Per Walter Minestrini

   

 

                                                                                 Roma-Terni, 16 febbraio 2001

 

                           

 

      Carissimi allievi dell’Istituto Tecnico “F. Cesi”,

      quando gli amici Pietro Borzomati e Lina Lo Giudice Sergi (che ringrazio) mi hanno invitato qui a Terni, a discorrere in questa scuola di Walter Minestrini, dico subito di essermi trovato in una situazione personale un tantino imbarazzante,  contraddittoria. Da un lato  -  ho pensato  -  io  non dispongo di quelle competenze critico-letterarie, scientifico-divulgative,  storico-geografiche,  demo-antropologiche ecc., che mi autorizzerebbero ad interloquire non avventurosamente su questo autore che, per quanto “interdisciplinare”, mi pare abbia avuto pur vivo il senso dei confini dei propri ambiti d’intervento. Gli andrà quindi reso  onore con lo studio e con la critica, senza intenzioni agiografiche, per quel che egli  è riuscito ad essere, pregi e difetti, nelle opere e nei giorni che furono i suoi. Da un altro lato  -  mi sono detto  -  potrei almeno, e forse non inutilmente,  restituire una testimonianza del mio debito di cultura e professionale con Minestrini, e  di quello che a mio parere ancor oggi, soprattutto oggi, di lui rimane di valido in chiave formativa. Walter era uomo di mondo, ed amava l’avventura: avrebbe pertanto capito, ed eventualmente perdonato, le mie possibili  défaillances.

     Ho pertanto accettato di trovarmi qui; e prenderei le mosse da un ricordo già affiorato  nel mio libro Di professione, professore (Caltanissatta-Roma, Sciascia, 1998; prima edizione, Torino, Loescher, 1980). Un testo  nel quale racconto tra l’altro di Minestrini e del nostro incontro; di quando cioè,  giusto trenta anni fa, io lo conobbi mentre insegnavo in classi della media in un paesino della Presila catanzarese: un luogo didattico come usa dire di frontiera, dal nome seducente e combattivo, per l’appunto Belcastro, aspirante patria di San Tommaso d’Aquino… un castello diroccato, nido di gracchianti cornacchie, duemila anime,  povertà endemica, molta emigrazione al Nord Italia o all’estero, innumerevoli vedove bianche, scolari indimenticabili… salsicce anche).

     E dunque, alle pp. 129 sgg. di quel mio libro, all’interno di un resoconto di “Fatti ed idee per un  documentario su Belcastro”, ritrovo scritto tra l’altro:

 

Argomento della ricerca:

Usi e costumi [di Belcastro].

 

    Compito specifico:

    cercare di rispondere al  doppio quesito: come mai certe usanze, certe abitudini proprie dei belcastresi non si trovano altrove? Come mai altre, invece, è possibile riscontrare  nei luoghi più lontani, per esempio in Lapponia?

 

    Strumenti iniziali di lavoro:

    1) alcune fotocopie da V. Padula, Persone in Calabria, a cura di C. Muscetta, Firenze, Parenti, 1950; 2) altre fotocopie da G. Piovene, Viaggio in Italia, Milano, Mondadori, 1961; 3) e il volume di M. Pucci – W. Minestrini, Pastori di renne, Milano, Mursia, 1969.

 

    Documentazione realizzata:

     notizie varie su nascite, matrimoni, morti, e costumanze relative. Notizie su amicizie e inimicizie; sulla macellazione del maiale; sulla festa del santo patrono del paese; sulla processione; su giochi e tempo libero.  […]

  

      Seguono, nel quadro delle previste ragioni didattiche:

 

      Osservazioni particolari   […]   Spunti narrativi   […]   ecc. ecc.

    

    

     Ebbene, il ricordo di quel particolare momento scolastico, nonostante il trentennio che separa, è per me vivissimo. E rammento perfettamente, quasi  fosse adesso,  il lavoro davvero entusiasmante, coinvolgente, che venivo svolgendo con quei ragazzini di prima e di terza media riuniti in gruppi di tre, quattro unità, sulle fiabe italiane e calabresi, sugli usi e costumi, sulla lingua, la geografia e la storia dei belcastresi e dunque  -  grazie a Minestrini  -  dei Lapponi messi a confronto con “noi”. 

     Accanto a ciò, nel mio contesto formativo ed autoformativo di allora, rivedo  Minestrini che arriva  all’Hotel  “S. Antonio” di Gagliano (Catanzaro), dove si sta tenendo, anche per me che vi partecipo, un  Corso di aggiornamento per insegnanti di scuola media diretto dal prof. Borzomati con la collaborazione di Giancarlo Rati. Io sto tra i corsisti; e mi pare di ascoltarlo ancora adesso, Minestrini,  mentre svolge la sua  lezione; e poi a pranzo e a cena, mentre racconta di viaggi in terre lontane e del suo lavoro di scrittore e di insegnante di Italiano e Storia  nell’Istituto Tecnico “F. Cesi”, nella vostra scuola…

       Parla dei suoi libri, me ne regala uno, Pastori di renne, e vi appone una dedica, “allo stimato collega”. Poi, mi farà avere in dono  altri testi di cui è autore o coautore: un manuale di storia,  A presto Casimiro, Un popolo che scompare

      Minestrini è un uomo fisicamente prestante, dal volto aperto, sorridente. Non mi sembra gran che estroverso, ma avverto una sua sensibilità ed espressività a fior di pelle. E’ comunicativo (diresti)  malgré  lui.  Mi colpisce tuttavia per l’attenzione personale che ti rivolge, mettendoti e mettendosi in gioco,  e civettando con i propri limiti  mediante una sottile autoironia.  Si capisce che a Gagliano  è venuto soprattutto per amicizia e per curiosità; dice  che gli piace più insegnare  che insegnare ad insegnare; e ciò di cui parla più volentieri è del suo mondo di viaggi, di documentari tradotti in racconti, di esplorazioni morali, a ridosso di culture “altre”. Mi domando, parlandogli,  di che pasta ideologica ed estetica sia fatta la sua poetica, di che natura sia la filigrana  etico-educativa del suo girovagare narrativo, in che consista in ultima analisi la sua “concezione del mondo”. 

         Ma c’è dell’altro. Ritornando ora autocriticamente sui miei passi, mi chiedo se ed eventualmente quanto il mio incontro con Minestrini, per quanto breve, abbia potuto incidere, allora e dopo, su di me… Su quel me, cioè,  che veniva variamente attingendo cultura e professionalità, oltre che alle esperienze di insegnamento e apprendimento che quotidianamente gli occorrevano, soprattutto ad alcuni autori e libri…  E mi chiedo quali fossero in senso formativo, rispetto ai miei, i libri ed gli autori  di Minestrini; quali le “fonti” del suo modo di essere.

        Se, in altri termini, negli anni Sessanta e Settanta io so di essermi alimentato storiograficamente dell’anti-Zeller, dello Spinoza e del Socrate di Antonio Labriola, del  Gramsci  della “filosofia della prassi” e delle note gramsciane sulla “quistione meridionale” e sul “folclore”, ed in letteratura dei Baroni, Visconti e  Cavalieri di Italo Calvino, del suo Marcovaldo e delle sue Fiabe italiane, mi chiedo che cosa possa rivelare  in trasparenza la cultura di  Minestrini in quanto materia d’indagine storico-critica… Quali allora i suoi “maestri”? Quali i suoi “classici” di riferimento? Quali i suoi debiti spirituali e di esperienza?  Come si caratterizza la recezione del suo lavoro?

        E’ vero (e non me ne rammarico):  io leggevo poco di pedagogia e di scienze dell’educazione; preferivo la filosofia, la storia, la letteratura, la stampa quotidiana, il cinema… E Minestrini, come si era venuto  formando, Minestrini? Però non è un caso che,  nel mio quadro di interessi, trovassi stimolante e didatticamente utile un’antologia dei “classici” dell’antropologia appena uscita da Einaudi, su Il concetto di cultura, a cura di Pietro Rossi… Fu proprio questo, pertanto, il testo (una sorta di libro-cerniera) su cui, in occasione del su ricordato Corso di aggiornamento, relazionai  con il mio gruppo di lavoro, anche in rapporto alle cose ascoltate in quella sede da Minestrini.

        E fu un’esperienza, quella del Corso, che, una volta conclusa, si prolungò da parte mia nella piacevole scelta di leggere a scuola, con i ragazzi di Belcastro, Pastori di renne.  E ciò avvenne, non per una curiosità letteraria o socio-antropologica qualsiasi; non come risposta, tra le altre possibili, ad un’intima esigenza di evasione dalla routine dell’insegnamento. Fu il tentativo, invece, di condurre a scuola, individualmente e collettivamente,  la lettura giusta al momento giusto;  il tentativo di collegare in qualche modo necessariamente  la didattica del giorno per giorno con un preciso proposito di ricerca; e di provare a cogliere dunque, nella concretezza della  cultura “locale” di appartenenza,  una  idea non astratta del mondo. 

         Di più, era il proposito metodologico, “sperimentale”, di avvalermi nel mio lavoro del competente a scuola (dello “scrittore in classe”, del “regista in classe” ecc.), che immediatamente, anche attraverso Minestrini,  mi era parso a portata di mano. Un proposito, che starà anche alla base  dei miei contemporanei debiti didattici con il citato  Calvino, e poi con Gianni Amelio, Vincenzo Cerami, Saverio Strati, Cesare Zavattini ecc. Un criterio, del resto, che se aveva trovato conforto, tra l’altro, nella corrispondenza con Minestrini, avrà una sua restituzione diacronica significativa, molti anni dopo, nel 1996, con la mia prima presenza da “esperto” a Terni, per iniziativa del Provveditore e di Teresa Aristarco:  e   -  neanche a farlo apposta -, la cosa avveniva proprio nelle sale della Biblioteca di questo Istituto Tecnico,  intitolata a “Walter Minestrini”.

        Un’educazione alla pace, era ciò a cui, a Terni, lavorando sull’opera di Roberto Rossellini, Stanley Kubrick, Amelio ed altri, nel nostro  primo corso di aggiornamento per insegnanti, si voleva in qualche modo contribuire ad avviare.   Non ho potuto non ripensare a  Minestrini, al suo impegno civile… Nelle sue opere (in quelle almeno che io conosco), gli argomenti certamente non mancano. Basti riferirsi all’importanza per lui dei temi dell’educazione della coscienza, della problematicità della scelta responsabile individuale,  dei valori da costruire  e delle mentalità da educare. Il tema del gioco degli stereotipi e del rovesciamento dei ruoli   E, ricordando alcune delle pagine di Minestrini, mi è ritornato in mente il caso esemplare dell’amicizia disinteressata, sul terreno della elementarità dei sentimenti umani,  tra  rapitore ed  rapito, che è al centro di  A presto Casimiro (da me letto nel 1973). Una situazione che, fatte salve le differenze,  ho poi ritrovato nel film I velieri di Amelio (del 1983,  da un racconto di Anna Banti).

       Ancora Amelio:  e mi chiedo, associando pensieri che arrivano fino ad un film come Lamerica,  se vi sia o meno un qualche rapporto tra  la marca  interculturale propria e nuova di Minestrini e la  successiva disposizione  di quanti, come per l’appunto Amelio,   ai nostri giorni propendono a condividere  il proposito di un  reciproco disvelamento ed arricchimento, nell’incontro delle diverse culture in movimento da un capo all’altro del pianeta. Il “viaggio”, insomma, come “risorsa educativa”. Un tema questo che, come sappiamo, risulta essere oggi di drammatica attualità…

       Non a caso (direi) è presente in quest’aula Federica Federici, ben consapevole, perché lo ha studiato,  dei termini del  problema. E lei, se ne avesse  voglia,  potrebbe per l’appunto riesaminare utilmente l’opera di Ministrini alla luce della proprie esperienze di studio e competenze acquisite... Quanto a me, d’altra parte, non  sottoscriverei tanto l’idea pur avanzata da qualcuno, che Minestrini  cercasse nei suoi viaggi il passato perché mosso dal disgusto del presente; metterei invece alla prova, rileggendo i suoi scritti, l’ipotesi che egli guardasse costruttivamente ad un presente diverso, perché mosso anzitutto dal gusto del futuro. Dal senso della prospettiva.

        Di qui il motivo, forse, per il quale sono andato a ripescare e a rileggere, nelle pagine di cui dicevo prima (“Fatti e idee per un documentario su Belcastro”, in Di professione, professore, cit., pp. 132-35), il testo di quella lettera di trent’anni fa a Minestrini e Pucci, da Belcastro. Tra didattica e ricerca, così nella scuola della  Riforma e dell’Autonomia, come pure, nell’Università del “tre più due” e delle “lauree specialistiche”,  può risultare ancora oggi, e forse a maggior ragione oggi, di un qualche interesse:

 

       Argomento della ricerca  [sempre su Belcastro]

       Agricoltura  […]

 

       Spunti narrativi:

       a uno dei ragazzi viene in mente di invitare  a Belcastro  i «personaggi» di Pastori di renne: il libro che leggono in comune con i ragazzi di I B, e che ha per argomento una vicenda ambientata in un luogo della Lapponia per qualche aspetto «simile»  a Belcastro. Si immagina che Hendrick, il protagonista appunto di Pastori di renne, capiti a Belcastro il giorno della festa di san Tommaso; e che partecipi anche lui alle riprese del documentario su Belcastro. Si suggerisce ai ragazzi di I B di cominciare a scrivere una lettera agli autori del libro, anche per tentare un sondaggio sulle loro opinioni e per chiedere collaborazione.

 

       

       Carissimi Walter Minestrini e Mario Pucci,

 

              noi siamo gli alunni della I media (sez B) di Belcastro, paese della Calabria. Vi scriviamo questa lettera per parlarvi po’ del vostro fortunato e bel libro Pastori di renne.

              Questo libro  c’è molto piaciuto e anche colpito. Infatti parla soprattutto di cose vere, ed è interessante sia per la Storia, sia per la Geografia, sia per l’Italiano.

              Ma questo non è tutto. Le impressioni che abbiamo ricavato dalle vostre descrizioni della vita dei lapponi sono tante, anche perché abbiamo potuto fare alcuni paragoni significativi con la vita del  nostro paese e del Sud in generale.

              Del resto, anche Guido Piovene nel suo libro Viaggio in Italia, Milano, Mondadori, 1961, scrive a p. 515: «Con la Sila si vede sorgere nel Sud un Nord paradossale. Questo paesaggio verde di boschi e di pascoli è la montagna vera nel senso nordico: ricorda i paesaggi trentini, come l’Alpe di Siusi o addirittura la penisola Scandinava, per un misterioso riaffiorare dell’estremo Nord sulla punta meridionale della penisola Italiana».

              Noi ci siamo accorti che, già nelle circa ottanta pagine che abbiamo letto, molte sono le somiglianze tra la nostra vita e quella dei lapponi. Facciamo alcuni esempi.

              Come in Lapponia, infatti si allevano le renne, e si portano a pascolare nelle diverse stagioni in luoghi diversi, là dove non manchi il foraggio; allo stesso modo facciamo noi con le pecore, capre e mucche, conducendole d’estate dalla marina alla Sila.

               Poi, come voi ci dite a pag. 24 e altrove, i lapponi hanno i cani da pastori  che li aiutano  a fare andare le renne per il verso giusto. Anche noi abbiamo dei cani che badano alle pecore e che, quando si allontanano dal branco, come diciamo, le «voltano».

              Ancora, come si è detto a pag. 25, a proposito del fatto che si legano le zampe dei cani addestrati a collaborare con pastori, questo da noi non si usa; noi invece usiamo legare («mpasturare») altri animali: cioè cavalli, asini, galline, ecc. Inoltre, come è detto a pag. 56 sul modo di prendere la volpe viva, anche qui questo animale viene catturato talvolta senza usare il fucile.

              A pag. 57 poi, voi ci parlate di matriarcato, cioè di quell’usanza per cui le donne contano più degli uomini al governo della casa. In Lapponia per es., portano loro le chiavi di casa, loro comandano i figli.

             Anche qui la donna è il più delle volte la padrona di casa, dato che alcuni mariti sono andati all’estero; mentre gli altri vanno a lavorare nei campi, per questo è la donna che pensa la casa, ai figli, a tutto. Del resto, anche in altri paesi della Calabria, come Bagnara, Botricello, ecc. c’è la stessa abitudine.

            Anche i ragazzi di Belcastro hanno come quelli dei lapponi, un coltello. E per questo si sentono più uomini; però, ogni tanto, i carabinieri li perquisiscono. E allora sono guai…

            Ancora un’altra cosa. Come noi usiamo il sangue degli animali, così i lapponi usano quello delle renne e quello degli morsi.

            Noi, per la verità, usiamo anche il sangue degli altri animali, che cuciniamo in vario modo. Però il più buono (ma non tutti sono d’accordo) è quello del maiale, che noi chiamiamo «sanguinaccio».

            Questa è la sua ricetta; si mette il sangue in una pentola, si aggiunge lo zucchero, e si fa cuocere a fuoco lento, mentre si mescola piano piano sempre nello stesso senso orario, fino a quando non si rassoda. Si possono aggiungere, a seconda dei gusti, latte, cacao, caffè, noci, vino dolce cotto, buccia di mandarino, ecc. Se come speriamo, cari Pucci e Minestrini, ci verrete a fare  una visita, ve lo faremo assaggiare: e vi assicuriamo che ritornerete.

            C’è un nostro compagno che ha già letto tutto tutto il libro perché lo ha avuto in prestito a casa. E che ci ha detto molte cose che accadranno nelle pagine successive: per esempio a pag. 170-71; qua muore nonna Ebba. In questa circostanza noi vediamo che i parenti indossano una specie di divisa. Anche qui i parenti del morto, gli amici si vestono di nero. Ricordare poi la penombra nella tenda, la piccola folla riunita davanti alla porta, e altro. Però, ci sorge un dubbio; la divisa da lutto dei lapponi è anche, come a Belcastro e nel Meridione in genere, di colore nero; oppure è in un altro modo? Come?

            Cari Minestrini e Pucci, con ciò che vi abbiamo detto, vi abbiamo fatto notare che noi leggiamo con impegno il vostro libro, che ci fa venire in mente tanti pensieri. Abbiamo anche consultato degli atlanti geografici, una enciclopedia, e qualcuno di noi ci ha riferito di un documentario televisivo sul popolo lappone. E ci ha detto del modo in cui i lapponi costruiscono gli accampamenti, ecc.

             A noi piacerebbe tento fare una ricerca sul popolo di Lars e Mikkel. Per questo vi facciamo alcune domande: vorremmo sapere per esempio  se i personaggi del vostro libro sono veri o inventati, e in particolare se Hendrik ha vissuto veramente  la sua avventura. Noi sappiamo che voi siete stati veramente in Lapponia e che avete conosciuto tanti ragazzi come Mikkel, tante bambine come Marit, tanti uomini come Lars, Enok, tante donne come mamma Inca, ecc.

             Ci potete dire se Hendrik poi ha mantenuto la promessa di tornare in Lapponia?

             Vorremmo ancora  sapere da voi se i nomi di persona, e gli altri nomi, si leggono come sono scritti oppure non. Dato che noi studiamo il Francese, sappiamo che le parole si scrivono in questa lingua in un modo diverso da come si leggono. Per questo non sappiamo se leggendo le parole in Lappone, le leggiamo bene oppure non. La prossima volta che scriveremo, vi manderemo un elenco dei nomi più difficili per noi da leggere.

             Abbiamo  notato inoltre che a pag. 80 si parla di un grande recinto che i lapponi usano per chiudere le renne, che si chiama «Renkskiljining». Noi vorremmo sapere com’è  costruito, con quali materiali, perché anche noi usiamo chiudere le mandrie in recinti che chiamiamo  «cannizze».

             Così siamo giunti al termine della nostra lettera. Ci scusiamo della lunghezza. Ma avevamo da dirvi tutte le cose che vi abbiamo detto; ed altre ancora avremmo da dire; e ve le diremo se potremo avervi vostri ospiti a Belcastro.

              Noi, i ragazzi della I B, saremo felicissimi di conoscere gli autori di Pastori di renne.

         

                                                                                                                    Vi salutiamo.

 

            

 

             E non sarebbe forse una cattiva idea, a questo punto, di riprendere in mano proprio voi, gli studenti del “F. Cesi” con l’aiuto dei vostri insegnanti,  quella vecchia proposta didattica del  documentario belcastrese: ma con l’ipotesi, adesso, di un documentario su Walter Minestrini  Dalle avventure di viaggio di Minestrini, alle avventure di una ricerca, di cui proprio lui fosse l’oggetto... E vedrei già un primo gruppo di  ragazzi intenti a costruir la biografia di Minestrini; un secondo gruppo, la bibliografia; un terzo, poi, che si assumesse il compito di leggere i testi e di  relazionarne agli altri; qualcuno, ancora,  che lavorasse a mettere ordine tra i filmati e le fotografie; qualcun altro, a raccogliere gli scritti su Minestrini, per farne un dossier  organico, completo. Dovreste quindi riunirvi, tutti insieme,  per discutere dei risultati  del lavoro di ciascuno… E, così facendo, andare avanti, fino al punto di riproporre  l’intera vitalità dell’autore: per restituirgli magari, per questa strada, un po’ di quel tempo della vita che la morte gli ha tolto precocemente.

          Grazie dell’attenzione, e buon lavoro,

                                                          il vostro    Nicola Siciliani de Cumis