Bambini e TV nei nuovi scenari tecnologici.

 

Di Cristian Facchin        

 

 

     Più passano gli anni dalla nascita della televisione, che ormai ha superato il mezzo secolo di vita, più il dibattito sul ruolo che il più potente e influente mezzo di comunicazione di massa creato sinora esercita nel processo di formazione delle coscienze, dei valori e delle mentalità collettive si arricchisce e si diversifica, e in esso un ruolo preminente spetta alla questione, su cui si sono sempre aperte le più accese polemiche, del rapporto tra Tv e bambini. Adesso si ritorna  a parlare di questo tema sempre scottante in un nuovo libro, di cui è autrice Giovannella Greco, docente di Sociologia delle comunicazioni di massa presso l’Università degli Studi della Calabria (Socializzazione virtuale. Bambini e Tv nei nuovi scenari tecnologici; Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, Catanzaro; pp.172, lire 20.000), in cui si aprono nuove prospettive per guardare al problema.

     Problema che, conviene sottolineare, oggi è chiaramente internazionale, perché la televisione si sta omologando in tutti i paesi occidentali, essendo concepita e organizzata sulle stesse basi e nello stesso modo ovunque. La ricerca in questione volge la sua attenzione al caso italiano – e anzi scende verso la dimensione locale esponendo i risultati di interessanti indagini svolte in Calabria sul rapporto di minori delle elementari e delle medie col mezzo televisivo – ma allo stesso tempo apre rapidi squarci su altre realtà nazionali, vagliando i risultati di ricerche condotte in epoche diverse da studiosi come Mariet in Francia, da Gerbner, Baker e Ball negli Stati Uniti, e da Himmelweit, Oppenheim e Vince in Inghilterra. Con questi riferimenti si dimostra come il discorso, che ha sicuramente specifiche caratteristiche nazionali, è chiaramente inserito in una dimensione mondiale che non è più possibile ignorare. Tant’è vero che quasi tutti i primi e maggiori studiosi dei mass-media, ricordati e utilizzati dall’autrice, sono statunitensi, ossia del paese dove per primo la televisione si è affermata, diffusa e ha presto assunto le caratteristiche di base (Tv commerciale basata sugli sponsor e sugli indici d’ascolto) che oggi si sono affermate e sono diventate comuni ovunque.

       Venendo al nostro paese, che la televisione sia stata per quasi cinquanta anni modello di concezioni, atteggiamenti e mode spesso assorbiti passivamente da più generazioni di italiani non c’è dubbio; che la maggior parte dei suoi programmi siano di bassa o di nessuna qualità educativa, e spesso siano anzi chiaramente pericolosi per i minori (oggi molto di più che all’epoca in cui non esistevano le Tv commerciali e si voleva fare della Tv qualcosa di più di un semplice contenitore di pubblicità), è certo, come evidenziano tutte le indagini psicologiche, sociologiche e pedagogiche. Ma ciò che la Greco, andando un po’ controcorrente rispetto a quasi tutto ciò che intellettuali e studiosi hanno scritto per molti decenni sul ruolo quasi demoniaco della Tv, cerca di dimostrare, è che il mezzo televisivo, per quanto dotato di potenzialità spaventose di influenza e di condizionamento, è pur sempre nulla più che uno strumento creato dall’uomo, e che spetta all’uomo riuscire a migliorarlo e ad usarlo nel modo più corretto. Bisogna perciò iniziare a studiare il fenomeno “mass-media” e in particolare quello televisivo spostando il baricentro dell’attenzione dal mezzo in sé – già abbondantemente esaminato e studiato – al suo rapporto con gli utenti, e capire che questi non sono, come venivano descritti dalla sociologia catastrofista imperante nel passato, una massa anonima e omogenea del tutto passiva, indifesa e plasmabile, ma un insieme di milioni di individui unici e diversi, quindi potenzialmente capaci di reagire singolarmente. Ecco che allora, grazie al lungo lavoro di ricerca confluito nella cosiddetta “teoria degli effetti limitati” già affermata circa mezzo secolo fa da Lazarsfeld e da Klapper (detta anche “teoria dell’influenza mediata”, come si preferisce chiamarla oggi con maggiore efficacia), si dimostra come la quantità e la qualità del consumo televisivo (più o meno ore di visione, uso casuale o scelta attiva dei programmi, ricezione passiva o capacità di interazione critica) dipendano moltissimo, più che dal potere intrinseco della Tv, dalle specificità dei singoli individui che la usano e dal contesto  particolare in cui questi sono cresciuti e vivono.

      Sostiene infatti l’autrice che il rapporto del bambino e dell’adolescente con la Tv è direttamente legato alla qualità della vita complessiva del minore stesso: condizione sociale e culturale della famiglia, rapporto e dialogo con i genitori, uso individuale o collettivo del mezzo televisivo – ossia senza o con l’intervento chiarificatore e pedagogico dei genitori, interessi del minore verso altre attività come giochi e letture, possibilità di stare all’aperto con i coetanei. Più questi fattori sono sviluppati, meno tempo il minore passa davanti alla Tv, e più l’uso che ne fa è un uso intelligente e critico e non passivo.

     Osservando la questione da questo punto di vista, il problema esula la Tv in se stessa e diventa un problema sociale nel senso più vasto: il ruolo della famiglia, la condizione economica, lo stile di vita, l’utilizzo del tempo libero, gli stimoli culturali che l’ambiente offre, la capacità o meno della scuola di destare interesse e restare al passo con i tempi – i bambini di oggi crescono molto di più con una cultura audiovisiva che con  quella scritta, dalla quale si sentono molto lontani - diventano i fattori essenziali per costruire un rapporto nuovo e migliore dei minori con il mezzo televisivo.

     Il problema si fa anche politico quando si investono altre questioni, comunque nel libro appena accennate: anzitutto l’impegno per modificare la logica dell’organizzazione dei palinsesti televisivi, con una migliore redistribuzione dei programmi per fasce orarie, e la necessità di modificare in meglio la qualità dei programmi, che sono giustamente accusati di diffondere banalità, falsificazioni e volgarizzazioni della vita reale, di produrre stereotipi di ogni tipo (razziali, sessuali, economici, culturali) e violenza fine a se stessa in quantità copiose, dedicando pochissimo spazio a trasmissioni di qualità. Infatti negli ultimi venti anni tali palinsesti sono stati basati solamente o quasi, come si  detto, sulla legge degli indici d’ascolto richiesti dagli sponsor e non più su finalità politico-pedagogiche e di diffusione della cultura in senso vasto, come era nel primo ventennio di vita della Rai, anche se all’epoca ciò accadeva secondo un’ottica paternalistica e conservatrice oggi improponibile e comunque da rifiutare.    

     Inoltre il discorso investe in modo critico l’intera organizzazione sociale: si sottolinea, ad esempio, la necessità di richiedere, da parte della società civile, spazi verdi e aree sicure di gioco per i più piccoli nelle grandi città, di permettere alle coppie lavoratrici di non essere costrette ad abbandonare i figli piccoli tutti i giorni da soli in casa (ossia davanti alla Tv), cosa che significa la riorganizzazione del rapporto lavoro-tempo libero in un nuovo modo più rispettoso per la vita della persona e della famiglia.

      Ciò che serve quindi è una presa di coscienza da parte di genitori e insegnanti, e degli adulti nel loro complesso, del fatto che la colpa dell’abbandono dei piccoli nelle braccia della pericolosa “balia elettronica” dipende molto di più da loro stessi che dalla Tv. Quelle che potrebbero essere le reali capacità dei bambini e degli adolescenti di oggi di rapportarsi alla televisione è dimostrato ampiamente dal fatto che questi, nati e cresciuti con la Tv commerciale a molti canali, ne fanno un uso più spregiudicato e libero di quello degli adulti. Mentre questi ultimi si fanno ipnotizzare guardando quasi per caso un intero programma sino alla fine, del tutto assorbiti senza tollerare interferenze esterne, i più piccoli saltano impietosamente da un canale all’altro (sono maestri dello zapping) guardando parti di diversi programmi e cercando volta per volta ciò che a loro piace o interessa, seguendo anche più programmi contemporaneamente e spesso svolgendo nello stesso tempo altre attività come giocare, leggere, disegnare. In parole povere, i minori si muovono già sulla televisione, anche senza ricorrere al computer, all’interno di una prospettiva concettuale spazio-temporale multimediale, inaccessibile o quasi per i loro genitori. Questo fa capire chiaramente che se i più piccoli fossero educati ad un giusto uso del mezzo televisivo, essi saprebbero gestirlo in modo corretto e attivo, mentre l’abitudine ad un uso passivo li renderà teledipendenti incapaci di scegliere e criticare, come è per buona parte degli adulti.

     Questo cambiamento dell’atteggiamento dei piccoli di oggi verso la Tv rispetto alla passività dei bambini loro predecessori è indubbiamente un segnale positivo riguardo all’evolversi del rapporto tra mass media e minori (occorre ricordare che le indagini statistiche degli anni Ottanta davano risultati molto più sconsolanti di quelle di oggi al riguardo, facendo presagire un ben più triste futuro di quello attuale che non è comunque roseo). Esso ci permette inoltre di ricollegarci ad un altro fattore di enorme importanza ossia il rapidissimo diffondersi delle nuove tecnologie di comunicazione informatiche e multimediali, che i piccoli fanno proprie con una rapidità e una semplicità inconcepibili per le generazioni cresciute passivamente al quotidiano pallido chiarore del piccolo schermo.

     Ed è proprio sul terreno dell’informatica che si giocherà la partita del futuro delle comunicazioni e della diffusione del sapere, e ovviamente anche del nuovo rapporto, tutto da costruire, dei minori con i mass media, la famiglia, la scuola e la formazione. Rapporto che potrà essere sicuramente migliore di quanto sia stato nel recente passato a patto che ci siano la volontà e la capacità di gestirne lo sviluppo. Al contrario della Tv, che per quanto possa essere usata in modo limitato e intelligente offre comunque un tipo di rapporto a senso unico (trasmissione da un lato, ricezione dall’altro), e che diffonde indistintamente gli stessi messaggi e modelli a milioni di persone, la rivoluzione telematica, l’avvento della multimedialità e di Internet offrono a chiunque la possibilità di relazionarsi col mondo esterno, vicino o lontano che sia, in modo attivo e partecipe, secondo i propri gusti, interessi e necessità.

     Si apre la possibilità per bambini e adolescenti di costruire un cammino di formazione e di socializzazione  - ossia di progressiva acquisizione delle conoscenze delle culture e delle regole della società adulta di cui si preparano a far parte - del tutto libero e personale, non più imposto dai media e dettato dall’omologazione di massa.

     Mentre la Tv può facilmente diventare un contenitore del tempo libero per chi non ha nessun altro tipo di stimolo, può appiattire la curiosità e la capacità critica offendo un melting-pot di tutto in forma confusa e martellante, e può nei casi peggiori sostituirsi alle persone colmando l’assenza di affetti e di rapporti umani (e i disastri sociali, umani e culturali prodotti dalla Tv sono ampiamente esaminati dalla Greco), i mezzi informatici offrono la possibilità di essere usati in modo attivo e consapevole con scopi diversi per ogni individuo. Quindi possono diventare occasioni d’incontro, di socializzazione, stimolare curiosità e interessi, anche culturali.

     Però non bisogna commettere gli stessi errori del passato: Internet, la realtà virtuale, il mondo della telematica, non vanno né condannati come poteri diabolici né esaltati in modo acritico come se avessero il potere magico di risolvere tutti i problemi. Essi, esattamente come la Tv, sono strumenti realizzati dall’uomo per essere da lui usati e tali devono restare. Altrimenti si corre il rischio – e con la realtà virtuale il pericolo è molto più grande che con la Tv – che siano essi a usare l’uomo, a costruirlo a loro immagine. Come per la Tv, anche della telematica vengono esaminati i rischi. Ecco che quindi, adesso che computer e Internet stanno rapidamente entrando nelle case di sempre più italiani, adesso che si parla di usare la multimedialità nelle scuole, occorre più che mai la capacità di insegnare ai più giovani un uso corretto e intelligente di questi mezzi, per poter utilizzare le loro enormi potenzialità nel modo più costruttivo possibile.

     Alla fine quindi tutto dipende sempre non dalle macchine ma dall’uomo, dalla sua intelligenza e dalla sua buona volontà di agire nel modo migliore. Solo ciò potrebbe liberare i bambini – e con essi anche i futuri adulti e quindi la società prossima ventura – dalla tirannia del piccolo schermo che nell’ultimo mezzo secolo tanto ha contribuito sì, in parte, ad educare gli italiani, a unificarli linguisticamente, ad aprire loro gli occhi sul mondo, ma anche a omologarli, massificarne gusti, mentalità, atteggiamenti, valori, fino a cancellarne sempre di più la  memoria collettiva nazionale storica e culturale, per giungere alla degenerazione attuale della Tv-spot o Tv-spazzatura nella quale gli spettatori sono considerati sempre meno persone da informare e istruire – ossia sempre meno uomini raziocinanti - ma sempre più acquirenti da convincere, quindi oggetti passivi da adattare e plasmare alle prioritarie esigenze economiche del profitto e del mercato.