Homo homini magister

 

         Nei giorni 23-24 settembre 2003, nella Facoltà di Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”, a cura del Dipartimento di Ricerche Storico-Filosofiche e Pedagogiche e del Seminario di Scienze dell’ Educazione e della Formazione, si sono tenute due giornate di studio sul tema “Homo homini magister. I problemi dell’educazione e della politica nelle filosofie dialogiche del Novecento”, a cura di Irene Kajon e Nicola Siciliani de Cumis.

         Hanno variamente partecipato ai lavori il Preside della Facoltà Marco Maria Olivetti, che ha introdotto con un saluto ed alcune sottolineature sul valore scientifico e didattico  dell’iniziativa; e i Professori Aldo Visalberghi (“Una testimonianza sulla vita e l’opera di Guido Calogero”), Giacomo Marramao (“Il circolo insegnamento-apprendimento”), Giuseppe Lissa  (“Emanuel Lévinas: l’etica come maestria”), Gérard Bensussan (“Rosenzweig et le ‘Jüdisches Lehrhaus’ de Francfort: wissen, lehren, lernen”), David Banon (“Education et religion: les conférences de Buber sur le Judaisme”), Furio Pesci, “Sull’educativo”: Rosenzweig e Buber”), Giovanni Mastroianni (“Bachtin e i limiti del dialogo”), Irene Kajon (“La funzione dell’intellettuale in Leo Strass”), Giuseppe Boncori (“Pensiero critico, didattica, filosofia”), Nicola Siciliani de Cumis (“Il principio ‘dialogico’ di Antonio Labriola”), Pietro Lucisano (“Educazione e politica. Basi culturali per i processi di decisione”). Hanno presieduto le quattro sessioni i professori Nicola Siciliani de Cumis, Lucio Pagnoncelli, Giacomo Cives, Irene Kajon. Numerosi sono stati i motivi di intervento, confronto, discussione.

         Delle due giornate di studio, sono in corso di pubblicazione gli Atti, nei tipi dell’editore Lithos.

       

      Diamo qui di seguito una sintesi delle linee generali del convegno (dalla spiegazione per il pubblico)  ed un testo  di Nicola Siciliani de Cumis, letto in apertura della prima giornata:

 

      

      Spiegazione

 

     Le filosofie dialogiche del Novecento – siano esse ispirate alla nozione greca del Logos come discorso, o alla tradizione ebraica e cristiana della rivelazione come parola trasmessa da un soggetto a un altro soggetto, o al motto illuministico dell’aver coraggio nell’uso della ragione, in quanto capace di critica e di autocritica, oppure all’analisi dell’esperienza proposta dalla fenomenologia  -  affermano l’idea dell’uomo come essere che è in grado di convivere con i suoi simili attraverso lo svolgersi di forze dell’animo tese verso la socialità, la comunicazione, la solidarietà. Esse fondano su tale idea il loro concetto dell’educazione e della politica. Tali filosofie si oppongono a quelle correnti che, nel nostro tempo, riprendendo la massima, utilizzata da Hobbes nel Seicento, dell’Homo homini lupus, sostengono la tesi della naturale violenza dell’essere umano solo in parte corretta dalla civiltà, o dalla sua caduta in un peccato redimibile solo attraverso strumenti di coazione. Vi è, in tali filosofie, una concezione ottimistica dell’uomo  -  nuova versione della kantiana “teodicea autentica”. E tuttavia: è convincente il loro progetto? Oppure esse soccombono di fronte al peso della realtà quotidiana o di tragici eventi storici? E se la figura del magister, a cui esse si appellano, come colui che educa o guida in una comunità non fosse esente da elementi di violenza nei confronti di colui che è educato o guidato? Ed è veramente la sfera politica basata sulla vivente realtà del linguaggio e delle relazioni sociali, come sostengono tali filosofie? Oppure questa realtà, inseparabile dai miti, dalle tradizioni e dalle culture nazionali, richiede la moderazione, il controllo, e la direzione propri delle istituzioni politiche? E’ presente, nella problematica posta dalle filosofie dialogiche del Novecento nei campi dell’educazione e della politica, l’antica  - e ogni colta, in ogni epoca, sempre nuova  -  questione dell’autoconoscenza dell’uomo?

 

 

 

     Nicola Siciliani de Cumis    

 

      Perché “magister”: chi, per chi, con chi                                                 

                                                                                                                                                                                    

      Quando Irene Kajon ha suggerito di dare a queste giornate di studio il titolo Homo homini magister, ho subito trovato la sua idea, oltre che brillante, molto opportuna: davvero in tono con l’obiettivo di una riflessione “mirata”, a più voci, sulle ragioni del nostro lavoro di docenti e di ricercatori, in prossimità dell’inizio di un nuovo anno accademico, nella Facoltà di filosofia di un’università in grave crisi… di crescenza, speriamo. Un’idea utile, dunque, per ulteriori chiarificazioni sui principi, sulle finalità, sugli strumenti del magister:  anche se, adesso, il tema potrà essere da noi affrontato solo per le vie monografiche, nei limiti di determinati approcci tecnico-problematici, in situazioni in via di ipotesi esemplari tra educazione e politica, e semplicemente nell’ambito di alcune delle filosofie “dialogiche” del Novecento.     

       Da uomo di scuola che nutre ancora una discreta fiducia nell’“educabilità”,  mi sembra infatti  che la formula dello homo homini magister  riesca ad esprimere assai bene il “dover essere” (in partibus infidelium) dell’“uomo maestro per l’altro uomo”: e, dunque, a condensare efficacemente l’ipotesi di una mutazione storico-culturale dello hobbesiano homo homini lupus, con radici, forse, nel biblico maledictus homo qui confidit in homine; e in antitesi al proverbiale  ά̉νθρωπος α̉νθρώπου δαιμόνιον, riproposto poi nel suo latino da Cecilio Stazio, e variamente ritradotto da Plauto, Cicerone, Plinio il Vecchio, Seneca, fino a Goethe, ecc. Per arrivare quindi al più articolato ed aperto Homo homini lupus, homo homini deus di un epigramma di John Owen, che può servire forse meglio, ad introdurre il nostro homo homini magister (con quel che segue).

       Quasi a dire che nell’uomo alberga (tra l’altro) una natura anfibia, che si traduce nella  possibilità di scelta, che gli è data, tra il farsi “lupo” e il farsi “dio” per l’altro uomo. Un’alternativa che, se esaminata adesso nell’ottica dello homo homini magister, induce a considerare il caso dell’affiorare o meno, in lui, di un’inclinazione ora “lupesca” ora  “divina”: la prima, di cui si può avere conferma nelle connaturate prevaricazioni culturali, e direi nel particolare tipo di ferinità pedagogica che, magari con le migliori intenzioni, finiscono con l’esercitare sui loro destinatari le didattiche tendenzialmente monologanti, autoreferenziali, egocentriche. Le didattiche, che direi  del privilegio culturale e dell’avarizia intellettuale e morale.  

       La seconda inclinazione, quella che avvicinerebbe il magister al “dio”, pare manifestarsi invece come forza spirituale evoluta, non scevra di una sua peculiare religiosità, fatta di imprescindibile preparazione disciplinare, controllate aperture interdisciplinari, costante attenzione verso gli altri, effettiva disponibilità comunicativa, cura sollecita dell’allievo, accortezza dialogica. Una sorta di pietas pedagogica, insomma, che tende a coincidere con la cosiddetta vocazione dell’insegnare agli scolari ad apprendere da sé, e dell’insegnare a se stessi, in quanto educatori, a rimettersi dialogicamente in gioco  e, così facendo,  a rifare per sé e per gli altri la propria educazione.  

       Sennonché il problema dello homo homini magister, nei suoi termini storici,  educativi e politici, appare più sfaccettato e complesso di quanto non possa sembrare a prima vista. Perché investe le sfere del filosofico, dello scientifico e del culturale (in senso ampio), dell’educativo e del didattico, dei mezzi e dei fini, della quantità e della qualità, del valore e del disvalore, ecc.: ed è ciò che risulta intanto, almeno in parte, dalle stesse tematiche proposte per il convegno, in chiave ora di dialogologia  ora di dialogosofia e, se si potesse dire, di diasofia.

       Si tratta allora di osservare le diverse situazioni educative, riportandole storicamente ai rispettivi contesti ora monologici ora dialogici. E, caso per caso, di interrogarsi sul “chi è” del magister e sui suoi “perché”,  sull’“insieme a chi” viene a svolgersi la sua azione “magistrale” e dunque sulla destinazione (il “per chi”) del suo insegnamento disciplinare (inteso proprio come in-segnamento, come un “mettere a segno”). E tenendo conto che il termine disciplina, giacché proviene da διδάσκω,  concerne insieme l’insegnamento, l’apprendimento,  l’insegnamento ad imparare da sé: e chissà se non pure, scavando nella storia dei significati, l’insegnare ad insegnare e l’imparare ad imparare…

      Imparare ad imparare, in presenza ed in forza del “sé”, per le vie di un ipotetico dialogo e dei suoi problemi. Per le vie dell’incontro (o meglio, come si usa sottilizzare, dell’in-contro) di “maestri” ed “allievi”, nei diversi ambiti d’esperienza. Quindi anche nell’università...

      Come dicevo, queste due giornate di riflessione collegiale si situano in prossimità dell’apertura di un nuovo anno accademico, durante il quale proseguirà il dialogo, tutt’altro che concluso, tra il vecchio e il nuovo ordinamento, tra la laurea “breve” e quella “specialistica”, tra i corsi di laurea della Facoltà di filosofia e quelli di altre Facoltà. Il dialogo tra l’università e  l’interno e l’esterno dell’università: con il mondo della scuola, con altre istanze culturali, con la società.

      Un anno in cui, nella nostra Facoltà, continueremo a monologare e a dialogare, nell’ambito delle singole discipline e interdisciplinarmente, del “dialogo” filosofia-università. E già nel quadro di ulteriori ricerche, delle quali ciò che ci diremo tra oggi e domani vorrebbe essere un momento essenziale.