Il medico degli infermi, il professore degli infermieri

 

    Antonio Alberti, ad un anno dalla morte

 

 

 

 

 

     Sono almeno tre le ragioni che suggeriscono di additare la figura di Antonio Alberti all’attenzione dei lettori di La mediazione pedagogica  -   anche al di là del fatto, pur essenziale, che questa rivista intende proporsi, proprio, “come  uno spazio aperto al confronto interdisciplinare e transdisciplinare sui problemi dell’educazione, privilegiando gli aspetti, troppe volte trascurati […] dei processi formativi in tutte le loro varie forme e contesti […]: l’idea, appunto, della poliedricità dei “saperi” pedagogici e di una continua relazione tra ambiti disciplinari diversi sul comune terreno della formazione, in un tempo, come il nostro, così denso di “sfide” per la pedagogia, come sapere scientifico, e per tutti coloro che sono impegnati sul “campo”, nella scuola e nelle altre agenzie formative” (Furio Pesci, Coordinatore della rassegna).

     In primo luogo, infatti, c’è una ragione che si potrebbe definire “di contesto”. Nel senso  che basta sfogliare i giornali, per rendersi conto non tanto, come si dice, dell’”attualità” dell’impegno  in campo formativo-sanitario, ed infermieristico in specie, di Alberti, quanto piuttosto della sua effettiva, non esaurita  lungimiranza in fatto di politiche della salute…  E, tra i diversi testi della quotidianità che si potrebbero citare al riguardo, occorrerebbe incominciare dalle ricorrenti denuncie della sproporzione esistente, oggi in Italia (ma non solo in Italia), tra la qualità e la quantità della “domanda” e la quantità e la qualità dell’“offerta” del servizio medico e paramedico.

      Per esemplificare dalle cronache degli ultimi mesi: Emergenza in corsia. Gli infermieri in più non bastano… Nessuno vuole fare i corsi di infermiere.  A Milano disponibili 800 posti ma oggi alle prove di ammissione si presentano in 510… Riforma universitaria: il nuovo percorso formativo applicato pure agli ufficiali. Infermieri, via alla laurea. Dal 2001 tre anni di studio anche per le ostetriche. Per la Difesa ci si adegua così agli standard dei corsi europei definiti d’intesa tra atenei e accademie militari. L’esame finale permetterà agli studenti di ottenere subito l’abilitazione alla professione sanitaria… Infermieri, specie in via d’estinzione? Di sicuro è una professione in crisi. D’identità ancor prima che in numeri assoluti. Che però la dicono lunga: per far fronte alle richieste delle strutture sanitarie sono in arrivo 2.500 lavoratori della Spagna. Ma perché c’è tanta carenza? Iter formativo non sempre adeguato, mansioni gravose e generiche, per lo più sottopagate: anche se presenta buone opportunità d’occupazione, questo mestiere non attira più nessuno… ecc. ecc. (cfr. quindi, dell’anno passato, il Giornale del 12 settembre; Il Sole-24 Ore del 18 settembre; la Repubblica del 9 novembre; Il Salvagente del 2-9 novembre). Dall’altra parte, invece, i bisogni (non soltanto “fisici”, ma anche “mentali”, “culturali” e “morali”) della gente. Così, per esempio, nella rubrica “Specchio dei tempi”  di  La Stampa del 2 aprile 2000, la proposta della lettrice Irena Gasperetti: Pubblicare una recensione-critica sugli ospedali uguale a quella che si fa per i ristoranti. Nei seguenti termini:

 

     La Stampa è il giornale che entra tutte le mattine nelle nostre case per informarci di ciò che accade in Italia, nel mondo e nella nostra città. E’ molto ascoltata la voce dei lettori, questo è un grande merito del giornale. C’è una rubrica sui ristoranti e sugli alberghi  tenuta da Raspelli, è molto piacevole, competente, spregiudicata e senza peli sulla lingua. Interessa però da un punto di vista di curiosità perché pochi potranno frequentare quei luoghi. Proporrei di fare un’analoga rubrica sugli ospedali che descrivesse altrettanto minuziosamente le corsie e mettesse allo scoperto – come giusta osservazione di cronaca – il disastro in cui si vivono certe dolorose realtà. Darebbe una mano a proteggere la categoria più indifesa, più debole e più bisognosa di attenzioni, di rispetto, di professionalità, di igiene: gli ammalati […].

 

      Ebbene, sembra forse possibile sostenere  che  tutta quanta l’opera di Alberti  sia andata sempre, e vada, in questa direzione. Che cioè sia stata essa stessa, nelle sue peculiarità e nei suoi limiti, il tentativo di contribuire da par suo a “scrivere” quella pagina di medicina che in Italia, soprattutto al Sud, ancora manca; e dunque, di formulare quell’ipotesi di intervento oppositivo ed  al tempo stesso propositivo che, avendo cura delle supreme “ragioni degli ammalati”,  finisse direttamente o indirettamente con il riguardare non solo gli ambiti locali, nazionali ed europei, ma pure quelli più ampiamente planetari, umani, del complessivo argomento sanitario. Se è vero ciò che, sulla scorta di alcuni testi usciti su  The New Yorker, The Washington Post, The Nation, ecc., tra l’aprile 1998 e il febbraio 2000, vengono a scrivere Romeo Bossoli e Eva Benelli nella Prefazione al volume Medici impazienti. Cinque storie su medicina e morale [A cura di Elena Boille], Roma, Indice Internazionale, dicembre 2000, p. 8:

 

     […] medicina e salute. Due settori che oggi sono in testa  all’indice di gradimento dei lettori di tutti i grandi (e meno grandi) media del pianeta. Ma che sono anche, dopo le pensioni, il più grande fattore di spesa pubblica e privata nei paesi dell’area Ocse (Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico). 

     In questi cinquant’anni la salute si è imposta prima come un diritto universale e poi come grande occasione di consumo. Sono stati passaggi rapidi e sconvolgenti. Se vi andate a vedere (si trova anche in videocassetta) Pranzo reale, un film ambientato nella Gran Bretagna dell’austerity post bellica, potrete godervi la battuta di Denholm Elliott, medico preoccupato del fatto che, con i laburisti al governo, “toccherà curare anche i poveri”.

 

     Quanto ad Alberti, all’opposto, basta ricordare a questo proposito le cure da lui riservate all’aspetto meridionalistico del problema, cioè al povero suo mondo  (proprio in quanto parte dei  molti e diversi “Sud del mondo”): e, in tale ambito, l’attenzione prestata alle tematiche della “prevenzione e lotta contro l’AIDS”, della “prevenzione, cura e riabilitazione degli stati di tossicodipendenza”, della “cura dell’infanzia e degli anziani”, della “bioetica e dintorni”, della “legislazione in materia di prestazioni farmaceutiche” ecc.  Tutte questioni, secondo Alberti, di forte impatto formativo e ri-formativo: e sia sul terreno della divulgazione scientifica e delle politiche culturali, sia su quello della istruzione e della scuola, e dunque  -  come   si diceva più sopra  -  sul terreno della “mediazione” dell’ “educativo”. A partire per l’appunto dai  media  e  dal loro uso.  Scrivono  d’altra parte gli stessi Bossoli e Benelli (cfr. l’op. cit. p. 11), riformulando per altro concetti non estranei al programma educativo-rieducativo di Alberti:

 

     Il paziente di oggi e, ci possiamo immaginare, ancora di più quello di domani, è un paziente che sa. Ha ricevuto per canali diversi da quelli canonici del rapporto con il suo medico (televisioni. Giornali, internet), talmente tante informazioni che semmai il suo problema è quello di discriminarle. Di scegliere.

 

      In secondo luogo, e nella medesima ottica pedagogica di cui qui si vuol dire,  la ragione di un  ricordo di Alberti in questa sede risiede  nei  testi “tecnici” ed insieme “politici”, per usare la sua stessa (gramsciana) terminologia, che variamente ne documentano il pensiero e l’azione. E sarebbe sufficiente, a questo proposito, scorrere semplicemente l’indice degli interventi  parlamentari da lui firmati, per rendersene in qualche modo conto. Non c’era stato del resto in Italia, in Calabria, tra l’Otto e il Novecento, un medico sociale ed un politico-etico come Pasquale Rossi? E, dopo, alcuni decenni prima di Alberti, che dire del “precedente”  Umberto Zanotti  Bianco? Non è un caso, del resto, che  questi ultimi due abbiano svolto un certo ruolo “formativo” in rapporto alla Croce rossa italiana; e che entrambi, ferme restando le loro differenze “storiche”, e di indole e di cultura, abbiano rivolto la necessaria, conseguente attenzione  alla  “alfabetizzazione” della “professione infermiere”, all’”igiene sanitaria” sia “individuale” sia “sociale”, ai collegamenti tra il “medico” ed il “paramedico”, e tra il medico-paramedico e il “civico”, il “politico” ed (ancora) l’”etico”. E ciò,  per arrivare, sempre e comunque, al paziente, e a quello povero anzitutto.

        Da questo punto di vista, assai significativi ed importanti  (tali da dover essere sistematicamente reperiti e riletti, e datati ed interpretati) risultano gli interventi dell’Alberti senatore della Repubblica (IX e X Legislatura, e tanto in sede referente, quanto in sede deliberante), su diverse complesse questioni: così, tra l’’83 e l’’87, in fatto di  “Norme in materia di pubblicità sanitaria” ed a proposito dell’”Università” come motivo prioritario di “sviluppo della  regione Calabria” (non meno che le “attività economiche e sociali”); e quindi la serie degli specifici contributi parlamentari in tema di “Nuove norme per l’ammissione ai corsi di abilitazione alle funzioni direttive istituiti presso le scuole professionali per infermieri” e “Apporto dell’Università allo sviluppo delle scienze infermieristiche e alla formazione degli operatori infermieristici per le professioni sanitarie e per l’insegnamento”.

      Contributi offerti talvolta (e va sottolineato) nella sede delle Commissioni riunite 7^ (Istruzione pubblica) e 12^ (Igiene e sanità), e concernenti quindi  (per lo più nella Commissione 12^)  le “Norme per la formazione dei dirigenti delle unità sanitarie locali ed istruzione della scuola superiore di organizzazione sanitaria”, la “Nuova disciplina della prevenzione, riabilitazione e reinserimento sociale dei tossicodipendenti a norme per la repressione del traffico illecito di droga”, i “progetti per la crescita, la maturazione individuale e la socializzazione della persona di età minore”, la “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate” ecc.  Anche se è il “quadro di valore”, la filosofia e la pedagogia implicite che presiedono ai suddetti interventi, a meritare una rilettura critica ed autocritica, da parte di chi ancora tenta di risolvere gli stessi problemi,  già affrontati da Alberti. E così  per esempio, alla metà degli anni Settanta, discorrendo di Medicina e società,  in occasione del X  Congresso Nazionale (Catanzaro, 30 settembre – 3 ottobre 1976),  e facendo proprie le esigenze precipue della base degli utenti del servizio sanitario, quando  egli  precisa:

 

     Stiamo vivendo – noi tutti, medici, operatori sanitari, cittadini – la fase terminale di un periodo della storia della medicina moderna che in circa due secoli di evoluzione ha avuto periodi esaltanti e periodi di crisi, momenti di stasi apparente e momenti di progresso apparente […]. Intanto i medici tendono a diventare tecnici; senza acquisire la metodologia di base, che si acquista attraverso l’osservazione attenta del malato ed il rilievo accurato dei segni e lo studio della storia naturale delle malattie ed il loro substrato anatomico, diventano interpreti di macchine che non hanno costruito, di cui spesso conoscono appena il funzionamento, di strumenti cioè che non fanno parte della loro cultura; usano farmaci di cui conoscono sommariamente l’effetto terapeutico, ma non l’eventuale effetto nocivo; anche loro vittime del mito si accontentano del ruolo ambiguo di passivi intermediari fra macchina e malato, fra farmaco e malato.

     

       E pedagogicamente mediando, in termini assai suggestivi ed efficaci,  Alberti continua:

 

       Gli infermieri diventano paramedici; il loro ruolo si sposta quindi da assistenti dell’infermo ad assistenti del medico; l’assistenza cede il posto all’efficienza in una confusione di ruoli che incide prima che nella professione, addirittura nella formazione dell’infermiere.

       Nelle scuole  professionali gli insegnanti sono prevalentemente medici ospedalieri che creano infermieri più adatti alle loro necessità tecniche che ai bisogni dei malati; vengono impartite in modo preminente lezioni di medicina che in definitiva non servono ad introdurre gli allievi “nel pensiero medico” da cui sono necessariamente tenuti fuori, ma a trasmettere loro il linguaggio tecnico, il codice attraverso cui gli ordini verranno trasmessi ed eseguiti; mentre il loro ruolo nell’assistenza pretenderebbe una più adeguata preparazione nelle scienze umane e politiche più adatta alla vocazione della loro professione e più vicina alla loro cultura.

 

      E conclude, lucidamente:

 

      Così formati, lontani dal pensiero medico e dalle necessità reali dei malati, finiscono con l’occupare, ancorché il ruolo centrale che a loro competerebbe, un ruolo marginale: efficienti, silenziosi e docili robots al servizio di una struttura, quella ospedaliera già alienata dai suoi compiti ed alienante per chi – medici, infermieri, malati – è costretto  a viverci dentro.

 

     Che stia qui, pertanto, la radice stessa della crisi della  professione-infermiere e del conseguente rifiuto  “di competenza” e “di attività”, che arriva fino a noi e di cui le cronache odierne restituiscono mutatis mutandis le problematiche in atto?  E se,  ben al di là dello stesso contributo critico ed autocritico di massima (“tecnico + politico”) prefigurato da Alberti, spettasse proprio alla pedagogia di mediare sul terreno della  riflessione sul “ruolo”,  della formazione professionale, della produzione e dell’ampliamento delle competenze  infermieristiche specifiche?  Non conviene pertanto tentare di guardar dentro allo “stato dell’arte” (relativamente alla formazione dell’infermiere), anche dal punto di osservazione dell’”Enciclopedia pedagogica” e delle sue attinenze (altrettanto “tecniche”, altrettanto “politiche”)?

     Di qui allora la terza ragione, forse,  dell’ipotizzato, proficuo soffermarsi sulla figura e sull’opera di Alberti, anche nella chiave formativa (educativa, scolastica, didattica ecc.) di cui si diceva più sopra. Basterebbe mettere in relazione alcuni dei testi parlamentari del Senatore calabrese, alcune delle sue riflessioni accademiche e, ancora di più, la effettualità esistenziale del suo essere stato per molti decenni medico in un certo modo,  con le più recenti espressioni di esigenze civili in fatto di professionalità infermieristiche, per ritrovare tutta la ricchezza operativa  e la forza deontologica del lascito politico-scientifico di Alberti (cfr. quindi id., Importanza delle professioni paramediche per la qualificazione dell’ospedale, in estratto, Catanzaro, La Tipomeccanica, s. d.; e  A. Alberti, F. Cavazzuti, F. Ongaro Basaglia, La riforma degli ospedaliera, in La Cellula Ospedaliera. Clinica, Anno XII, 1986, n. 2,  pp. 3-7).

      Tanto per fare un solo esempio, sono infatti concetti  tipici dell’Alberti di trenta-venti anni fa questi,  che possono ricavarsi dal testo odierno concernente  il Patto con il cittadino malato, approvato il 12  maggio 1999 dall’organizzazione rappresentativa degli infermieri professionali (e messo a stampa, da ultimo, dal  su citato numero di Il Salvagente):

 

        Io infermiere mi impegno nei tuoi confronti a:

-         presentarmi  al nostro primo incontro, spiegarti chi sono e cosa posso fare per te;

-         sapere chi sei, riconoscerti, chiamarti per nome e cognome;

-         farmi riconoscere  attraverso la divisa e il cartellino di riconoscimento;

-         darti risposte chiare e comprensibili o indirizzarti alle persone e agli organi competenti;

-         fornirti informazioni  utili a rendere più agevole il tuo contatto con l’insieme dei servizi sanitari;

-         garantirti le migliori condizioni igieniche e ambientali;

-         favorirti nel mantenere le tue relazioni sociali e familiari;

-         rispettare  il tuo tempo e le tue abitudini;

-         aiutarti  ad affrontare in modo equilibrato e dignitoso la tua giornata supportandoti nei gesti quotidiani di mangiare, lavarsi, muoversi, dormire, quando non sei in grado di farlo da solo;

-         individuare i tuoi bisogni di assistenza, condividerli con te, proporti le possibili soluzioni, operare insieme per risolvere i problemi;

-         insegnarti quali sono i comportamenti più adeguati per ottimizzare il tuo stato di salute nel rispetto delle tue scelte e stile di vita;

-         garantirti  competenza, abilità e umanità nello svolgimento delle tue prestazioni assistenziali;

-         rispettare la tua dignità, le tue insicurezze e garantirti la riservatessa;

-         ascoltarti  con attenzione e disponibilità quando hai bisogno;

-         starti vicino quando soffri, quando hai paura, quando la medicina e la tecnica non bastano;

-         promuovere e partecipare a iniziative atte a migliorare le risposte assistenziali infermieristiche all’interno dell’organizzazione;

-         segnalare  agli organi e figure competenti le situazioni che ti possono causare danni e disagi.

 

       Varrebbe certo la pena,  anche alla luce del suo “buon senso” e del nostro ipotetico “senso comune”, di  rivisitare  un po’ tutta quanta l’opera di questo medico, scienziato, politico; e di rifarne la storia, tra biografia e formazione,  educazione ed autoeducazione, pedagogia ed antipedagogia (da non dimenticare, in tale ottica, i limiti del “tecnico” che, ad un certo punto,  ricorre alla “politica”, per colmare in qualche modo le sproporzioni di cui quotidianamente è testimone: e non sono da tralasciare le difficoltà e le sconfitte che, proprio in quanto politico, hanno segnato l’attività, l’impegno e la lotta dell’Alberti “combattente di trincea”, nella sua Calabria e fuori). E servirà probabilmente, per intenderne meglio il messaggio tra formazione e fortuna,  riprendere in mano alcuni dei nostri e dei suoi  “classici” di riferimento (un certo Gramsci anzitutto, ma pure, come sembra, un certo Dewey, e, forse, un po’ della Montessori, medico e pedagogista).

       E, in questa ricognizione, risulterà utile rammentare i tentativi che in campo pedagogico si sono spesso prodotti nella medesima direzione indicata da Alberti in campo medico. Si pensi in particolare al contributo di Aldo Visalberghi, Maria Corda Costa e della Scuola romana (cfr., negli anni, alcuni significativi interventi sulla rivista Professioni infermieristiche, ed il più recente Apprendere ad insegnare per insegnare ad apprendere, a cura di P. Lucisano e E. Lastrucci, Roma, Borla, 1991: con i contributi, tra l’altro, di A. Visalberghi, su “Apprendimento e insegnamento nelle professioni sanitarie”, pp. 15-17; di E. Bologna, “Aspetti etici e metodologici della pedagogia medica”, pp. 211-34, con Bibliografia; e di A. Vassallo, “Aspetti etici e metodologici della formazione infermieristica”, pp. 235-41). Ma in un’ottica più larga  (per quanto limitatamente all’Italia), in questa stessa ricerca, bisognerà  anche considerare (almeno) gli apporti  “milanesi” di  Riccardo Massa e Duccio Demetrio,  quelli “bolognesi” di Angelo M. Franza, e quelli “cagliaritani” di Rita Fadda… 

      Tutto un lavoro, d’altro canto, di tipo storico-culturale ed etico-politico-educativo, da costruire nelle sue relazioni e sviluppi. E da impiantare cronologicamente e portare avanti criticamente, nelle sue caratteristiche differenziali: e nel corso del quale, nella prospettiva della sua riuscita,  sarà davvero consigliabile tenere nel debito conto, ed a ragion veduta privilegiare, il portato  originale e durevole dell’esperienza intelligente ed appassionata di Antonio Alberti. La sua specifica tendenza alla sperimentazione  Di cui varrebbe senza dubbio la pena di  accertare la qualità. E magari, tra “qualità” e “quantità”, l’eventuale rilievo  formativo e pedagogico,  anche in senso  “sperimentale”. Per una ipotizzabile modificazione migliorativa “mirata”, organizzata, dell’esistente sanitario. In Calabria e fuori.        

                 

                                                                                                Nicola Siciliani de Cumis

 

 

 

         Allegati

 

 

 

         Si ritiene  opportuno selezionare qui appresso  i principali dati biografici, professionali, scientifici ed elettorali di Antonio Alberti; ed offrire al lettore  una scheda di Antonio Samà, nella chiave formativa che in questa sede interessa. Samà, che ha avuto modo di conoscere e di collaborare variamente con il Senatore, e che anche in forza di una non breve esperienza di ricercatore e di operatore nel campo della formazione professionale in Italia ed all’estero, sta mettendo ordine negli scritti e negli interventi parlamentari di Alberti, in vista di studi ulteriori e di bilanci critici (da ricordare intanto dello scorso anno, su Alberti in morte,  le testimonianze rese pubblicamente da Ninì Dardano, Lino Puzzonia, Giovanni Talarico; e la impressionante partecipazione della Città di Catanzaro al cordoglio per la scomparsa dell’uomo).

 

Dati  biografici

 

 

           Antonio Alberti è nato a Catanzaro il 18 settembre 1929, dove, nel 1947, ha conseguito la maturità presso il Liceo Classico “P. Galluppi”.

           Si è quindi laureato, nel 1953, in Medicina e Chirurgia nell’Università di Padova, specializzandosi poi in Ematologia presso l’Università di Roma.

           Ha sempre prestato la sua opera nell’ospedale “A. Pugliese” di Catanzaro, inizialmente come assistente volontario, poi regolarmente assunto in qualità di assistente, di aiuto e di primario. Dal 1970, quindi, ha diretto il reparto di Ematologia della medesima struttura ospedaliera.

           E’ autore di numerose pubblicazioni nel campo delle anemie ereditarie, delle empatie e di studi sull’organizzazione sanitaria; ed ha collaborato, tra l’altro, alla rivista Professioni Infermieristiche.

           Ha insegnato per molti anni nella scuola per infermieri professionali, per la cui istituzione si è molto adoperato, e per il cui funzionamento si è dedicato per anni con  passione.

           Risultato eletto nel Collegio di Catanzaro (Calabria) il 26 giugno 1983 (e proclamato il 5 luglio successivo), è stato quindi membro del Gruppo della Sinistra Indipendente dal 19 luglio 1983 al 1° luglio 1987. Incarichi ed uffici ricoperti: 1) nella Commissione Permanente Lavoro e Previdenza sociale (dal 9 agosto 1983 al 21 gennaio 1986);  2) nella Commissione parlamentare per le questioni regionali (dal 26 ottobre 1983 al 1° luglio 1987); 3) nella Commissione Permanente Igiene e Sanità (dal 21 gennaio 1986 al 1° luglio 1987). Ha cessato di far parte del Senato il 1° luglio 1987.

          Si è spento a Firenze il 28 gennaio 2000.

 

 

 

 

                  Visitava gratis, il dottore dell’ascolto, della tolleranza,

              della responsabilità

 

      Il Senatore Alberti  nella sua attività parlamentare non si è occupato direttamente di temi formativi e pedagogici. Questo però non significa che una preoccupazione, un afflato ed un impegno pedagogico non sia rintracciabile nella sue pratica professionale e politica, tutt’altro.

      Per poterne parlare è necessario mettere al centro il tema del diritto alla salute. Non solo in quanto diritto costituzionale, ma piuttosto come principio etico e politico che deve guidare contemporaneamente l’attività dei policy makers e le pratiche professionali dei professionisti e dei tecnici. Questo è un diritto che il soggetto pubblico (Comune, Regione, Stato) deve garantire e promuovere. Su questo terreno si misurano le ineguaglianze sociali e la maturità di una società.

      Alberti era un convinto ed acuto sostenitore dei principi che stanno dietro alla riforma sanitaria del 1978 (L. 833). Tra quei principi è utile ricordare come il diritto alla salute è uno dei requisiti fondamentali per una piena cittadinanza civile e sociale, in cui i cittadini sono chiamati ad assumere un ruolo attivo. Appunto cittadini della sanità, e non solo pazienti.

     Da intellettuale organico (tecnico+politico) con una pluridecennale esperienza professionale ed organizzativa della sanità calabrese e meridionale, era consapevole che un sistema regionale di erogazione frantumato, incompleto e con inadeguate risorse professionali costituiva un limite esiziale alla completa espressione del diritto costituzionale e agli scopi della riforma sanitaria.

     La riforma non solo doveva essere fatta, ma doveva essere spiegata e divulgata, e tutti (amministratori, politici, professionisti, e cittadini) andavano incoraggiati ad assumere un ruolo attivo.

     Una esplicita esperienza dove professionalità ed educazione alla salute si incontrano fu fatta, insieme ad altri professionisti sanitari ed ad un gruppo di giovani del quartiere di Gagliano, a metà degli anni ’70. In tempi in cui la riforma doveva ancora divenire legge, questo gruppo costituì un ambulatorio volontario (a quel tempo si parlava di militanza) in uno dei quartieri di Catanzaro allora tra i più poveri. In quell’ambulatorio, medici ospedalieri non solo fornivano prestazioni gratuite, ma venivano organizzati anche corsi e seminari di educazione alla salute. Questa contemporanea presenza di attività organizzative e professionali accompagnate da attività di promozione ed educazione sanitaria sono riconoscibili in tutta l’attività del Senatore.

    Il suo impegno per la realizzazione della riforma sanitaria in Calabria e a Catanzaro non si limitò alle scelte professionali (per esempio la scelta del tempo pieno ospedaliero come riconoscimento che il diritto alla salute si fa in strutture pubbliche o non si ha, quando era più remunerativo per i medici mantenere studi privati), ma divenne impegno pubblico con la sua elezione al consiglio comunale. In quella veste il Senatore fu un indefaticabile promotore della costruzione di  un sistema sanitario regionale sia come attiva voce tra gli amministratori, quando si dovevano costituire le prime USL, che come protagonista di campagne di sensibilizzazione e di educazione dell’opinione pubblica.

    Il suo impegno per un sistema pubblico dei servizi socio-sanitari continuò nella sua attività parlamentare (solo per citarne alcuni, il suo centrale contributo alla discussione sulla riforma della riforma sanitaria, il piano sangue nazionale, l’organizzazione dei servizi di salute mentale, i temi di bioetica connessi ai trapianti di organi, le prime discussioni su come affrontare l’emergenza AIDS etc.), e nella sua attività politica regionale (la programmazione socio-sanitaria regionale, la nascita dei dipartimenti di salute mentale in Calabria, la dipartimentalizzazione degli ospedali, etc.).

    Nel suo interesse per un’efficace ed efficiente programmazione regionale dei servizi sociosanitari, la qualità e quantità dei professionisti impegnati aveva un ruolo centrale. Dallo studio della programmazione regionale, e dall’analisi delle sue difficoltà, emergeva  -  tra l’altro  -  come l’assenza di tecnici qualificati (p. es. i terapisti della riabilitazione) impediva in Calabria la nascita di tutta una serie di servizi territoriali. Se le piante  organiche non venivano riempite, i servizi non potevano essere creati, e per riempire le piante organiche gli operatori dovevano essere formati.

    Il suo interesse ed impegno a favore della formazione dei professionisti non è riscontrabile solo nella sua partecipazione, come docente, alla scuola per infermieri professionali dell’Ospedale Pugliese di Catanzaro. Di significativo rilievo è stato il suo contributo al dibattito per la nascita della Facoltà di Medicina di Catanzaro. La sua era una delle voci più attente e preoccupate a fare dell’Università un centro di formazione rispondente ai bisogni del sistema sanitario calabrese e catanzarese. La riproduzione in piccolo di esperienze fatte altrove non aveva senso. Una facoltà di medicina doveva poter offrire opportunità di ricerca e formazione consone ai bisogni locali. E’ un attore del sistema sanitario regionale, e come tale fin dalla sua nascita doveva includere una prospettiva fortemente orientata alla dimensione regionale. Senza però cadere nel provincialismo.

    Frutto di questa preoccupazione è ancora un’altra iniziativa che ha visto il Senatore tra i protagonisti ed i promotori. Si tratta di un centro per la ricerca e la formazione avanzata per la lotta alle microcitemie (da far nascere a Roccelletta di Catanzaro presso la Fondazione Barberio).

     Da questa breve nota si può desumere come, nell’opinione dello scrivente, le attività pedagogiche ed educative del Senatore Alberti non possono essere disgiunte dalle sue attività di professionista, di organizzatore ed amministratore, e di politico, ma anzi vadano rintracciate  -  come in una filigrana  -  in quest’ultime.

     Esiste un’area, molto più personale, in cui i principi pedagogici che ispiravano il Senatore sono evidenti. Questa appartiene a quei  collaboratori  che hanno avuto la fortuna di averlo come maestro, supervisore, consigliere e mentore. E sono i principi dell’ascolto, della tolleranza, della curiosità, dell’incoraggiamento ad osare con l’intelligenza, della professionalità, della competenza e della responsabilità. Nella relazione con chi lavorava con lui, il Senatore Alberti mostrava tutta la sua abilità di pedagogo ed educatore.

 

 

                                                                                                                              Antonio Samà

  

 

           Segue un testo di Alberti che, pur nella sua occasionalità e brevità, sembra tuttavia idoneo a restituirne le idee a vario titolo formative (quanto alle professionalità  del medico e dell’infermiere) ed i propositi di riforma  anche “pedagogica” del “sistema” (quanto al nesso sanità/società civile/iniziativa politica).

 

 

Antonio Alberti, Medicina e società

Relazione al X Congresso Nazionale (Catanzaro, 30 settembre- 3 ottobre 1976). Da Professioni Infermieristiche, Anno 30, N. 1, Gennaio-Marzo 1977, pp. 45-49.

 

Discorso di un lavoratore ad un medico

 

Noi lo sappiamo che cos'è che ci ammala!

Quando siamo malati, sentiamo dire

che chi ci guarirà sei tu.

Per dieci anni, sembra, in belle scuole

costruite a spese del popolo hai imparato

a guarire e per la tua scienza

hai speso un patrimonio.

Dunque devi saper guarire.

Sai guarire?

Quando veniamo da te

ci strappiamo di dosso i nostri cenci

e tu ascolti qua e là sul nostro corpo nudo.

Sulla causa della nostra malattia

 un solo sguardo ai nostri cenci ti

direbbe di più. Una stessa causa fa a pezzi

i nostri corpi e i nostri abiti.

Le fitte nelle nostre spalle

vengono, dici, dall'umidità, da cui

viene anche la macchia che abbiamo alla parete.

 

Dicci allora:

da che viene l'umidità?

Troppo lavoro e troppo poco da mangiare ci fa deboli e magri.

La tua ricetta dichiara:

dovete crescere di peso.

Allora puoi anche dire alla nave

che non deve bagnarsi.

Quanto tempo avrai per noi?

Vediamo: un tappeto in casa tua

costa quanto fare

cinquemila visite.

Probabilmente dici

di essere innocente. La macchia d'umido

sulla parete delle nostre case

non dice nulla di diverso.

 

                                   Bertolt Brecht, dalle poesie di  Svendborg.

 

 

       Affrontare un argomento così vasto e così stimolante - i rapporti fra Medicina e Società - alla fine degli anni '70, il decennio in cui si stanno avverando profonde trasformazioni sociali, nel tempo concesso ad una relazione congressuale, è sicuramente compito irto di difficoltà e rischia di essere fatica velleitaria.

       Intanto il titolo stesso del tema - Medicina e Società - è perlomeno ambiguo e potrebbe far supporre che la Medicina abbia nell'ambito della Società un suo spazio autonomo e privilegiato, che la Medicina sia cioè un insieme di conoscenze scientifiche e tecnologiche che ha possibilità di crescere e di svilupparsi dipendentemente dalla evoluzione della società stessa; il che in parte è vero e rappresenta per ciò stesso il motivo della crisi della medicina di oggi; ma è vero nella stessa misura in cui scienza e tecnologia ma soprattutto tecnologia, in tutti gli altri campi delle attività umane, sembrano oggi sopravanzare la cultura e la comprensione dell'uomo medio.

       Tempi di crisi e quindi tempi di riflessione; e la riflessione se vuole essere utile e creare nuove prospettive, non può prescindere da una analisi attenta ed obbiettiva, la più obbiettiva possibile tenendo conto che, malgrado i buoni propositi di neutralità, chi si accinge all'analisi finisce sempre col mettersi dal punto di vista che gli è più congeniale.

       Tenterò quindi l'analisi storica, poiché a me sembra che la crisi attuale della medicina, prima che di strutture, come ci viene spesso proposta, è crisi storica.

       Stiamo vivendo - noi tutti, medici, operatori sanitari, cittadini - la fase terminale di un periodo della storia della medicina moderna che in circa due secoli di evoluzione ha avuto periodi esaltanti e periodi di crisi, momenti di stasi apparente e momenti di progresso apparente.

      Il pensiero medico che informerà e determinerà il modo di fare medicina fino ai nostri giorni, nasce all'inizio dell'800 - mutuando dall'Illuminismo metodi di conoscenza e lo stesso linguaggio - proponendo al centro dell'osservazione l'uomo malato, in cui sono rinchiusi e nascosti organi ma- lati, rinunciando definitivamente a classificare malattie, come in botanica per le piante, come aveva operato la medicina della specie del secolo precedente.

 

      Comincia così l'era della clinica e lo studio della patologia interna che trova naturale supporto nello studio dell'anatomia patologica degli organi e successivamente dei tessuti. la diagnosi clinica si concretizza nella descrizione anatomica.

      La nascita della microbiologia con Pasteur e Koch nella seconda metà del secolo apre la strada allo studio etiologico dei morbi, ma bisognerà aspettare il nuovo secolo, il ventesimo, e le felici intuizioni di Paul Erlich per poter parlare di terapia.

      Nel 1910, partendo dallo studio delle sostanze coloranti che tanto erano servite in microbiologia, Erlich introduce nella terapia della sifilide il composto 606 - il Salvarsan - ed apre il grande capitolo della chemioterapia; seguiranno nel 1935 i sulfamidici di Domag e nel 1943 il primo antibiotico: la penicillina.

      In pochi anni le malattie ad etiologia batterica, e quindi la gran parte delle malattie infettive, vengono debellate; molte altre, comprese numerose malattie virali, la poliomielite, l'influenza ecc., possono essere prevenute dall'uso di vaccini di preparazione ben più complessa di quello preparato da Eduard Jenner per il vaiolo nel già lontano 1796.

      E’ il trionfo della terapia - In cinquanta anni, malattie che per millenni erano state il flagello dei popoli, avevano travolto civiltà e distrutto intere fiorenti comunità, vengono debellate: la vita media raddoppia. Ormai è convinzione di tutti che non esiste malattia che non possa essere controllata dalla terapia.

     Il farmaco finisce col diventare la nuova proposta della medicina; si pone fra medico e malato nel delicato momento dell'osservazione medica che diviene quindi superficiale; si sovrappone alla diagnosi anzi spesso diventa autonomo dalla sua formulazione e quindi infine, si libera anche dalla prescrizione medica, reclamizzato attraverso la stampa, la radio, la televisione; una invasiva e persuasiva pubblicistica, non certo disinteressata, promette informazione medica rapida ed essenziale all'insegna del “curatevi da soli” - perché intanto è nata e si è sviluppata l'industria del farmaco.

     Nata nei laboratori di ricerca con ritmi produttivi di tipo artigianale, si è industrializzata, ingigantita ed ipertrofizzata secondo le leggi della produzione e del consumo che sono alla base della economia governata dal capitale.

     In fatto di farmaci, purtroppo, i consumatori non mancano, ma i veri consumatori, i malati, non bastano alla speculazione commerciale: occorre crearne degli altri, possibilmente promuovere tutti da potenziali ad effettivi consumatori e coprire tutte le funzioni umane anche a costo di distorcere le leggi della fisiologia stessa in ogni ora del giorno e della notte: vengono proposti farmaci per il controllo del sonno, della veglia, dell'attenzione, dell'appetito, dell'attività sessuale, dell'alvo, della minzione, dell'intelligenza, della digestione; i dietetici, “dalla culla alla tomba”, e perfino i cosmetici entrano a pieno diritto nella farmacologia con tanto di illustrazioni animate pseudo-scientifiche  televisive per gli affetti da calvizie precoce o anche solo per probabili calvi, per ragazzine affette dalla untuosità o dalla secchezza della pelle.

     Oggi l'industria farmaceutica è entrata in crisi: il fatto è che sono cominciate le malattie iatrogene; i consumatori si sono allarmati e giustamente diffidano; il consumo di farmaci dei veri malati non basta più a tenere in piedi strutture produttive mastodontiche nate nel periodo della grande illusione.

     Per la verità la crisi era già nell'aria.

     L'allungamento della vita media ha infatti aumentato la probabilità dell'insorgenza delle malattie da usura e le malattie neoplastiche, la sovrapopolazione, l'industrializzazione e la conseguente concentrazione urbana, le malattie derivanti dall'ambiente.

     Nel confronto con questa patologia della civiltà - mi si perdoni la sommarietà con cui parlo di tali argomenti che meriterebbero un più approfondito discorso perché riguardano la nostra stessa esistenza – il mito del farmaco aveva cominciato ad offuscarsi.

     Non bisogna dimenticare infatti che la più grossa prospettiva alla terapia era venuta dalla chemioterapia di Erlich, rivolta a curare le malattie infettive. In sostanza si erano inventati gli strumenti terapeuti adatti a colpire microrganismi che avevano caratteristiche metaboliche diverse dalle cellule umane e quindi selezionabili dall'azione del farmaco.

     Le difficoltà insorsero a proposito della terapia dei tumori, allorquando, utilizzando le stesse ipotesi di lavoro, si tentò di aggredire cellule umane neoplastiche e quindi in un certo senso diverse, nello stesso organismo in cui avevano preso origine.

     Per quanto poi riguarda le malattie d’usura, queste derivano da errori metabolici complessi ed ancora non chiariti; presuppongono la conoscenza della fisiopatologia  di organi, ancora ben lontana dall'esser acquisita; interventi sull'inquinamento dell'ambiente e sui ritmi di lavoro che richiedono scelte coraggiose politiche ed economiche non certo influenzabili dalla terapia medica. Tali malattie, le neoplastiche e quelle da usura, presuppongono quindi programmi di ricerca altamente qualificata: il cui costo, notevolmente elevato, non è con patibile con gli alti profitti nella cui ottica l'industria farmaceutica -     quella speculativa - si era sviluppata.

    La terapia farmacologica comincia dunque a segnare il passo, ma  non per questo si arresta il cammino della medicina terapeutica, che ha da proporre un altro mito: la tecnologia.

    La medicina clinica dell'800 aveva esaltato e privilegiato il metodo della osservazione, ben conosciuta fin dai tempi di Ippocrate ma interessata alla ricerca dei segni obbiettivi, ne aveva ritualizzato i metodi in regole precise: l'ispezione, l'auscultazione, la palpazione, la percussione si avvolgono de senso della vista, del tatto, dell'udito particolarmente affinati dall'esperienza nel medico esperto in semeiotica.

    I primi apparecchi entrano nella pratica medica per rendere i segni più trasparenti più percettibili dai sensi del medico: microscopi, fonendoscopi, apparecchiatura radiologiche servono ad accrescere in numero ed a migliorare la qualità dei segni obbiettivi a disposizione della diagnosi; poi, pur permanendo nel campo della diagnostica, diventano più complessi, più sofisticati, meno comprensibili della cultura media e quindi mitici e quindi mistificatori: elettrocardiografi, elettroencefalografi, spettrofotometri, analizzatori automatici.

    Anche la tecnologia della diagnosi si industrializza e promette diagnosi “rapide e sicure” e di fatto offre semplici etichette diagnostiche per giustificare una prescrizione; il momento è quindi maturo per il suo ingresso a pieno diritto nel campo della terapia.

    Propone prima modeste protesi, poi, più coraggiosamente, organi artificiali e strumenti sempre più complessi, e soprattutto più costosi, idonei ad assicurare sopravvivenza anche ai limiti della vita: la rianimazione diventa un'esigenza, un obbligo della società, crea problemi morali ed economici sempre più grandi, provoca il buon-senso per trasformarlo in non-senso; spinge il diritto del singolo a scontrarsi con il dovere della collettività. Ma non basta.

    La tecnologia della sopravvivenza promette nuovi e inimmaginabili sbocchi alla terapia delle malattie degenerative e “sic et simpliciter” risolve il problema della cura degli organi esausti concorrendo validamente, con la creazione di apparecchiature sofisticate, alla loro sostituzione con altri sani e costringendo così all'esasperazione lo stesso concetto di solidarietà umana.

    A questo punto dell'analisi è utile vedere insieme quali rapporti siano intercorsi fra prassi medica e realtà sociale, quanto l'una abbia influenzato l'altra e come in definitiva si sia giunti alla crisi attuale.

    Alla medicina clinica l'uomo aveva chiesto ben poco: una risposta a livello individuale ed esistenziale, una prognosi anche quando non vi fosse una certezza diagnostica.

    Morirò, guarirò.

    Le prime società operaie di mutuo soccorso nacquero nella seconda metà dell'800 per assicurare, ancorché un'assistenza medica, un funerale dignitoso. In Brasile, riferisce il De Castro, i contadini venivano portati al cimitero nella bara di carità che veniva data in prestito dalla prefettura e restituita alla sepoltura delle salme.

    Solo alla fine dell'800 si comincia a parlare di malattia come fatto sociale e ciò avviene più facilmente nelle fabbriche, fra gli operai, ove ben presto si comprende che coscienza sanitaria e coscienza politica devono crescere insieme.

    L'azione è inizialmente rivolta, in giusta direzione, ad ottenere migliori condizioni igieniche nelle fabbriche e nell'ambiente - si pensi alla malaria ed alla tubercolosi - ed in questo senso si svilupperà nei primi decenni del secolo imponendo la creazione di istituzioni di medicina preventiva e la bonifica delle zone malariche.

    L'avvento della terapia distorce presto gli indirizzi iniziali della coscienza sanitaria che così punta di meno sulla prevenzione e molto di più sulla cura.

    Ma la scelta non avviene a caso, è la scelta politica di una società in cui la borghesia è classe egemone; è la naturale ed ovvia scelta compatibile con il suo sistema che per la sua evoluzione non può più fare a meno di puntare sullo sviluppo piuttosto che sul benessere. 1 due termini, sviluppo e benessere non sono più sinonimi da decenni; quando la scelta si impone, il sistema, quello attuale, non ha dubbi: punta sullo sviluppo, nella certezza finora   confermata, che il benessere possa essere      conservato dai pochi a svantaggio dei più.

    La scelta fra cura e prevenzione, a tutto vantaggio della prima, favorirà per alcuni decenni lo sviluppo della medicina mutualistica, che - seppure esperienza storica sotto certi aspetti valida - finirà con l'alterare la richiesta di salute che un tale tipo di assistenza pretende di restituire piuttosto che conservare.

    L'economia borghese riscopre gli ospedali come luoghi di cura. Aveva preteso di abolirli all'inizio della rivoluzione francese, proclamando guerra alla miseria sinonimo di malattia, senza però dimenticare di appropriarsi dei loro beni. Li aveva fatti risorgere come luogo di formazione professionale - dove si sarebbero formati i suoi medici - adesso li riscopre come luoghi di cura e ne impone il loro sviluppo in senso efficientistico; sul modello della fabbrica: produrre diagnosi il più possibile sicure, in tempi sempre più brevi, al costo più basso; erogare cure rapide ed economiche; restituire gli individui ai ritmi produttivi, non importa se alle stesse cause morbigene.

    A questo punto la borghesia ha già scoperto quanto lucra curare le malattie ed ha messo in moto il meccanismo della speculazione; i costi aumentano e vengono scaricati sulla comunità che non ha avuto la possibilità di scegliere.

    Intanto i medici tendono a diventare tecnici; senza acquisire la metodologia di base, che si acquista attraverso l'osservazione attenta del malato ed il rilievo accurato dei segni e lo studio della storia naturale delle malattie ed il loro substrato anatomico, diventano interpreti di macchine che non hanno costruito, di cui spesso conoscono appena il funzionamento, di strumenti cioè che non fanno parte della loro cultura; usano farmaci di cui conoscono sommariamente l'effetto terapeutico, ma non l'eventuale effetto nocivo; anche loro vittime del mito si accontentano del ruolo ambiguo di passivi intermediari fra macchina e malato, fra farmaco e malato.

    Gli infermieri diventano paramedici; il loro ruolo si sposta quindi da assistenti dell'infermo ad assistenti del medico; l'assistenza cede il posto all'efficienza in una confusione di ruoli che incide prima che nella professione, addirittura nella formazione dell'infermiere.

    Nelle scuole professionali gli insegnanti sono prevalentemente medici ospedalieri che creano infermieri più adatti alle loro necessità tecniche che ai bisogni dei malati; vengono impartite in modo preminente lezioni di medicina che in definitiva non servono ad introdurre gli allievi “nel pensiero medico” da cui sono necessariamente tenuti fuori, ma a trasmettere loro il linguaggio tecnico, il codice attraverso cui gli ordini verranno trasmessi ed eseguiti; mentre il loro ruolo nell'assistenza pretenderebbe una più adeguata preparazione nelle scienze umane e politiche più adatta alla vocazione della loro professione e più vicina alla loro cultura.

     Così formati, lontani dal pensiero medico e dalle necessità reali dei malati, finiscono con l'occupare, ancorché il ruolo centrale che a loro competerebbe, un ruolo marginale: efficienti, silenziosi e docili robots al servizio di una struttura, quella ospedaliera già alienata dai suoi compiti ed alienante per chi - medici, infermieri, malati - è costretto a viverci dentro.

     Ora avete sotto gli occhi tutti i termini della crisi della medicina dei tempi che stiamo vivendo che come l'altra, quella della società intera, è prima di tutto crisi economica: un tale modo di fare medicina è divenuto incompatibile col sistema perché costa troppo e perché rende sempre di meno.

    La prospettiva della medicina curativa nella maggiore delle ipotesi, se l'attuale sistema fosse veramente perfettibile, e per fortuna non lo è, sarebbe quella di potere assicurare a tutti un trapianto di cuore, un rene artificiale, una rianimazione assistita: un mondo di sopravvissuti assistiti da me- dici ed infermieri fortemente tecnicizzati e probabilmente egemoni.

    Ma la crisi è anche politica; la gente comincia a non credere più al mito della terapia ad ogni costo, vuole vivere, non sopravvivere; ha capito che la salute è più facile conservarla che riacquistarla ma a costo di scelte coraggiose, quindi vuole partecipare alle scelte e sembra sempre più interessata alla qualità piuttosto che alla quantità della vita. Torna a farsi strada l'idea che le scelte non possono essere solo tecniche - semmai lo sono state - ma politiche, poiché bisogna ripristinare equilibri naturali sconvolti, ripristinare i ritmi fisiologici perduti, ridistribuire le risorse con equità; e poi ricostruire il buon senso degli uomini ed infine ridare dimensioni umane all'esistenza.

     Allora ci si può domandare se è possibile evitare la prospettiva allucinante di un mondo di sopravvissuti.

    A tale quesito risponderò con una riflessione di Mao-tse-tung:

    “Libertà significa riconoscere ciò che è inevitabile e riformare il mondo oggettivo.

    Solo in base al riconoscimento di ciò che è inevitabile la gente può agire liberamente.

    Questa è la legge dialettica della libertà e della necessità.

    Prima di questo riconoscimento, la nostra azione è, in una corta misura, inconsapevolmente cieca. Siamo un mucchio di sciocchi a questo punto.

    In questi ultimi anni non abbiamo forse commesso un sacco di stupidaggini?”.