INDIVIDUALISMO O SOCIALITA’?: IL PENSIERO POLITICO DEL NOVECENTO E LA <TERZA VIA>*

                                                                                                                       di Vincenzo GABRIELE

 

Il Novecento è stato un secolo che nel suo decorso storico ha conosciuto la nascita ed il dissolvimento di regimi totalitari di massa, ma per contro anche la nascita e lo sviluppo di sistemi democratico-rappresentativi. In questo senso esso ha rappresentato una tappa fondamentale nella evoluzione del pensiero politico in genere, che è giunta in più di qualche caso alla individuazione di soluzioni alternative, le quali pur rielaborando schemi istituzionali consolidati sembrano sempre di più affermarsi come proposte alternative al ‘dogmatismo ideologico’ da un lato e all’ ‘utopismo democratico’ dall’altro, al punto da configurare questo stesso secolo, che volge al termine, come il secolo della <Terza Via>. [1]

Il dibattito su questo tema sembra avere ritrovato nuovo vigore negli ultimi decenni di fine Novecento. La crisi dei sistemi del cosiddetto “socialismo reale” ha infatti modificato notevolmente i termini del confronto teorico ma non l’ha affatto indebolito. Da un lato si è infatti rafforzato l’ideale politico liberale che ha trovato nell’esito del confronto-scontro tra Est ed Ovest una conferma alla validità della propria visione, sviluppando ulteriormente le diverse opzioni contrattualistiche, utilitaristiche o della teoria dello <Stato limitato>; dall’altro le forze della Sinistra tradizionale ed ideologica hanno trovato lo stimolo per una revisione critica, in senso lato ed in senso stretto, del proprio credo; revisione che ha generato anche in questo caso una molteplicità di direzioni.[2]

In realtà i tumultuosi eventi seguiti alla caduta del muro di Berlino si sono intrecciati con gli inevitabili disorientamenti politici, sociali e culturali che stanno segnando il passaggio dal XX al XXI secolo. All’età della globalizzazione, del moltiplicarsi di flussi di merci, capitali e popolazioni si è aggiunta quella della circolazione sempre meno controllata di idee, lingue e culture fino a qualche tempo fa lontanissime tra loro; tutto ciò sta’ generando in più di qualche caso la crisi degli Stati nazionali tradizionalmente intesi, nonchè il venire allo scoperto di separatismi e conflitti inter-etnici che hanno messo in crisi sistemi consolidati da tempo e concretizzato il concetto di <Democrazia difficile> o di <Democrazia complessa>.[3] In questo siffatto contesto è stata un po’ tutta la filosofia politica ad essere messa in discussione: una discussione dalla quale è scaturita o sta scaturendo la rielaborazione e la creazione di concetti come <REGOLA>, <SOCIETA’ GIUSTA>, <COLLETTIVITA’>, <CONSENSO>, <DIALOGO>, <NORMA>. Ma è il contenuto delle stesse idee fondamentali di Democrazia, Uguaglianza o Libertà ad essere sottoposto ad una revisione di carattere dottrinario: in relazione, ad esempio, proprio al concetto di ‘norma’.

In questa direzione, nell’ottica dei cambiamenti profondi apportati nell’organizzazione politica degli Stati dall’infittirsi e dal complicarsi dei rapporti sociali, delle tecnologie comunicative e dei processi economici, è stata riesaminata la tradizione teorico-politica facente capo a Max Weber, Carl Schmitt e Hans Kelsen. In particolare di quest’ultimo si è ripreso il concetto secondo cui la validità del diritto riposa sulla sua norma e che il compito della scienza del diritto non è quello di darne una valutazione etica ma di fornirne una descrizione. In questo modo vengono respinte seccamente sia la teoria dello <Stato etico>, sia le teorie giusnaturalistiche, dando validità ad un sistema che sulla base di poche e generali regole fondamentali indichi come devono essere prodotte le norme all’interno del sistema stesso.[4] Dentro questa impostazione si è mossa anche la teoria <Funzionalista> rappresentata in particolare dal sociologo tedesco Niklas Luhmann, secondo il quale compito primo di uno Stato è quello di determinare le sue regole generali di funzionamento; ciò per cercare di arginare il fenomeno di una vanificazione della partecipazione democratica autentica dei cittadini alla vita politica che, soprattutto nei Paesi industriali avanzati, è resa difficile o addirittura impossibile dalla difficoltà di reperire e selezionare quella massa di informazioni che sono necessarie per operare delle scelte consapevoli. La teoria di Luhmann si presenta dunque anche come una analisi impietosa della ‘massificazione’ delle moderne società, in cui l’individuo viene sostituito da sistemi, che, attraverso una sua standardizzazione all’interno di compartimenti stagni di riferimento, favoriscono la globalizzazione e l’informazione omologata.[5]

Fin qui una descrizione sintetica del contesto in cui sembrano operare le nuove dottrine politiche a noi contemporanee; ma da un altro punto di vista il tramonto delle grandi ideologie ed il disorientamento ad esso seguito, ha generato all’interno delle società europee un fenomeno di carattere socio-politico che già Emile Durkheim aveva descritto e sintetizzato con il termine di <anomia> tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, intendendo indicare con esso quel processo di crisi e disintegrazione all’interno delle società industriali di norme e valori di riferimento che porta inevitabilmente ad un indebolimento della coesione sociale tra gli individui.

In questo senso la funzione da più parti analizzata e riconosciuta alla Liberal-Democrazia, al Marxismo e al Cattolicesimo, di grandi forze di aggregazione del Novecento, sembra avere rappresentato almeno per un buon tratto di strada una risposta concreta al tipo di problematiche evidenziate per primo da Durkheim. Tutte e tre le correnti hanno d’altro canto presentato se stesse come diretta antitesi e valida alternativa alle altre due, proponendosi, a volte involontariamente, come forme di Terza Via. Di questi tre filoni di pensiero è possibile rintracciare, dal nostro punto di vista, altrettanti rappresentanti, in particolare nelle figure del filosofo e pedagogista americano John Dewey, nella <Scuola di Francoforte> e nel filosofo cattolico Jacques Maritain,

Nel primo autore emerge una rielaborazione ed una messa in discussione dei concetti tradizionali di Democrazia e di partecipazione popolare; da questo punto di vista è forse stata trascurata dalla critica la matrice politica del pensiero deweyano, che è quella che genera e pervade la sua componente filosofico-pedagogica; la teoria politico-educativa di Dewey, ispirata alla liberal- democrazia, si pone come antidoto alle tendenze che da opposte direzioni tendono a penalizzare o la libertà dei singoli o il necessario apporto che lo Stato ha il dovere di dare agli individui ed ai gruppi più svantaggiati dalle dinamiche sociali. Da questo punto di vista il laicismo, come dottrina che rifiuta ogni visione dogmatica della realtà, è per Dewey la vera strada da percorrere in alternativa ai grandi sistemi del pensiero capitalista e socialista. La Democrazia, attraverso lo strumento dell’educazione rappresenta, per il filosofo americano, il vero sistema da realizzare in una società i cui componenti siano messi continuamente nelle condizioni di sviluppare, cambiare e riadattare le loro capacità personali e le loro aspirazioni.[6]

Su un altro versante il dibattito interno alla Sinistra negli ultimi anni del Novecento, sembra riproporre da diversi punti di vista le critiche ed i tentativi di rinnovamento ideologico del marxismo tradizionale che la <Scuola di Francoforte> cercò di realizzare, ad opera dei suoi maggiori esponenti (Adorno, Marcuse, Horkheimer), nella prima metà di questo secolo; un tentativo che andava anch’esso nella direzione di una proposta di <terza via> tra Totalitarismo e Capitalismo, attraverso una rivisitazione di concetti come quello di classe o egemonia, nonchè mediante la critica al centralismo partitico.

A questo tentativo potrebbe legarsi anche la discussione intorno al concetto di egemonia in Antonio Gramsci e quella sul <principio della speranza> e <spirito dell’utopia> proposti da Ernest Bloch. Entrambi questi autori, dai loro rispettivi punti di vista, tendono a proporre strade alternative rispetto all’irrigidimento del marxismo ortodosso e al pericolo di una involuzione verso la sclerotizzazione delle sue stesse posizioni; in pratica un po’ tutta la storia della Sinistra e del suo dibattito interno nel corso del ventesimo secolo è stata dominata da questo tipo di impostazione. Bloch in particolare insistendo su concetti come quelli sopra esposti tende ad incanalare la visione del mondo in una sorta di mediazione politica tra il desiderio umano che tende al cambiamento, al miglioramento, all’autorealizzazione, e la necessaria spinta razionalizzatrice che deve poi indirizzare l’azione umana su obiettivi concreti. Bloch tentò di stabilire un collegamento tra marxismo e cristianesimo, poichè in quest’ultimo riconosceva un significato utopico e lo vedeva come speranza di una redenzione che il marxismo avrebbe trasformato in una prospettiva rivoluzionaria.[7]

Una storia delle posizioni di <mediazione> che caratterizzano la teoria politica del Novecento non può certamente disconoscere in ultima analisi la sua componente cattolica come quella che è venuta a mutare la diarchia tra Liberalismo e Socialismo, che aveva caratterizzato tutta la fine dell’Ottocento, soprattutto in Italia. Anche il pensiero cattolico-modernista nei suoi massimi rappresentanti europei come Maritain ed Emanuel Mounier si presenta del resto come una forma di Terza Via. Entrambi i pensatori mirano infatti ad un superamento della divaricazione tra società civile, intesa in senso apolitico, e lo Stato inteso come mero apparato di potere, divaricazione che caratterizzerebbe la nostra contemporaneità. I concetti di <comunità di persone> ed <umanesimo integrale> espressi rispettivamente da Mounier e da Maritain sembrano collegarsi significativamente alle riflessioni di Bloch e alla sua ricerca di un incontro tra Cristianesimo e Comunismo che ha caratterizzato tanta parte dell’intellighentia dei due schieramenti per tutto questo secolo. Il continuo dualismo tra l’aspirazione all’ideale e alla trascendenza della persona e il necessario suo impegno nel mondo all’interno del quale essa non è spiritualità pura o isolata, deve, nell’ottica del Personalismo di Mounier, dare vita a quella forma di società collettivista o comunitaria che trova una definizione nei suoi concetti di <persona collettiva> o di <persona personale>.[8]

Nel dibattito attuale l’analisi teorico-politica sembra ruotare intorno alla formulazione del concetto di <società giusta> fatta dal teorico John Rawls, in una prospettiva che si colloca nell’ambito del contrattualismo moderno. Lo stesso Rawls tiene del resto a precisare di volere <<generalizzare e portare ad un più alto livello di astrazione la teoria tradizionale del Contratto sociale di Locke, Rosseau e Kant>>[9]. Il punto di maggiore interesse nel suo pensiero è forse rappresentato dalla ricerca, che egli compie, di una mediazione tra l’idea di individuo che è al centro delle teorie liberali e quelle di equità ed uguaglianza, tipiche delle teorie democratiche e socialiste. L’idea di società che Rawls propone è dunque il risultato di una Terza Via tra la preminenza che le società liberali accordano all’interesse della forza individuale, ed un certo solidarismo (anche a costo di limitazioni alla sfera dei diritti individuali) che sarebbe proprio delle società di tipo socialista.[10]

Rawls ammette che <<naturalmente nessuna società può essere uno schema a cui gli uomini partecipano volontariamente in senso letterale; ognuno nasce in una certa società ed in una particolare posizione e la natura di questa posizione influenza concretamente le sue aspettative di vita. Il suo accordo preliminare funziona solo nel presupposto che la società si avvicini il più possibile allo schema volontario>>.[11] Un tipo di impostazione simile è stata adottata in Italia da Norberto Bobbio il quale, nella sua decennale riflessione intorno ai temi della filosofia politica è venuto sempre più maturando una posizione di “socialismo liberale”, che si presenta come una alternativa ai tradizionali binomi cattolicesimo-comunismo o capitalismo-comunismo che hanno in qualche modo dominato da sempre il dibattito intorno alla Terza Via[12] .

Le nuove realtà della globalizzazione, delle trasformazioni socio-economiche e politiche, il rinnovato interesse, nel bene nel male, verso le teorie liberiste e neo-liberiste, ma anche la critica non più clandestina all’omologazione del pensiero unico stanno inevitabilmente alimentando e ampliando tale dibattito; in questo senso esso va via via trovando nuovi spunti nella interpretazione e nella organizzazione da dare alle nuove realtà sociali di questo terzo millennio.           



* Il presente contributo è già apparso sulla rivista telematica

[1] La bibliografia sull’argomento è per certi versi vasta e di difficile catalogazione, anche a causa della sua trasversalità; per questo, cercando di essere coerenti con le intenzioni del nostro lavoro, che non ha nessuna pretesa di essere esaustivo, ci limitiamo a segnalare alcune tra le pubblicazioni più recenti nelle quali è possibile rintracciare diversi spunti orientativi sul tema della <Terza Via>. Cfr. R. Pombeni, La politica nell’Europa del ‘900, Bari, Laterza, 1998; F. Papi, La filosofia del Novecento in sei libri, Ibis, 1999; M. Bovera (a cura di), Norberto Bobbio. Teoria generale della politica, Torino, Einaudi, 1999; A. Giddens, La Terza Via. Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia, Milano, Il Saggiatore, 1999; N. Colajanni, Dov’è la Sinistra? Critica della <Terza Via>, Bologna, Ponte delle Grazie, 2000; M. Panarera, Terza via.  Prassi di governo o teoria politica?, in <<Il Mulino>>, n. 3/2000, pp. 139-147; R. Esposito-C. Galli, (diretta da), Enciclopedia del pensiero politico, Bari, Laterza, 2000.

 

[2] Da tenere presente che l’espressione <Terza Via> ha avuto nel Novecento più di un significato e di una interpretazione e non è affatto un termine univoco; basti pensare alla lettura che a Sinistra ne dette Carlo Rosselli rispetto al marxismo e a quella , utilizzata a Destra, di Renzo De Felice sull’interpretazione del Fascismo come movimento storico-politico. Cfr. C. Rosselli, Socialismo liberale, Torino Einaudi, 1997 (la prima edizione è del 1930) e R. De Felice, Le interpretazioni del Fascismo, Bari, La terza, 1969. Cfr. A. Giddens, La Terza Via nasce dalla storia della Sinistra, in <<La Repubblica>>, 9 marzo 2000, p. 27.

 

[3] Sull’argomento si veda E. Greblo, Democrazia, Bologna, Il Mulino, 2000.

 

[4] Cfr. H. Kelsen, Dottrina pura del diritto (a cura di M.G. Losano), Torino, Einaudi, 1990 (la prima edizione è del 1934). In particoalre gli studi di Weber, Schmitt e Kelsen sono stati ripresi da N. Luhmann e J. Habermas.

 

[5] In questo senso non è mancato chi come J. Habermas, in accordo con lo stesso Luhmann, ha parlato di una identificazione piena, nella società di massa, tra i rapporti sociali (intesi come normali relazioni umane) ed i rapporti comunicativi (intesi come prodotto dell’informazione mediatica). Cfr. N. Luhmann – J. Habermas, Teoria della società o tecnologia sociale, Milano, F.lli Angelo, 1992 (la prima edizione è del 1972). Si veda anche N. Luhmann, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale, Bologna Il Mulino, 1990, (la prima edizione è del 1984). Ancora Habermas (muovendosi  sulla scia delle teorie della <Scuola di Francoforte da cui proveniva),  nella ricerca di una nuova strada nell’interazione tra il livello economico e quello politico-culturale della vita sociale, ha sottolineato in maniera più diretta il coinvolgimento degli individui nella crisi, derivante proprio dalla esasperazione del momento economico nei rapporti sociali. La soluzione che egli prospetta per questo tipo di problematica è ancora una volta la ricerca di una mediazione tra più e diversi punti di vista, che sfoci nell’accettazione di quello che consensualmente sia ritenuto in generale il più convincente. Cfr. J. Habermas, Il discorso filosofico della modernità, Bari, Laterza, 1997 (la prima edizione è del 1985).

 

[6] Cfr. J. Dewey, democrazia e educazione, Firenze, La Nuova Italia, 1965. E’ forse interessante notare che quest’opera, la più importante di Dewey sul tema, uscì per la prima volta negli Stati Uniti nel 1916, proprio mentre in Europa si andava sviluppando la cosiddetta teoria delle <elites> elaborata in particolare da G. Mosca e V. Pareto. Le teorie liberal-democratiche sono state in qualche caso oggetto di estremizzazione che hanno portato a formulazioni radicali circa i rapporti tra Stato ed individuo; è il caso ad esempio dei teorici del cosiddetto <Stato minimo> e del <libertarismo>, tra i quali possiamo ricordare P. R. Nozick e A. F. Von Hayek. Secondo tale visione in una società autenticamente libera non esiste una autorità legittimata a redistribuire la ricchezza sociale a favore dei più disagiati, privando altri cittadini di parte dei loro beni acquisiti attraverso il lavoro. Il concetto di ‘benessere collettivo’ è dunque un concetto astratto che rende ogni intervento dello Stato volto a redistribuire la ricchezza sociale, lesivo di diritti naturali degli individui. Cfr. In particolare P. R. Nozick, Anarchia, Stato e utopia, 1974 e F. A. Von Hayek, La via della servitù, 1944. Si veda anche G. Clerico – S. Rizzello (a cura di), Il pensiero di F. A. Von Hayek, Torino, U.T.E.T., 2000

[7] Cfr., E. Bloch, Il principio speranza, Milano, Garzanti, 1993 (la prima edizione è del 1944).  In polemica con Bloch, Hans Jonas notava che <<al principio speranza contrapponiamo il principio responsabilità e non il principio paura>>. Cfr. H. Joans, Il principio responsabilità: un’etica per la civiltà tecnologica (a cura di P.P. Portinaro), Torino, Einaudi, 1993.

 

[8] Si veda E. Mounier, Rivoluzione personalista e comunitaria, Roma, A.V.E., 1996, p.244.

 

[9] J. Rawls, Una teoria della giustizia, Milano, 1983

 

[10] Sulla posizione di Rawls si veda anche L. Gozzetti, I paradossi della società giusta. Marx ,Rawls e la nuda vita, in <<Aut,Aut>>, 4/2000, pp. 119 –128,  e  M. Panarera, Terza via. Prassi di governo o teoria politica ?, in <<Il Mulino>>, n.3/2000.

 

[11] U. Cerroni, Il pensiero politico del Novecento, Roma, Newton, 1995, p.79. Cfr. Anche la nota 7 di questo scritto.

 

[12]  A  proposito di Bobbio si  veda T. Greco, N. Bobbio. Un itinerario intellettuale tra filosofia e poltica, Donzelli, 2000