TOLSTOJ NELLE PAGINE DI “RASSEGNA SOVIETICA”*

 

L’immagine di Tolstoj, così come si delinea attraverso gli articoli apparsi nell’arco di un quarantennio su “Rassegna sovietica”, deve i tratti inconsueti che la compongono alla sottolineatura di alcuni aspetti dell’opera e della personalità dello scrittore trascurati o ignorati da monografie e studi critici di più ampio respiro. Il taglio “politico” di diversi interventi (a partire dalla riproposta dei famosi articoli di Lenin su Tolstoj) non sminuisce il valore di osservazioni e rilievi, anzi restituisce al lettore una prospettiva storica in cui la stessa interpretazione “di parte” diviene motivo ed occasione di analisi critica. I tre scritti di Lenin, pubblicati dalla rivista in occasione del 40° anniversario della morte del grande scrittore sotto il titolo Tolstoi specchio della rivoluzione russa[1], sono in tal senso esemplari: la lente dell’ideologia, deformante nei confronti di alcuni principi del tolstoismo, denigrati ed irrisi per il loro umanesimo universalistico, si ritorce sullo stesso Lenin che, pur vestendo i panni del critico, non può certo dismettere quelli del rivoluzionario, sicché il senso delle sue stesse parole risulta fortemente condizionato da un ruolo politico e da vicende storiche che in parte sono tra l’altro successive alla data di composizione degli articoli. Scritti tra il 1908 e il 1910, gli interventi di Lenin inevitabilmente si leggono rivolgendo il pensiero a quanto sarebbe accaduto di lì a pochi anni, di modo che nella coscienza del lettore la rivoluzione del 1905 cui si accenna nel primo dei tre articoli sembra sdoppiarsi in quella del ’17, creando un curioso effetto di distorsione temporale della memoria. Ponendosi fuori dal coro delle celebrazioni e dei riconoscimenti tributati a Tolstoj, unanimemente considerato in quegli anni massimo scrittore vivente, Lenin, mentre solidarizza con l’aspro fustigatore del governo, della Chiesa e della scienza borghese, considera poi ridicolo il «profeta che scopre nuove ricette di salvezza dell’umanità»[2]; le antinomie da cui, secondo Lenin, il tolstoismo è segnato, riflettono come in uno specchio le «contraddittorie condizioni in cui fu posta l’azione storica dei contadini»[3] nel corso del processo rivoluzionario russo. La contraddizione, considerata da Lenin come elemento negativo, ostacolo ad un progresso semplicisticamente rappresentato come cammino verso un radioso avvenire, costituisce invece la vera, inesauribile ricchezza del pensiero di Tolstoj, proiezione di un mondo interiore carico di straordinaria energia intellettuale e spirituale; il demone del dubbio (respinto come segno di debolezza e decadimento morale dagli intellettuali di fede marxista), impedendo a Tolstoj di irrigidirsi sulle proprie posizioni, ha probabilmente accentuato la sofferenza di un animo generoso ed intransigente, ma ha reso possibile il dispiegarsi di tutte le risorse di un’individualità eccezionale.

Gli ultimi anni della vita di Tolstoj, i più tormentati, vengono ricostruiti da B. Meilakh in modo attento e rispettoso della complessità di una vicenda che ha coinvolto anche i più stretti familiari dello scrittore, in un nodo inestricabile di affetti, rancori, astio e interessi; il saggio, pubblicato sui primi tre numeri del 1961 di “Rassegna sovietica”, cerca di far luce sulle circostanze legate alla cosiddetta “tragedia di Jasnaja Poljana” non per accusare o assolvere l’uno o l’altro dei membri della famiglia, ma per completare il ritratto spirituale di un uomo che «sino agli ultimi giorni della sua vita rimase un propugnatore della protesta e della rassegnazione, che cercava e analizzava, pronto a dubitare e a confermare»[4]. Tolstoj, ormai anziano, lucidissimo di mente ma provato nel fisico, sfinito dai dissapori familiari e dalla consapevolezza di vivere, nel lusso, un’esistenza che ormai gli ripugnava, conservò fino all’ultimo «la costante freschezza della sua percezione della vita, non cessò mai di osservare ciò che v’era di nuovo nel consueto. Egli confermò ancora una volta la verità: la bellezza del mondo invecchia per colui che invecchia con l’anima, ma rimane eternamente giovane quando la sai vedere»[5]. La capacità di cogliere ogni minima sfumatura della realtà, mentre gli consentiva di guardare al mondo e agli uomini con curiosità ed interesse sempre nuovi, doveva d’altro canto rendergli più doloroso l’aspro conflitto per il testamento che si scatenò in famiglia e che lo vide contrapposto, in un crescendo d’incomprensione e sofferenze, alla moglie Sof’ja, istigata dai figli Andrej e Lev. Scosso dalle critiche di coloro che gli rimproveravano un tenore di vita in contrasto con la sua aspirazione ad un’esistenza povera e austera, Tolstoj, da sempre implacabile critico di se stesso, non esitò neanche in questa circostanza ad autoaccusarsi, trovando però nella moglie e nei figli maschi (con l’unica eccezione di Sergej, il primogenito) un ostacolo insormontabile all’attuazione del suo desiderio di sottrarre i diritti d’autore delle sue opere alla famiglia perché divenissero proprietà sociale. Sostenuto nella sua battaglia dalle figlie e dal collaboratore Vladimir Grigorevič Certkov, lo scrittore si trovò ben presto al centro di una lotta accanita in cui

 

tutti coloro che circondavano Tolstoj non presero in considerazione che il loro principale e sacrosanto dovere era di preoccuparsi della sua tranquillità, di creare intorno a lui un’atmosfera di calore, di attenzione, di risparmiargli emozioni superflue. Essi non pensavano affatto che ogni giorno, ogni ora di questo grandissimo genio dell’umanità era prezioso. E in questo consisteva il più grande errore di entrambi “i partiti”, errore che non trovava giustificazioni[6].

 

Infine, nella drammatica notte dal 27 al 28 ottobre 1910, avendo intravisto la moglie frugare tra le pagine del proprio diario segreto, Tolstoj decise di attuare la fuga che andava già da qualche tempo meditando. Accompagnato dal medico e amico Dušan Petrovič Makovitskij, Tolstoj abbandonò Jasnaja Poljana, iniziando quello che doveva rivelarsi un drammatico tragitto verso la morte. Durante le tappe del viaggio in treno, che da un certo punto, per volontà dello scrittore, proseguì, in condizioni piuttosto disagiate, in terza classe, la prodigiosa attività di Tolstoj non si interruppe: egli conversò con i passeggeri, in prevalenza contadini, esponendo le proprie teorie e terminò di scrivere un articolo sulla pena capitale. Tolstoj ci viene descritto non come un essere disgustato della vita, in cerca di pace e di oblio, ma al contrario come un uomo coraggioso che, decidendo ad ottantadue anni di mutare bruscamente il tenore di un’esistenza agiata, mantiene ferma l’intenzione di proseguire battaglie civili che ormai sono tutta la sua vita. Ammalatosi improvvisamente di polmonite il 31 ottobre, Tolstoj fu costretto ad interrompere il suo viaggio alla stazione di Astapovo. La terza parte dell’articolo di Meilakh riferisce dei tentativi delle alte gerarchie governative ed ecclesiastiche di inscenare il pentimento e la riconciliazione dello scrittore con la Chiesa ortodossa, che lo aveva scomunicato nel 1901[7]. Intanto, mentre gli occhi dell’opinione pubblica mondiale si appuntano su un piccolo sperduto villaggio dove una grande e nobile vita a poco a poco si spegne, cresce la sorveglianza della polizia, che sta predisponendo funerali “blindati”; la commozione e il sincero dolore suscitati dalla morte di Tolstoj, sopraggiunta la mattina del 7 novembre, sono tali che nessuna disposizione di ordine pubblico può impedire la formazione di un lungo corteo spontaneo che accompagna la bara dalla stazione di Zaseka a Jasnaja Poljana. Il saggio di Meilakh è corredato di testimonianze e citazioni da documenti ufficiali che confermano lo scrupolo dello studioso nel riferire con onestà vicende in cui l’aspetto privato dolorosamente si scontra con la dimensione pubblica di un uomo che avrebbe voluto scomparire nel silenzio ma la cui morte, purificata da un’estrema rinuncia, diviene in un certo senso rappresentazione dell’angoscia e della sofferenza del mondo.

Sempre nel terzo numero di “Rassegna sovietica” del 1961, compare il testo degli interventi di Alberto Moravia e Pëtr Zveteremich al dibattito Il problema del popolo in Leone Tolstoi, organizzato dall’associazione Italia-URSS nell’ambito delle celebrazioni tolstoiane del 50° anniversario della morte dello scrittore. Secondo Moravia, «la crisi terribile che sconvolse Tolstoj a metà della sua vita» determina un’insanabile frattura tra due periodi nettamente distinti, il primo, dominato dalla «serenità omerica» caratteristica delle pagine di Guerra e pace e che si riflette in un’esistenza operosa e tranquilla accanto alla moglie e ai figli, e il secondo, segnato dalla sublimazione dell’angoscia e dell’orgoglio dell’artista nella dedizione a cause e battaglie di interesse collettivo[8]. Il nichilismo distruttivo di Tolstoj, magistralmente raffigurato nel protagonista di Resurrezione, principe Nechljudov, si ferma al popolo; la rabbia da cui il principe si sente invaso dinanzi all’indifferenza dei giudici e degli avvocati che consulta allorché scopre di essere stato anni addietro il corruttore della donna che ora dovrebbe giudicare, svanisce dinanzi «alla ragazza che ha sedotto, che non è data affatto come una santa, ma come una persona abbastanza misteriosa, perché i personaggi di Tolstoi sono misteriosi, il popolo custodisce nel suo cuore un mistero, che è il mistero della semplicità e della visione del reale che manca all’uomo di cultura»[9]. Moravia afferma inoltre che Tolstoj, anticipando nella propria esperienza personale la crisi tra l’individuo e la realtà che sarebbe divenuta generale nella cultura europea del Decadentismo, proietta dubbi e interrogativi, ma anche proposte di soluzione, nel nostro tempo; per questo non si deve tener conto soltanto del primo Tolstoj (luminoso, grandissimo nell’ispirazione artistica) «ma bisogna vedere anche l’ultimo Tolstoi, il quale per molti aspetti è il più moderno»[10]. Nel suo contributo al dibattito, Zveteremich, ricollegandosi agli articoli di Lenin su Tolstoj, si sofferma sul rapporto «di consanguineità, di immedesimazione con il popolo» che trova espressione già nelle pagine di Guerra e pace, dove il «senso di serenità di fronte agli avvenimenti, di saggezza antica e di comunione con la natura, con le cose», appare come «il frutto tipico della coscienza contadina»[11]. Mentre nella trasfigurazione artistica il mondo popolare viene reso con un realismo suggestivo ed attento al tempo stesso, nella parte propositiva dell’opera di Tolstoj, che trova espressione nei saggi e negli articoli, secondo Zveteremich la visione dello scrittore diviene «astratta, inoperante, antistorica ed oggettivamente perfino reazionaria»[12]; parole piuttosto pesanti, nettamente in contrasto con la posizione di Moravia che, intellettuale di sinistra privo di rigidezze ideologiche, aveva invece, giustamente, sottolineato la modernità di Tolstoj nel suo essere «un uomo che sentiva fortemente il lato associativo, il lato della società, l’umanità nella sua complessità»[13].

Di notevole interesse documentario è la Rassegna delle traduzioni e della critica letteraria relativa alle opere di Tolstoj curata da Bruce Renton nell’ambito di uno studio del 1961 intitolato La letteratura russa in Italia nel sec. XIX[14]; l’attenzione riservata dai critici italiani della seconda metà dell’Ottocento alle teorie sociali di Tolstoj, spesso fraintese o considerate d’ostacolo al dispiegamento delle energie artistiche del grande scrittore, è l’indiretta conferma della vitalità di un pensiero che, pur attraverso arresti e contraddizioni, procede con coraggio nella ricerca di una verità mai definitivamente data, ma tenacemente perseguita con tutte le forze di un cuore generoso e di una limpida mente[15].

Un breve ed alquanto oscuro articolo di Leonid Maksimovič Leonov, apparso nel 1969 sulla rivista rumena “Secolul XX” e riproposto nel 1978 da “Rassegna sovietica”, accosta i nomi di Dostoevskij e Tolstoj rilevando la circostanza che i due scrittori, «così vicini per il carattere delle loro ricerche spirituali», non si sono mai incontrati; le loro strade, destinate a non incrociarsi nella vita reale, sono però in fondo parallele, contrassegnate come sono da una forte tensione morale e dal tentativo di interpretare la realtà attraverso l’arte.

Non si comprende però in cosa consista la superiorità di Dostoevskij rispetto a Tolstoj, rilevata «in un maggior volume, nella sua algebricità generalizzata, nel carattere shakespeariano della sua partitura filosofica, che esclude la spazzatura della vita quotidiana, il privato e il locale, fornendo un prodotto di pensiero nazionale più puro»[16]; ci si chiede che senso abbia stabilire gerarchie di merito fra scrittori che, diversi nell’ispirazione e nella tecnica narrativa, raggiungono vette espressive elevatissime, per il riconoscimento delle quali l’intervento del critico è superfluo, essendo l’impatto emotivo sui lettori di ogni epoca il più schietto ed immediato attestato di grandezza e la più sicura garanzia di immortalità.

Sempre nel 1978 “Rassegna sovietica” presenta ai suoi lettori il resoconto del convegno-seminario L’umanesimo di Tolstoj svoltosi in quell’anno a Venezia dal 28 al 30 settembre[17], con la partecipazione di alcuni nipoti dello scrittore e alla presenza di studiosi, letterati e giornalisti; la rivalutazione del pensiero di Tolstoj, restituito ai suoi più autentici significati, appare come il segno di un rinnovato interesse nei confronti di una filosofia morale e della storia che, oltre a dirigere la vita e le iniziative dello scrittore, è stata l’immancabile supporto di tutte le sue opere narrative. Il 150° anniversario della nascita di Tolstoj viene poi ricordato dalla rivista con la pubblicazione di un lungo articolo di L. Pazitnov che analizza i vari canali dell’opera letteraria e saggistica di Tolstoj in cui l’etica s’intreccia alle visioni dell’arte o guida la riflessione su varie questioni sociali; la conclusione dello studioso è che il moralismo responsabile dell’intransigenza di tanti scritti polemici non condiziona in alcun modo l’espressione artistica: nei racconti, nei romanzi «le posizioni di Tolstoj sono interamente sottomesse alle norme dell’arte vera: come artista egli non prende per un assoluto la contrapposizione fra il bene e il male e scende dalle altezze delle massime morali verso la natura umana, ove questi concetti sono capricciosamente intrecciati e trapassano l’uno nell’altro»[18]. Ripercorrendo le tappe dell’attività letteraria di Tolstoj, è possibile rilevare i vari momenti della sua formazione spirituale, lungo un itinerario di autoformazione che copre l’intero arco dell’esistenza dello scrittore; secondo Pazitnov però la dottrina di Tolstoj (mai formulata comunque come organico sistema di idee), presentandosi come seguito e compimento delle «ricerche ideali che avevano riempito la sua vita negli anni della giovinezza e della maturità»[19], denuncia tutta la sua inadeguatezza nell’affrontare i gravi problemi che travagliano la società russa tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del nuovo secolo. Si potrebbe obiettare che la fede, l’intelligenza e la volontà di un solo uomo, per quanto eccezionale, non potrebbero in ogni caso risolvere le questioni relative al destino di un popolo né d’altro canto Tolstoj, che pure aveva scelto di esporre il proprio nome in tante battaglie civili, avrebbe mai ritagliato per sé un ruolo politico attivo.

Si può considerare segno di una sensibilità critica nuova soffermarsi, come fa Viktor Erofeev in un articolo del 1979, sulla dimensione “privata” del mestiere di scrittore, accostando i nomi di Tolstoj e Proust[20]; riuscire a comprendere le scelte stilistiche dell’uno attraverso l’interpretazione delle motivazioni artistiche dell’altro non significa, ovviamente, che i due autori siano intercambiabili o che le affinità prevalgano sulle distanze; tuttavia l’ammirazione espressa da Proust nei confronti dell’arte di Tolstoj[21] potrebbe essere determinata, oltre che da considerazioni di ordine estetico, da una circostanza tutt’altro che secondaria, l’aver posto entrambi al centro del proprio mondo poetico il ricordo, motore narrativo nella Recherche proustiana, sotterranea linea di continuità emotiva in Tolstoj; attraverso la citazione ed il commento di alcune frasi dei due grandi scrittori Erofeev sottolinea i punti di contatto ma anche le divergenze nell’impiego della memoria intesa come strumento diretto alla realizzazione di finalità artistiche strettamente correlate alle manifestazioni emotive del soggetto.

A partire dagli anni ’70, si coglie, nelle pagine di “Rassegna sovietica”, una maggiore attenzione verso aspetti e caratteristiche dell’opera tolstoiana precedentemente trascurati; l’annosa questione del rapporto arte-morale viene (finalmente) accantonata, mentre si interrogano, con inedito scrupolo filologico, le pagine “nascoste” del grande scrittore, allo scopo di rintracciare i segni di un impegno letterario e civile di cui solo ora si comprende il significato. L’articolo di Viktor Borisovič Šklovskij sulla trasposizione cinematografica dei romanzi tolstoiani inaugura la nuova tendenza: la questione della traduzione in immagini di opere già esistenti viene posta con rigore, evitando ogni soluzione banale che punti alla nuda riproposizione sullo schermo dell’intreccio. Oltretutto lo stile tolstoiano, pur trasmettendo al lettore un profondo senso di pacatezza ed armonia, è tutt’altro che semplice, dal momento che lo scrittore «costruisce l’azione su molti piani. La combinazione di diversi piani gli è necessaria per illustrare il valore di ciascuno di essi. Si tratta di leggi di connessione, di un montaggio»[22]; la tecnica espressiva, che consente a Tolstoj la definizione di un tessuto narrativo duttile e nitido al tempo stesso, non può essere trasferita al linguaggio del cinema, che «il più delle volte ha distrutto la molteplicità di piani della prosa tolstoiana. Ha smarrito il segreto della sua maestria»[23]; le parole di Šklovskij, acuto critico letterario e appassionato cultore di cinema, sembrerebbero adombrare la convinzione che qualunque trasposizione cinematografica dei romanzi tolstoiani sia destinata al fallimento, se non finanziario, artistico; è indubbio che chiunque abbia amato i personaggi di Tolstoj nella loro ricca umanità (anche quelli negativi, come Stiva Oblonskij o Anatolij Kuraghin) non possa non avvertire l’inferiorità di qualunque copia rispetto al modello, pur nella consapevolezza della diversità dei tempi e delle leggi che ogni genere artistico impone; d’altro canto «molti hanno avuto un primo approccio con Tolstoj attraverso il cinema o la televisione»[24], il che può far riflettere sul ruolo didattico-divulgativo dei mezzi di comunicazione che, purtroppo, altre volte perseguono finalità di ben più basso profilo.

In un’analisi del romanzo russo dell’Ottocento pubblicata su “Rassegna sovietica” nel 1987, Renato Risaliti ricostruisce le vicende umane ed artistiche degli scrittori che contribuirono alla nascita e allo sviluppo di una stagione letteraria senza confronto nell’età moderna; Tolstoj, definito «grande genio del popolo russo»[25], è ricordato nella veste di narratore, oltre che nei dati biografici più strettamente collegati ai suoi scritti. Il saggio, che non approfondisce aspetti particolari della vita o dell’opera degli autori citati, si presenta comunque come un utile compendio destinato a fornire il quadro della fioritura letteraria dell’Ottocento russo.

L’articolo di Vladimir Jakovlevič Lakšin Il «genio» nella drammaturgia di Tolstoj, apparso nel 1980 sul terzo numero di “Rassegna sovietica” è invece una brillante incursione in un settore meno noto dell’attività letteraria di Tolstoj, il teatro, genere per il quale il grande scrittore nutriva un modesto interesse, assumendo però a più riprese il ruolo di implacabile critico di grandi autori come Shakespeare, Ibsen o Čechov. Il saggio, preceduto da una breve presentazione della traduttrice Annelisa Alleva dal titolo Tolstoj e il teatro, chiarisce i motivi dell’incomprensione, da parte di Tolstoj, del teatro moderno, apparentemente “slegato” nelle sue parti e distante dall’idea morale che, pur senza sopraffare l’elemento artistico, costituisce il sostrato profondo dell’opera tolstoiana. La fermezza del carattere indubbiamente spingeva Tolstoj ad una sincerità spigolosa, ma mai offensiva o cattiva: «difendeva con accanimento la sua concezione della vita, degli uomini e delle forme artistiche attaccando polemicamente tutto ciò che gli era artisticamente estraneo. I suoi giudizi negativi non fanno vacillare il nostro giudizio sugli altri grandi uomini, ma spesso danno delucidazioni sul mondo degli ideali e delle passioni tolstoiane»[26]. Lo stesso Čechov sorrideva raccontando come, al termine di una sua visita a Gaspr, Tolstoj, che pure gli era sinceramente affezionato, dopo averlo abbracciato e baciato, gli aveva confessato di non sopportare i suoi drammi, peggiori, a suo dire, di quelli di Shakespeare[27]. Le argomentazioni di Lakšin, precise e suffragate da riscontri testuali e testimonianze, tendono a dimostrare che nel tratteggiare il personaggio inumano e crudele di Ivan Petrovič Aleksandrov nel dramma Il cadavere vivente, Tolstoj, nonostante le critiche rivolte ad Ibsen, tenne presente la sua piéce intitolata Il nemico del popolo[28].

Gli ultimi interventi su Tolstoj nel 1989 e nel 1990, a firma di Giorgio Cerrai, indirizzano l’attenzione dei lettori di “Rassegna sovietica” sull’attività pedagogica dello scrittore, messa in relazione, nel primo dei due articoli, Aspetti della pedagogia in Leone Tolstoj, con le teorie di Dewey, Piaget, Claparede, Kilpatrick, anticipate nel loro nucleo ispiratore e concretamente applicate nella scuola di Jasnaja Poljana. Il senso della modernità di molte affermazioni tolstoiane circa il valore dell’esperienza, il ruolo dell’educazione o la funzione dell’interesse filtra attraverso la magia di pagine che, scritte più d’un secolo fa, molto hanno ancora da dire ai maestri d’oggi. Negli scritti pedagogici di Tolstoj la parte teorica si presenta come il complemento delle esperienze concrete, cui si deve la vera formazione dell’insegnante; eppure, nonostante il riferimento costante alla realtà e le preoccupazioni legate alle difficoltà organizzative dell’attività didattica, Tolstoj si lasciò conquistare da un’utopia, come la definisce Cerrai: «insegnare nella scuola di Jasnaja Poljana significa credere, in definitiva, ai valori morali innati nel popolo russo cui si rivolge siffatta educazione; il fanciullo e il contadino sono i più vicini ai valori ideali dell’umanità e quindi l’educazione non potrà configurarsi che come una sorta di “maieutica”, di verità già in nuce possedute»[29]. Tolstoj seppe comunque coniugare lo slancio ideale alla concretezza del quotidiano lavoro di insegnante, come Cerrai dimostra attraverso la traduzione di una pagina dell’Abbecedario, in cui vengono fornite indicazioni estremamente chiare e semplici su come insegnare a leggere ai bambini; avvertendo che tutti i metodi per apprendere le lettere dell’alfabeto sono buoni, «se l’allievo non si annoia»[30], ancora una volta Tolstoj mostra di considerare le esigenze del bambino prioritarie rispetto ad ogni forma di pigrizia intellettuale o prassi educativa consolidata dall’abitudine.

 

Elisa Medolla



* Articolo apparso sul n. 4 di “Slavia”, ottobre-dicembre 1999.

[1] V. I. Lenin, Tolstoi specchio della rivoluzione russa, in “Rassegna sovietica”, n. 8, 1950, pp. 3-15; dei tre articoli il primo, scritto in occasione dell’ottantesimo compleanno di Tolstoj, era stato pubblicato il 24/9/1908 sul n. 35 della rivista “Proletarij”, il secondo e il terzo erano apparsi a pochi giorni dalla morte dello scrittore, rispettivamente il 29/11/1910 sul n. 18 di “Sotsial-Demokrat” e il 28/11/1910 sul n. 7 di “Nasc Put”.

[2] Ivi, p. 5.

[3] Ivi, p. 6.

[4] B. Meilakh, Ritiro e morte di Lev Tolstoi, parte I, in “Rassegna sovietica”, n. 1, 1961, p. 17; il lungo articolo era apparso l’anno precedente sui nn. 10 e 11 della rivista “Novy mir”.

[5] Ivi, p. 17.

[6] Art. cit., parte II, “Rassegna sovietica”, n. 2, 1961, p. 43.

[7] Art. cit., parte III, “Rassegna sovietica”, n. 3, 1961, pp. 17-22.

[8] Il problema del popolo in Leone Tolstoi, in “Rassegna sovietica”, n. 3, 1961, pp. 6-7; un sintomo della profonda crisi che attanagliò lo scrittore è l’episodio conosciuto come “l’angoscia di Arzamas”; la notte del 2 settembre 1869, nella locanda di Arzamas, una delle ultime tappe di un viaggio a Saransk per l’acquisto di una tenuta, Tolstoj si sveglia all’improvviso, sopraffatto da un senso di terrore che non riesce a controllare e che si attenua solo verso l’alba.

[9] Ivi, p. 8.

[10] Ivi, p. 9.

[11] Ivi, p. 11.

[12] Ivi, p. 13.

[13] Ivi, p. 7.

[14] B. Renton, La letteratura russa in Italia nel sec. XIX, in “Rassegna sovietica”, n. 6, 1960, e nn. 1, 3, 4 (dove compare il capitolo dedicato alle traduzioni e ai saggi su Tolstoj), 5, 1961.

[15] B. Renton descrive con molta efficacia il senso di smarrimento provocato dalle ferme denunce tolstoiane: «Tolstoi creò una sensazione di ansia, di presentimento apocalittico; egli sollevò indignazione, pessimismo e anche fiducia mistica nell’avvento di un mondo migliore. Gli italiani ripiegarono sulle loro glorie artistiche, e sostennero che si trattava di una cosa assurda. Essi cercarono rifugio in Manzoni, in Vico e in Giusti. Ma in realtà essi erano stati profondamente turbati da Tolstoi e la fine del secolo fu contrassegnata da un’irrequietezza che soprattutto Tolstoi aveva appunto suscitato» (art. cit., p. 63).

[16] L. M. Leonov, Dostoevskij e Tolstoj, in “Rassegna sovietica”, n. 4, 1978, p. 167.

[17] C. Lasorsa, Tolstoj a Venezia, in “Rassegna sovietica”, n. 6, 1978, pp. 98-102; Sante Graciotti e Vittorio Strada, organizzatori dell’iniziativa, hanno raccolto nel volume Tolstoj oggi, Firenze, Sansoni, 1980, diversi interventi e saggi presentati al convegno.

[18] L. Pazitnov, Il compito più importante dell’umanità, in “Rassegna sovietica”, n. 6, 1978, p. 107 (da “Novyj mir”, n. 8, 1978, pp. 221-37).

[19] Ivi, p. 123.

[20] V. Erofeev, Tolstoj e Proust, in “Rassegna sovietica”, n. 5, 1979, pp. 71-78; l’articolo era apparso l’anno prima sul n. 236 di “Lettres soviétiques”.

[21] Tolstoj, considerato da Proust «un dio sereno», viene anteposto senza incertezze a Balzac, giudicato con disprezzo «un letterato smanioso di fare un grande libro» (Giornate di lettura, a cura di P. Serini, Milano, Il Saggiatore, 1979, p. 53); il giudizio di Proust su Tolstoj e Balzac viene riportato da V. Erofeev, che ne esamina i passaggi salienti (art. cit., p. 71).

[22] V. B. Šklovskij, La prosa di Lev Tolstoj e il cinema di domani, in “Rassegna sovietica”, n. 6, 1979, p. 6 (da “Iskusstvo kino”, n. 9, 1978).

[23] Ibidem.

[24] Ivi, p. 12.

[25] R. Risaliti, Il romanzo russo dell’Ottocento, in “Rassegna sovietica”, n. 5, 1987, p. 105.

[26] V. J. Lakšin, Il «genio» nella drammaturgia di Tolstoj, in “Rassegna sovietica”, n. 3, 1980, p. 39 (da “Teatr”, n. 8, 1978).

[27] L’episodio, ricordato da Annelisa Alleva (art. cit., p. 30), viene ampiamente descritto nel saggio di V. J. Lakšin Tolstoj i Cechov, Mosca, 1975.

[28] Ivi, p. 38; il riferimento ad Ibsen, nonostante la spiccata antipatia nutrita da Tolstoj nei suoi confronti, è perfettamente plausibile; nei Quattro libri di lettura un evidente richiamo al Mercante di Venezia di Shakespeare, presente nel racconto Il duro castigo, è la conferma, seppur indiretta, di un riconoscimento artistico mai apertamente concesso (L. Tolstoj, Tutti i racconti, a cura di I. Sibaldi, Milano, Mondadori, 1991, p. 996).

[29] G. Cerrai, Aspetti della pedagogia libertaria in Leone Tolstoj, in “Rassegna sovietica”, n. 5, 1989, p. 146.

[30] Id., Da una pagina dell’Abecedario: motivi pedagogici innovatori in L. Tolstoj, in “Rassegna sovietica”, n. 4, 1990, p. 153.