij M. Lotman (in libri, articoli, interviste ecc.), per esempio da Vittorio Strada (con tutta quanta la sua attività di studioso, di accademico, di pubblicista).

Così, di recente, a proposito del «notevolissimo libro dello storico americano Larry Wolf, Inventing Eastern Europe, che individua le fonti e i criteri della nuova mappa della civiltà europea “inventata” nel XVIII secolo dai philosophes, mappa che alla rinascimentale divisione del Continente in un Nord e in un Sud sostituì quella tra Ovest ed Est, riorientando così l’intero orizzonte concettuale europeo e precostituendo una nuova unità di divenire del Continente» (V. Strada, Vecchia Europa, nuova geografia. Come cambiano i confini, in “Corriere della sera”, 24 luglio 1999). E dunque:

 

Se l’Europa è una, la prerogativa della sua unità sta nella ricchezza delle sue interne differenze, nella fusione, non sempre armonica delle sue componenti nazionali e regionali, oltre che delle sue partizioni geopolitiche, le quali, al di là di transeunti divisioni ideologiche, permettono di parlare di un’Europa mediterranea e di un’Europa baltica, di un’Europa atlantica e di un’Europa continentale, di un’Europa latina e di un’Europa slava, ecc. […] Essere europei significa riconoscere una duplice “cittadinanza” nella propria patria locale e nella comune patria continentale, come momenti di una stessa, internamente differenziata, civiltà, che si estende oltre gli Urali. L’Europa da tempo non è più il centro del processo storico, e il Centro Europa, a maggior ragione, è anch’esso “decentralizzato”, marginale rispetto a un mondo policentrico, nel quale la vecchia divisione “illuministica” tra un’Europa occidentale “civilizzata” e un’Europa orientale “civilizzanda” ha perso il suo significato, acquistandone semmai uno nuovo […] (ibidem).

 

Di qui, allora, l’esigenza e l’urgenza di guardare variamente, ma secondo un’ottica diversa, e per quanto dal proprio localizzato punto d’osservazione, nella direzione dei processi culturali “nuovamente europei”. Un’ottica che, nelle pagine qui raccolte, vorrebbe essere (come si è detto) di tipo storico-filosofica ed etico-educativo-culturologica: e che, se per un verso non può fare a meno di attingere proceduralmente a ciò che è “tecnico” (limitatamente agli ambiti disciplinari invocati), per un altro verso non può non riferirsi al “dover essere” di una qualche avanzata progettualità politica europea. Una progettualità ed una attuazione del progetto, decisamente necessarie. L’Europa, per l’appunto, con la sua “storia” e le sue “novità”, con il suo “presente” ed il suo “futuro”. Con le sue interne “analogie” e le sue “differenze” interculturali. Un tronco d’albero plurisecolare, ma vivo e vegeto, con radici e rami e frutti. Un albero, tuttavia, che si colloca nella selva del mondo, e che dal resto del mondo non deve, non può estraniarsi.

Lo ha spiegato bene, da ultimo, anche se solo in chiave immediatamente politico-politologica, Gianni De Michelis, La lezione di Belgrado: ripensare l’Europa insieme alla Russia, in “limes”, novembre-dicembre 2000, p. 38:

 

[…] occorre un progetto geopolitico […]. Dobbiamo passare dall’Europa atlantica all’Europa paneuropea […]. All’interno di un contesto paneuropeo - Russia quindi inclusa - vi saranno poi differenti gradi di integrazione […]. Per fare la nuova Europa, dobbiamo pensarla su scala planetaria. L’Europa può avere un suo specifico ruolo mondiale nei prossimi decenni. Di più: possiamo diventare il perno degli equilibri geopolitici su scala globale. Ma per questo dobbiamo recuperare un’intesa con la Russia […].

 

Ed è discorso che, relativamente all’Italia, nelle sua polivalenza e complessità culturologica rinvia ad una molteplicità di compiti critici da assolvere, a più livelli.

Degni di riflessione, in tal senso, sono da un lato alcuni significativi avvenimenti editoriali, quali per esempio la Storia della letteratura russa diretta per Einaudi da E. Etkind, G. Nivat, I. Serman e V. Strada, 1987 sgg., ovvero la Storia della civiltà letteraria russa diretta per la Utet da M. Colucci e R. Picchio, 1997; da un altro lato, una serie di altri notevoli fatti culturali: così la trasformazione della vecchia Associazione Italia-URSS in Istituto di Cultura e Lingua Russa, e la presenza in varie città italiane di Enti e Centri pubblici e privati per l’insegnamento-apprendimento della lingua e letteratura russa (cfr. N. Lombardo, “Imparate il russo vi sentirete europei”, in “l’Unità” del 22 novembre 1996); la chiusura delle antiche librerie “sovietiche” e la apertura di nuovi punti vendita di libri russi, ucraini, bielorussi, georgiani ecc.; la periodicità delle iniziative e delle attività della Fondazione Istituto Gramsci (cfr. il periodico “Europa Europe”) e della Fondazione Italieuropa; l’incidenza comunque crescente di convegni, mostre, libri, film, periodici, siti internet, notizie quotidiane variamente attingibili ecc.

Ma, per rendersene subito conto, basta avere presenti gli elementi che la stessa esperienza quotidiana viene via via fornendo, in tale direzione: a partire dai crescenti flussi immigratori dalla Russia, dall’Ucraina, ed in genere dai paesi slavi; nonché dall’azione svolta da partiti e uomini politici, dal Vaticano e da Istituzioni di diverso tipo (Unicef, Università, Istituti di cultura, Organizzazioni non governative, Fondazione “Gorbacëv”, singoli operatori culturali, “premi Nobel” ed intellettuali più o meno di grido, altri Enti e Ministeri, ecc.). I documenti scritti, nelle varie sedi, certo non mancano. Basta cercarli negli archivi, nelle biblioteche, nelle emeroteche, via internet ecc.  

Così, a titolo di esempio, si ricorda anzitutto il volume di utile divulgazione scientifica/supplemento al n. 523-526 (settembre-dicembre 1993) di “Libri e Riviste d’Italia”, La slavistica in Italia. Cinquant’anni di studi (1940-1990). A cura di G. Brogi Bercoff, G. Dell’Agata, P. Marchesani, R. Picchio, Ministero per i Beni culturali e ambientali/Divisione Editoria, 1994. E, su un altro registro, alcuni dei numeri monografici della rivista italiana di geopolitica, “limes” (cfr. in particolare quello di gennaio-febbraio 1996 su I nuovi muri. L’Europa di mezzo tra Germania e Russia; quello di maggio-giugno 1996 dal titolo Ombre russe. Il mondo secondo Mosca; e quell’altro del novembre-dicembre 1998, su La Russia a pezzi); le rassegne del settimanale “Internazionale”; le pagine culturali dei principali giornali (con collaborazioni di slavisti talvolta di prestigio). 

E l’argomento bibliografico-divulgativo rimanda, oltre che alle autorevoli riviste accademiche specializzate afferenti alle Cattedre di lingua e letteratura russa nelle Università di Venezia, Roma, Milano, Napoli, ecc., soprattutto ai periodici che, prima e dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno  effettivamente svolto un proficuo lavoro di larga ed articolata mediazione culturale nella medesima direzione: e cioè, anzitutto, alla rivista “Rassegna Sovietica”, e quindi a “Slavia”; ma altre se ne potrebbero citare (cfr. quindi i numerosissimi riferimenti a proposito, e gli ulteriori fronti di ricerca additati, nel già menzionato articolo di C. Lasorsa Siedina). Ed ancora a riguardo conviene menzionare almeno l’incontro, di cui è traccia nel presente volume, tra riviste come “Sovetskaja Pedagogika” e “Riforma della Scuola” e “Scuola e Città”.

 

 

L’ambito “dialogico” della ricerca

 

In questo senso i diversi capitoli del libro che viene qui presentato non sono altro che puntuali esemplificazioni di profili soltanto intravisti di indagini più corpose ed ancora in sviluppo, di documentazioni appena avviate e da portare avanti. Il che vale così per Bucharin e il suo Manuale come per Bogdanov e la sua utopia pedagogica, per Sovetskaja Pedagogika e la filosofia russa dal punto di vista dei filosofi italiani, per Rybakov, il Futurismo, il “Socialismo vietato” di Merker e per quanto via via annotato su Trockij, Gramsci, Bachtin, Pasolini, Makarenko, Ekk, Amelio, Dewey, Yunus, “Rassegna Sovietica” ecc., e dunque anticipato sulla tematica della culturologia, nei suoi risvolti organicamente educativi (ovvero sul problema dell’educazione, nelle sue pieghe culturologiche).

Ed è, quest’ultimo, un avvertimento che ben si attaglia alla stessa continuità del riferimento, nel corso di un po’ tutto il volume, all’opera di Giovanni Mastroianni. E ciò almeno nel senso che il libro in questione vorrebbe in qualche modo tratteggiare una linea di congiunzione (magari spezzata, lacunosa, per intervalla ingenii et prudentiae) tra la lezione di quel Maestro e la traduzione che questo Professore tenta di restituire ai più giovani che in fatto di ricerca lo stanno a sentire, per poi prendere a loro volta la parola su argomenti “russi” di comune interesse. “Russice” insomma, più o meno, “legitur”. L’autobiografia può continuare ad essere riproposta (forse), e per quanto difettosamente (senz’altro), come un’educazione. Lo “zibaldone” si fa procedura d’indagine individuale-collettiva.

Di qui pertanto, tra storiografia e pedagogia, la ragione specifica dell’inclusione tra le “note” culturologico-educative di Italia-URSS/Russia-Italia, di testi di altri autori, certamente organici all’insieme, anche se nati originariamente da propositi relativamente autonomi: così gli illuminanti ed innovativi contributi critici di Elisa Medolla su L. Tolstoj, di Enzo Orsomarso su Gramsci e di Domenico Scalzo su Ekk e Makarenko. Di qui, pure, il motivo di dare spazio, nel libro, ad una esemplificazione del potenziale documentativo, che vuol dire anche didattico, di “Rassegna Sovietica”/”Slavia” (vedi l’articolo di Tania Tomassetti sulla Antologia della Biblioteca “A. R. Lurija”) e quindi la anticipazione della Bibliografia di Rassegna Sovietica, che con pazienza e bravura esemplari la stessa Tomassetti viene pubblicando a puntate su “Slavia”. Rientra inoltre nel quadro formativo ora delineato il suggestivo supporto filologico-topografico offerto da Valeria Cannas al capitolo sull’“erranza” nel Poema pedagogico di Makarenko.

L’erranza. I testi ed il contesto. Le formazioni possibili di un’idea di… formazione. Ecco perché, accanto al “problema” che si prova ad illustrare nel “libro” al punto dove è potuto arrivare, rimane il problema dell’ulteriorità della ricerca. Il problema della sproporzione tra i pochi privilegiati “uomini di cultura” consapevoli della impasse e tutti gli “altri” che restano tranquillamente fuori dai termini della questione. Il problema, quindi, delle “quantità” d’uso e fruizione delle proposte di “qualità” del tema dialogico-interculturale che qui interessa. Il problema delle possibili “indagini scientifiche”, in rapporto al “senso comune” (ai diversi modi di intendere il senso comune: quello disciplinare ristretto, tra specialisti della stessa materia di studio; quello scientificamente più largo, nella direzione di una maggiore ampiezza di coinvolgimento enciclopedico-interdisciplinare; quell’altro ancora intenzionalmente, prospetticamente orientato verso il maggior numero di utenze umane possibili).

Ecco perché per la prosecuzione della ricerca, pur senza uscire dal tema specificamente dialogico di questo Italia-URSS/Russia-Italia, conviene forse non ignorare tra l’altro, come si accennava all’inizio, la tecnica ambiziosamente “socratica” e “makarenkiana”, pedagogico/antipedagogica, del brainstorming:

 

Un metodo - come è noto - di soluzione di problemi di gruppo, per cui si cerca di giungere alla produzione di pensiero creativo e di nuove idee attraverso la discussione intensiva a più voci. Una tecnica, quindi, fondata su un’attività collettiva non strutturata, nel senso che nel gruppo si stimolano anzitutto le improvvisazioni individuali. Detta tecnica viene adoperata in particolare nel campo della pubblicità. Più in generale, essa consente o si sforza di mettere in comune idee riferite ad un evento o ad un’idea; od anche delle proposte in precedenza non individuate o messe a punto, per trovare adeguate soluzioni ad una situazione problematica di fronte a cui il gruppo o alcuni suoi membri si trovano. L’atmosfera delle sedute di brainstorming è inizialmente non-critica, e vengono incoraggiati l’associazione libera ed il “pensare ad alta voce”, allo scopo di acquisire da un lato un criterio di ricerca che assommi e valorizzi, per tutti gli interessati, le qualità immaginative,  intellettuali e morali di ciascuno dei partecipanti; e, da un altro lato, ulteriori contenuti di analisi ed originali risultati d’indagine immediatamente traducibili, in via di ipotesi, in vantaggi socialmente rilevanti.

 

Questa la ragione per cui, nelle ricerche presenti in questo libro, proprio i giornali finiscono con l’avere una parte per così dire costitutiva. Una parte che rimanda ovviamente anzitutto ai quotidiani italiani, in quanto veicoli per l’appunto di idee ricorrenti sul tema della “Casa comune” delle culture europee (Russia compresa): e non solo “l’Unità” finché c’è stata; ma anche altre testate: dal “Corriere della sera” a “la Repubblica”, da “La Stampa” ad “Avvenire”, da “il manifesto” e “Liberazione” a “il Giornale” e “Libero”, da “Il Sole-24 Ore” a “L’Osservatore Romano”, da “La Nazione”/”Il Giorno”/”il Resto del Carlino” a “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Il Mattino”, “il Quotidiano della Calabria” ecc. ecc., regione per regione. Senza contare che la stessa circolazione di giornali russi, in Italia, è risultata essere nel corso degli anni Novanta e nel Duemila maggiore che in precedenza (a Roma, anche se non in tutte le edicole, è ormai possibile acquistare regolarmente non solo “Isvestija” ma anche diversi altri quotidiani e settimanali, e perfino periodici in lingua russa, destinati anzitutto agli immigrati che vivono in città…).

Si pensi poi in particolare, ed ancora a titolo di esempio, alla risonanza che il tema Italia-Russia/Russia-Italia, ha avuto ed ha periodicamente in Italia sui mass media, in occasione soprattutto di alcuni convegni internazionali: così di quelli organizzati periodicamente dall’Istituto di Studi Filosofici di Napoli (vedine gli Ordini degli Studi, gli Annuari, gli “Atti”, i Cataloghi delle Edizioni prodotte, le locandine pubblicitarie, i filmati di vario tipo, i siti internet ecc.)… Ma sarà bene avere qui contestualmente presenti le notizie che sul tema dell’“oblio”, della “dimenticanza storica”, vengono pubblicate sulla Russia di oggi (vedi alcuni articoli sul tema della storia da ricordare, apparsi tra il 1999 e il 2000 in “Izvestija”; e, su un altro piano, l’intervista a Victor Zaslavskij, La Russia tra il desiderio di dimenticare e il bisogno di ricordare, a cura di M. Messeri, in “Palomar”, maggio-giugno 2000, pp. 52-58: su cui cfr. G. Belardelli, E oggi in Russia si costruisce l’oblio, in “Corriere della sera”, 19 luglio 2000).

In tal modo, certamente, il brainstorming si arricchisce e si complica. Ma occorre che nel “collettivo di lavoro pedagogico” immaginato, tra Italia e Russia/Russia e Italia vi si immettano un po’ tutti gli imput che possono scaturire insieme, spesso contraddittoriamente, dalle girandole massmediologiche, intanto italiane. Si ridarà voce, allora, ai libri di cui sui giornali italiani si parla, per l’appunto a proposito dell’Europa e/o dell’Eurasia (da V. Schubart, L’Europa e l’anima dell’Oriente, Milano, Edizioni di Comunità, 1947 a J. Lévy, Europa. Una geografia, Milano, Edizioni di Comunità, 1999)… E si riascolterà Maksim Gor’kij, visto che introduce il tema dello “strabismo russo” tra Est e Ovest (cfr. V. Strada, E Gorkij diagnosticò lo strabismo russo, in “Corriere della sera”, 5 settembre 2000)…

Così come si dovranno riprendere in mano e commentare alzando forse un po’ la voce quei titoli giornalistici ad effetto, del tipo Cittadini europei da quarantamila anni. Dalla Spagna al Caucaso radici culturali comuni (cfr. l’intervista all’archeologo Emmanuel Anati, a cura di M. Corradi, su “Avvenire”, 10 settembre 2000)… Egualmente, nel corso dell’immaginato brainstorming, saranno opportunamente da ri-recensire seduta stante l’“avvertimento” di Giulio Andreotti, Se la Russia non è Europa (in “La Nazione”, 13 dicembre 1999), l’“invito” di Giovanni Agnelli, L’Europa, una casa da finire (in “Il Sole-24 Ore”, 3 settembre 2000) e lo “scambio” proposto dal Presidente della Confindustra Antonio D’Amato, con l’idea di mettere operativamente in relazione l’allargamento dell’Europa dell’Est con l’autorizzazione a introdurre sgravi fiscali per il rilancio del Mezzogiorno d’Italia (cfr. F. Debenedetti, Europa dell’Est e del Sud, “La Stampa”, 12 novembre 2000; e numerosi altri quotidiani tra l’11 e il 13 novembre 2000)…

Ecco ancora perché, nel sospendere per il momento la “discussione intensiva a più voci”, va sottolineata l’intrinseca naturalezza e nondimeno l’effettiva rischiosità dell’obiettivo della “normalizzazione” europeistica, nel senso largo, esteso, alla Russia, che si è detto: giacché essa comporta, da una parte, la consapevole accettazione dei limiti ed insieme della volontà di superamento dei condizionamenti (culturali, storici, politici, ideologici ecc.) consolidati; dall’altra parte, la persuasione che la aperta interezza di tutta una cultura, non esclude la compresenza di culture che non si fondono né si confondono e che anzi, nel confronto, si arricchiscono reciprocamente (cfr. quindi, in questo libro, l’esergo da M. M. Bachtin, in G. Mastroianni, Pensatori russi del Novecento, Napoli/Roma, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici/L’Officina Tipografica, 1993, p. 5: e dunque l’utilizzazione che se ne rifà, ancora in epigrafe, a margine della proposta rivolta da chi scrive agli studenti del Liceo “P. Galluppi” di Catanzaro, di leggere M. Yunus, Il banchiere dei poveri. Con la collaborazione di Alan Jolis. Nuova edizione ampliata. Traduzione di Ester Dornetti).

In tal senso il proposito ambiziosamente “dialogico” di Italia-URSS/Russia-Italia viene ad esercitarsi a ridosso di studi e ricerche che, pur nella loro unilateralità e parzialità, vorrebbero variamente essere sì puntuali articolazioni dell’ipotesi “interculturale” europea, ma con gli occhi rivolti al mondo intero (di Yunus e della sua carica innovativa planetaria si dirà con più agio altrove). E va aggiunto che l’assortimento degli scritti compresi nel volume, se risulta ancora più ampio e variegato alla luce degli altri interventi a stampa da cui essi  sono stati sincronicamente affiancati nel periodo dal 1989 al 2001, si spiega d’altra parte alla luce di precise istanze di tipo formativo, sia interne alla materia specifica delle singole analisi e trattazioni, sia esterne, con riferimento alla stesse attività pedagogiche dello scrivente (il quale - sia consentito dirlo - negli ultimi anni accademici è venuto proponendo ai suoi studenti di Pedagogia generale due argomenti principali di riflessione: “Pedagogia ed antipedagogia da un millennio ad un altro, con riferimento all’opera di Antonio Labriola” e “Il Poema pedagogico di A. S. Makarenko, anche sulla base di L’autore e l’eroe di M. M. Bachtin”).

Di qui una ragione anche didattica, tra le altre ragioni, della insistenza alla attuale insostenibilità - si diceva più sopra - della «regola» del “Russice, non legitur”.

Ed è un riferimento testuale che terrebbe ad essere, relativamente alla seguente proposta di libro, non solo una generica dichiarazione di metodo, ma anche e soprattutto una specifica indicazione di merito: ragion per cui, quanto alle fonti dell’idea stessa, si rimanda principalmente a G. Mastroianni, La filosofia in Russia prima della Rivoluzione. I “Voprosy filosofii i psichologii” (1890-1917), Napoli/Milano, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici/ Guerini e Associati, 1989, pp. 11-12; e cfr. id., La recensione come pretesto. Il pensiero russo secondo una recensione di Croce, in “Storiografia”/La recensione. Origini, splendori e declino della critica storiografica, a cura di M. Mastrogregori, Pisa-Roma, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, 1997, pp. 151-58.

Ma vedi, più in generale, la Bibliografia di Giovanni Mastroianni 1947-2000, a cura di N. Siciliani de Cumis, con la collaborazione di G. Fiorenza, M. L. Macrì, A. Samà, G. Spadafora, già compresa (con schede fino al 1991) nel volume di Studi in onore di Giovanni Mastroianni, nel “Bollettino Filosofico”/Filosofia e politica del Dipartimento di Filosofia dell’Università della Calabria, 10/1992, pp. 377-90; ed ora riproposta, con i necessari aggiornamenti, nell’Appendice di questo stesso libro.

 

Quanto ai testi di cui consta il volume, la più parte sono editi (per cui si ringraziano i direttori delle riviste e gli editori, che ne hanno consentito la ristampa). Si precisa quindi, che si è di norma preferito mantenere lo stesso titolo della loro prima stampa (titoli talvolta un po’ troppo lunghi e frammentati, ma che, per l’appunto per questo, restituiscono forse meglio la forma di “nota”, che gli scritti sottostanti conservano). Egualmente, data la relativa indipendenza dei singoli interventi, e per facilitarne la lettura, si è scelto di restituire autonomamente i riferimenti bibliografici a piè di pagina, magari a costo di qualche ripetizione. Si sono tuttavia apportate, quando è sembrato opportuno, correzioni, integrazioni, modifiche in via di ipotesi migliorative rispetto agli originali.

Il n. 1 della Parte prima è pertanto primamente comparso su “Riforma della scuola”, settembre-ottobre 1984, pp. 75-77. Il n. 2 è uscito su “Scuola e Città”, novembre 1988, pp. 492-500; il n. 3, su “Rassegna Sovietica”, settembre-ottobre 1989, pp. 130-43 (e nel volume di chi scrive, L’educazione di uno storico, Pian di San Bartolo/Firenze, Manzuoli, 1989, pp. 149-64). Il n. 4 è stato pubblicato da “Rassegna Sovietica”, settembre-ottobre 1990, pp. 19-45. Il n. 5, su “Slavia”, gennaio-marzo 1992, pp. 39-54 (e nel volume di Studi in onore di Giovanni Mastroianni, in op.cit., pp. 321-37). Il n. 6 è apparso su “Slavia”, ottobre-dicembre 1992, pp. 159-80. Il n. 7, su “Slavia”, aprile-giugno 1994, pp. 30-49. Il n. 8, su “Slavia”, gennaio-giugno 1996, pp. 134-59. Il n. 9, su “Slavia”, aprile-giugno 1997 (e nel volume Lezioni su Pasolini, a cura di Tullio De Mauro - Francesco Ferri, Ripatransone/Ascoli Piceno, 1997, pp. 203-17. Per il n. 10, vedi “Slavia”, gennaio-marzo 1998, pp. 106-141. Gli scritti che costituiscono il n. 11 sono stati in larga parte pubblicati da “Scuola e Città”, aprile 2000, pp. 145-58 (e, per una delle appendici, novembre 1996, pp. 508-9); cui si aggiunge un inedito (la lettera sull’“intercultura dei poveri”). Il n. 12 è inedito, e corrisponde ad un estratto di relazione per gli “Atti” del Convegno internazionale su “John Dewey. La Filosofia e l’Educazione per la Democrazia”, Cosenza, Università della Calabria, 10-13 aprile 2000.

Quanto alla Parte seconda, si tratta per i nn. 1, 4, 6, 9, di testi inediti o solo parzialmente in corso di stampa in rivista, ovvero in pubblicazioni collettanee contemporanee o successive al presente volume. Il n. 2, adesso con alcune varianti, si trova in Un’altra Calabria. Il futuro della regione nelle idee dei calabresi della diaspora. A cura di R. Messina, Catanzaro, Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura, 1997, pp. 260-65 (lo scritto è stato poi variamente ristampato). Il n. 3, su “Slavia”, ottobre-dicembre 1997, pp. 100-28. Il n. 5, su “Slavia”, luglio-settembre 2000, pp. 183-93. Il n. 7, su “Slavia”, aprile-giugno 1999, pp. 28-33 (e come Postfazione al volume Attività, linguaggio e conoscenza. Le radici dell’approccio sistemico nello studio del sistema nervoso centrale, a cura della Biblioteca A. R. Lurija, Napoli, Idelson-Gnocchi, 1999, pp. 259-63). Il n. 8 è stato pubblicato da “Slavia”, aprile-giugno 2000, pp. 108-26. Il n. 9 esce, in una versione più ampia, sul numero di ottobre-dicembre 2000 di “Slavia”. Dell’Appendice, si è detto più sopra.

 

Si ringraziano in particolare Dino Bernardini e Maria Serena Veggetti, per gli stimoli ricevuti discorrendo di alcune delle tematiche di questo libro, e per il soccorso prestato in più occasioni nella lingua russa. Un ringraziamento anche ad Agostino Bagnato, delle cui singolari esperienze “interculturali” tra Italia e Russia si è tenuto utilmente conto; a Flora Bernardini, Tonino Sicoli, Lidia Lambertucci, Simona Muzi, per aver contribuito, variamente, alla definizione della proposta editoriale; a Giordana Szpunar, per l’aiuto intelligente e solerte offerto nella predisposizione dei testi per la stampa; e a Franca Agostino, Marco Antonio D’Arcangeli, Manuela De Antonis, Aldo Demartis, Roberto Donini, Cristian Facchin, Vincenzo Gabriele, Rosetta Maiuri, Maria Pia Musso, Tiziana Pangrazi, Valentina Pompili, Roberto Sandrucci, Valeria Sansoni, per i loro altrettanto indispensabili apporti.

 

Roma, Università “La Sapienza”

15 gennaio 2001

 

 

 

 


Indice

 

 

Introduzione

                                                                                                       p.

Parte prima

 

 1.  Anche Bucharin scrisse un libro di testo                                      23

 2.  L’utopia pedagogica di Bogdanov                                               27

 3.  Prime note sulla “Sovetskaja Pedagogika” 1952-1983                   47

 4.  Rybakov in Italia, tra cronaca e storia 1988-1989                         61

 5.  Per un “Dizionario” di filosofi contemporanei.

      Le voci russe e sovietiche, e dintorni                                           85

 6.  Note su Trockij, Gramsci e il futurismo

      (con una aggiunta su Antonio Marasco in Russia

      ed una appendice su Filippo Tommaso Martinetti

      in Calabria, commemorando Umberto Boccioni)                         103

 7.  Note di culturologia tra Italia e Russia/URSS/CSI                      129

 8.  Sul 1942, l’URSS e l’Italia in guerra                                          149

 9.  Temi e problemi della dimensione dialogica pasoliniana               169

10. La politica, l’educazione, il socialismo, l’esperimento.

      A cinque anni dal dissolvimento dell’URSS                                185

11. Makarenko a sessanta anni dalla morte

      Il “gioco”, le “scritture bambine” e il “banchiere dei poveri”        225

12. Dewey, Makarenko e il “Poema pedagogico”

      tra analogie e differenze                                                           259

 

 

Parte seconda

 

1.  Schegge e segmenti dell’erranza nel “Poema” makarenkiano.

     Con un elenco dei luoghi geografici del romanzo,

     a cura di Valeria Cannas                                                        271           

 

2.  Decalogo in forma di dialogo su “Lamerica” di Gianni Amelio      289

 

3.  Motivi sovietici nel Gramsci di “L’Ordine Nuovo”

     di Vincenzo Orsomarso                                                           299           

4.  Il concetto di popolo in Tolstoj e Manzoni.

     Il punto di vista di Gramsci

     di Elisa Medolla                                                                      329           

 

5.  La fortuna critica dei “Quattro libri di lettura” in Italia

     di Elisa Medolla                                                                      339           

 

6.  Per un confronto tra il “Poema pedagogico”

     e “Verso la vita” di Nikolaj V. Ekk                                                             

     di Domenico Scalzo                                                                 349           

 

7.  Per una storia di “Rassegna Sovietica”                                       403

 

8.  Un’antologia della Biblioteca “A. R. Lurija”                                                

     di Tania Tomassetti                                                                 409           


 

9.  Indice quinquennale di “Rassegna Sovietica” 1950-1954                              

     a cura di Tania Tomassetti                                                      429           

 

 

Appendice

 

Bibliografia di Giovanni Mastroianni 1947-2000                       479