Diritto e scienze sociali: la riforma mancata

Remotti Renzo

Tratto da: Scuola e Città, 1994, n. 1, pp. 29 ss.

 

 

Scienze sociali e scuola: dall’istruzione secondaria all’Università

 

Nel 1975 il Consiglio italiano per le scienze sociali costituì una commissione composta da diversi studiosi esperti di varie discipline, incaricata di studiare una proposta di legge, finalizzata a dare uno spazio più ampio nei programmi della scuola secondaria superiore allo studio delle scienze sociali [1]. Si era partiti dalla constatazione che, tra le tante carenze che affliggevano e tutt’ora affliggono, le scuole secondarie superiori vi è la pressochè totale mancanza di una conoscenza delle discipline emergenti che hanno per oggetto la società nei suoi molteplici aspetti. Si tratta di una serie di scienze che, pur avendo uno status relativamente autonomo 1’una dall’altra, si occupano della medesima realtà ed applicano metodi e teo- rie abbastanza simili. L’economia, la psicologia generale (soprattutto la psicologia sociale), la sociologia, la demografia, la geografia economica, 1’antropologia culturale e tante altre si configurano sempre più come un campo relativamente unitario per le strette interconnessioni che si stabiliscono tra di loro. Non si può più trattare per esempio della Teoria dello sviluppo economico senza riferirsi a concetti propri della sociologia o dell’antropologia culturale, così come il sociologo non può fare a meno di usare teorie giuridiche. Si parla perciò più di ”scienze sociali” piuttosto che semplicemente di economia, sociologia ecc. Tuttavia, se da una parte si registra questa evoluzione scientifica, dall’altra si nota un’assoluta inadeguatezza dell’insegnamento sia a livello di scuola secondaria sia, in maniera ancor piu vistosa, nei piani di studio delle diverse facoltà universitarie.

Nelle scuole secondarie superiori i programmi non sono stati rinnovati ed adeguati a questa nuova realtà ed è possibile avvertire questa carenza anche in quelle materie che appaiono lontane dalle scienze sociali. Per esempio la matematica viene ancora insegnata secondo i canoni classici, fissati da Cartesio, con esempi tratti esclusivamente dalle ”hard sciences”. Nessun cenno viene fatto agli sviluppi che questa disciplina ha permesso alla sociologia ed in particolar modo, almeno per il momento, all’economia. I testi scolastici negli esempi che spiegano le possibili applicazioni dei teoremi matematici, fanno sempre rigorosamente riferimento alla fisica [2]. Eppure i livelli raggiunti dai modelli quantitativi delle scienze sociali sono davvero notevoli, basti pensare alla teoria delle scelte collettive di Arrow o alle sofisticate elaborazioni della scienza dell’organizzazione dovute a Simon, entrambi premi Nobel per 1’economia. Il diritto o il suo surrogato ”educazione civica” occupa un ruolo assolutamente secondario e quando è anche presente viene svolto secondo i canoni del più stretto formalismo, in modo che si da l’impressione agli studenti che le norme giuridiche si riducano ad una serie di noiosi enunciati da apprendere in maniera mnemonica. Anzi lo schematismo di alcuni testi adottati comunemente è tale che la scienza giuridica appare come un vuoto ”ricettario” pronto all’uso per ogni circostanza sociale [3]. Non si riflette mai tuttavia a sufficienza sul fatto che 1’insegnamento delle scienze sociali riveste un ruolo del tutto particolare, se si considera che solo attraverso esse si potrà rendere coscienti i giovani del loro ruolo nella società, delle leggi che la governano e delle strutture giuridiche che regolano anche la loro vita quotidiana. Questa conoscenza è il primo mattone di una democrazia reale ed effettiva. E’ infatti mistificatorio e demagogico enunciare altisonanti diritti se poi solo una stretta cerchia di esperti ne conoscono per far la loro traduzione in norme ed istituzioni. Per conoscere la società con tutte le sue dinamiche e i suoi vincoli occorre prima di tutto insegnare agli studenti quale il loro ruolo sociale e quali diritti possono pretendere [4]. Prima di analizzare più dettagliatamente la proposta della Commissione, è necessario aprire una breve parentesi sullo ”status epistemologico” del diritto. Quest’ultima disciplina, infatti, occupa una posizione del tutto peculiare rispetto alle altre scienze sociali. Mentre la sociologia, 1’economia, la psicologia studiano la realtà così come è, il diritto stabilisce come la societa deve essere. Il grande sociologo-giurista Max Weber così spiega la differenza tra diritto e scienze sociali, impostazione ancora del tutto valida.

“Quando si parla di ’diritto’, ’ordinamento giuridico’, ’principio giuridico’ è necessario un particolare rigore nel differenziare il punto di vista giuridico da quello sociologico. Per il primo si domanda che cosa valga idealmente come diritto, e cioè quale significato, e quindi, di nuovo, quale senso normativo si deve attribuire, in modo logicamente corretto, a una formazione linguistica che si presenta come norma giuridica. Per il secondo punto di vista, invece, si domanda che cosa accada di fatto nell’ambito di una comunità, data 1’esistenza della possibilità che individui partecipanti all’agire di comunità – soprattutto quelli che esercitano in misura sociologicamente rilevante un influenza di fatto su di esso – considerino soggettivamente e trattino praticamente determinati ordinamenti come validi, e quindi orientino in vista di essi il loro proprio agire. In questo modo si determina anche la relazione di principio tra diritto ed economia” [5].

Da questo famoso passo si evince che esistono due dimensioni di ricerca nell’ambito delle scienze sociali: l’universo dell”’essere”, costituito dall’insieme dei fenomeni sociali così come accadono, e 1’universo del ”dover essere”, il mondo delle norme.

Pare che questi due universi siano assolutamente incomunicanti tra loro, ma in verita la questione è un poco più complessa. Infatti se da una parte è giustificato mantenere separate le scienze sociali empinche da quelle deontologiche (come il diritto o parte della pedagogia), dall’altro non bisogna mai dimenticare che tra la dimensione empirica e deontica c’e una stretta interdipendenza. Se, per esempio, si vuole affrontare adeguatamente una riforma scolastica, bisognerà prima di tutto verificare la realtà della scuola (numero totale di studenti, tasso d’abbandono, ecc.) – e questo è compito della sociologia e della demografia –, ma d’altra parte sarà anche necessario analizzare le norme vigenti e vedere se la legge e stata attuata in modo corretto o se magari la difficoltà di funzionamento del sistema non debba essere ricondotta piuttosto che ad una carenza di istituti giuridici ad una cattiva interpretazione di essi. Solo così si eviterà di introdurre norme che in realtà già esistono sovraccaricando inutilmente il sistema. Quest’ultimo è un aspetto che non deve essere dimenticato, dato che la società contemporanea ha la tendenza a produrre un numero eccessivo di norme, spesso in contraddizione tra loro. Al contrario un ordinamento giuridico sarà tanto più razionalmente formato quanto più è in relazione con il ”reale”. Fino ad oggi tutti i tentativi di avvicinare questi due universi sono andati falliti [6]. Così sociologia e diritto sono rimasti campi nettamente separati. L’errore di tutte le precedenti impostazioni è stato proprio nell’aver voluto unificare le due scienze. Invece le due prospettive devono essere separate, in quanto ogni scienza ha bisogno di crearsi un proprio ben preciso ambito di ricerca. Con ciò non si vuole dire che i due campi devono essere incomunicanti. La tendenza dei giuristi di isolare il di- ritto dalle altre scienze sociali è altrettanto errata. Al contrario il dover essere potrà essere considerato davvero razionale se e in funzione dell’essere. In altre parole il diritto si sarà adeguato alla realtà contemporanea solo se riuscirà a trasformarsi in un sistema adattivo, essere cioè capace di modificarsi con la stessa velocità, con cui si evolve la società contemporanea. Molte leggi sono rimaste inattuate non per carenze interne, ma per la cattiva conoscenza della realtà sociale, che con molta ritrosia accetta ogni modifica della ”prassi”.

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Dopo aver analizzato tutti questi fattori la commissione di studio propose di introdurre lo studio delle scienze sociali suddividendole in ”blocchi problematici”, in modo che ciascuno di essi si incentrasse su una o più scienze specifiche [7]. I singoli blocchi sono stati così indicati:

1)       il rapporto tra società e natura costituito per lo piu dalla geografia economica e dalla demografia;

2)       il rapporto tra economia e società basato sull’insegnamento dell’economia;

3)       il rapporto tra potere e società dominato dal diritto;

4)       il rapporto tra cultura e societa riferito all’antropologia fisica e culturale, alla sociologia ed infine alla psicologia.

Come si può notare ”ictu oculi” il programma è ad ampio spettro, coinvolgendo conoscenze eterogenee e complesse. Si pone perciò immediatamente il problema della formazione di un insegnante tanto esperto e versatile. Giustamente la Commissione ha notato che al momento attuale nessuna facoltà universitaria fornisce una visuale così ampia. Ogni blocco infatti implica tutta una serie di conoscenze interdisciplinari completamente assente nei piani di studio delle diverse facoltà di scienze sociali.

“La facoltà di giurisprudenza offre una preparazione quasi esclusivamente giuridica, nella quale lo spazio delle discipline economiche è troppo limitato e quello concesso alla sociologia è pressochè inesistente; e 1’impostazione prevalentemente formalistica dell’insegnamento del diritto rende il suo prodotto poco utilizzabile per i fini che ci prefiggiamo. La facolta di Economia e commercio offre sì una preparazione economica abbastanza estesa, ma largamente orientata in senso aziendalistico o tecnico-professionale (...) Una base più consistente è rappresentata dalla facoltà di Scienze politiche, (...) ma pure qui sono assenti alcune componenti necessarie per la formazione di un insegnante di scienze sociali” [8].

La proposta della commissione è quella di organizzare una vera e propria laurea in scienze sociali che fornisca una solida base di conoscenze in tutti i blocchi nel primo biennio e una specializzazione specifica nel secondo biennio o triennio [9].  Il progetto della Commissione, tuttavia, non riuscì ad andare in porto. Negli anni novanta si riunì un nuovo gruppo di studio, chiamato ”Commissione Brocca”, che propose un altro progetto di riforma. La Commissione abbozzò un progetto di legge, secondo cui tutta la secondaria superiore avrebbe dovuto suddividersi in due cicli di studio: il primo sarebbe stato comune a tutti gli studenti; il secondo avrebbe dovuto configurarsi come un corso di specializzazione di indirizzo. Un’eco di tale proposta la troviamo con il D.M. 24-4-1992. Quest’ultimo si riferisce unicamente agli Istituti professionali. Sinteticamente il decreto prevede la soppressione dei vari Istituti professionali, che vengono sostituiti da ”Indirizzi specifici” (agrario, servizi sociali, edile ecc.), e la costituzione di un’area comune a tutti gli indirizzi.

Le scienze sociali sono previste sia nell’area comune (18 ore settimanali per 1’insegnamento ”Economia e Diritto”), sia nei vari indirizzi. La psicologia, invece, compare solo nell’indirizzo ”Servizi sociali”. L’idea della Commissione Baglioni è senza dubbio più ambiziosa soprattutto perchè darebbe una preparazione interdisciplinare su tutte le materie, ma credo che crei una serie di problemi che il gruppo di studio non sembra aver valutato. Non si deve ignorare che un simile corso di studi corre il rischio di diventare eccessivamente dispersivo, se non è ancorato da una solida base di conoscenze, orientata verso una specifica disciplina. II giurista è tale quando conosce a fondo il diritto, anche se sbaglierebbe se limitasse il suo studio al solo diritto. Analoghe considerazioni si potrebbero proporre per le altre scienze. Il compito di ogni scienziato è prima di tutto cercare di delimitare molto chiaramente 1’oggetto verso cui si devono orientare le sue ricerche e dare un cam- po certo alla propria disciplina. Solo in una fase successiva potrà sentire la necessità di instaurare un dialogo con le altre scienze, in modo da estendere le conoscenze utili a far maggiore chiarezza sui suoi studi  [10].

Questa duplice fase della storia di ogni disciplina scientifica dovrebbe essere riprodotta nei vari ordinamenti delle facoltà di scienze sociali. Perciò e più opportuno mantenere i singoli indirizzi di laurea, ma suddividere il corso di studi in due bienni. Nel primo biennio si getteranno le basi della conoscenza delle diverse facoltà (per esempio, come subito vedremo, nel biennio della facoltà di giurisprudenza si insegneranno le materie istituzionali del diritto). Nel secondo biennio, invece, si introdurrà lo studente ai caratteri interdisciplinari della materia da lui scelta. Si potrà così strutturare le varie facoltà, in modo da dare una panoramica interdisciplinare senza però sacrificare la necessaria specializzazione in una determinata scienza sociale. In seguito si potranno organizzare specializzazioni biennali o triennali in discipline sociali, obbligatorie per tutti coloro che desiderano insegnare [11]. Questo modello potrà essere di grande giovamento anche a coloro che si dedicheranno all’insegnamento nelle scuole secondarie superiori. Ogni insegnante è chiamato ad insegnare solo una specifica materia (Diritto, economia, sociologia ecc.), per cui è abilitato. D’altra parte il suo insegnamento acquisterà grande valore solo se educherà i suoi allievi fin dai primi anni ad un approccio interdisciplinare. Un altro ordine di problemi, per cui non è possibile attuare la suindicata proposta è di ordine sociale. Infatti una laurea specifica in scienze sociali produr- rebbe notevoli problemi, non solo legislativi, in riferimento all’organizzazione dei concorsi per 1’abilitazione all’insegnamento a causa dell’aumento inevitabile di concorrenti che si avrebbe, dato che per ora tutte le lauree in scienze sociali, considerate per legge equipollenti, danno diritto all’insegnamento delle medesime materie. L’unica soluzione potrebbe essere quella di far accedere al concorso solo coloro che possiedono la laurea in scienze sociali. Soluzione che tuttavia mi pare assolutamente iniqua. Si pensi che, per una ricerca statistica effettuata nel 1968 ben il 12,9% dei laureati in giurisprudenza scelse il lavoro di insegnante [12]. E’ una cifra che deve far riflettere, soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo in cui diventa sempre più difficile anche per un laureato trovare un lavoro. Togliere questa possibilità ai neo-laureati sarebbe davvero pericoloso. Per queste ragioni ritengo che sia invece più conveniente cercare di migliorare le strutture che già esistono. La soluzione del doppio biennio offre due vantaggi. Da una parte pone tutti i laureati in discipline affini sullo stesso piano come sembra equo desiderare; dal1’altra non viene sacrificata 1’obiettiva esigenza di una maggiore preparazione post-laurea. Qui di seguito, dopo aver mostrato i dibattiti che si sono svolti tra i giuristi e i gravi problemi che incontra questa facoltà nell’adeguarsi alla realtà contemporanea, presentero una proposta volta a migliorare il corso di laurea in Giurisprudenza.

 

L’opinione dei giuristi

 

In questi ultimi anni anche tra i giuristi sta rinascendo il dibattito sulle possibili riforme di cui necessita la facoltà di Giurisprudenza. A dire il vero non esiste nessun progetto concreto, anche se ormai questa esigenza è sentita da tutti gli operatori giuridici. Molte sono state le proposte, soprattutto in vista del mercato unico europeo che richiede, a causa di una maggiore mobilità dei giuristi all’interno dell’Europa, un progressivo adeguamento dei piani di studio della facoltà con i programmi dei nostri colleghi Europei. Si è, in particolare, insistito nell’impostare lo studio di questa facoltà su due fronti: da una parte portando gli anni di studio da quattro a cinque, imprimendo allo studio un profilo più internazionalistico (di- ritto internazionale, diritto comparato ecc.) e dall’altra enfatizzando gli aspetti ”pratici” della materia. Si tratta di proposte molto stimolanti, soprattutto nella parte in cui vogliono rendere piu ampio 1’ambito delle conoscenze giuridiche accentuando l’importanza degli aspetti internazionali. La realtà giuridica presentata nelle facoltà giuridiche, strettamente chiusa entro i confini angusti dello Stato in cui opera, non rispecchia piu la prassi quotidiana che necessita di conoscenze approfondite degli ordinamenti stranieri e del diritto internazionale. Si crea di conseguenza una profonda spaccatura tra “il mondo giuridico accademico” e l’universo della pratica quotidiana, separazione che lo studente avvertirà non appena verrà proiettato nel mondo professionale. L’età delle Codificazioni si può dire definitivamente conclusa, e il codice Civile del 1942 ne rappresenta il canto del cigno. Oggi invece:

“(il codice civile) 1à dove non è stato modificato, e là dove è ancora applicato nel vecchio testo, tocca materie modeste e solitamente di scarso rilievo economico (luci, vedute, regolamento di confini, qualche problema di successione ereditaria...), o subisce le sollecitazioni, imponenti nella realtà economica (meno, perchè molto trascurate, in quella teorica) di leggi nuo- ve, come il rapporto fra le classiche figure della società di persone e di capitali da un lato, e quelle della “cooperativa” e del ”consorzio” dall’altro. Sicchè con corretto giudizio storico si è osservato che ormai ”al codice civile non può riconoscersi il valore di diritto generale, di sede di principi, che siano svolti e ’specificati’ da leggi esterne”

mentre può solo dirsi che:

“esso funge ormai da ”diritto residuale”, da disciplina di casi non disciplinati da norme particolari” [13].

Questa nuova impostazone percio non potrà che giovare ad una materia che, più di ogni altra, rimasta ancorata ad obsoleti schemi illuministico-ottocenteschi. Soprattutto nella prassi è ormai diventato impossibile operare senza avere a che fare con multinazionali, joint mntures, fatures e cosi via. Stranamente i programmi continuano ad ignorare questi aspetti nuovi della vita giuridica contemporanea, con la paradossale conseguenza che i colleghi laureati in altre discipline affini (Scienze politiche, Economia e commercio ecc.), in questi campi sono molto piu preparati di un giurista. Qualche anno fa il filosofo del diritto Wróblewski pubblicò un testo [14], in cui, nell’ultimo capitolo, trattò il problema dell’educazione giuridica. Secondo tale autore vi sono due modelli, che da ormai lungo tempo i giuristi propongono come possibili paradigmi di riforma. Il modello dell’educazione generale ritiene che 1’università deve mirare soprattutto alla ricerca. L’insegnamento sarà orientato specialmente agli aspetti teorici del diritto. In tal maniera 1’università dovrà iniziare lo studente ad un approccio interdisciplinare.

Gli aspetti professionali potranno essere studiati successivamente grazie o a corsi di specializzazione o un certo periodo di tirocinio presso studi privati e pubblici. Il secondo modello, invece, chiamato dell’educuzione specializzata ritiene che compito dell’università sia unicamente quello di preparare dei professionisti. Di conseguenza i corsi dovranno orientarsi solo agli aspetti che possono essere utili per la futura professione. L’approccio interdisciplinare potrà essere presente, ma solo per meglio essere utile alla futura professione. L’autore conclude che entrambi questi paradigmi esprimono modelli ideali, ma in realtà sia 1’uno che 1’altro si servono in maniera eccessiva della Dogmatica giuridica, con la differenza che il modello dell’educazione generale aggiunge qualche insegnamento in piu di altre scienze sociali. In sintesi Wróblewski ritiene che il modello migliore sia quello generale, ma che per il momento esso non sia stato ancora capace di trovare un piano di studi tale da amalgamare gli insegnamenti piu propriamente giuridici con quelli sociologici. Ancora una volta ci troviamo di fronte alla contrapposizione sopra analizzata tra scienze deontiche e scienze empiriche. Questo è il vero problema che il giurista impegnato sul fronte dell’educazione dovrà affrontare. Cercare un piano di studi che riesca ad affrontare in maniera armonica i due aspetti senza che 1’uno soffochi 1’altro. Argomento che, come e chiaro anche da questi brevi cenni, propone problemi teorici e metodologici formidabili.

 

Critiche

 

Qualche dubbio invece suscita la proposta di aumentare gli anni di studio da quattro a cinque. Credo che i quattro anni di studio attuali siano piu che sufficienti a dare una soddisfacente preparazione al neo-giurista almeno per due motivi. Prima di tutto la facoltà di giurisprudenza non permette un immediato ingresso nel mondo del lavoro, salvo che il neo-laureato si rivolga al settore privato. Nella maggioranza dei casi [15] il giurista dovrà affrontare difficili, ma soprattutto lunghi concorsi che rallentano talvolta per anni l’assunzione. Per esempio i tempi medi di uno dei concorsi piu ”tipici”, quello per Uditore Giudiziario, sono dell’ordine di due anni tra l’espletamento delle prove scritte e l’assunzione effettiva [16]. Questi tempi non ci fanno certamente onore, se raffrontati con i normali termini di altri paesi europei. In Francia tra gli scritti e l’assunzione trascorrono mediamente otto mesi. Conseguentemente l’uditore medio italiano ha 28/30 anni. Naturalmente poi viene il tirocinio, 1’esperienza necessaria, che, si badi bene, non dipende tanto dall’età, come si va dicendo, ma piuttosto dalle possibilita che si offrono al giovane di svolgere il lavoro e di assumersi presto le dovute responsabilità. L’effetto più immediato è che per avere un magistrato esperto bisogna attendere i 35/40 anni. Tutto cio si riflette negativamente, prima sul generale andamento della Giustizia e poi come necessaria conseguenza sulla società intera. Non dimentichiamo, infatti, che magistrati di valore del passato hanno costruito la loro grandezza quando erano molto piu giovani. La situazione diventa addirittura paradossale per il concorso da notaio. Un ulteriore aumento degli anni di studio aggraverebbe questa non certo ottimale situazione. Anzi proprio a proposito dei concorsi che sembrano essere un male cronico dell’Italia in un bel saggio sul pensiero del filosofo italiano Giorgio Pasquali, Nicola Siciliani de Cumis scrive:

“Che cosa dire poi dei ”concorsi”, una volta condiviso il ”compatimento per i dotti italiani, costretti a sottoporsi al concorso una, due, dieci volte nella vita”? Cosa dire di ”una vita che se ne va per esami” Ed ecco la risposta ”controcorrente” di Pasquali, affatto disposto ”a sfidare il biasimo e il dispregio di tutti i... colleghi”: Io mi assumo di dimostrare razionalmente che i concorsi sono ordinati in tal modo che, tranne singolare coincidenza di circostanze fortunatissime, difficili a verificarsi tutte insieme, essi debbono dare risultati cattivi; Che il vizio non è accidentale, ma ine- rente al sistema” [17].

Giorgio Pasquali aveva perfettamente ragione, tanto è vero che il concorso pubblico, trasformatosi in un mero terno all’otto, non stimola all’approfondimento sempre maggiore della materia, ma viene vissuto come 1”’iter” che il laureato deve fare per avere un posto statale. Conseguentemente ci si butta nella speranza che prima o poi la dea bendata ricompensi la fatica (fisica, si intende). Il sistema della selezione per acquisizione e senza dubbio, seppur con alcuni limiti, il migliore a patto che non si trasformi in una vuota gara per la scalata professionale, senza che cioè si colleghi un valido stimolo al continuo aggiornamento. La seconda ragione e collegata alla prima. Sono infatti, convinto che 1’università, per quanto possa offrire un taglio pratico agli studi, non potrà mai sostituire il lavoro ”sul campo”. Parafrasando G.B. Vico il lavoro si conosce solo se si e capaci di farlo, ma d’altra parte non si imparerà mai a svolgerlo se non si offre 1’opportunità di praticarlo. E il paradosso del ”praticante”. Potrà sviluppare tutte le sue potenzialita se ha clienti, ma non li avrà se non dopo un valido tirocinio, che lo dovrebbe mettere in contatto con il mercato professionale. La pratica obbligatoria per alcuni concorsi, come 1’esame da procuratore legale o da notaio, salvo rare e felici eccezioni, si risolve in un inutile periodo di stasi, ove si impara poco e male [18]. E’ dunque auspicabile che in un prossimo futuro si riformi anche il sistema di reclutamento dei pubblici impiegati, affinchè sia impostato sulla massima celerità del reclutamento ed al tempo stesso sull’aumento del tirocinio dopo 1’assunzione, arricchito con corsi d’aggiornamento periodici ed obbligatori.

 

L’organizzazione attuale

 

L’ordinamento dell’Università, come è noto, ha subito una lunga e spesso contraddittoria evoluzione. Limitandoci alla sola facoltà di Giurisprudenza, il primo piano di studi nazionale fu stabilito con il decreto del 30-9-1938 n. 1652 (cfr. appendice n. 1). Secondo i principi di allora il programma era obbligatorio e lo studente aveva una limitatissima possibilità di scelta: solo tre insegnamenti complementari, secondo un elenco di materie prestabilite dallo stesso decreto. Questa situazione rimase praticamente invariata fino al 1969, quando venne introdotto il piano di studi libero, anche se già alcuni decreti successivi ampliarono un poco le possibilità dei laureandi. Per esempio il decreto n. 1359\1942 introdusse Diritto della navigazione e Storia dei trattati e politica internazionale come materie complementari e la legge n. 58/1944 Eco- nomia politica e diritto del lavoro. Comunque le discipline rimasero 21, di cui però cinque biennali; 18 obbligatorie e tre complementari. Con la legge n. 910/1969 venne introdotto il piano di studi libero, ma la legge venne prorogata con la legge n. 924/1970 fino all’entrata in vigore della riforma del1’ordinamento universitario, oggi parzialmente realizzata con 1’entrata in vigore della legge n. 341/1990. Con la nuova disciplina ogni studente può proporre un proprio piano di studi. Il Consiglio di Facoltà, tenuto conto delle esigenze di formazione culturale e di preparazione professionale, approva o meno il piano di studi entro il 31 Gennaio. In realtà lo studente non è veramente libero, prima di tutto, perchè è obbligato ad inserire una serie di materie obbligatorie il cui numero è fissato da ciascuna università. Per motivi di organizzazione inoltre l’università predispone ”piani di studi consigliati”, denominati anche ”indirizzi”. Per esempio la facoltà di Torino ne ha cin- que (forense, transnazionale, pubblicistico, economico, aziendale).

 

La riforma necessaria

 

L’Università invece credo debba avere un ruolo differente. L’insegnamento nelle Accademie è prima di tutto apprendimento di un metodo di indagine e studio. E’ necessario dare inoltre basi solide sulla materia prescelta, di modo che lo studente sia capace di affrontare, una volta laureato, qualsiasi argomento della materia con la dovuta competenza e perizia. Gli approfondimenti specialistici, se saranno necessari, verranno in seguito, considerando soprattutto le scelte professionali del neo-laureato. Il problema della riforma di questa facoltà, tuttavia, esiste e riveste un ruolo peculiare, in quanto, come si è precedentemente accennato, 1’insegnamento del diritto è ancora svolto con metodi e tecniche essenzialmente obsolete. Le radici della questione non possono essere affrontate senza riferirci allo stato di crisi, in cui la scienza giuridica contemporanea versa. La letteratura sulla decadenza o per i più pessimisti morte del diritto è ormai vasta ed eterogenea, ma troppo spesso questi studi oscillano tra uno sconfortante e sterile pessimismo e un acritico ed altrettanto improduttivo ottimismo. Tutti i giuristi, chi piu chi meno, sono consapevoli dei limiti del discorso giuridico moderno, ma nessuno si e mai occupato delle possibili innovazioni. Le riflessioni che seguiranno vogliono, invece, proporre una nuova organizzazione della facoltà che tenga conto dei mutamenti sociali verificatesi in questi ultimi cinquant’anni.

 

Il diritto tra isolamento e dogma

 

Ciò che colpisce anche un profano degli attuali piani di studio delle diverse facoltà giuridiche è l’assoluto isolamento in cui viene relegato il diritto rispetto alle altre scienze sociali. Non si ammette alcun confronto con le discipline, anche affini, ritenendolo inutile e nelle migliori ipotesi irrilevante. Anche se ciascuna branca del dirittoE’ venuta scoprendo al proprio fianco una qualche disciplina del comportamento umano che la segue come la propria ombra: il diritto costituzionale, la scienza politica (o sociologia politica); il diritto amministrativo, la scienza dell’amministrazione e ancor più in generale la sociologia dell’organizzazione; il diritto penale, la sociologia del comportamento deviante [...]” [19] i corsi di studio sembrano aver dato poco peso a questo fatto. Il giurista ha sviluppato un metodo (1’interpretazione delle norme) che gli permette apparentemente di prescindere dalle altre scienze sociali. La tecnica puramente ermeneutica si fonda solo su un metodo di ricerca del mero significato linguistico, senza preoccuparsi della loro applicazione nell’ambito sociale. Più precisamente il giurista indaga su tutti i possibili significati che una determinata norma può assumere secondo le normali leggi della logica. Non si bada agli effetti che le differenti interpretazioni hanno sul1’ambiente sociale. L’ovvia conseguenza è quel terribile imperativo: dura lex sed lex. Non ci si accorge però che spesso le cosiddette interpretazioni puramente logiche sono più a servizio delle ideologie politiche del momento che non la rappresentazione delle reali esigenze della società, come dovrebbe essere in ogni stato che si voglia fregiare del titolo di ”democratico”. Non a caso 1’orientamento teorico che ha trionfato nelle facolta giuridiche italiane e proprio il formalismo, corrente che nega ogni valore al momento dell’applicazione delle norme, esaltando solo 1’aspetto deontico-idealistico delle stesse. Il realismo giuridico è praticamente ignorato. Il metodo esegetico, poichè si fonda unicamente su motivi logico-semantici, si è spinto alle estreme conseguenze di modo che ormai si sta trasformando in uno sterile gioco intellettuale. Gli studenti universitari, fin dai primi anni, sono abituati a ripetere le varie interpretazioni che sono state date ad una certa norma in modo del tutto acritico. Questo certamente non e un problema limitato alla facoltà di giurisprudenza ed infatti Heywood, svolgendo un discorso generico sull’università, si esprime in questi termini:

“Solitamente 1’insegnamento universitario non prende in considerazione il fatto che gli studenti hanno alle loro spalle gia molti anni di studio e neanche lo studente dà sufficiente peso ai metodi di apprendimento e di insegnamento che ha sperimentato in passato” [20].

Nelle facoltà giuridiche questa tendenza è tuttavia molto più accentuata. I docenti si abbandonano ad una presentazione sempre piu sciatta e gli studenti, approfittandone, assimilano la materia in modo del tutto passivo. Il grave è infatti che sempre meno frequentemente si chiede allo studente di legge una ragionata sintesi di un pensiero o una valutazione critica delle norme giuridiche, ma piuttosto una serie di punti di vista. Chi studia diritto vive perennemente in uno stato di torpore intellettuale, vera Siberia del ragionamento, in quanto molto raramente lo si stimola al pensiero personale.La corte Suprema..., la sentenza..., il tal autore...”, queste le frasi che piu frequentemente si ascoltano in sede d’esame. Il ragionamento giuridico e rigoroso solo se rimane nell’ambito dello strettamente giuridico. Ogni valutazione o ragionamento critico viene consi- derato politica giuridica, campo del tutto secondario. Pare di leggere storie mitiche, irreali, quando nel XIII secolo, le discussioni infiammavano gli animi de- gli studenti e dei professori, tanto che spesso questa ”libido rixandi” degenerava e 1’irrazionale prevaleva sul1’intelligenza e i dibattiti finivano “non ratione, sed cum stomacho” [21]. Oggi lo scenario della facoltà è molto cambiato. Lo studente da una parte si sforza di portare alla luce le nozioni, che molto faticosamente ha studiato, attento a non dimenticae il più piccolo dettaglio, perchè può essere fatale; il professore dall’altra parte ascolta, spesso annoiato... infine 1’ardua sentenza. Non si cerca di formulare un discorso ragionato sul diritto, ma piuttosto si cristallizza tutto il patrimonio culturale del futuro giurista in formule chiare e semplici, molto spesso banali, proprio a causa della loro staticita, per permetterne 1’immediato uso nell’attivita professionale, che fatalmente scadra in un cieco lavoro burocratico nel senso piu drammaticamente weberiano. Questi sono gli aspetti piu palpabili della crisi del diritto. Si ha 1’impressione che caduta 1’essenza, ci si aggrappa disperatamente alle minuzie per non naufragare. Si cita sempre piu frequentemente 1’“argumentum ab auctoritatis” per evitare un’analisi delle norme giuridiche. L’unica giustificazione, se esiste e quando si prende la briga di ricercarla, e interna al sistema giuridico. E’ chiaro a questo punto che è proprio questo isolamento e la dogmaticita del diritto, vanto per molte generazioni di giuristi, che ha determinato la sua decadenza. E’ stato necessario focalizzare questa situazione, seppur molto rapidamente, perche solo da qui ha senso parlare di riforma della facolta.

 

La riforma: un possibile paradigma

 

La prima urgenza è dare un nuovo apparato di conoscenze ai futuri giuristi. Tali basi dovranno estendersi a tutte le scienze sociali, di modo che, anche se il giurista non sarà un esperto di Economia politica o di psicologia sociale, sarà tuttavia in grado di capire i progressi e le teorie di queste scienze. Il modello di educazione tuttavia auspicabile non è quello della solita ricettina semplice di affiancare corsi sociologici al diritto ”puro”. Così facendo ricadremmo nei paradossi che, come sopra abbiamo visto, già Wróblewski ha rilevato. L’obiettivo è invece studiare un approccio integrato allo studio del diritto, in modo che fin dai primi anni d’università introduca lo studente alle due dimensioni di ricerca delle scienze sociali, separate certamente, ma anche interconnesse. Si potrà sperare in tal maniera che, quando vengono intrerpretate le norme giuridiche si terranno conto delle esigenze sociali e forse si incomincerà a ricercare la soluzione ottimale per quel dato momento storico-sociale e non soltanto 1’interpretazione più coerente.

 L’altro limite della facoltà è l’eccessiva professionalizzazione dell’insegnamento, dovuta anche dal fatto che la maggior parte dei docenti svolge un’attività privata. E’ una tendenza generica, in quanto si pensa che l’università debba preparare soprattutto ad una professione. Si sviluppano perciò gli aspetti pratici a danno di quelli teorici. Anche in questo caso si cade in un grave equivoco. La facoltà di giurisprudenza è non solo quella preparare a svolgere una professione estremamente delicata e di difficile esecuzione. Ciò è tanto più vero se si riflette sull’elevata complessità della società industriale contemporanea. Il giurista è chiamato a dirigere e a decidere sugli aspetti più complessi della vita sociale. Probabilmente un tempo era possibile tracciare una linea netta tra teoria e tecnica, secondo la ben nota concezione di Platone. La prima studia i principi scientifici che valgono in un determinato ambito della realtà; la seconda si preoccupa di farli applicare. Se in passato era difficile stabilire una divisione netta tra queste due attività, meno che mai è possibile farlo oggi. La vita sociale muta molto velocemente e prendere una decisione in ordine ad un aspetto pratico della vita significa ampliare diverse e complesse possibilità. Il pratico non può più permettersi di ignorare le ipotesi e le soluzioni scientifiche, che gli forniscono i modelli possibili di comportamento. Il professionista in seguito per la sua esperienza e le sue doti personali applicherà quella che gli parrà la più congeniale nella fattispecie particolare. Un esempio potrà chiarire quanto è stato detto. Un magistrato deve spesso pronunciarsi sullo stato di insolvenza di una determinata impresa. Di solito si avvale di esperti che gli illustreranno la situazione, ma di fatto sara lui a prendere la decisione. In questa ipotesi il nostro ordinamento permette al giudice di ignorare la perizia. Questo potere discrezionale è molto importante e va difeso, ma d’altra parte si vede che se non e supportato da un’adeguata conoscenza di economia può divenire pericoloso. Infatti a questo punto il giudice può fare solo due cose. 0 attenersi ciecamente alla perizia e allora il potere discrezionale, garante della sua libertà di decisione, diverra una vuota parola. Oppure potrà rigettare la perizia, ma come motiverà questo rifiuto? Su motivi di legge? Ma la legislazione in questa materia non offre molto di piu di elastiche definizioni e fortunatamente, perchè altrimenti si imbriglierebbe 1’economia a stretti criteri di legge, che ne ostacolerebbero lo sviluppo. Su meri motivi di buon senso? Questo mi pare francamente un poco ingenuo. E’ noto infatti che spesso (soprattutto in campo politico) viene usato il buon senso per far apparire le decisioni piu irrazionali assolutamente razionali. In questo periodo poi si va scoprendo che la criminalità è sempre più frequentemente orientata sull’economia, e perciò il magistrato deve possedere varie conoscenze in questo campo per poter svolgere in modo adeguato le indagini. Mi sono riferito al magistrato solo perchè per un’insana mentalità dei giuristi lo si pone al centro del sistema giuridico. Si pensi ad esempio alla filosofia del diritto. Se si riflette su un qualche aspetto decisionale, ci si riferisce sempre al magistrato, dimenticando sia il ruolo centrale dell’avvocato, il quale aiuta piu o meno (a seconda delle sue capacita personali) il giudice a prendere le decisioni, sia, altro settore del tutto igno- rato, le decisioni dei vari funzionari pubblici. Per quest’ultimo aspetto fondamentali gli studi di Simon [22]. E’ ovvio che molte decisioni potranno basarsi unicamente sulle perizie (perizie ingegneristiche, mediche ecc.) là dove il giurista non può essere istruito, ma sarebbe già un passo avanti se si conoscessero sufficientemente bene le materie affini, con cui peraltro si ha a che fare più frequentemente e che costituirebbero un importante completamento alla quotidiana attività interpretativa. Per queste ragioni la riforma dovrebbe a mio parere seguire due obiettivi fondamentali. Da una parte la facoltà dovrà fornire una buona base di diritto (quella che si acquisisce nei corsi istituzionali) fin dal primo biennio. In tal modo lo studente avrà un’ottima visuale delle tematiche e delle tecniche giuridiche di base e potrà subito orientare gli studi successivi su quelli che sono i suoi interessi personali. Sarà tuttavia necessario dare agli studenti, più che delle nozioni acquisite su voluminosi trattati, degli spunti o meglio degli stimoli tali da permettergli di sviluppare un proprio discorso sul diritto. L’optimum, ma forse per ora e solo utopia se non altro perche mancano i testi, sarebbe uno studio del diritto, che fin dagli inizi fosse strettamente collegato con le altre scienze sociali. Si potrà così partire dall’analisi della norma giuridica e mostrare immediatamente come essa si sviluppa nella realtà sociale, se gli eventuali limiti d’applicazione sono davvero inevitabili. Il secondo biennio, al contrario sarà rivolto a fornire allo studente le basi analitiche e concettuali delle altre scienze sociali. Sarebbe inoltre opportuno dare massima libertà di movimento allo studente nella scelta del piano di studio. Ormai le basi del diritto ci dovrebbero essere ed e perciò bene che ogni laureando possa inserire le materie che più lo interessano. Questo modello di riforma presuppone per altro un dialogo tra le varie facoltà di discipline affini che in Italia manca del tutto. Si  è troppo ancorati ai vari Regi decreti (anche questo e un effetto negativo del formalismo giuridico!) e a non ben definite ”politiche” interne, perchè lo studente si possa sentire veramente libero. Nella cultura italiana, inquinata da un eccessivo garantismo, si impone sempre il modello che a discrezionale giudizio delle Autorita Accademiche ”serve” in futuro. Così fa- cendo si massifica ogni cosa, anche la cultura e la ri- cerca, unico appannaggio della liberta e genialita del singolo. Ed anche questo è un errore. Ogni studente credo sa quello che vorrà essere e non essere. La sua preparazione professionale verrà valutata attraverso gli innumerevoli concorsi che sosterrà e perciò sarà lo stesso studente a scegliere la via dove si sentirà più preparato. In caso contrario approfondirà le materie che non ha studiato o non passerà il concorso. Non è necessario un organismo superiore che, come un amorevole padre, avvii alla giusta via. Le uniche materie fondamentali saranno diritto del lavoro ed una lingua straniera. Per ciò che concerne la prima disciplina non c’è nulla da dire, essendo prevista in tutti i piani di studi. Qualche riflessione merita, invece, la lingua straniera. Probabilmente è questa la maggiore lacuna della facoltà. L’Europa Unita e ormai una realtà ed il professionista sarà costretto a muoversi sempre più frequentemente in tutto il territorio europeo. La conoscenza di almeno una lingua straniera sarà un requisito indispensabile. Questo discorso vale soprattutto per gli avvocati che dovranno contrattare con Multinazionali con filiali in tutta la C.E.E. L’adeguamento è urgente anche alla luce di un altro fatto. Ai sensi dell’art. 40 del trattato C.E.E. tutti i professionisti potranno svolgere la propria attività in qualsiasi paese membro dell’Europa. In pratica ciò significherà che per la prima volta molti studi legali sperimenteranno la concorrenza di legali stranieri. Il problema e che in Europa esistono Studi-societa con 50/100 avvocati ciascuno, economicamente molto potenti. Al contrario 1’avvocato italiano medio possiede per lo piu un micro-studio, il cui modello organizzativo era forse gia superato una cinquantina d’anni fa. Non appena si apriranno le frontiere e sarà attuata la libera circolazione dei lavoratori e molto probabile che questi studi si espandano anche in Italia e questo fatto porterà al soffocamento di molti piccoli studi di diritto commerciale (non ne soffriranno invece gli studi penalistici, perchè come è noto ai sensi dello Statuto C.E.E. la materia penale è di esclusiva competenza dei singoli stati). Se a questa carenza organizzativa si aggiunge anche la mancanza di un’adeguata conoscenza linguistica, il giovane laureato si troverà presto in cattive acque. In sintesi possiamo concludere che la facolta di giu- risprudenza potra consistere di 4 anni e di 26 esami, suddivisi in due bienni. Nei primi due anni si forniranno le basi tecnico-linguistiche della materia, mentre negli ultimi due si procederà agli opportuni approfondimenti interdisciplinari. Le materie potranno essere distribuite secondo la tabella dell’appendice n. 2.

Alcune considerazioni sulle singole materie

Come si potra notare nella tabella figura fin dal primo anno Filosofia del diritto. II discorso sul diritto è estremamente articolato e dialettico e si rivolge agli aspeni epistemologici o metodologici. Mostrare come sono relativi quei concetti che i testi giuridici mostrano come assoluti, quali 1’idea di diritto soggettivo o di legalità non potrà essere che salutare per una re- sponsabile formazione dei futuri giuristi. Creare delle ”incertezze” negli operatori giuridici non significa voler ostacolare la loro attività di giudice o funzionario, bensì renderli più consapevoli della grande relatività che implica ogni scelta giuridica e di conseguenza responsabilizzare maggiormente il loro lavoro quotidiano. Soprattutto significa renderli consapevoli che la Legge non e la Giustizia, per la semplice ragione che quest’ultima non puo essere codificata o, per cosi dire, mummificata in fredde formule testuali. La giustizia, invece nasce ogni giorno faticosamente dai conflitti sociali, di cui il giurista e mediatore. Il diritto e in funzione dell’Uomo; mai viceversa. Una dottrina giuridica, anche se sembra assoluta, può essere efficacemente criticata, ponendo il problema da un altro punto di vista. Si potrà mostrare che le idee giuridiche e le norme hanno senso se rapportate alla realtà sociale. In tal maniera potrà finalmente crollare quell’estenuante dogmatismo che domina la dottrina giuridica. La Metodologia della ricerca sociale e la Statistica potranno introdurre il giurista ad un metodo di rilevazione e misurazione di dati oggettivi, mostrandogli anche quali pericolose elaborazioni dei dati e possibile fare. E’ vero infatti che la statistica si fonda su dati obiettivi, ma nella fase elaborazione dati si possono usare tecniche o combinazioni che sono il frutto di una mera attivita tecnica discrezionale del ricercatore. In tal maniera si mettere in guardia il futuro funzionario da modelli pseudo-scientifici, che vanno diffondendosi sempre più. La Teoria Generale del Diritto sarà un ulteriore approfondimento della filosofia del diritto. In questo corso si potranno studiare 1’informatica giuridica, giuscibernetica, i modelli elaborati dalla Jurismetrics e la logica deontica. La sociologia e la psicologia sociale potranno infine contribuire a far comprendere i meccanismi che governano 1’ambiente sociale e tener conto che ogni decisione provoca conseguenze, che bisogna sempre vagliare [23].

 

La fine dell’inizio

 

In conclusione è chiaro l’intento della riforma di voler formare sempre più un giurista scienziato sociale. Questa non vuole essere l’apologia di un teorico per la teoria, ma l’esigenza di qualsiasi pratico che viene proiettato in una realtà sempre più complessa, che richiede conoscenze altrettanto elaborate ed interdisciplinari. Tuttavia la mia vuole essere solo una proposta e sarebbe interessante promuovere una ricerca tra gli studenti di diritto e gli operatori pratici sulle carenze della facoltà. Ogni riforma – non solo quella universitaria – non può essere costruita ”a tavolino” da una stretta cerchia di ”saggi”, che hanno 1’arroganza di giudicare i problemi di un certo ambiente sociale senza neppure viverli di persona. Un’interessante ricerca analoga è stata svolta per la facoltà di Psicologia [24]. Ora si potrà anche comprendere il significato del titolo che ho dato a queste conclusioni. L’articolo termina proprio là dove deve proporsi un dibattito più ampio sulla riforma della facoltà di giurisprudenza ¨.

 

Appendice N. 1 Piano di studi ai sensi del T.U. 30-9-1938 n. 1652

- Istituzioni di diritto privato; - Istituzioni di diritto romano; - Filosofia del diritto; - Storia del diritto romano; - Storia del diritto italiano (biennale); - Economia politica; - Scienza delle finanze e diritto finanziario; - Diritto costituzionale; - Diritto ecclesiastico; - Diritto romano (biennale); - Diritto civile (biennale); - Diritto commerciale; - Diritto del lavoro; - Diritto processuale civile; - Diritto internazionale; - Diritto amministrativo (biennale); - Procedura penale.

Altri insegnamenti a scelta dello studente secondo uno spettro di 22 materie, tutti a carattere per lo piu giuridico a parte: Statistica, Demografia, Psicologia.

Appendice N. 2 Proposta di rifonna PRMO BIENNIO (Propedeutico)

- Diritto costituzionale; - Istituzioni di diritto privato; - Istituzioni di diritto romano; - Storia del diritto romano/italiano; - Filosofia del diritto; - Istituzioni di diritto processuale civile; - Diritto penale; - Diritto amministrativo; - Diritto commerciale; - Procedura penale; - Economia politica.

SECONDO BIENNIO

- Lingua straniera; - Diritto del lavoro.

Le altre 13 materie sono lasciate invece alla massima libertà dello studente sulla base di una rosa di materie, che ciascuna Università stabilirà autonomamente.



[1] I risultati dello studio sono stati raccolti nella pubblicazione:

BAGLIONI G., CASTRONOVO V., CAVALLI A., LAPORTA R., PONTECORVO C., RODOTA’ S., ROSSI P., SAJEVA B., SYLOS LABINI P., Scienze sociali e riformu della scuola secondaria, Torino, Einaudi, 1977.

[2] Il connubio tra Matematica e Fisica, come e noto, risale a Cartesio e d’altra parte le stesse facolta di scienze matematiche, fisiche e naturali si sono sempre attenute a quest’impostazione.

[3] A dire il vero questo e un problema generale del diritto che, come subito vedremo, investe il metodo d’insegnamento universitario in genere.

[4] La medesima opinione la troviamo espressa in: GUNNAR MYRDAL, The relation between social theory and social policy, in “British Journal of Sociology”, 1953, pp. 210-242.

J. JUILLARD, La politique, in Faire de l’histoire, Parigi, Gallimard, 1974, vol. II, pp. 229-230.

[5] WEBER M., Economia e società, tr. it. a cura di P. Rossi, Torino, Comunità, 1961, vol. I, p. 309.

[6] In Italia un tentativo serio di instaurare un rapporto saldo tra i giuristi e tra i sociologi fu attuato da Renato Treves, soprat- tutto per mezzo della rivista da lui fondata “Rivista di sociologia del diritto”, ma la sua influenza fu ridotta.

[7] BAGLIONI G., ED ALTRI, Scienze sociali e riforma della scuola seconduria superiore, cit., pp. 83 ss.

[8] BAGLIONI G., ED ALTRI, Op. cit., p. 130.

[9] Lo scopo della Commissione in realtà era relativo ad una proposta di riforma della scuola secondaria e si occupò solo marginalmente di quella Universitaria. Tuttavia, dato il taglio del presente articolo, considererò solo questi ultimi aspetti.

[10] Per esempio la psicologia scientifica nata solo quando si separò dalla filosofia, anche se in un secondo momento gli psicologi sentirono la necessità di instaurare validi rapporti con la fisiologia, la biologia ed ultimamente con la filosofia stessa. Cfr. THOMSON R., Storia della Psicologia, Torino, Boringhieri, 1973.

[11] A tal proposito la legge n. 341/1990 all’articolo 9 cosi sancisce:I comitati consultivi C.U.N.] devono individuare le aree di- sciplinari, intese come insiemi di discipline scientificamente affini raggruppate per raggiungere definiti obiettivi didattico-formativi, da includere necessariamente nei curricula didattici, che devono essere adottati dalle università, al fine di consentire la partecipazione agli esami di abilitazione per l’esercizio delle professioni o l’accesso a determinate qualifiche funzionali del pubblico impiego”. Comunque è ancora presto esprimere un giudizio su questa legge, dato che è troppo recente.

[12] Fonte: CASSESE S. (a cura di), Guida alla facoltà di giarispru denza, Bologna, il Mulino, 1984, p. 216. Non dispongo di dati piu recenti. Tuttavia credo che in questi ultimi anni la percentuale si sia ulteriormente alzata.

[13] BELLOMO M., L’Europa del diritto comune, Lausanne, Editrice Galileo Galilei, 1988, p. 33.

[14] J. WRÓBLEWSKI, Contemporary models of the legal sciences, Ossolineum, 1989, pp. 114-119.

[15] Qualche dato puo essere estremamente indicativo. Secondo I’indagine gia citata compiuta nel 1965 i laureati occupati erano 68.000, di cui il 48% lavoravano nella pubblica amministrazione e nella scuola, il 22,10% nei servizi sociali, mentre il rimanente si distribuiva nel settore privato. (Fonte: CASSESE S. (a cura di), Op. cit., pp. 215 ss.). Le ricerche empiriche sulla laurea in giurisprudenza sono molto rare ed è estremamente difficile reperire materiale aggiornato.

[16] E’ stato calcolato che il tasso di disoccupazione dei laureati in Giurisprudenza, dopo un anno dalla laurea negli anni ’60 era del 21,3%, il piu alto rispetto agli altri laureati; mentre il tempo medio per I’inserimento nella professione negli anni ’70 era di 17 mesi. (Fonte: CASSESE S. a cura di, Op. cit., p. 217).

[17] Cfr. SICILIANI DE CUMIS N., Filologia ed educazione in Giorgio Pasquali, in “Scuola e Citta”, La Nuova Italia, n. 1, 1979, p. 11.

[18] Chi fosse interessato ad un puntuale studio sociologico potrà consultare POMA V., Il praticante procuratore, Milano, Giuffrè, 1983.

[19] BOBBIO N., Dalla struttura alla Funzione, Milano, 1967, p. 57.

[20] HEYWOOD J., Assessment in Higher education, Chichester, 1989. Tratto da: JOSE’ M. PRIETO, Valutazione dello stile d’apprend imento e d’insegnamento di studenti di psicologia del laworo e delle organiz zazioni, “Psicologia e Lavoro”, Patron editore, n. 83, 1991, p. 6-14.

[21] BELLOMO M., Op. cit., p. 134.

[22] Cfr. SIMON H.J., Il comportamento amministrativo, Bologna, il Mulino, 1979, pp. 43-66 e pp. 141-180; Del medesimo autore: A behavioral model of rational choice, in “Quarterly Journal of Economics”, LXIX (1955), pp. 99-118; Rational choiche and the structure of the environment, in “Psicological review”, LXIII (1956), pp. 129-138.

[23] In questa sede non è possibile dare il giusto spazio a tutte le scienze sociali che sarebbe utile conoscesse. Comunque un buon articolo introduttivo a questo proposito e MARY ELLEN CALDWELL, Jurisprudence in interdisciplinary Envimnment, in “Jurismetrics Journal”, Marzo, 1968, pp. 1-17.

[24] Cfr. Josf. M. Parzvo, Op. cit.,

¨ Quando questa rivista era già in stampa è comparsa sui giornali la notizia che il CUN ha approvato un nuovo ordinamento didattico per la facoltà di Giurisprudenza che recepisce le indicazioni fornite dalla Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Giurisprudenza e da una apposita commissione costituente presso il MURST. Il nuovo ordinamento diventerà vincolante solo dopo la sua pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale”.