giuseppe parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino Ricerca, 2000, p. 404, L. 45.000

 

 

L’autore in La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato traccia una sintesi rigorosa e ben articolata della tematica del sindacalismo nella storia del fascismo italiano, analizza le differenti fasi che interessano la genesi, il decollo ed infine il tracollo di un fenomeno così importante come quello qui trattato. L’influenza politica del fenomeno del sindacalismo con tutte le sue determinazioni e le sue conseguenze è l’obiettivo che intende raggiungere Parlato nel libro.

Di certo, le prime righe dell’Introduzione si rivelano chiarificatorie per cogliere la linea argomentativa scelta dall’autore nell’esposizione della sua ricerca. Egli, procede mediante un’analisi storica, o, se vogliamo ideologica che si indirizza su quattro fronti: americano, sovietico, inglese e italiano. Si tratta di una scelta metodologica, a mio avviso molto congeniale perché non si limita ad una descrizione unidirezionale ma tenta di spiegare l’evolversi del fenomeno della sinistra fascista attraverso uno studio pluridirezionale, dove entrano in gioco non solo le caratteristiche peculiari dell’oggetto da analizzare, altresì le affinità, e soprattutto le differenze con i tre colossi della storia mondiale.

Parlato riprende il testo di un articolo pubblicato nella rubrica Cantiere, a firma l’Impresa (n. 23 della rivista, 17 giugno, 1944), e riedito nel 1971 da Barna Occhini, in Antologia di «Italia e Civiltà», dove si esordisce: «Roosevelt, Churchill, Stalin. Il gran discorrere di Roosevelt e Churchill e la forma e la sostanza dei loro discorsi hanno invariabilmente l’effetto di accrescere in noi, al confronto, la stima verso Stalin. Rispettiamo al confronto la serietà di Stalin, la sua semplicità di parole e di gesto, il suo andare allo scopo con energica, silenziosa durezza. […] E sappiano finalmente Roosevelt e Churchill, e tutti i loro compari, che i fascisti più consapevoli, i quali hanno sempre riconosciuto nel comunismo la sola forza viva contraria alla propria, non tanto nella Russia, quanto nella plutocratica Inghilterra e nella plutocratica America hanno individuato il vero nemico. Sempre essi hanno sentito di discordare, sì, dai comunisti su molti punti, ma anche di concordare con essi su molti altri, e precisamente e soprattutto di concordare su ciò che non vogliono. Vale a dire, noi e i comunisti concordiamo nel non volere più, né gli uni né gli altri, la vecchia società liberale, borghese capitalistica. E sappiano anche, i Roosevelt, i Churchill e i loro compari, che quando la vittoria non toccasse al Tripartito, i più dei fascisti veri che scampassero al flagello passerebbero al comunismo, con esso farebbero blocco. Sarebbe allora varcato il fosso che oggi separa le due rivoluzioni. Avverrebbe tra esse uno scambio e un’influenza reciproca, fino alla fatale, armonica fusione»[1].

«Si coglie, –  spiega Parlato – in questo breve passo della rivista fiorentina, un significativo anche se estremo – concentrato di quella mentalità e di quei propositi che connotarono la “sinistra fascista”, quell’insieme, a volte discorde e contraddittorio, di sentimenti, di posizioni, di prospettive e di progetti che si fondavano sulla persuasione di vivere nel fascismo e attraverso il fascismo una sorta di palingenesi rivoluzionaria, la prima    essi sottolineavano    vera rivoluzione italiana dall’unità. Ormai la storiografia contemporanea, soprattutto dopo la lezione defeliciana, non ha particolari difficoltà a riconoscere l’esistenza, nel fascismo, di anime diverse, di componenti culturali e ideologiche che, provenendo da un humus letterario, artistico, filosofico precedente al fascismo, portarono nel movimento di Mussolini una notevole complessità di suggestioni e di tendenze»[2]. Il fascismo non è più dunque un “blocco granitico” come si è ipotizzato per anni, adesso la storiografia sul fascismo ha ripensato alla monolicità finora attribuita al Partito di Mussolini. Si è parlato di cinque anime del fascismo (Cfr. Volt, Le cinque anime del fascismo, in “Critica Fascista”, 15 febbraio 1925), di distinzione tra “fascismo-regime” e “fascismo-movimento” (Cfr.R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Roma-Bari, Laterza, 1975, pp. 29-30, e R. De Felice, Autobiografia del fascismo, Bergamo, Minerva Italica, 1978, pp. 159-163), e dell’influenza che hanno avuto sull’ideologia fascista l’eredità dei movimenti culturali dell’ottocento e del primo novecento, il sindacalismo rivoluzionario e il nazionalismo (Cfr. E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1975; F. Perfetti, Il dibattito sul fascismo, Roma, Bonacci, 1984, pp. 23-24). Le caratteristiche riferite sono solo alcuni degli esempi riportati nel libro, ma, numerosi sono i riferimenti bibliografici citati in nota per spiegare le svariate componenti della sinistra fascista.

L’autore ha portato avanti la sua ricerca con molta diligenza e pazienza. Non dev’essere stato facile raccogliere, e selezionare l’enorme mole di materiale bibliografico presentato nel volume, e soprattutto, scegliere quello più fecondo per illustrare un profilo preciso e obiettivo su una particolare e complessa corrente del movimento fascista. «L’incertezza maggiore nel seguire il percorso, – spiega  – tortuoso e spesso sotteraneo, della sinistra fascista dopo la stabilizzazione del 1925 deriva essenzialmente dalla difficoltà di definirla, di coglierne i confini e, contemporaneamente, le sfumature, di individuarne il rapporto col regime e col potere nel corso del ventennio. Lo scopo della presente ricerca è essenzialmente quello di delineare le caratteristiche e i progetti, le velleità e i compromessi di una delle tante tessere che compongono il mosaico fascista, non certamente quello di offrire un’interpretazione complessiva del fenomeno. Un’analisi, la presente, che parte da una precisazione di fondo, necessaria, alla luce di quanto è stato finora detto: la sinistra fascista non è un partito nel partito, non è una corrente strutturata nell’ambito del fascismo. Come già si è detto, è piuttosto un insieme, a volte contraddittorio, di sensazioni e di atteggiamenti, è la manifestazione di una volontà, spesso confusa, di rinnovamento, che partecipa, a sua volta, di diversi contributi culturali: dal sindacalismo rivoluzionario al futurismo, dal repubblicanesimo mazziniano al socialismo risorgimentale, dall’anticlericalismo radicale al populismo antiborghese, dallo squadrismo alla mistica del lavoro e della tecnica, intesa, quest’ultima, come futura classe dirigente del regime»[3].

A questo punto, è importante elencare gli argomenti sviluppati nei sette capitoli di cui l’opera si compone: 1) Il mito del Risorgimento nella sinistra fascista, 2) La cultura del sindacato: alla ricerca di una nuova élite, 3) Il nuovo fascismo. Dall’impero alla guerra rivoluzionaria, 4) Il lavoro come mito e come ideologia, 5) Il lungo progetto di Tullio Cianetti, 6) Oltre il fascismo: dal 25 luglio al 25 aprile, 7) L’ultimo atto: la sinistra nazionale. Si tratta, dunque, di uno studio che inizia negli anni Venti per concludersi negli anni Novanta. In questo arco di tempo si sono verificati dei fatti storici che hanno determinato dei cambiamenti radicali nella società italiana, e che l’autore, sebbene impegnato ad illustrarne solo uno fra i tanti, non ha tralasciato di metterli in luce, e di scoprirne i punti di raccordo, così come quelli discordanti.

L’intenzione di Parlato consiste nel tentare di precisare la natura e le peculiarità del sindacalismo fascista, e, per raggiungere il suo fine utilizza piani di ricerca differenti, ma legati da un filone comune: quello ideologico. Accanto all’aspetto politico-sociale, si impone quello pedagogico, che permette di operare una sorta di continuità tra il mondo della politica e quello della cultura. Si riaccende così un dibattito sul rapporto tra la scuola e il lavoro, e tra la scuola e la società, che ha impegnato molti intellettuali italiani a partire dagli anni Trenta fino agli anni Settanta e oltre. L’esigenza di diffondere tra le masse la cultura, si presentava come una prerogativa necessaria e determinante per giungere alla realizzazione di un progetto politico, come quello auspicato dalla sinistra fascista.

La trasmissione del sindacalismo non poteva prendere avvio, se non si operava prima una trasformazione della “cultura del lavoratore” attraverso l’introduzione di scuole sindacali, che avrebbero dovuto compierla. Indubbiamente, come osserva P. Neglie in Il sindacalismo fascista fra “classe” e “nazione”. Origini ideali, aspirazioni e velleità della sinistra fascista nel ventennio (in R. De Felice, Il lavoro dello storico fra ricerca e didattica, pp. 120-121): «Il sindacato fascista svolse durante il regime una funzione assai particolare, non limitata soltanto alla rappresentanza dei lavoratori o all’elaborazione, in gran parte disattesa, di nuove normative in ordine allo stato sociale. Esso, fin dalle origini e ininterrottamente fino al 1943, svolse una funzione politica di rilievo come laboratorio organizzativo della sinistra fascista»[4]. Nondimeno, non ci meraviglia il fatto che: «La maggior parte degli esponenti del fascismo “rivoluzionario” e “sociale” vide nell’organizzazione sindacale un punto di riferimento insostituibile per condurre la propria battaglia. Il sindacato, grazie alla sua struttura territoriale e di categoria, alla disponibilità finanziaria, alla presenza di uffici-studi di carattere legislativo e normativo, alla discreta rete di riviste e di organi di stampa, riuscì a rappresentare per molti intellettuali una garanzia di visibilità, un approdo sicuro anche dal punto di vista economico, un luogo protetto e sostanzialmente autonomo nel quale sviluppare teorie e proposte le quali, sebbene raramente recepite dal regime, costituirono quel bagaglio politico del quale si giovò la sinistra fascista. […] Non è un caso che personaggi di diversa caratura intellettuale e politica (da Malaparte a Panunzio, da Del Giudice a Landi, da Dinale a Chilanti, da Volpicelli a Zangara, da Olivetti a Manunta, da Spampanato a Fontanelli) siano passati, in un certo momento della loro attività politica – in genere, agli inizi  – attraverso le strutture sindacali o la stampa delle organizzazioni dei lavoratori. […] In questa ottica, il rapporto fra cultura e sindacato diventa indispensabile per comprendere la natura e le dimensioni della sinistra fascista, una componente che, senza il sindacato, si sarebbe caratterizzata tutt’al più per semplici dichiarazioni d’intenti, talvolta geniali, più spesso ingenue, idealistiche e recriminatorie»[5]. 

La scuola assume una funzione quasi decisiva nella materializzazione della formazione del sindacato fascista. Ad essa veniva attribuito lo scopo di eliminare quel divario che da sempre si consumava tra l’istruzione scolastica destinata alla classe dirigente e quella diretta alle masse. «Un divario – scrive Parlato – che “la rivoluzione fascista” riteneva in qualche modo di dovere colmare, pena la perpetua sudditanza dei lavoratori rispetto ai datori di lavoro. Il  problema di fondo delle scuole sindacali era quello della inevitabile caratteristica elitaria degli studenti. Soprattutto all’inizio, i partecipanti furono in maggioranza tecnici, amministratori, impiegati che intendevano accrescere le possibilità di inserimento nella politica o nel sindacato. La presenza dell’operaio di fabbrica costituì un fenomeno significativo dopo la metà degli anni Trenta e soltanto nelle grandi città industriali»[6].

Il tema pedagogico-culturale è preponderante, e la sua presenza può essere rintracciata in tutto il volume, e soprattutto nei capitoli: II, III e IV in cui vengono da un lato delineate le molteplici e mutevoli aspirazioni politiche e sociali della borghesia  e delle masse, nonchè il nuovo ruolo del sindacato; mentre, dall’altro è esemplificata la nuova funzione dell’attività lavorativa, intesa come “storia” e come “pedagogia rivoluzionaria”. Da non dimenticare, che questi aspetti tematici elaborati da Parlato non possono essere analizzati come fatti a se stanti, ma devono continuamente fare i conti prima con il ripristino della stabilità politica del primo dopoguerra, e poi con lo scoppio della seconda guerra mondiale, che non può che influenzare il loro cammino evolutivo. Infatti, è proprio ad essa che deve essere fatta risalire la diffusione di una nuova figura dell’intellettuale, vale a dire: “l’intellettuale militante”, che finisce per trasformare l’approccio verso la storia e la cultura in generale.

«Se con la Carta del 1927 –  rileva l’autore –  il lavoro era diventato uno dei punti di riferimento del messaggio sociale fascista e se dalla grande crisi dei primi anni Trenta, almeno propagandisticamente, in nome del lavoro si era cercato di salvaguardare gli interessi delle classi più deboli della società, è con la conclusione della guerra d’Etiopia che il lavoro diventò, nell’immaginario collettivo del fascismo rivoluzionario, il nuovo mito di riferimento, il criterio attraverso cui elaborare una nuova classe dirigente: dall’ex combattente della prima guerra mondiale si passava al lavoratore, nelle sue varie sfumature (il colonizzatore, il soldato che  torna al lavoro, l’operaio, il rurale, l’ex bracciante). […] Tuttavia, non di solo mito si trattò, bensì di una evoluzione importante e, per certi versi sorprendente, dell’ideologia del fascismo. […] Mussolini consentì la più ampia discussione all’interno della cultura fascista, la quale tuttavia, incanalata negli strumenti istituzionali del regime – primo fra tutti l’Istituto nazionale di cultura fascista – finiva col condizionare solo marginalmente il regime. Nel frattempo, nel paese, l’affermarsi della società di massa determinava il progressivo perfezionamento degli strumenti propagandistici del regime per meglio “andare verso il popolo” e incrementare quel consenso che diventava sempre più essenziale per sorreggere uno stato che si definiva totalitario. Il passaggio da una società agricolo-sacrale ad una industriale e secolarizzata comportò una maggiore attenzione verso il problema sociale, sia dal punto di vista sociologico, sia da quello politico: oltre che dai ceti medi, che avevano notevolmente contribuito alla nascita del fascismo, la domanda politica veniva, ormai, anche dal proletariato e dai rurali: diventava imprescindibile per il fascismo rappresentare globalmente, “totalitariamente”, la società italiana, ivi compresi i ceti un tempo esclusi dallo stato»[7]. In aggiunta al valore assunto dalla cultura e dal lavoro, scrive: «Fu  il pedagogista Luigi Volpicelli, braccio destro di Bottai all’epoca della Carta della Scuola, a contestare la scissione fra lavoro e cultura operata dalla società borghese. Ogni volta che il lavoratore si avvicinava alla cultura (anche a quella professionale), doveva necessariamente uscire dai canoni della propria attività ed entrare in un mondo a lui estraneo; ciò, per Volpicelli, dipendeva dalla radicata immagine di una cultura intesa esclusivamente come cultura umanistica, di fronte alla quale la preparazione tecnica del lavoratore veniva considerata come approssimazione velleitaria. […] La cultura è strettamente legata alla realtà, raggiunge l’unità dell’esperienza culturale, non la parcellizzazione del sapere attraverso la nozione accademica, è, in altri  termini, una “unitaria concezione del reale”, nell’ambito della quale il lavoro occupa lo spazio principale, essendo sintesi di vita e civiltà. Per Volpicelli, la tecnica è il punto centrale verso cui indirizzare la sintesi di lavoro e vita; la tecnica – “genio che presiede alla civiltà moderna” – assume un carattere mistico, nel quale le vecchie caratteristiche di lavoro come pena o come fatica sono completamente assenti (Cfr. L. Volpicelli, Premessa per una cultura operaia, in “Civiltà fascista”, maggio 1942, pp. 432 e sgg.)»[8].

Negli ultimi tre capitoli il discorso è prevalentemente politico, infatti emerge un ritratto molto particolareggiato sui differenti periodi che hanno interessato la formazione del sindacalismo fascista. Se scorriamo i titoli dei paragrafi è possibile cogliere come l’autore abbia tentato, per altro riuscendoci, di delineare nei dettagli i contenuti ideologici portati avanti dalla sinistra fascista in base agli andirivieni politici del Partito. Dall’attività sindacale svolta da Cianetti, Del Giudice, Biagi, Rossoni, Razza e Scorza, si passa all’ipotesi di un “sindacalismo nazionale” durante la Repubblica di Salò, fino ad arrivare all’ultimo atto della sinistra fascista che si protrae all’incirca intorno agli anni Settanta del ’900.

Parlato, ha saputo offrire al lettore l’occasione di afferrare attraverso una descrizione lineare e schematica un quadro completo delle diverse sfumatore che hanno colorato l’iter del sindacato fascista, e soprattutto, ha fornito gli strumenti per approfondire i poliedrici fatti che lo hanno ostacolato, sostenuto, e che hanno permesso la sua ascesa e la  sua fine.

 

 

 

          Tania Tomassetti



[1] g. parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino Ricerca, 2000, p. 7.

[2] Ivi, p. 8.

[3] Ivi, p. 14.

[4] Ivi, p. 75.

[5] Ivi, pp. 75-76.

           [6] Ivi, p. 85.

[7] Ivi, pp. 177-178.

[8] Ivi, pp. 183-184.