CaldironZavattini

 

 

 

 

 

Nicola Siciliani de Cumis

 

Bambini e dintorni

 

 

     Carissimi studenti di Storia e critica del cinema della “Sapienza”, supponiamo per un momento che Cesare Zavattini, dovendo parlarvi “tanto di sé” dall’8 novembre dello scorso Millennio al 31 gennaio del Duemila (sono le date a quo e ad quem di questo Seminario), decidesse di usare una volta di più, con voi, il  genere  diaristico-epistolare da lui prediletto. Lo farebbe probabilmente incominciando con il ringraziare qui ed ora, “adesso”, il professor  Caldiron, per la sue idea di avergli dato pubblicamente per tanti giorni di seguito dello “sconosciuto”; e di aver proposto a tutti noi di  conoscerlo, coinvolgendo lo stesso Zavattini nell’impresa. In effetti – direbbe Za – “io non mi conosco”: ma accetterebbe generosamente, alla sua maniera, di mettersi in gioco, e di porsi anche lui  alla ricerca del suo “sé  ignoto”, con riferimento al presente, alla hora, al subito  di questo incontro.

     Ecco perché mi permetterei di sciogliere quel “dintorni” di Bambini e dintorni del titolo della  lezione di oggi, facendo  la proposta di un sottotitolo esplicativo, che forse non sarebbe dispiaciuto a Zavattini. A Bambini e dintorni, aggiungerei cioè qualcosa come “esercizi di ricerca” o “prove di laboratorio”. Nel senso che, più che discorrere di Zavattini per così dire monograficamente a tutto tondo, preferirei consegnarvi niente altro che una procedura d’indagine, un po’ di  interrogativi e di tematiche zavattiniane aperte  su risposte possibili: e più che aperte,  direi spalancate, proprio come le bocche di quella cinquantina di bambini  con  cui Zavattini  una volta voleva fare un film senza trama, dicendo loro semplicemente in dialetto: “ver la boca da peu”, “apri la bocca un po’ di più”…

     Che voglio intendere? Più  o meno  questo: che  il contenuto bambini - i “bambini”  nella materialità elementare della loro presenza ed incisività - si ritrovano innanzi tutto nei toni e nel calore della  voce dello Zavattini che ne tratta via via. Quasi ad aggiungere che, nel paese dove “buongiorno  vuol dire finalmente buongiorno”, anche “bambino” vuol dire effettivamente bambino. I bambini, nel rispetto dei principii di identità e di contraddizione, non sono che bambini: così come la fame è fame, il pane è  pane, l’acqua è acqua,  gli adulti sono  adulti, i poveri non sono ricchi, i matti non sono savi e i vecchi…  un momento! Perché qui le cose si complicano: giacché i vecchi, magari  arteriosclerotici, non è detto che siano puramente e semplicemente vecchi, arteriosclerotici. Niente affatto. Perché i vecchi arteriosclerotici, zavattinianamente parlando,  mediante quelle particolari “illuminazioni” della mente che pur intervengono per intervalla insaniae,  sono  un po’ “come i bambini”: essi arrivano cioè a cogliere una realtà che non è, come che sia, la realtà, ma piuttosto un’altra realtà, una realtà “altra”.

      I bambini di Zavattini, certo,  incominciano con l’essere per noi, tali e quali, quelli della lunga lunghissima serie dei bambini, che hanno riempito la sua vita e la sua opera di scrittore, giornalista, direttore editoriale, soggettista, sceneggiatore, pittore, saggista, ideologo  ecc. Lo stesso “Zavattini  bambino”, quando egli se ne ricorda da grande, non è che uno dei suoi “bambini”: un sé bambino altro da sé, che Za ricorda  con papà e mamma o con Silvia, la maestra giardiniera “seconda mamma”, mentre gli mette in scena Pinocchio, libro formativo, importante, decisivo.  Non a caso del resto, nel volume Parliamo tanto di noi  a cura di Paolo Nuzzi  e Ottavio Iemma (cercatelo nei tipi degli Editori Riuniti, uno degli ultimi risultati editoriali zavattiniani più significativi, con testi di Zavattini e De Sica),  si ritrova un Alberto Savinio che, scrivendo a Za di Totò il buono nel luglio del ’43, lo accosta  per l’appunto a Pinocchio (“un Pinocchio vicino a noi, un Pinocchio nostro”). Ed è  lo stesso De Sica poi, nella medesima antologia, a portare il discorso sui “bambini” di Zavattini; mentre ancora di bambini si tratta in alcune delle illustrazioni di quello stesso volume (per es. in un disegno di Franco Gentilini per il soggetto di Miracolo a Milano o la fotografia di Cristian e Manuel De Sica con dedica “al padrino Zavattini”). Sono cose sfuggite fin qui alla mia attenzione, ma che ben si collegano a quelle documentate nel libro su Zavattini e i bambini.

      E restano poi da aggiungere, accanto ai bambini di Al macero (dal 1927 in avanti),  i bambini zavattiniani riscoperti di recente sulla “Gazzetta di Parma” da Giovanni Negri e Guido Conti. Per cui ringrazio Arturo Zavattini di avermi trasmesso in fotocopia i testi del “Rifugio dei bambini”, la rubrica di questo giornale all’insegna del motto “bambini di tutto il mondo unitevi” (novembre 1927). Proprio Conti,  d’altronde, ha rimesso in circolazione sul “San Vitale” un testo del ’29, Primo amore, che è importante giacché introduce alla complessità del tema zavattiniano del rapporto dei  bambini con la morte. Tuttavia, dalla fine degli anni Venti al 1989,  i personaggi  bambini di Zavattini sono davvero un’infinità: il piccolo che nel 1870 a Gottinga assiste alla Gara mondiale di matematica; i bambini di Hollywood; i bambini che “ci” o “vi” guardano e riguardano;  i bambini di I poveri sono matti e Totò il buono (da bambino); i bambini di Sciuscià, Ladri di biciclette, Bellissima, Prima comunione, Amore in città, L’oro di Napoli, I misteri di Roma, ecc. ecc. Bambini che evocano altri bambini  direttamente e indirettamente zavattiniani: così per es. quelli dei film The quite one/Il tranquillo di  Sidney Meyers del ’48 o  Una proposta di pace di Luigi Di Gianni, del ’69, con disegni  di bambini di tutte le nazionalità.

      E d’altra parte ci sono, variamente significativi, i bambini della propria esperienza di uomo (figli, nipoti, conoscenti, incontri occasionali ecc.); i bambini delle pagine di diario e delle lettere; i bambini poeti e artisti; i bambini con la macchina da presa; i bambini dei fumetti e quelli dei cartoni animati; quegli altri della radio e della televisione; i bambini fotografati (di cui Za discorre per es. con Guido Aristarco) e i bambini fotografi; i bambini dei giornali, i bambini-“politici” della Lettera ai bambini italiani del ’75; i bambini e i loro “diritti”,  i “bambini che fanno teatro” di Francesco Gisondi, e che per consiglio di Zavattini recitano Hiroshima; i bambini che interrogano Za su pace e guerra e su mille altre cose della vita; i bambini che nei libri di scuola, con i loro volti,  illustrano  testi zavattiniani; i bambini dei film di ieri e di oggi con tematiche riconducibili a Zavattini ecc. ecc. Ma non è  tutto.

       Se il termine infanzia rimanda etimologicamente a chi ancora “non parla”, tuttavia  al di là della lettera c’è anche un significato  metaforico del termine  (in relazione alla  condizione umana e alla sua ipotetica crescita, all’infanzia di un popolo, all’infanzia dell’umanità,  della dimensione morale infantile individuale e/o sociale  ecc.).  Il discorso pertanto necessariamente si allarga. E Zavattini  si colloca sì sulla linea di chi vuol dare voce a quanti per una ragione o per l’altra non hanno  la parola (uomo piccolo o grande, singolo o collettivo che sia); ma ciò che più conta, è che per lui, storicamente ed antropologicamente, c’è insieme un “vecchio uomo” da rimuovere alla radice, ed un “uomo nuovo” da inventare di sana pianta. Un neonato da far nascere ed un vecchio (a cominciare da Zavattini stesso) da far rinascere,   magari con l’aiuto, con il “soccorso” (si esprime così) dei bambini.      

       Perché,  con i loro difetti e pregi, i bambini sono il futuro che si prospetta  nelle luci e nelle ombre di un presente in atto, e che talvolta  sembra tuttavia anticipare un tempo radicalmente diverso e in via di ipotesi altro e migliore. In questo senso, rispetto agli adulti, i bambini sono in un certo qual modo un “altrove”. Si muovono cioè tra l’essere ed il dover essere di un’umanità di là da venire. In certo qual modo, per citare lo stesso Michail M. Bachtin menzionato a più riprese nel corso di queste lezioni (per es. da Conti e da Pietro Clemente), i bambini sollecitano, impongono una sorta di  procedimento dialogico tra il vecchio ed il nuovo uomo; invitano ad una specie di interiore  portarsi fuori del sé; arrivano quindi a mostrare ai “grandi” gli effetti, evidenti finché durano, dei loro “lampi” ed “illuminazioni”.

        Un po’ alla maniera dei vecchi arteriosclerotici (che, come dicevo prima, l’infermità allontana da una  razionalità adulta biograficamente compromessa dalla negatività del loro vissuto “storico”, in atto),  anche i bambini, finché ce la fanno (finché cioè non diventano grandi),  tendono a tenersi fuori  dalla consapevolezza irreparabilmente  deviata  di un’adultità invischiata, coinvolta, e per così dire responsabile della propria persistente irresponsabilità (come spiegare altrimenti la attualità della guerra?). Di qui la necessità di una scepsi radicale totale, che riuscirebbe forse a farsi valere nelle sue conseguenze rigeneratrici,  soltanto se riuscisse a precedere i guasti prodotti dalla crescita della “normale” capacità dell’intendere e del volere, e dunque  come aperta possibilità di un azzeramento e di un’inversione di tendenza.  Il che, almeno fino ad un certo punto, è appannaggio solo della condizione infantile. E, come dicevo, dei vecchi celebralmente disfunzionanti.

       La proposta zavattiniana delle “cento parole che fanno e disfanno il mondo”, da questo punto di vista, rassomiglia un po’ ad un giocattolo cui un bambino vuol guardare dentro, un giocattolo da smontare e da rimontare (e magari  rompere), per il piacere delle mani e dell’intelligenza; ed è perfettamente organica all’altra idea di Zavattini dell’uso del dialetto, lingua bambina, ma poeticamente espressiva al massimo. Ecco perché  poi diviene la cosa più naturale del mondo il fatto che siano proprio alcuni bambini, con la collaborazione di Za, a diventare essi stessi poeti, incisori, artisti. I bambini che, con nelle mani gli strumenti giusti,  potrebbero  farsi sociologi, fotografi, autori di film. I bambini uomini potenziali, altrimenti umani. I bambini quasi  come reattivo mentale e dimensione ideale, regolativa, di una morale ignota. Una morale con al centro il comandamento non diciamo della “pace”, che in realtà nessuno sa che cosa sia, ma almeno della “non-guerra” non impossibile da sperimentare nell’educazione dei bambini (vedi la celebre proposta zavattiniana di sostituire istituzionalmente, a scuola, “l’ora di religione” con “l’ora della pace).

        Di qui, forse, l’attenzione particolare che  Zavattini riserva in più occasioni al tema dei bambini e la morte (“Mio figlio… mi vien voglia di morire ora che è piccolo” – quasi ad insinuare: per non dovere vederlo crescere come uomo, cioè male.  E non è un caso che l’argomento  venga  riproposto da Eugenio Curiel nel ’37, recensendo sul “Bò” I  poveri  sono matti -  quasi a suggerire: guardatevi, guardiamoci in faccia quanto siamo negativi, gli adulti; ed allontaniamo, allontaniamo chi non c’entra, i bambini, da questa mortifera atmosfera che tutt’intorno ci opprime).  Ed è una tematica, questa della morte e dei bambini nei loro possibili intrecci, che porta lontano: conducendo, tra l’altro, alla misura più squisitamente filosofica del discorso di Zavattini.

        Zavattini, “filosofo” (tra virgolette) di una sorta di “filosofia morale” - di una “filosofia morale bambina” preciserei -, da ricercare nella filigrana di tutto il suo modo di essere…  Mi ritornano così in mente, per esempio, come espressione di una siffatta filosofia, quei telegrammi che Za  scriveva su “Paese sera”, assierme a quegli altri da lui inviati ad Eugenio Garin ai tempi dell’ “Almanacco Bompiani” (me ne hanno raccontato entrambi). E  mi  chiedo se, sul piano di una qualche  sinergia tra le idee dell’uno e dell’altro, vi sia un rapporto, e quale,  tra il caratteristico parametro della quotidianità “neonascente” (il “subito”,  l’”immediato”,  l’”improvviso”)  di Zavattini,  e  la dimensione variamente  “cronachistica”  (il “presente” del “ieri”, l’”attualità” del “passato”, la “prospettiva” dell’”oggi”) del pensiero “debole” di Garin…   

      Alcuni dei colleghi che mi hanno preceduto hanno d’altra parte già toccato l’argomento “filosofico” che qui interessa; in un caso, poi,  si è addirittura fatto  il nome di Martin Heidegger (la “gettatezza” tirata in ballo da Clemente). Ebbene, leggendo Za, anche a me è capitato di soffermarmi a riflettere sugli espliciti richiami zavattiniani a Sant’Agostino, Rousseau, Gramsci, Bachtin; e, specialmente, sull’insistito riferimento a Socrate (sul Socrate della laterziana  Introduzione a Socrate di Francesco Adorno). Il  che, anche al di là del motivo culturale generico (era naturale che certi classici per un autore come Zavattini facessero parte del suo orizzonte mentale), andrebbe  documentato e spiegato, ben al di là del ricorso ai soliti luoghi comuni “socratici” sulla scepsi e il dialogo, sulla torpedine, il tafano e la maieutica ecc.  Una cosa da fare sarebbe semmai questa di trovare per Zavattini un posto (il suo posto)  nel novero dei cineasti-filosofi: e cioè accanto (cito alla rinfusa, e pur sapendo delle peculiarità oltre che generazionali “poetiche” e “filosofiche” dell’uno e degli altri) ad Ejzenstejn,  Chaplin, Bergman, Bresson, Kubrick, Amelio  ecc.

       Soltanto su Kubrick e Amelio, in relazione a Za, vorrei dire qualcosa. Per esempio: che c’è forse un rapporto tra i celebri ovali dello Zavattini pittore (il  concetto di “uovo” che se ne deduce rinvia probabilmente ad una nuova genesi umana e ad all’infanzia dell’uomo non nato) e – poniamo – quell’ultima sequenza di 2001 Odissea nello spazio, in cui il vecchio astronauta, per rigenerarsi ab ovo, ritorna allo stato prenatale. Ma, per il confronto che qui interessa, è ancora la sostanza morale di opere kubrickiane come  Full Metal Jaket  o  Eyes Wide Shut a fare pensare. Sicché scopri ugualmente, in Zavattini come in Kubrick, la rappresentazione della violenza, della guerra, come dimensione umana costitutiva; e cogli in entrambi, in tutta la sua durezza, la sproporzione che c’è tra essere “normale” dell’umanità deformata, mostruosa che è in noi, ed il suo eventuale dover essere; ed arrivi ad avvertire che nessuno è escluso, che tutti siamo in qualche modo parte in causa, intimamente coinvolti, moralmente  compromessi. 

        Su un altro registro, ma con analoghe attinenze, Amelio. La trilogia Il ladro di bambini, Lamerica, Così ridevano  conduce in effetti  ad una problematica di natura squisitamente etico-pedagogica che, ferma restando la centralità del tema dell’infanzia, è paradossalmente tanto più zavattiniana, quanto più si allontana da Zavattini. Ma in che sta il paradosso?  Sta innanzi tutto nel principio che la lezione di Za, di per sé  metodologicamente innovativa, finisce con il  ritrovarsi in Amelio soprattutto nella divaricazione genetica delle sue conseguenze,  nella neonascita di un qualcosa che, pur non prescindendone, non la ripropone tale e quale, ma la traduce originalmente…  Non è per caso del resto che Zavattini ed Amelio, così uguali così diversi,  si siano ritrovati assieme, qualche mese fa, in Calabria, nello stesso catalogo del Festival internazionale dei Circoli del cinema; ed ha un significato preciso il fatto che a Capodanno del Duemila Amelio, per tutto il giorno (diciotto ore di trasmissione),  abbia collaborato ad un programma  di Radiorai/Tre con una sezione dal titolo I bambini ci guardano: e lo ha fatto rivisitando da par suo quell’idea già zavattiniana del “Quaderno a colori”, cioè delle interviste a bambini di varie parti del mondo  sul tema dei loro desideri  (vedi la lettera inedita a Massimo Fichera del febbraio del ’78, da me ristampata in Zavattini e i bambini).