Maria Donzelli, Origini e declino del positivismo. Saggio su Augusto Comte in Italia, Napoli, Liguori, 1999, pp. 296, £.28.000 (Quaderni del Dipartimento di Filosofia e Politica. Istituto Universitario Orientale. N. 22).

 

        Da quando già nel 1847, cioè pochi anni dopo la pubblicazione del Cours de philosophie positive (1830-1842),  Vladimir A.  Miljutin aveva cominciato a dare voce in Russia ad un Augusto Comte  fondatore della “sociologia scientifica”, non trascorse molto tempo che le più importanti questioni inerenti alla specificità del positivismo comtiano e della sua recezione anche nell’Europa dell’Est, tra “marginalità” e “centralità”, vi fossero variamente introdotte e vi circolassero largamente. Basti pensare, a questo proposito, alle sollecitazioni “pedagogiche”, provenienti dall’opera filosoficamente tardiva del “comtiano”  (poi empiriocriticista)  Vladimir V. Lesevič sul  giovanissimo  Nikolaj I. Kareev, che gli si riconosce “debitore” fin dai tempi del ginnasio. Ma sarebbero da  fare anche altri nomi, a vario titolo significativi: così, per esempio, almeno quelli di Pëtr L. Lavrov, Valerian N. Majkov, Nikolaj K. Michajlovskij,  Michail M. Filippov, Grigorij N. Wyrouboff (ferme restando – ovviamente -  le ragioni proprie di un’”autoctonia” slava della “fortuna” comtiana, della peculiarità dei testi e dei contesti, delle date e dei dati obiettivi, nonché la soggettività degli assunti  ermeneutici).  La questione  della incidenza di Comte nei dibattiti filosofici, sociologici,  psicologici, antropologici, filologici, letterari, storiografici, scientifici secondo-ottocenteschi  sembra tradursi anche in Russia, fin dal principio, negli medesimi interrogativi circolanti nel resto d’Europa, Italia compresa:  filosofia “positiva”, più vicina alla “scienza” o più prossima alla “metafisica”? conquista filosofica “soggettiva”, o, piuttosto, avanzamento “cumulativo” del pensiero dell’umanità?   positivismo come  frutto progressivo di un’epoca progrediente, o “salto teoretico” di qualità e contributo “scientifico” originale di singole personalità di Maestri (di quella di Comte, per l’appunto; o di Mill, Spencer, Darwin ecc.)?  quali, in particolare, i rapporti del comtismo con il kantismo, con il neo-kantismo, con lo hegelismo (e magari, prima, con il vichismo)? esprime davvero qualcosa di diverso, adesso, questo nuovo concetto di “esperienza”, tuttavia così ricco di storia? e “progresso”, che significa in ultima analisi la parola progresso? quale la caratterizzazione dei nessi tra le dimensioni teoretiche e le dimensioni pratico-politiche della “nuova filosofia”, della “nuova scienza”?  in che misura poi,  fin nella seconda metà dell’Ottocento, lo stesso ascendente comtiano  ha potuto tradursi in Russia in una qualche attività storiografica definibile come positivistica? e, considerato il tenore metodologico della discussione e della polemica,  la pedagogia,  la stessa didattica (dentro la scuola e fuori), fino a che punto ne sono rimaste  coinvolte?

          In questo stesso ordine di idee, dallo specifico suo punto di vista, il volume di Maria Donzelli offre un significativo spaccato della complessità e difficoltà dell’acquisizione (“effettiva”?, “solo relativa”? “marginale”? “mancata”?) di Comte in Italia. All’iniziale “chiarimento storico” delle differenti posizioni dei padri del positivismo (Comte, Littré, Mill, Spencer ecc.), tra dissensi e scissioni, prese di distanze e differenziazioni, ortodossie e affermazini di originalità,  fanno seguito, nel libro, le diverse tematizzazioni, interpretazioni, utilizzazioni  dei testi comtiani. Il Capitolo primo è quindi una spiegazione  tecnica, propedeutica, dei “caratteri  originari”  del positivismo e della filosofia di Comte; e ne delimita gli aspetti enciclopedici, classificatori, definitori ed autodefinitori, terminologici, “scientifici” e di “concezione del mondo”. Il Capitolo secondo prosegue nella caratterizzazione del rapporto Comte/Positivismo italiano, fin dai suoi primordi (dalla Rivoluzione francese), adducendo buone argomentazoni sulle linee essenziali di sviluppo e di non-sviluppo del comtismo e sui “principali poli” della temperie positivista italica nel suo insieme, e dunque, in parallelo, sugli intrecci  spenceriani di una “fortuna” (pur caratteristica, benché relativa). Nel Capitolo terzo l’attenzione della Donzelli viene a polarizzarsi poi sulla figura di Pasquale Villari e sulla “genesi tardiva del positivismo  in Italia”: che si intende alla luce della “polemica d’oltralpe”, del “metodo storico”, della “critica” dei “filosofi italiani” e delle aperture agli stranieri (J. Stuart Mill). Nel Capitolo quarto, il principale oggetto di analisi è il contributo scientifico-educativo di Andrea Angiulli, “tra Mill e Littré”, al positivismo; e ciò, sempre,   nella dimensione europea della “disputa”. Il Capitolo quinto è dedicato a Salvatore Tommasi,  al suo “naturalismo” tra “biologia” e  “medicina sperimentale”, come termine di confronto con Comte. Il Capitolo sesto, riguarda Niccola Marselli e dintorni, dagli anni ’70 agli anni ’90, e  mette assieme soprattutto i seguenti argomenti: il “tema della storia”, la sua discussa “scientificità” e il “declino del positivismo”. Argomenti variamente ripresi anche nell’Epilogo (sulla “storia come arte”) e nell’Appendice (“Percorsi della storiografia italiana).

             La storia e la storiografia, ora “scienza” ora “arte”. E non solo. Nè mancò chi nella Russia degli anni ‘90, per esempio nei “Voprosii filosofii i psichologii” [“Questioni di filosofia e psicologia”], si impegnò a svolgere proprio il tema  “Comte  e il suo significato nella scienza storica”. E ci fu chi rilesse Vico, illustrandone “il suo sistema della filosofia della storia”; chi elaborò (per Alfred Fuillée) il concetto di “semipositivista” [“Polupozitivisty”]. Ed erano gli anni in cui il su citato Michajlovskij, in libri e  riviste di spessore europeo, sembrò ragionare all’incrocio di “Ricchezza russa” [“Ruskoe Bogatsvo”] e di frutti  filosofici d’importazione (Spencer e Comte in testa, ma anche storici, biologi,  sociologi, antropologi, psicologi, “psicologi della folla” ecc...). Lo stesso Lesevič del resto, per l’appunto in forza del suo comtismo, si era fatto “maestro” di una “filosofia della storia su basi  scientifiche”, e pedagogica  nel senso del suo proporsi come  “interprete” e come “guida alla vita”, con lo sguardo rivolto al “sistema sociale” inteso come “fine ultimo” dell’intero lavoro della “scienza”. Ma nella ricostruzione del quadro culturologico e didattico-divulgativo va dato un giusto rilievo all’idea assai diffusa tra i positivisti europei  (e il libro della Donzelli offre pagine preziose in tal senso), che il fine principale della filosofia fosse quello di “popolarizzare la scienza”, di “perfezionare la propaganda”, e di far procedere  di conserva la “positività” dei “principi”,  e la “negazione” della “civiltà precedente”.                                                  

                                                                                              Nicola Siciliani de Cumis