BIOGRAFIA E AUTOBIOGRAFIA IN JOHN DEWEY*

I. Ipotesi di lavoro e prime procedure d’indagine

Già solo gettando una fuggevole occhiata alla lunga e proficua carriera di John Dewey ci si rende conto di trovarsi di fronte a una personalità poliedrica, ricca di interessi, unita a una mente estremamente feconda e produttiva. Ripercorrendo, anche rapidamente, la sua sterminata produzione ci imbattiamo, di opera in opera, nel Dewey filosofo (della morale, della scienza, dell’arte, della religione), epistemologo, psicologo, teorico della pedagogia e del pensiero politico e sociale. Inoltre, si rimane colpiti, non solo dalla sua produttività e dal suo eclettismo, ma anche dalla coerenza e dalla costanza del suo pensiero. Così si esprime Aldo Visalberghi in un passo del saggio introduttivo alla Logica deweyana:

 

In complesso è difficile trovare un altro filosofo che abbia proceduto più stabilmente sempre nella stessa direzione per oltre sessant’anni come ha fatto Dewey, fin da quando ebbe abbandonato le posizioni kantiano-idealistiche delle prime opere[1].

 

Per penetrare a fondo il Dewey in tutte le sue forme, o anche in una soltanto, si impone non solo uno studio approfondito delle sue opere, ma anche un’analisi attenta della sua vita, dei rapporti con il suo ambiente, del contesto all’interno del quale egli ha operato. Dalle parole dello stesso Dewey si evince, infatti, che le esperienze di vita costituiscono ciò che ha influenzato maggiormente il suo pensiero.

 

In complesso, le forze che mi hanno influenzato procedono da cose e situazioni più che da libri: non ch’io non abbia, spero, imparato molto dalla lettura di scritti filosofici, ma ciò che ne ho imparato è stato tecnico al confronto di ciò che sono stato obbligato a pensare a causa delle esperienze in cui mi son trovato impigliato[2].

 

La storia di vita del filosofo, costituita dalle persone che ha incontrato e che gli hanno regalato insegnamenti preziosi, dalle situazioni che si è trovato ad affrontare, dai libri che ne hanno segnato lo sviluppo intellettuale e da molti altri aspetti, può essere intesa dunque come la sorgente originaria della sua filosofia. Sarebbe importante perciò, oltre ad uno studio accurato delle biografie, poter disporre di un’autobiografia deweyana che ci mostri gli snodi decisivi della vita del filosofo dal suo stesso punto di vista. Dewey, però, non ha mai composto una vera e propria autobiografia e non ha mai voluto farlo per i motivi che più avanti indicheremo.

Ciononostante un’impresa che metta capo alla ricostruzione di qualcosa come un’autobiografia può essere tentata. Si tratterebbe, in particolare, di raccogliere e riordinare gli spunti rintracciabili nel materiale classificato provvisoriamente come segue.

A) Testi autobiografici:

I testi autobiografici di Dewey possono essere considerati sostanzialmente due: il saggio del 1930 intitolato Dall’assolutismo allo sperimentalismo[3], e la prima biografia ufficiale pubblicata dalla figlia Jane M. Dewey, e da Dewey approvata, nel 1939[4].

Nel primo testo l’autore ripercorre sinteticamente e rapidamente la propria biografia intellettuale. Come recita il titolo, la dissertazione si propone di esporre e spiegare la conversione del pensiero deweyano dall’idealismo hegeliano al pragmatismo e, in particolare, allo strumentalismo. A tal fine, partendo dagli anni degli studi universitari, Dewey espone per sommi capi l’evoluzione del suo pensiero, mettendo in evidenza i fattori esterni e interni che hanno, in qualche modo, esercitato un’influenza significativa nel suo percorso di studi. Vengono, quindi, presentate persone incontrate, libri letti ed esperienze vissute.

Tale scritto è senza dubbio ricco di elementi utili alla ricostruzione dell’autobiografia, tuttavia è necessario sottolineare che esso si riferisce a un periodo di tempo limitato della vita del suo autore. In esso, Dewey, non solo tralascia l’esposizione dei suoi primi anni di vita, ma si ferma volutamente molto prima rispetto al punto fino al quale si sarebbe potuto spingere. Egli scrive il saggio nel 1930, ma la narrazione si arresta intorno agli anni della svolta del suo pensiero, cioè verso il 1891[5]. Ciò avviene perché l’autore si rende conto del fatto che parlare del proprio passato prossimo pone dei limiti di interpretazione. Lasciamo a tal proposito la parola a Dewey che, autobiograficamente, spiega le difficoltà che incontrerebbe nel comporre un ritratto di se stesso:

 

Quanto al seguito del mio sviluppo intellettuale, sono incapace di tratteggiarlo senza temere di contraffarlo più di quanto vorrei. Ciò che ho finora riferito è così remoto nel tempo, che posso parlare di me come di un’altra persona; e molto è svanito, così che pochi punti stanno in rilievo senza che io debba portarli alla ribalta. Il filosofo - se m’è lecito applicare il termine a me stesso - che diventai allontanandomi dall’idealismo germanico è troppo l’individuo che sono tuttora ed è ancora troppo immerso nel procedimento evolutivo per prestarsi ad un ritratto. Invidio, fino a un certo punto, chi può tracciare la propria biografia intellettuale su d’un canovaccio compatto intessendo poche fila discernibili di interessi ed influenze. Per contro, io mi vedo instabile, camaleontico, propenso a cedere or a questa or a quella fra parecchie influenze incompatibili fra loro; avido di assimilare qualche concetto da ciascuna e tuttavia ansioso di definirlo così che esso risulti logicamente compatibile con quanto ho imparato dai suoi predecessori[6].

 

E’ evidente che l’individuo che decide di narrare la propria autobiografia è talmente “calato” nella sua parte che non riesce a distaccarsene per esporre i fatti in modo relativamente neutrale e oggettivo. Rischia, così, di fornire delle interpretazioni più o meno distorte di se stesso e degli eventi che lo riguardano.

La biografia pubblicata a cura della figlia Jane può essere legittimamente considerata un’autobiografia, tenendo conto del fatto che i materiali su cui il testo è stato costruito sono stati forniti da Dewey stesso, il quale ha anche revisionato l’intero lavoro. Così recita la nota posta all’inizio dello scritto:

 

Questa biografia fu scritta dalle figlie del suo protagonista e fu realizzata grazie al materiale che egli stesso fornì. Per quanto riguarda le parti filosofiche e l’importanza attribuita alle varie influenze essa può essere considerata come un’autobiografia, ma il suo soggetto non è responsabile né della forma né di tutti i dettagli[7].

 

Il testo Biography of John Dewey fornisce elementi diversi rispetto al saggio del 1930. Anzitutto, coprendo un arco di tempo più ampio, offre una maggiore quantità di elementi biografici. In poco più di quaranta pagine, infatti, si ripercorre la vita di Dewey a partire dal giorno della sua nascita, il 20 Ottobre 1859, per giungere al suo viaggio in Russia intorno alla fine degli anni ’20. Ci si sofferma brevemente anche sui suoi antenati, sul loro arrivo e stanziamento nel New England e sui loro vari spostamenti, fino alla sistemazione definitiva del padre, Archibald Dewey, a Burlington, luogo nel quale John Dewey sarebbe poi nato. Si rende conto, in tal modo, oltre che dei fattori che hanno influenzato direttamente il filosofo nel corso della sua vita, anche dell’«eredità biologica e culturale» da lui ricevuta.

Inoltre, in questa biografia l’esposizione del percorso intellettuale viene alternata a quella della storia di vita e arricchita dalla descrizione del contesto storico.

B) Materiali variamente autobiografici:

Per materiale autobiografico intendiamo qui qualsiasi tipo di scritto personale e privato che potrebbe essere utile per ricavare indicazioni sulla storia di vita del soggetto preso in considerazione. Ci riferiamo dunque a lettere, poesie, diari, ecc...

Dewey ha composto, in tarda età, una serie di poesie che sono state raccolte da Jo Ann Boydston in un volume pubblicato nel 1977 con il titolo The poems of John Dewey[8]. Tali poesie possono certamente fornirci indicazioni rilevanti a proposito del vissuto di coscienza dell’autore e della sua autopercezione, in vista di una possibile ricostruzione della sua personalità. Tuttavia, nel corso dell’analisi di tale materiale, è necessario tenere sempre ben presente il fatto che ci si trova di fronte a componimenti artistici polisensici, dai quali, dunque, è difficile ricavare indicazioni certe e definitive. L’interpretazione, allora, deve essere pacata ed equilibrata, senza precipitare in conclusioni tanto facili quanto azzardate[9].

Per ciò che riguarda la corrispondenza, al contrario, l’analisi che essa comporta non necessita di un’operazione interpretativa così impegnativa come nel caso delle poesie. Si tratterebbe, piuttosto, di riordinare cronologicamente gli elementi ottenuti, unirli a quelli recuperati da altre fonti e, infine, metterli insieme in un quadro coerente[10].

C) Riferimenti autobiografici all’interno delle opere:

Tutto ciò che si è detto a proposito delle poesie, vale a dire degli scopi ben precisi e limitati che la loro analisi può raggiungere e delle difficoltà che essa incontra, si ripropone anche per i brani autobiografici presenti nelle opere deweyane. Tuttavia, in relazione ad essi, i compiti ermeneutici sono meno gravosi per l’interprete. Infatti, non si ha a che fare con componimenti poetici che mirano ad ottenere risultati artistici e che legano il loro significato a più livelli di senso. Si tratta, al contrario, di passi di significato immediatamente individuabile, in cui l’esposizione di un’esperienza personale corrobora il ragionamento più generale che viene sviluppato.

E’ bene ricordare anche che, mentre alcuni di questi passi sono veicolo di indicazioni autobiografiche dirette, altri invece vanno accertati attraverso controlli incrociati con altri materiali biografici. Sia i primi sia i secondi, comunque, forniscono l’opportunità di godere di un angolo visuale suggestivo che ci consente di vedere il filosofo alle prese con la realtà quotidiana.

Va rilevato, tuttavia, che l’opera deweyana risulta essere piuttosto parca di riferimenti esplicitamente autobiografici e che, molti di questi, pur se parti integranti dello snodarsi del percorso argomentativo, si rivelano poco utili ai fini di una ricostruzione autobiografica, poiché forniscono elementi recuperabili anche attraverso altre fonti. Ci riferiamo, soprattutto, ai riferimenti relativi al contesto storico, politico, economico ecc., in cui l’autore si trovava a vivere.

D) Esempi:

In tutte le sue opere, anche in quelle più teoretiche, Dewey si sforza di chiarire le formulazioni teoriche ricorrendo spesso a degli esempi. In alcuni di essi all’autore sfuggono, più o meno inavvertitamente, degli accenni significativi al proprio vissuto personale.

Dunque, un lavoro di ricostruzione autobiografica potrebbe rivolgersi anche a questi esempi per tentare di scovarvi del materiale utile. Resta fermo, però, che sarebbe necessario mettere in campo un meticoloso controllo incrociato con il materiale biografico già disponibile. Solo così si potrebbe valutare il reale statuto autobiografico degli esempi.

E) Scuola e società[11]:

Occorre ora prendere in considerazione Scuola e società, opera che, se pur non autobiografica in senso stretto, ha fra i suoi scopi quello di rendere pubblica l’esperienza deweyana della “scuola-laboratorio”. Nell’ottica di una ricostruzione autobiografica, la proficuità di tale testo è testimoniata dal fatto che in esso sono presenti tutti i tipi di riferimenti autobiografici che si sono già indicati. Inoltre da questo volume emerge chiaramente come la riflessione deweyana nasca da esperienze di vita concrete, in una dialettica incessante di teoria e pratica. Viene così confermata l’utilità che una ricostruzione autobiografica potrebbe avere ai fini di una maggiore comprensione dell’opera del filosofo in generale.

 

Con l’analisi intrapresa abbiamo, dunque, fornito l’indicazione di una serie di campi cui attingere per recuperare dati validi e significativi per la ricomposizione dell’autobiografia non scritta di John Dewey.

Per conferire una maggiore scientificità a questa impresa, inoltre, è necessario operare, nel corso della fase interpretativa del materiale autobiografico rinvenuto, riferimenti incrociati con gli scritti propriamente autobiografici e, soprattutto, con le varie biografie deweyane[12].

Occorre, infine, svolgere una decisiva precisazione di carattere teorico. Un progetto di ricostruzione autobiografica ha il suo inevitabile presupposto e sfondo concettuale nella convinzione che l’individuo sia essenzialmente il risultato dell’interazione che egli ha con il proprio ambiente, dove per ambiente è da intendersi l’unione dell’ambiente naturale e strettamente fisico con quello sociale e culturale. La biografia di Dewey, e ancor di più la sua autobiografia, ci darebbero, infatti, la possibilità di acquisire dati di assoluta rilevanza sul modo in cui l’ambiente che lo circondava ha influenzato la sua personalità, i suoi interessi, il suo percorso intellettuale e quindi l’elaborazione di tutta il suo pensiero.

Ancor prima della realizzazione di un’autobiografia deweyana, costruita a partire dai riferimenti autobiografici rintracciabili negli scritti del filosofo, sembra, allora, di primaria importanza svolgere una ricerca che miri a comprendere il modo in cui Dewey considera la biografia e l’autobiografia. Solo dopo aver posto in chiaro tale questione sarà possibile svolgere il progetto di ricostruzione biografica e autobiografica, in piena coerenza con i presupposti teorici che governano la stessa riflessione deweyana.

In questa ottica bisogna rilevare che i concetti di “autobiografia” e di “biografia” non sono tematici negli scritti deweyani. Ma, ci si chiede, nell’opera di un filosofo che tanto rilievo ha dato all’esperienza individuale (e la biografia di cosa si compone se non di tante esperienze individuali?) è possibile ravvisare delle riflessioni che, combinate insieme, portino alla ricostruzione di una “teoria della biografia”?

Iniziamo col precisare che, secondo le loro definizioni correnti, “autobiografia” e “biografia” contengono il riferimento a «casi ed esperienze della vita»[13] e al «carattere o alle vicende personali»[14]; secondo l’analisi etimologica di tali termini, poi, bìos ‘vita’ comprende, nella sua definizione strettamente biologica, le proprietà in virtù delle quali gli organismi sono in grado di «reagire agli stimoli ambientali»[15]. Anche solo sulla scorta di tali definizioni si fa chiaro allora che, per dimostrare l’esistenza di una teoria della biografia nell’opera di Dewey, il primo passo da compiere non può che essere quello di rilevare il modo in cui egli considera l’influenza che l’esperienza esercita sull’individuo che la compie e che la subisce. E’ necessario, dunque, analizzare, più in generale, il modo in cui viene sviluppato da Dewey il problema del rapporto individuo-ambiente.

II. Il rapporto individuo-ambiente nell’opera di John Dewey

Tenendo comunque sullo sfondo l’intera opera del filosofo, abbiamo scelto come oggetto di esame diretto alcuni scritti teoretici nei quali l’argomento in questione viene elaborato in modo esplicito ed esauriente. Riportiamo di seguito l’analisi di tali testi, esponendo la specificità e le peculiarità che li caratterizzano, e spiegandone la pertinenza rispetto alla ricerca.

I. Nell’articolo intitolato The Influence of Darwinism on Philosophy[16], Dewey espone, come recita il titolo, l’influenza che la teoria darwiniana ha esercitato sulla filosofia.

L’analisi del breve saggio fornisce il punto di partenza e il quadro teorico di fondo all’interno del quale sarà possibile muoversi nel corso dell’ulteriore indagine. La teoria di Darwin sull’origine delle specie ha, infatti, rivoluzionato il modo di concepire il rapporto fra organismo ed ambiente, non solo in senso strettamente biologico, ma anche in senso sociale e culturale.

Il concetto di “specie”, afferma Dewey, è stato accompagnato per quasi duemila anni dagli attributi fondamentali di fissità e finalità[17], cosicché i concetti dominanti della filosofia della natura e della teoria conoscenza della tradizione filosofica occidentale, da Aristotele fino alla rivoluzione scientifica del XVII secolo e a Kant, si basavano sul presupposto della superiorità del fisso e del finale. Di contro il mutamento e l’origine erano sentiti come segni di difetto e di inferiorità. Conoscere, dunque, significava:

 

Afferrare un fine permanente che realizza se stesso attraverso dei cambiamenti, mantenendoli all’interno dei limiti e dei confini di una verità data, [...] porre in relazione al loro unico fine tutte le forme particolari: pura intelligenza contemplativa[18].

 

Con la rivoluzione cosmologica e fisica prima (Copernico), e la rivoluzione in campo biologico poi (Darwin e l’accostamento dei termini “origine” e “specie”)[19], si assiste ad uno «spostamento dell’interesse dal permanente al mutevole»[20].

In particolare, secondo Dewey, le conseguenze delle idee e del metodo darwiniano sulla filosofia si possono riassumere e schematizzare in tre punti essenziali.

1. In primo luogo, l’introduzione della nuova logica nella filosofia determina un passaggio dall’interesse per le origini e le finalità assolute alla ricerca di valori e condizioni specifici e particolari.

 

L’unico oggetto di conoscenza verificabile o fruibile è la particolare configurazione di cambiamenti che genera l’oggetto di studio insieme alle conseguenze che poi derivano da esso, e nessuna domanda intelligibile può essere sollevata in relazione a ciò che, per assunzione, ne resta al di fuori[21].

 

La vecchia logica imponeva alla filosofia l’indagine e il recupero delle essenze formali degli oggetti, delle loro origini assolute e delle loro cause finali. Con l’assunzione della logica darwiniana l’interesse della filosofia si posa sull’investigazione delle condizioni specifiche e particolari che generano i fenomeni[22].

2. In secondo luogo, l’adozione del darwinismo contribuisce ad operare, all’interno della filosofia, uno spostamento di obiettivi[23]. Lo scopo della filosofia guidata dalla logica tradizionale era quello di fornire una giustificazione universale dei fenomeni attingendo all’universo del trascendente; la vita nel suo intero veniva considerata come «regolata da un principio trascendente verso uno scopo finale e inclusivo»[24].

Questo tipo di atteggiamento nei confronti della realtà pone un problema:

 

L’abitudine di derogare dai significati e dagli usi presenti ci impedisce un serio riconoscimento dei mali che essi presentano e impedisce un serio interesse al bene che promettono ma che ancora non realizzano. Questa abitudine fa rivolgere il pensiero all’occupazione di trovare un rimedio trascendente per alcuni e una garanzia universale per gli altri[25].

 

Assumendo il nuovo tipo di logica questo problema viene meno: la filosofia rinuncia alla ricerca di qualsiasi giustificazione universale, per dedicarsi all’indagine e all’analisi delle «specifiche condizioni della generazione»[26] e per sfruttare tali conoscenze particolari al fine di migliorare la cultura, l’educazione, la politica.

3. Infine, conducendo la filosofia ad occuparsi delle specifiche condizioni che generano i fenomeni, «la nuova logica introduce la responsabilità nella vita intellettuale»[27]. Ciò vuol dire che il sistema darwiniano, non solo modifica l’oggetto e il fine della filosofia, ma ne trasforma anche la funzione. Infatti:

 

Se è possibile comprendere a fondo le condizioni specifiche del valore, le conseguenze specifiche delle idee, la filosofia deve presto diventare un metodo per individuare e interpretare i conflitti più seri che capitano nella vita, e un metodo per progettare modi di occuparsi di essi: un metodo di diagnosi e prognosi morale e politica[28].

 

La filosofia va considerata, nella concezione deweyana, come uno strumento necessario per conoscere e comprendere la realtà in cui siamo immersi, al fine di modificarla a nostro vantaggio.

L’applicazione del darwinismo alla filosofia rende chiaro il fatto che anche l’uomo, al pari degli altri esseri viventi, vive nel mondo naturale, interagisce con il proprio ambiente ed è quindi immerso nel corso dei mutamenti di cui cerca incessantemente le origini. In conseguenza di ciò va abbandonata la pretesa di conoscere le cause assolute degli eventi e le essenze reali degli oggetti. Va quindi respinta la concezione, da sempre imperante, di una conoscenza come pura contemplazione. Essa, al contrario, deve essere considerata, come avremo modo di vedere meglio più avanti, come un momento dell’interazione tra l’uomo e l’ambiente circostante, ambiente che, a differenza di quello proprio degli animali, si compone non solo di elementi fisici e naturali, ma anche e soprattutto di aspetti sociali e culturali.

Inoltre, e con ciò anticipiamo alcuni degli argomenti che tratteremo nei paragrafi successivi, l’applicazione della teoria evoluzionista ai processi riflessivi conduce Dewey:

1) ad interpretare la riflessione come momento di crisi nel rapporto individuo-ambiente;

2) a fornire al pensiero una dimensione temporale e storica, e a considerarlo come uno strumento, o meglio lo strumento, che consente all’uomo di ristabilire l’equilibrio e conseguire l’adattamento alle condizioni ambientali necessario alla sua sopravvivenza;

3) ad elaborare una logica genetica e funzionale che lasci vedere come il processo del pensiero, l’attività della ricerca e dell’indagine, gli atti di giudizio siano risposte agli stimoli ambientali sorte dal tentativo continuo di ristabilire gli equilibri turbati[29].

II. In Come pensiamo[30] il tema della nostra indagine viene sviluppato a partire dal modo in cui l’uomo pensa, vale a dire in base alle modalità fondamentali attraverso cui si sviluppa la sua esperienza conoscitiva: la suggestione e la riflessione.

Se dal punto di vista biologico si è già messa in chiaro la dipendenza dell’organismo dal suo ambiente fisico, da questo angolo visuale si fa evidente come l’individuo sia il prodotto del mondo storico-sociale in cui vive. Le sue esperienze sono a tal punto marcate culturalmente che addirittura qualcosa di immediato come le suggestioni ha, per Dewey, le sue condizioni di possibilità nella cultura[31]. D’altra parte, come vedremo nella sezione dedicata alla Logica, se l’individuo è un prodotto del contesto culturale in cui vive, è del pari vero che il contesto culturale altro non è se non il prodotto dell’azione individuale.

La concezione deweyana della conoscenza presuppone:

1. Un’interazione continua tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda. L’essere umano, infatti, fin dal momento della sua nascita, istituisce, grazie al possesso dei cinque sensi, un rapporto costante e diretto con gli oggetti e le persone che si trova ad avere intorno.

 

Ogni creatura vivente, mentre è sveglia, è in interazione costante con il suo ambiente. E’ impegnata in un processo consistente nel dare e prendere, nell’agire in qualche modo sugli oggetti che la circondano e nel ricevere qualcosa da essi - impressioni, stimoli. Questo processo di interazione costituisce la trama dell’esperienza[32].

 

2. Il ruolo fondamentale dell’esperienza individuale, in particolar modo di quella passata. Nel processo della riflessione, infatti, ciò che consente di risolvere le difficoltà presenti è il riferimento alle esperienze precedenti. Le idee che saltano alla mente dipendono dalle esperienze già compiute dall’individuo stesso o riferitegli da altri. Non solo, ma anche il modo in cui viene condotto il processo del pensiero riflessivo, e quindi la sua fecondità e capacità di acquisire sempre nuove conoscenze, dipende dagli «abiti di pensiero» del singolo individuo, che sono stati appresi tramite l’esperienza passata e l’educazione.

Due sono le caratteristiche fondamentali che Dewey attribuisce all’esperienza.

La prima è la continuità. Secondo questo principio la vera esperienza non è mai fine a se stessa, non è mai qualcosa di isolato dal resto. Ogni genuina esperienza deve essere, e di fatto è, strettamente legata sia all’esperienza precedente, sia all’esperienza futura: «ogni esperienza riceve qualcosa da quelle che l’hanno preceduta e modifica in qualche modo la qualità di quelle che seguiranno»[33].

In particolare, l’individuo deve basarsi sulle proprie esperienze passate, le deve utilizzare come punto di partenza per affrontare le nuove esperienze. D’altra parte, le esperienze presenti devono essere condotte in modo da risultare una “promessa per il futuro”, in altre parole vanno gestite in modo da produrre ulteriori esperienze, utili, a loro volta, allo sviluppo delle esperienze successive.

Di qui la seconda caratteristica dell’esperienza: la cumulatività. L’esperienza, infatti, affiancata dal pensiero riflessivo, da una parte assume come punto di partenza i significati già acquisiti e stabilizzati; dall’altra si conclude con l’acquisizione di nuovi significati che serviranno poi, a loro volta, per condurre in modo proficuo le esperienze successive.

La cumulatività, naturalmente, funziona a livello personale per ogni individuo, apportando un aumento progressivo di conoscenza nel singolo, ma anche a livello collettivo, per l’intera umanità, producendo il progresso intellettuale del genere umano.

 

Questo è il costante movimento a spirale della conoscenza. L’aumento della nostra scorta di significati ci fa consapevoli di nuovi problemi, ma solo traducendo le nuove perplessità in ciò che è già piano e familiare, noi comprendiamo e risolviamo questi problemi. [...] Il nostro avanzamento in conoscenza genuina consiste sempre, da un lato, nello scoprire qualcosa non ancora compresa in ciò che in precedenza era considerato come scontato, ovvio, argomento di materia comune; e dall’altro, nel servirsi di significati direttamente compresi come strumenti per impadronirsi di significati oscuri e dubbi[34].

 

3. Il ruolo fondamentale del contesto, in particolar modo di quello culturale. Esso ci permette di usufruire di un complesso enorme di significati e di concetti familiari[35].

 

L’estensione dei collegamenti che il ragionamento porta alla luce dipende, naturalmente, dalla scorta di conoscenze che la mente già possiede. E questa dipende non solo dall’esperienza precedente e dalla particolare educazione dell’individuo che conduce l’indagine, ma anche dallo stato della cultura e dalle condizioni della scienza dell’epoca e del luogo. Il ragionamento aiuta ad ampliare le conoscenze, ma nello stesso tempo dipende da ciò che già si conosce e dalla facilità che esiste nella comunicazione delle conoscenze e nella possibilità di farne una risorsa pubblica e aperta a tutti[36].

 

4. Una visione strumentalista che considera il pensiero come strumento necessario per il passaggio da situazioni problematiche, cause di squilibrio nei rapporti tra l’individuo e il proprio ambiente, a situazioni risolte, in cui l’equilibrio disturbato viene, in qualche modo, ristabilito[37].

Il passaggio da una condizione di squilibrio a una condizione di equilibrio, l’alternanza di squilibri ed equilibri, è ciò che in campo biologico viene definito “adattamento”. La concezione del pensiero di Dewey può essere considerata, quindi, una trasposizione del concetto di adattamento da un ambito strettamente biologico, che rende conto delle sole funzioni organiche, all’ambito sociale e culturale proprio dell’uomo, che prende in considerazione invece il funzionamento del pensiero e il meccanismo dell’acquisizione e della trasmissione della conoscenza. Come precisa Aldo Visalberghi:

 

Lo strumentalismo deweyano, cioè la sua concezione operazionale ma non immediatamente utilitaristica del pensiero, è una concezione essenzialmente darwiniana, che dà conto dei modi di strumentazione a livello culturale avanzato dei processi di adattamento, ormai “socializzati”, dell’umanità[38].

 

III. In Intelligenza creativa[39] Dewey applica la teoria evoluzionista ai concetti tradizionali di soggetto ed oggetto, rivoluzionando così lo statuto di entrambi.

Come abbiamo già visto, il concetto decisivo portato in luce dall’opera di Darwin è che tra l’organismo e il suo ambiente vi è un “doppio nesso”, una relazione biunivoca tale che, se da una parte l’ambiente propone continuamente condizioni diverse a cui l’organismo deve adeguarsi, questo, dal canto suo, non cessa mai di reagire, tentando di volgere in positivo gli eventi che in prima istanza sono chiaramente sfavorevoli. In tal modo, la relazione tra l’uno e l’altro viene a configurarsi come un ininterrotto processo di azioni e reazioni. Da ciò deriva, evidentemente, che non è possibile considerare l’organismo a prescindere dall’ambiente in cui vive, e questo perché ogni essere vivente costituisce con il suo ambiente circostante un sistema organico.

 

Supponiamo di prendere sul serio il contributo offerto alla nostra idea dell’esperienza dalla biologia […]. Ogni trattazione dell’esperienza deve oggi accordarsi colla considerazione che esperimentare significa vivere, e che il vivere procede dentro e a causa di un mezzo ambiente, e non nel vuoto. Dove c’è esperienza c’è un essere vivente. Dove c’è vita, c’è un doppio nesso mantenuto coll’ambiente[40].

 

Applicando il concetto evoluzionistico di interazione all’uomo, non però solamente sotto il semplice punto di vista biologico, ma anche sotto quello più propriamente culturale, l’immagine di esso che ne viene fuori è del tutto diversa rispetto a quella tradizionale. In particolare:

1. L’uomo non è più il soggetto isolato e precostituito della tradizione che, collocato nel vuoto, si rapporta ad un mondo distinto da sé, fatto di oggetti dati una volta per tutte. Al contrario:

a. L’uomo esperisce in quanto è sempre in un mondo. Come dal punto di vista biologico l’organismo è interconnesso all’ambiente in modo da formare con esso un sistema, così l’uomo, dal punto di vista conoscitivo, è necessariamente inserito in un contesto culturale senza di cui la sua esperienza sarebbe una mera successione, inconsapevole e priva di significato, di percezioni sconnesse e puntuali.

b. Il rapporto tra il soggetto e l’oggetto non è, come voleva la filosofia tradizionale, una contrapposizione di termini tra loro originariamente distinti che entrano in relazione solo in un secondo momento. L’uomo è sempre in un mondo, e dunque è sempre a contatto con oggetti. Oltre a ciò, la loro relazione non è unidirezionale, nel senso che o l’oggetto si impone ad un soggetto del tutto passivo, o il soggetto, completamente attivo, ingloba in sé l’oggetto. Come l’organismo biologicamente inteso subisce gli eventi sfavorevoli imposti dall’ambiente naturale e reagisce per volgerli a suo favore, così l’esperienza culturale dell’uomo è un intercalarsi di azione e passione. Patite dall’ambiente circostante le condizioni cui sottostare, costituite da eventi favorevoli, neutri e sfavorevoli, l’individuo mette in atto uno sforzo inesausto di controllo e dominio, in modo da mutare le avversità in situazioni vantaggiose.

c. Infine, proprio in conseguenza della loro reciproca azione, né il soggetto né l’oggetto sono qualcosa di fisso e immutabile. Come l’ambiente fisico, in virtù del suo continuo modificarsi per motivi interni ed esterni (l’azione degli organismi su di esso), costringe l’organismo ad un ininterrotto processo di adattamento, così l’uomo si trova sempre di fronte a nuovi problemi, emersi o casualmente o in seguito alla sua stessa azione. Da ciò deriva che l’universo dei prodotti culturali si sviluppa in forme sempre inedite. Dunque l’esperire dell’uomo non smette di riconfigurarsi.

 

L’esperienza è questione di simultanee azioni e passioni. Quelli che noi subiamo sono esperimenti nel cambiamento del corso degli eventi. I nostri tentativi attivi sono saggi e prove di noi stessi. Questa duplicità dell’esperienza si mostra nella nostra felicità e infelicità, nei nostri successi e nelle nostre sconfitte. I trionfi sono pericolosi quando si indugia su di essi e di essi si vive. I successi consumano se stessi. Ogni conseguito equilibrio di adattamento all’ambiente è precario perché noi non possiamo andare di pari passo coi cambiamenti dell’ambiente. Essi hanno direzioni così contrarie che noi dobbiamo scegliere. Dobbiamo assumerci il rischio di legare la nostra sorte con un movimento o coll’altro. Nulla può eliminare ogni rischio, ogni avventura; ciò solo che è votato all’insuccesso è il tentativo di tenersi alla pari con tutto l’ambiente insieme, vale a dire di conservare il momento felice quando tutto va a nostro favore[41].

 

2. E’ possibile, inoltre, considerare le conclusioni sin qui raggiunte da un angolo visuale più centrato sul problema della conoscenza. In particolare, si può affermare che:

a. L’uomo deve affrontare continuamente situazioni problematiche che l’ambiente gli sottopone. Per raggiungere la soluzione egli non può far a meno di procedere per tentativi, progettando ipotesi alternative da sperimentare. L’esperire dell’uomo è quindi essenzialmente progettuale[42].

b. La progettazione di ipotesi che servano a rispondere alle difficoltà ambientali insorte è possibile solo a patto di chiamare in causa le conoscenze già acquisite. Senza di esse, infatti, la formulazione di ipotesi sarebbe un mero ricorrere ad espedienti casuali. Così, se è pur vero che l’uomo non è mai del tutto privo di esperienza pregressa, in quanto, come si è visto, non va considerato come un soggetto esterno al mondo, è chiaro che è compito di ciascuno tradurre questa esperienza più o meno informe in configurazioni solide e affidabili.

 

La riconquista immaginativa del passato è indispensabile per una riuscita invasione dell’avvenire, ma la sua condizione è quella di uno strumento. Ignorarne l’importanza è segno di un attore non disciplinato; ma isolare il passato, indugiarsi su di esso come fine in sé e dare a questo il nome eulogistico di conoscenza, significa sostituire il ricordo della vecchiaia all’intelligenza effettiva[43].

 

c. La capacità di prevedere gli eventi futuri a partire da una conoscenza profonda dei fatti presenti e passati, il tentativo di controllare il proprio ambiente attraverso l’azione ispirata ad ipotesi efficaci, tutto ciò è opera di quell’abito di pensiero che Dewey denomina riflessione. E’ solo in virtù del pensiero riflessivo che l’interazione dell’uomo con il suo ambiente si sviluppa in termini propriamente intelligenti.

IV. In Logica, teoria dell’indagine, con l’ampia trattazione delle due matrici della ricerca (matrice biologica e matrice culturale) Dewey rende conto del modo in cui le operazioni di indagine, considerate come la modalità specifica di adattamento deliberato ed intenzionale dell’uomo al proprio ambiente, si sviluppino, senza soluzione di continuità, a partire da operazioni biologiche.

Non tratteremo in questa sede in modo approfondito le due matrici dell’indagine, considerando che esse non sono altro che la sistemazione formale degli argomenti che sono stati esposti finora. Basti qui mettere in chiaro solo alcuni concetti fondamentali:

1. La logica, così come la intende Dewey, quale struttura del pensiero, o meglio quale autostrutturazione di esso nel corso del suo svolgersi, definisce la modalità specifica con cui l’essere umano si rapporta al suo ambiente.

2. La logica è una teoria naturalistica. Ciò significa che le operazioni di indagine sono uno sviluppo delle operazioni biologiche da cui derivano. Tali operazioni biologiche, in particolare, consistono nel processo di adattamento dei mezzi usati alle conseguenze ottenute, anche senza che ciò coinvolga un proposito intenzionale e consapevole. Questo tipo di operazioni appartengono tanto agli animali (compresi gli organismi più semplici) quanto all’uomo.

L’essere umano, tuttavia, si distingue da tutti gli altri esseri viventi per due aspetti fondamentali. Prima di tutto, l’uomo, a partire dai processi biologici naturali, arriva progressivamente ad elaborare dei metodi di adattamento deliberato ed intenzionale; in secondo luogo, se inizialmente i propositi da seguire sono legati a situazioni particolari, gradualmente questi obiettivi vengono generalizzati, cosicché le relative operazioni di indagine, cessando di essere subordinate a circostanze specifiche, finiscono per assumere un valore universale.

 

Il termine “naturalistico” ha diversi significati. Qui è usato, da un lato, nel senso che non vi è soluzione di continuità fra le operazioni d’indagine e quelle biologiche e fisiche. “Continuità”, d’altro lato, significa che le operazioni razionali si sviluppano da attività organiche, pur senza identificarsi con ciò da cui sorgono. V’è sempre un adattamento di certi mezzi a certe conseguenze nelle attività delle creature viventi, pur senza la guida di un deliberato proposito. Gli esseri umani, attraverso i comuni o “naturali” processi vitali giungono a compiere questi adattamenti deliberatamente, con obiettivi limitati dapprima a situazioni locali via via che si presentano. Col passare del tempo (per ripetere un principio già enunciato) l’intento vien talmente generalizzandosi che l’indagine cessa d’esser limitata a speciali circostanze[44].

 

3. La logica è una disciplina sociale. L’essere umano vive, oltre che immerso in un ambiente naturale e strettamente fisico, circondato da un ambiente sociale e culturale.

 

L’ambiente in cui vivono, agiscono e investigano gli esseri umani non è soltanto fisico. Esso è anche culturale. Problemi che provocano indagine nascono dalle relazioni reciproche di esseri sociali, e gli organi per coltivare tali relazioni non sono soltanto l’occhio e l’orecchio, ma le significazioni sviluppatesi nel corso della vita, assieme ai modi di formazione e trasmissione della cultura con tutti i suoi elementi di ritrovati strumentali, arti, istituzioni, tradizioni e credenze abituali[45].

 

E, ancora:

 

L’uomo, come notava Aristotele, è un animale sociale. Questo fatto lo pone in situazioni e genera problemi e modi di risolverli che non hanno precedente alcuno al livello organico biologico. Infatti l’uomo è sociale in altro senso che non l’ape e la formica, perché le sue attività s’inseriscono in un ambiente culturalmente trasmesso, di modo che ciò ch’egli fa e il modo in cui agisce non è determinato da strutture organiche ed eredità fisiche soltanto, ma dall’influenza di un’eredità culturale incanalata in tradizioni, istituzioni, costumi e nelle finalità e credenze che quelle comportano ed ispirano[46].

 

Da ciò deriva che, se da una parte la ricerca è un tipo di attività che influisce sulla cultura, dall’altra essa è, allo stesso tempo, profondamente condizionata dalla cultura stessa. Ogni ricerca, dunque, si sviluppa in un contesto socio-culturale ben preciso e definito e viene da questo influenzata; l’indagine, inoltre, si conclude con un cambiamento di qualche sorta nelle condizioni dalle quali ha avuto origine.

 

L’uomo è naturalmente un essere che vive associato con altri in comunità che hanno un linguaggio, e perciò godono di una cultura trasmessa. L’indagine è una forma di attività che è socialmente condizionata e che influisce sulla cultura. […] La conseguenza più ampia la si ritrova nel fatto che ogni indagine si sviluppa da un certo humus culturale e si concreta in una maggior o minor modificazione delle condizioni da cui sorge. Soltanto i contatti fisici accadono in un ambiente puramente fisico. Ma in ogni interazione che comporti una direzione intelligente, l’ambiente fisico è parte di un ambiente sociale e culturale più comprensivo. […] Né l’indagine né il complesso più astrattamente formale di simboli può prescindere dalla matrice culturale in cui vive, si muove ed ha il suo essere[47].

 

Dunque, secondo una concezione naturalistica, che può dirsi anche «naturalismo culturale», la matrice esistenziale dell’indagine si articola su due livelli, non distinti, ma profondamente intrecciati, che vengono definiti da Dewey rispettivamente matrice biologica e matrice culturale. Le matrici, costituendo il fondamento della ricerca, rappresentano anche il presupposto di qualsiasi azione riflessiva e, quindi, la base del comportamento umano in generale.

V. In Conoscenza e transazione[48] Dewey espone il concetto di transazione[49] spiegandone la funzione ed evidenziandone l’importanza.

Prima di impegnarsi nell’analisi della prospettiva transazionale e dell’uso che ne è stato fatto in particolare in campo scientifico, il filosofo ne fornisce una prima generale definizione, dichiarando esplicitamente di assumerla come il punto di vista qualificante della propria riflessione.

 

Il lettore ricorderà che, nel nostro procedimento di indagine, osservato e osservatore non vengono affatto separati radicalmente così come invece si fa di solito tanto in epistemologia quanto nelle varie psicologie e teorie psicologiche; al contrario, osservatore e osservato vengono considerati tali da formare un unico organismo. […] Il nostro punto di vista consiste semplicemente in questo: dal momento che l’uomo, in quanto organismo, si è evoluto fra altri organismi in una evoluzione cosiddetta “naturale”, ci proponiamo di considerare per ipotesi tutti i suoi comportamenti, compresi i suoi conoscere più avanzati, non come attività esclusivamente sue, o anche solo principalmente sue, ma come processi della situazione organismo-ambiente nel suo complesso; situazione che consideriamo sia come inclusa nel campo delle nostre conoscenze, sia come quella da cui le conoscenze stesse hanno origine[50].

 

E’ importante sottolineare la radicalità della citata formulazione della transazione. In essa Dewey afferma, in modo diretto, che l’organismo e il suo ambiente formano a tal punto un tutto unico che ogni comportamento dell’uomo, compresa anche la sua attività conoscitiva, non va intesa come opera del soggetto, ma è un processo che appartiene all’intero sistema organismo-ambiente. In questo senso gli stati interni dell’individuo, siano essi stati conoscitivi o emozionali, non sono altro che stati relazionali vigenti fra il singolo e il suo ambiente. Tali stati specificano il modo in cui l’individuo risponde alle sollecitazioni ambientali.

Fornita questa definizione generale, Dewey passa a valutare il grado di affermazione della prospettiva transazionale nelle scienze. Egli mette in luce che, se nel campo delle scienze naturali e fisiche, a partire soprattutto da Darwin ed Einstein, l’approccio transazionale ha compiuto decisivi passi in avanti, esso è viceversa ben lontano dall’ispirare il quadro teorico delle scienze dell’uomo, le quali si riferiscono a «quei vasti campi del vivere adattamentale chiamati comportamenti, in cui comprendiamo tutto ciò che è psicologico e tutto ciò che è sociologico negli esseri umani»[51].

Disconoscendo la prospettiva transazionale come loro fondamento teorico, le scienze umane sono limitate nel loro sviluppo da una grave carenza concettuale. Tale carenza è a tal punto profonda che gli scienziati non si avvedono di ignorare qualcosa di ovvio, la transazione tra organismo e ambiente.

 

E’ ovvio che la materia trattata dalle indagini comportamentali comprende sia l’organismo che gli oggetti ambientali ad ogni istante del loro presentarsi ed in ogni punto dello spazio da essi occupato[52].

 

Inoltre, a motivo dell’assoluta peculiarità della sfera del comportamentale, l’affermazione della prospettiva transazionale in tale campo è più urgente che nei campi propri delle scienze fisiche o naturali. Infatti, mentre ad esempio in una scienza della natura quale la fisiologia spesso è utile abbandonare momentaneamente l’esposizione transazionale per condurre indagini particolari, nelle indagini psicologiche e sociologiche, al contrario, l’allontanamento da una prospettiva transazionale comporterebbe, e di fatto ha comportato, oltre che la mancata risoluzione dei problemi, macroscopici errori di interpretazione.

 

La configurazione fisiologica di tali materie di indagine, anche se rimane sempre di carattere transazionalmente organico-ambientale, cede frequentemente il campo a ricerche specializzate che abbandonano momentaneamente l’esposizione transazionale. Le indagini comportamentali, al contrario, entrano in difficoltà nello stesso momento in cui si allontanano dal transazionale, tranne che quando lo fanno per finalità decisamente circoscritte e secondarie; i loro tradizionali problemi insoluti sono in verità il risultato del loro respingere il punto di vista transazionale ogni qual volta esso si è proposto, e nel non esser riuscite quasi affatto a tenerne conto in nessuna delle loro costruzioni di più ampio respiro[53].

 

In questo brano Dewey si riferisce in particolare al fatto che alle indagini comportamentali, fin dall’antichità, è stata applicata una logica di tipo auto-azionale che, considerando il comportamento come un qualcosa che viene prodotto all’interno dell’organismo per opera di un “attore”, ha conseguito il solo risultato, peraltro inutile, di “raddoppiare” l’organismo.

Nonostante la sua evidente fallacia e la sua incapacità di spiegare in modo esauriente i fenomeni intellettuali e i problemi della conoscenza, questo punto di vista è stato mantenuto fino ad oggi, e l’“anima” medioevale è diventata la “mente” «ancora usata oggi nelle psicologie e nelle sociologie»[54]. Inoltre, l’adozione del criterio inter-azionale al posto di quello auto-azionale ha solo permesso successi di una certa rilevanza, senza produrre, tuttavia, «costruzioni di validità generale»[55].

 

Quando si consideravano le azioni come separate dal loro attore, mentre l’attore veniva considerato come separato dalle sue azioni, il risultato, tanto in particolare quanto in generale, era che si veniva a conferire una posizione di autorità alla “essenza”. Il lavoro di Galileo, Newton e Darwin, continuamente, a poco a poco, ha distrutto questo tipo di osservazione; e gli sviluppi futuri completeranno quest’opera per quanto riguarda le attività comportamentali umane più complesse. Rovesceranno i vecchi processi e daranno alle transazioni una organizzazione descrittiva più completa senza più porre dietro di esse potenze auto-azionali, o “particelle inalterabili” interazionali[56].

 

Dunque, solo considerando «i comportamenti come biologici in un senso ampio del termine»[57], ed assumendo una prospettiva transazionale, i raddoppiamenti e le confusioni verranno meno e ci si troverà di fronte ad un quadro concettuale coerente e funzionale.

Data spiegazione del concetto di transazione e della sua applicazione alle operazioni di indagine, concludiamo la nostra perlustrazione di Conoscenza e transazione riportando un brano in cui Dewey spiega brillantemente il concetto di transazione attraverso una metafora assai pertinente.

 

Questa transazione fa di uno dei partecipanti un compratore e dell’altro un venditore. Nessuno dei due è un compratore o un venditore se non in una transazione e a causa di una transazione in cui l’uno e l’altro siano impegnati. E questo non è tutto: certe particolari cose diventano dei beni o dei servizi perché sono impegnate in certe transazioni. Non esiste alcuna transazione commerciale senza delle cose che siano, sempre soltanto in una transazione e a causa di essa, beni utilità o servizi. Inoltre, a causa dello scambio o del trasferimento, entrambe le parti (nome idiomatico per partecipanti) subiscono un mutamento; e i beni subiscono, per lo meno, un mutamento di luogo in conseguenza del quale essi acquistano o perdono certe relazioni o “capacità” connettive, rispetto a quelle che possedevano prima.

E ancora: nessuna particolare transazione commerciale sta da sola. Essa è intessuta in un corpo di attività, fra cui quelle della produzione, sia essa agricola, mineraria, ittica o manifatturiera. E questo corpo di transazioni (che potrebbero chiamarsi industriali) è a sua volta innestato in transazioni che non sono né industriali, né commerciali, né finanziarie; ad esse si dà spesso il nome di “intangibili”, ma si possono certo più correttamente designare specificando le regole e i regolamenti che provengono dal sistema di usi e costumi in cui esistono e operano altre transazioni[58].

 

Questa lunga definizione, sintetizzando le principali argomentazioni sviluppate nel corso della nostra analisi sul rapporto individuo-ambiente, mette in luce gli aspetti più importanti della nostra ricerca.

Assumendo il punto di vista transazionale soggetto ed oggetto, organismo ed ambiente, uomo e mondo, vanno considerati come un sistema unico in cui i due componenti si determinano vicendevolmente senza posa. L’intera vita del singolo, dunque, considerata in tutti i suoi aspetti, dipende in modo essenziale dalla partecipazione dell’individuo a transazioni in cui sono impegnati, naturalmente, sia altri esseri umani, sia oggetti propri dell’ambiente circostante.

 

La vita umana stessa, individualmente quanto collettivamente considerata, consiste in transazioni alle quali prendono parte degli esseri umani insieme con un milieu di cose non-umane insieme con altri esseri umani, così che senza questa congiunta partecipazione di esseri umani e non-umani non potremmo neanche vivere, per non parlare della impossibilità di mandare ad effetto qualcosa[59].

 

Nella sua attiva partecipazione alle transazioni, ogni individuo apporta la propria esperienza, il proprio vissuto, insomma la propria caratteristica individualità che influenza le transazioni stesse, le determina e le modifica.

 

Dalla nascita alla morte, ogni essere umano è una parte, così che né esso, né qualsiasi cosa fatta o subita, può mai esser compreso quando venga separato dalla sua effettiva partecipazione ad un vasto corpo di transazioni - alle quali ogni particolare essere umano può contribuire e che ogni particolare essere umano modifica, ma soltanto in virtù del suo prendervi parte[60].

 

III. Conclusioni

Nel volume del 1949 è come se il filosofo si sia volto indietro e abbia riconosciuto come motivo fondante della sua autobiografia intellettuale il punto di vista transazionale. Conoscenza e transazione, perciò, è l’opera in cui Dewey, nel regalare la cifra del suo pensiero, dona ai posteri il proprio testamento filosofico.

Proprio nel solco di questa eredità si vuole porre la nostra indagine, la quale, nel proporsi di esplicitare la teoria della biografia deweyana, non ha altro intento che quello di portare in luce uno dei possibili sviluppi del punto di vista transazionale.

In questa prospettiva proponiamo ora uno schema in cui sviluppiamo le riflessioni deweyane esposte nel paragrafo precedente[61], relative al rapporto individuo-ambiente e fondate sul concetto di transazione, in vista della ricostruzione della sua teoria della biografia.

I. L’affermazione della logica genetico-sperimentale comporta un capovolgimento di valori rispetto alla tradizione: dal primato assoluto del generale e dell’immutabile si passa alla rilevanza dell’individuale e del mutevole. In questa nuova cornice di senso è chiaro che le storie di vita guadagnano una completa riabilitazione rispetto al discredito in cui le teneva la tradizione metafisica.

Occorre tuttavia dedicare particolare attenzione al seguente aspetto. E’ indubbio che le essenze formali sono, nel migliore dei casi, delle vuote generalizzazioni prive di contenuto e che, in conseguenza di ciò, per fare un riferimento alla biologia, il termine “specie”, inteso come forma astratta-immutabile-trascendente, in ultima analisi metafisica, va del tutto rigettato.

Ciò però non significa affatto che per Dewey la filosofia e la ricerca scientifica in generale, al fine di incentrarsi sull’individuale e sul particolare, debbano abbandonare del tutto il momento dell’universalità. Egli, infatti, è ben conscio che, sempre restando al caso della biologia, vi è anche un significato positivo del termine “specie”, che è quello portato in luce dal darwinismo, connesso con il termine “origine”.

L’universale, quindi, è un concetto valido ed utile se lo si considera quale spiegazione specifica che porti in luce le cause relative ad un insieme di fenomeni particolari. Dunque, la nuova logica, incentrata sull’individuale, non cessa di riferirsi costitutivamente all’universale, pensato però in maniera completamente riformulata.

Da ciò discende per la ricostruzione biografica che essa, centrata per sua natura sul singolare, non può mai abbandonare il momento dell’universalità, rappresentato nel suo campo da quelle strutture sociali e culturali a partire dalle quali la vita del singolo prende forma. La biografia può definirsi, allora, come la ricostruzione della vita del singolo che lascia emergere la sua individualità irripetibile, collocandola sullo sfondo di categorie sociali e culturali storicamente universali.

II. Abbandonando la concezione della conoscenza come pura contemplazione, e assumendo come valido lo strumentalismo deweyano, il pensiero cessa di essere riducibile alla conoscenza teorica. Viene superata in tal modo la visione dell’uomo come mero sguardo contemplativo sul mondo, e si arriva finalmente a considerare l’essere umano in tutta la sua interezza, come individuo “in carne ed ossa”.

Ciò vuol dire che l’individuo è il risultato di determinate esperienze passate che lo hanno segnato irrevocabilmente, è immerso in un particolare contesto storico che lo tiene avvinto, è preso da situazioni problematiche che lo coinvolgono intellettualmente ed emotivamente. Insomma, si tratta di una persona unica ed irripetibile che vive un insieme di esperienze imprevedibili ed inimitabili.

E’ evidente, allora, che la teorizzazione della ricerca biografica deve necessariamente partire dal riconoscimento che l’oggetto di ogni ricostruzione biografica è il singolo, vale a dire un’individualità concreta e inoggettivabile. Da ciò discende anche un’importante conseguenza metodologica. Volgersi allo studio del singolo attraverso categorie universali, rigide e precostituite non può evitare di sfociare in una mistificazione che, in nome di una presunta superiorità del generale sul particolare, produce standardizzazioni prive di un reale riscontro nella realtà.

Strettamente connesse con il superamento della concezione dell’uomo come mero soggetto teoretico sono le caratteristiche fondamentali dell’esperienza indicate da Dewey, la continuità e la cumulatività. Esse hanno un’assoluta rilevanza per la legittimazione di una teoria della biografia.

Abbiamo visto che addirittura quella che appare come una sensazione puntuale in realtà è connessa con una totalità esperienziale, e che la continuità dell’esperienza si costituisce anche in virtù del fatto che l’esperienza presente richiama quella passata. L’esperienza dell’uomo, dunque, si fonda su un processo continuo, in cui la fase precedente è condizione di quella successiva, di modo che l’individuo, così come è attualmente, risulta essere niente altro che il frutto delle sue esperienze passate.

Secondo tale prospettiva, per comprendere un periodo di vita del singolo, è necessario volgersi al processo che a tale periodo ha condotto, ripercorrendo la via che ha portato l’individuo ad assumere quei tratti che ora lo definiscono. Proprio in base a tale conclusione si rende non solo possibile, ma anche in qualche modo necessario, un progetto di ricostruzione biografica che, per spiegare il singolo, ripercorra la sua evoluzione.

III. La definizione di vita come dialettica di azione e passione, secondo cui l’uomo subisce le condizioni che l’ambiente gli impone e, al tempo stesso, tenta di modificarle a suo vantaggio, rinforza e approfondisce l’innovativa concezione deweyana della vita.

Di contro alla filosofia tradizionale, in cui l’uomo era privato della sua esistenza reale e rinchiuso nella sfera asettica della teoresi, Dewey restituisce all’uomo la ricchezza e la complessità della sua vita quotidiana. Il singolo è tutto preso dalle “ordinarie faccende della vita”, ha continuamente innanzi a sé dei problemi che lo preoccupano, cerca di impiegare al meglio gli strumenti di cui dispone, tenta ininterrottamente di migliorare la sua situazione. Ciò vuol dire, sotto il profilo culturale, che l’individuo, ereditato un insieme di credenze dalla sua comunità, alcune le fa sue, altre le rigetta, altre ancora le riformula. Così, sotto l’aspetto sociale, questo significa che egli, inserito in precise strutture sociali, le interiorizza e le personalizza, rapportandovisi in modo del tutto originale.

Della dialettica di azione e passione la ricostruzione autobiografica deve saper dar conto, muovendosi circolarmente tra il momento della ricezione e quello della trasformazione.

IV. La radicale socialità dell’uomo, secondo cui egli è un prodotto della società[62], ha delle precise conseguenze sulla teoria della biografia.

Infatti, dalla caratteristica secondo cui l’individuo, in ogni forma della sua attività, agisce all’interno di un contesto storicamente determinato, deriva che le sue azioni sono interpretabili solo alla luce delle categorie storico-culturali che costituiscono il mondo cui appartiene. Il singolo, cioè, risulta comprensibile solo se viene collocato nel contesto storico, sociale e culturale in cui vive. Dunque, perché sia possibile una ricostruzione biografica, il compito costante di tale ricerca deve essere il continuo inserimento della vita del singolo nello sfondo generale in cui egli si è mosso.

D’altra parte è anche vero che l’individuo, formulando nuove idee e credenze, agisce attivamente alla costituzione del suo ambiente culturale[63]. In tal modo le categorie storico-culturali possono essere comprese solo in relazione all’azione dei singoli, in quanto queste ultime sono le uniche depositarie delle strutture culturali e sociali. La biografia, infatti, dovrebbe avere tra i suoi compiti essenziali quello di mettere in luce il particolare angolo visuale da cui l’individuo ha guardato al suo mondo, ha recepito le idee più diffuse, le ha rifiutate, le ha rinnovate.

Siamo di fronte, insomma, al tema dell’individuo che, nella sua singolarità, si fa specchio dell’universale. A tale proposito Dewey afferma che, seguendo per un solo giorno un individuo qualsiasi, si scoprirebbe che il suo comportamento è completamente penetrato dai condizionamenti d’origine[64]. Dunque, seguendo tale individuo si perverrebbe, al tempo stesso, al rinvenimento dei condizionamenti culturali che lo determinano.

In questo senso la storia di vita, lungi dall’essere confinata nella sfera del soggettivo, intesa qui come sfera dell’arbitrario, assume un pieno valore euristico, e questo poiché ogni atto sociale dell’individuo racchiude, al proprio interno, tutto il sistema sociale. Oltre che restituire l’individualità del singolo, perciò, le ricostruzioni biografiche rappresentano strumenti utilissimi ed insostituibili per la conoscenza dei vari mondi storici.

V. Secondo la teoria della biografia delineata, la ricostruzione biografica non può fare a meno di muoversi circolarmente tra il polo dell’individualità e quello della collettività. Ciò significa che essa non può mai allontanarsi dalla transazione, tranne che per «finalità circoscritte e secondarie».

Tale circolarità transazionale, come si è visto, si sviluppa nei seguenti momenti.

a. La biografia, nello studiare l’individuo, deve costantemente collocarlo nel contesto storico che fa da sfondo alla sua vita. Solo in tal modo può rendere comprensibili le azioni del singolo. D’altra parte, in questa operazione, la ricostruzione biografica chiarisce al tempo stesso quelle categorie socio-culturali universali che indagini meramente standardizzate considerano in modo astratto.

b. La biografia, come si è appena ricordato, si deve rapportare al singolo, a motivo della fondamentale determinazione sociale di quest’ultimo, utilizzando categorie socio-culturali universali. Nel far ciò, però, la ricostruzione biografica non deve mai dimenticare che il singolo è essenzialmente inoggettivabile, ossia non è riducibile a tali categorie. Essa, perciò, deve rendere conto dell’irripetibile individualità che caratterizza il soggetto intorno a cui scrive, portando in luce il modo inimitabile in cui questi sta al mondo.

Svolgiamo ora due precisazioni, desumibili anch’esse dalle riflessioni di Dewey riportate nel paragrafo precedente, la prima relativa all’autore della biografia, la seconda dedicata all’autobiografia.

1. Come si è visto, il concetto di transazione costituisce la condizione di possibilità della teoria deweyana della biografia. L’individuo non è più il soggetto precostituito della tradizione, ma prende forma solo in rapporto al suo ambiente, che a sua volta non è una dimensione data una volta per tutte, ma è piuttosto il risultato dell’azione individuale.

Concretamente, dunque, il lavoro di ricostruzione biografica deve incentrarsi sullo studio di tutto quel materiale difforme e eterogeneo che possa chiarire il rapporto tra l’individuo intorno a cui si scrive e l’ambiente in cui si è sviluppata la sua esistenza.

Emerge, a questo punto, una considerazione di ordine metodologico. Giacché l’individuo non può essere in nessun modo considerato come un’esistenza isolata e indipendente dall’ambiente che lo circonda, nella ricostruzione della storia di vita osservatore e osservato stanno tra loro in un rapporto transattivo. Colui che compone una biografia, pur votandosi completamente ai valori di oggettività ed onestà intellettuale, non potrà fare a meno di leggere la vita del soggetto intorno a cui scrive in base a dei fini precisi che si è posto e in relazione a degli interessi determinati che, più o meno consapevolmente, lo muovono. Così, del pari, la sua ricostruzione non potrà che essere il frutto della sua conoscenza, la quale, per natura, è necessariamente parziale e circoscritta. La sua ricerca sarà, quindi, condizionata da quei pregiudizi individuali e collettivi di cui nessuno può mai liberarsi. Da ciò discende che colui che scrive intorno ad un soggetto non può pretendere una impossibile oggettività come negazione della propria individualità, ma deve fondare la scientificità della sua indagine nello sforzo di rendere coscienti i presupposti che la informano.

Si può affermare infine che, proprio per le caratteristiche che contraddistinguono il suo autore, nessuna biografia, per quanto minuziosamente documentata e il più possibile attenta a tutte le sfaccettature, potrà mai dirsi definitivamente completa. Insomma, lo scrivere intorno allo stesso soggetto non avrà mai fine.

2. Finora, nel corso della nostra indagine, abbiamo mostrato come siano da interpretare alcuni dei passaggi più significativi dell’opera di Dewey ai fini della ricostruzione della sua teoria della biografia. Non si è però mai parlato del tema, molto vicino a quello della biografia, dell’autobiografia.

Questa che in apparenza può sembrare una mancanza in realtà è il risultato di una precisa scelta di fondo. Sebbene molti dei tratti che qualificano il problema di una teoria dell’autobiografia siano simili a quelli propri della teoria della biografia (cosicché molte delle considerazioni svolte valgono anche per il tema dell’autobiografia), si è preferito evitare parallelismi posticci per condurre un’unica discussione su questo tema.

Nello scritto autobiografico si verifica la coincidenza di autore ed eroe. Da questo discende l’inevitabile conseguenza che ciò che viene narrato a proposito dell’eroe non sono i fatti in sé, ma i fatti in quanto sono stati ricostruiti dall’autore. Tale rievocazione, infatti, pur non essendo affatto un processo arbitrario, non è certo un ricordo oggettivo.

Ogni rammemorazione, come ci insegna la psicoanalisi, segue le leggi della motivazione. Il richiamo al passato non è perciò un procedimento passivo, ma viene guidato da una precisa intenzione. Si ricorda ciò che si vuole ricordare. Reciprocamente, si imprime nella memoria ciò che si ha interesse ad imprimervi.

D’altra parte, se il ricordare eventi lontani crea i problemi che si sono indicati, lo spiegare fatti troppo vicini comporta forse difficoltà ancora maggiori. Lo stesso Dewey, come abbiamo già avuto modo di osservare, le menziona nello scritto autobiografico del 1930[65].

In tali difficoltà risiedono paradossalmente anche i pregi dell’autobiografia. Il ricordo condotto secondo le leggi della motivazione, infatti, restituisce l’opinione dell’autore su quelli che per lui sono stati gli eventi più significativi della sua vita. Così, l’autointerpretazione fornisce le categorie di pensiero dell’autore che maggiormente hanno influenzato il suo modo di porsi nei confronti del mondo. Entrambe le informazioni non sarebbero altrimenti recuperabili.

Concludiamo il nostro percorso argomentativo con le seguenti considerazioni sul concetto di transazione.

Dall’analisi intrapresa è emerso in modo abbastanza chiaro che il punto di vista transazionale, che considera il rapporto individuo-ambiente come un rapporto di reciproca e continua interazione e strutturazione, pur non essendo definito con questo termine prima del 1930, permea tutto il pensiero deweyano. Ne troviamo, infatti, i riferimenti più espliciti nel famoso saggio del 1896 The Reflex Arc Concept in Psychology[66].

La formulazione deweyana del concetto di transazione nel testo Conoscenza e transazione non rappresenta, dunque, né l’esposizione di una nuova posizione filosofica, né la presentazione di una metodologia originale. Il volume è piuttosto l’espressione di una precisa scelta terminologica, che risponde al tentativo di trovare un termine che sposti l’attenzione sull’intero sistema organismo-ambiente, anziché su uno dei suoi singoli elementi (così come faceva il termine “interazione”).

Con l’elaborazione della prospettiva transazionale e quindi con l’eliminazione della tradizionale contrapposizione soggetto-oggetto, Dewey si inserisce in quel filone della filosofia contemporanea che, a dispetto di un’apparente incommensurabilità, trova la sua ragion d’essere e il suo compito precipuo nel tentativo di realizzare una profonda riforma del pensiero tradizionale, in cui venga infine superata l’unilateralità propria di quegli opposti estremismi in cui la filosofia classica si è da sempre trovata imbrigliata. La sua riflessione, infatti, mira a costituirsi come “ricostruzione filosofica” che, facendo suoi i contributi dell’idealismo e del realismo, del razionalismo e dell’empirismo, li oltrepassi in una nuova cornice di senso.



* Pubblicato su «Scuola e città» del 31 luglio 2000. La prima parte dell’articolo è stata pubblicata, inoltre, nel volume a cura di Nicola Siciliani de Cumis Università, didattica, ricerca. Studi in onore di Maria Corda Costa, Sciascia editore, Roma-Caltanissetta, 2001.

[1] Aldo Visalberghi, Il filosofo dello spirito scientifico, in John Dewey, Logica, teoria dell’indagine (1949) [Logic, the Theory of Inquiry, 1938], traduz. di A. Visalberghi, Torino, Einaudi, 1974, p.XI.

[2] John Dewey, Dall’assolutismo allo sperimentalismo, in Filosofi americani contemporanei, [From Absolutism to Experimentalism, in Contemporary American Philosophy, 1930] a cura di J.H. Muirhead, Milano, Bompiani, 1939, p.128.

[3] Ivi, pp.116-133.

[4] Jane M. Dewey, Biography of John Dewey, in The philosophy of John Dewey, a cura di J. Ratner, New York, 1939, pp.3-45.

[5] Afferma al riguardo Visalberghi: «[...] già gli Outlines of Ethics del 1891, pubblicati in collaborazione con James H. Tufts, segnavano una radicale conversione verso quel naturalismo umanistico, accentuante il carattere strumentale e sociale del pensiero, che costituiva la base comune della cosiddetta nuova “scuola di Chicago” [...]». A. Visalberghi, Il filosofo dello spirito scientifico, cit., p.XI.

[6] John Dewey, Dall’assolutismo allo sperimentalismo, cit., pp.127-128.

[7] Jane M. Dewey, Biography of John Dewey, cit., p.3.

[8] Jo Ann Boydston (a cura di), The poems of John Dewey, Southern Illinois University Press, 1977.

[9] Per un esempio dei risultati scarsamente persuasivi e delle difficoltà che incontrerebbe un’operazione ermeneutica arrischiata si può consultare il volume di Antonello Armando, Filosofia e psicologia nel primo Dewey, Firenze, La Nuova Italia, 1984.

[10] Può essere utile precisare che la raccolta delle lettere deweyane è da poco uscita in America sotto forma di cd-rom. Per informazioni si può fare riferimento alla pagina relativa a The Center for Dewey Studies all’interno del sito Internet della Southern Illinois University www.siu.edu.

[11] John Dewey, Scuola e società (1949) [The School and Society, 1899], traduz. di E. Codignola e L. Borghi, prefaz. di E. Codignola, Firenze, La Nuova Italia, 1956.

[12] La prima, e per molti anni l’unica, biografia dettagliata su Dewey è stata quella curata da G. Dykhuizen, The Life and Mind of John Dewey (1973), introduz. by H. Taylor, Carbondale and Edwardsville, Southern Illinois University Press, 1974.

Negli ultimi anni sono state pubblicate ben tre biografie su Dewey. Ne riportiamo di seguito le indicazioni bibliografiche. 1. Steven C. Rockefeller, John Dewey: Religious Faith and Democratic Humanism, New York, Columbia University Press, 1991. 2. Robert B. Westbrook, John Dewey and American Democracy, Ithaca, Cornell University Press, 1991. 3. Alan Ryan, John Dewey and the High Tide of Liberalism, New York, W.W.Norton, 1995.

Per un’analisi chiara ed esauriente delle biografie citate cfr. Giuseppe Spadafora, Interpretazioni pedagogiche deweyane in America e in Italia, Università di Catania, 1997.

[13] S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, Utet, 1962. Cfr. in particolare le definizioni dei termini Autobiografia e Autobiografico in vol. I, A-BALB, p.853 e del termine Biografia in vol. II, BALC-CERR, pp.239-240 con attenzione anche alle relative sezioni storico-antologiche.

[14] G. Devoto, G. C. Oli, Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1993, p.163.

[15] Ivi, p.2117.

[16] J. Dewey, The Influence of Darwinism on Philosophy, in The Influence of Darwin on Philosophy, Indiana University Press, Bloomington, 1965.

[17] Cfr. ivi, pp.2-3.

[18] Ivi, p.6.

[19] Cfr. ivi, p.4.

[20] Ivi, p.8.

[21] Ivi, pp.14.

[22] Cfr. ivi, p.15.

[23] Cfr. ivi, p.15.

[24] Ivi, p.17.

[25] Ivi, pp.15-16.

[26] Ivi, p.17.

[27] Ivi, p.17

[28] Ivi, p.17.

[29] Per una trattazione del darwinismo di Dewey cfr. Aldo Visalberghi, Pedagogia e scienze dell’educazione (1978), Milano, Mondadori, 1990, pp.90-91 e Mario Alcaro, John Dewey. Scienza prassi democrazia, Bari, Laterza, 1997, pp.60-63.

[30] John Dewey, Come pensiamo (1961) [How we think, 1910], traduz. e introduz. di Antonio Guccione Monroy, Firenze, La Nuova Italia, 1994.

[31] Cfr. ivi, pp.166-167.

[32] Ivi, p.99.

[33] John Dewey, Esperienza e educazione (1949) [Experience and Education, 1938], traduz. e introduz. di E. Codignola, Firenze, La Nuova Italia, 1990, p.19.

[34] John Dewey, Come pensiamo, cit., pp.219-220.

[35] Cfr. ivi, p.83, p.289.

[36] Ivi, p.185.

[37] Cfr. le fasi del pensiero riflessivo in Come pensiamo, cit., pp.180-189, e anche in Logica, teoria dell’indagine, cit., pp.131-153.

[38] Aldo Visalberghi, Pedagogia e scienze dell’educazione, cit., p.91.

[39] John Dewey, Intelligenza creativa [The Need for a Recovery of Philosophy in AA.VV., Creative Intelligence. Essays in the Pragmatic Attitude, 1917], traduz., introduz. e note di L. Borghi, Firenze, La Nuova Italia, 1976.

[40] Ivi, p.37.

[41] Ivi, p.42.

[42] La progettualità dell’esperire umano rientra nella caratteristica più ampia secondo cui l’esperienza è cumulativa.

[43] Ivi, pp.44-45.

[44] John Dewey, Logica, teoria dell’indagine, cit., p.31.

[45] Ivi, p.59.

[46] Ivi, p.60.

[47] Ivi, pp.31-33. Per ciò che riguarda la tematizzazione del linguaggio e della sua importanza per il meccanismo della trasmissione della cultura cfr. pp.60-80.

[48] Arthur F. Bentley, John Dewey, Conoscenza e transazione [Knowing and the Known, 1949], traduz. di E. Mistretta, presentaz. di M. Dal Pra, Firenze, La Nuova Italia, 1974. Conoscenza e transazione è un’opera collaborativa, ma, per questioni di praticità, nel corso della presente analisi, faremo esplicito riferimento solo a Dewey.

[49] Per un’analisi esauriente del “criterio transazionale” cfr. Aldo Visalberghi, Esperienza e valutazione, Torino, Taylor, 1958.

[50] Arthur F. Bentley, John Dewey, Conoscenza e transazione, cit., p.124.

[51] Ivi, p.157. Per l’applicazione della prospettiva transazionale alla psicologia cfr. F.P. Kilpatrick (a cura di), La psicologia transazionale [Explorations in Transactional Psychology, 1961], traduz. di Dario Varin, Milano, Bompiani, 1967, con particolare attenzione all’appendice B nella quale viene riportata la bibliografia relativa alle “ricerche sul comportamento umano dal punto di vista transazionale”.

[52] Ivi, p.156-157.

[53] Ivi, p.157.

[54] Ivi, p.159.

[55] Ivi, p.160.

[56] Ivi, pp.167-168.

[57] Ivi, p.158.

[58] Ivi, pp.311-312.

[59] Ivi, p.312.

[60] Ibidem.

[61] Lo schema che qui riportiamo riproduce, nella struttura, quello che abbiamo utilizzato nel paragrafo II. Quindi, i punti I, II, III, IV e V corrispondono alle considerazioni sulla teoria della biografia relative rispettivamente a The Influence of Darwinism on Philosophy, a Come pensiamo, e così via.

[62] Cfr. Aldo Visalberghi, John Dewey, Firenze, La Nuova Italia, 1976, p.6.

[63] «L’individuo con le sue individuali particolarità, sia ereditarie che acquisite, partecipa attivamente alla formazione di idee e credenze» (John Dewey, Logica, teoria dell’indagine, cit., p.62).

[64] Cfr. John Dewey, Logica, teoria dell’indagine, cit., p.60.

[65] Cfr. John Dewey, Dall’assolutismo allo sperimentalismo, cit., p.127.

[66] John Dewey, The Reflex Arc Concept in Psychology, in «University of Chicago Contributions to Philosophy», I, n.1, 1896, pp.39-52.