Educare alla coscienza, secondo Renato Serra*

 

di Roberto Sandrucci

 

 

 

 

  

 

1. «Serra non è un giovane»

 

La migliore definizione di Renato Serra - in ormai più di ottant'anni di critica e di letture dell'opera e di giudizi; dal Cecchi a Luigi Russo, da Carlo Bo a Contini, Momigliano, Raimondi, Debenedetti, Contorbia, Garin - l'ha data Giovanni Boine; il quale, recensendone nel 1914 l'uscita del volume Le Lettere, ne scrive anche: «Non è un giovane»[1]; volendo con questa espressione evidentemente biasimare.

Non essere 'giovani' nell'anno 1914, e non esserlo stati fin lì, agli occhi del giovane Boine, che pure del Serra elogiava la penna, significava principalmente due cose: una disgrazia, per così dire, e una colpa. La prima: che Serra non partecipava e non godeva dei prodotti culturali del suo tempo - fossero quelli dell'idealismo[2], come delle avanguardie (si chiamassero Futurismo o Vitalismo, fossero il «prammatismo» nostrano fatto derivare dal Dewey o dal James, o l’intuizionismo volontaristico ispirato al Bergson). La seconda: che Serra, «moderno conservatore che sta volentieri alla retroguardia», non potendo permettersi di giudicare quelle manifestazioni di spirito nuovo, perché fattosi estraneo ad esse, pure le giudicava, e malamente. Lui, sì «largo, signore, ricco, acuto; garbato e temibile», ma soprattutto «svelto giudice», cioè parziale e ingiusto.

Ancora nel '58, Giuseppe Prezzolini, in L'italiano inutile, ne scrive:

 

Prezzolini non ha il culto del Serra [...]. Gli pare un bell'ingegno, gli pare un carattere attraente, gli pare un tipo singolare. Ma non gli pare che sia manifesta nei suoi scritti una linea di pensiero. I gusti personali del Serra vi sono presentati con una certa mossa aristocratica che ha la sua attrattiva estetica. Ma non se ne potrebbe cavare un'indicazione per la vita nazionale, e tanto meno per quella umana […][3].

 

Non gli rende merito nemmeno il ricordo, pure affettuosissimo e in alcune parti più esatto, che gli tributa Giovanni Papini[4] a pochi mesi dalla scomparsa sul fronte[5], e dunque in piena guerra, preoccupato com'è di attestare del Serra lo spirito patriottico, l'italianità, la comune cittadinanza («con quel suo fusto centrale d'italiano compìto»; «Era uno di quelli per cui l'Italia esiste colla stessa attualità idealista del misticismo risorgimentario»; «il suo spasimo per l'arte era italiano», ecc.) - lasciando ad altri, così da liberarsene lui, «i giudizi motivati e le cartomanzie commentarie».

Certo è che quella «indicazione per la vita nazionale», quella «linea di pensiero», non rinvenute nell’opera del Serra dal Prezzolini (e con lui da quanti altri non hanno saputo, o voluto, tentare una definizione utile della posizione e della portata politica del Serra[6]), non si poteva trovare là dove era impossibile che vi fosse: tra le sole carte - codificata in un credo, affermata come principio, manifestata come adesione a un movimento (politico o artistico che fosse), o come pronunciamento compiuto in favore e a promozione di una qualche verità.

Andava cercata invece nel complesso delle relazioni storiche che hanno costituito e significato quell’esperienza culturale e che sono all’origine degli articoli e dei saggi del Serra; nello specifico di quella personalità inquieta e sensibile, il cui disincanto (letto dal Prezzolini come “assenza di un’indicazione per la vita nazionale”, appunto) non era un difetto di spirito ma una scelta radicale e fondante - manifestazione esatta di una presenza semplicemente e scandalosamente diversa[7]; nella propensione al silenzio[8] e alla solitudine; nella malattia di quella «maledetta» e «invincibile pigrizia»[9] che portavano Serra a non scrivere, o a scrivere con estrema fatica, e a sentirsi vivere come «fuori del secolo»[10]; dietro la maschera, infine, del “lettore di provincia”, dell’umanista che rinuncia ai clamori del mondo esterno (alla possibilità prossima della notorietà e del riconoscimento pubblico), in favore di uno interiore fatto di classici e di penombra.

C'è un tratto, che più di ogni altro, o che prima che gli altri si svelino anch'essi, individua subito il Serra. In una lettera del 29 dicembre 1912, scritta all'indirizzo di Luigi Ambrosini, e a proposito del pezzo Per la partenza di un reggimento per la Libia[11], Serra parla all'amico del suo modo di procedere nello scrivere:

 

Ti mando, per curiosità, il manoscritto, che Croce m'ha restituito [...]. A lui è piaciuto molto; mi scrive perché lo finisca e lo stampi, anche fuor d'occasione (mi scrive una lettera piena di bontà; dice che non gli par possibile che uno come me s'abbia a perdere. Speriamo che abbia ragione). Questo no; ma lo voglio mostrare anche a te, per segno della mia vita presente. Mi pare che, malgrado la scrittura vigliacca[12] - è la prima stesura corrente; sai che io vado sempre a tastoni; liberandomi delle debolezze della mia natura con uno sforzo, in cui è il presentimento del bello[13]- l'intelligenza sia sempre chiara[14].

 

Serra non scrive per dimostrare, né per convincere; non adopera la propria competenza come strumento di dominio, sia pure delle coscienze letterarie[15]. Fin dall'inizio comunica che non v'è ordine nella scrittura - così nel pensiero, così nelle cose del mondo - che non sia illusione o menzogna; e che il solo modo di esercitare rettamente l'ufficio del letterato è quello di dar conto, per ogni oggetto del discorso, dell'irriducibilità dei punti di vista (anche nella medesima anima); di dover scrivere problematizzando; sensibilizzando il lettore; sperimentando, sul farsi, i possibili percorsi della ragione di un evento, di un'opera, di un uomo: che è la 'scrittura vigliacca' di cui il Serra; tesa verso una verità potente – una compiutezza[16], uno sguardo totale, un dialogo senza barriere - ch'è il 'presentimento del bello', che mai si avvera ma che informa costantemente di sé come interrogazione continua della coscienza sul mondo, come sentore e speranza di un’illuminazione che è insieme della conoscenza e della morale.

Con i giovani, dunque, Serra non poteva condividere il protagonismo infarcito di retorica e di dilettantismo; i facili entusiasmi che derivavano loro dalla sottoscrizione dei manifesti letterari; la militanza in nome dell’ultima moda filosofica; non ne apprezzava, e anzi condannava senza dubbio, l'eloquenza: l’uso sconsiderato, a proprio personale vantaggio, delle parole, la strumentalizzazione delle lettere a fini propagandistici e faziosi.

 

Scrivono di politica e di economia con fervore e con astio – si sfogava all’Ambrosini in una lettera dell’ottobre del ’12, a proposito del gruppo fiorentino (“Salvemini e tutta la sua compagnia che non nomino”) -, col desiderio di correggere di rifare di mescolarsi alla pratica e pur con la boria di chi alla pratica è superiore; e allora, con tali pretese, questa gente che non dispone né di un voto né di un uomo né di un soldo, fa ridere insieme e fa rabbia[17].

 

Durissimo, d'altronde, lapidario, il giudizio che, già nel ‘909, il Serra aveva formato sulla «Voce» prezzoliniana:

 

Non che io ne pensi troppo male - scriveva -; e personalmente fo conto non piccolo del giudizio di Prezzolini e dell’ingegno di Papini […]. Ma insomma certe fronde non s’ha diritto di farle altro che una volta sola, e prima dei vent’anni: e anche allora solo a patto di non essere molto bene educati. Ma quando del ‘902 s’è fatto il «Leonardo», del ‘909 bisogna avere trionfato o essersi accasati borghesemente. Non s’ha più diritto di fare la «Voce», senza confessar fallimento. Quando la bohème diventa posa, è odiosissima: e fa scordare ogni merito di ingegno, di cultura, ogni buona o passabile qualità[18].

 

Qualche anno dopo, ne Le Lettere (1914), con intenzione e risultati ugualmente polemici, si pronunciava sullo stato generale della letteratura e della critica in Italia:

 

E’ una giornata buona, della nostra stagione letteraria; un momento di attività, di rinnovamento […]. Contenuto di pensiero, profondità di critica, idealismo insomma; e poi anche novità poetica, sincerità e passione, purezza di lirismo; ed innalzamento di animo e di spiriti, allargamento di orizzonti e di conoscenze, riallacciamento alle tradizioni più grandi[19], cultura e classicismo e italianità, ecco le frasi e i motivi che tutti abbiamo negli orecchi […]. Ma se ci guardiamo in faccia un po’ più intentamente, ci capita di sentirci imbarazzati: facciamo le viste di ingannarci l’un l’altro, ma in fondo nessuno si lascia ingannare. […] Potremo dire che questa gente non è vestita male: il taglio degli abiti è buono, il figurino è nuovo; ma sotto panni, che anatomie miserabili![20]

 

 

 

2. La letteratura, la storia, la guerra

 

La pedagogia è una dimensione filologicamente estranea al Serra; lo è, definitivamente, in quanto atto dell’educare e in quanto riflessione autonoma su metodi e fini della trasmissione dei nuovi saperi e della memoria. Ma non lo è affatto in un’accezione eccentrica: come coscienza della opportunità storica e della necessità morale di quell’atto e di quella riflessione[21]; nonché come concezione originale dell’intellettuale moderno[22]. 

Ha poco a che fare, allora, con la pratica dell’insegnamento[23], cui pure, per brevi periodi e di controvoglia, il Serra ha svolto, e molto con quella della critica letteraria; e, diremmo, con la disposizione d’animo di fondo del Serra per le letture e per le scritture (anche quelle private). Si lega, e anzi, si dà interamente, nella continua attenzione che il Serra rivolge ai propri interlocutori, sia nell’ascolto che nella destinazione; così nell’alto, schiacciante, senso di responsabilità di un fare letteratura inteso non come mestiere ma come luogo di libertà; nel richiamo, dunque, al valore radicale e rivoluzionario delle parole; nella maniera, infine, di quello scrivere, contraddittorio, dubitativo, aperto ai distinguo e ai frequenti ripensamenti - come per avvertire chi legge della fragilità essenziale di ogni proposizione, e dunque della necessità di un continuo verificare.

 

Tutti gli scritti e tutte le cose del mondo mi toccano – scriveva nel ’10 -: non nella misura stretta e praticamente graduata dello specialista [...] ma nella misura larga e liberale dell'uomo. [...] io sento e cerco qualche cosa di più schietto: il valore umano. [...] Io mi dico competente non a giudicare - che è un vocabolo vile, inventato dai trafficanti, quelli cui sospinge necessità di tradurre i valori spirituali in moneta di mercato: graduatoria di concorsi, stipendio, precedenza, anzianità - ma a cercare e guardare per tutto[24].

 

E’ la preoccupazione esistenziale di fondo (vera e propria angoscia con i caratteri dell’ossessione[25]) – non riuscire a cavare da sé stesso quel «valore umano» che largamente Serra sapeva individuare negli altri – a svelarci la regola di comportamento o, se si preferisce, la pedagogia sottesa, del Serra: la ricaviamo, in maniera più aperta forse che in altre pagine, dall’abbozzo del saggio su La lotta politica in Italia (1911-12?) di Alfredo Oriani (1892), che Serra non esita a definire “bravo” e “ingegnoso” («se volete»), ma incapace di «penetrare» al fondo (e di far intendere) la storia nazionale – e qualunque altra storia, persona o vicenda umana – poiché sprovvisto della «curiosità ingenua e insaziabile dell’amatore di anime[26]»[27].

 

Oriani non si pone mai davanti a un uomo come a un mondo; come un problema di cui sia pieno, e contento. Gli uomini sono episodi del suo discorso; punti salienti, drammatici o pittoreschi, della sua costruzione, che è tutta astratta; di generi e di categorie e di caratteri storici. […] Ci sarebbe, nella Lotta politica, da fare, o da rifare, il processo a tutta una famiglia di libri; le storie sistematiche o, come si diceva un tempo, filosofiche. Storie non di fatti, ma di principi o meglio di generi astratti[28].

 

Di uguale significato il giudizio su Guglielmo Ferrero[29], autore allora di un libro sulla storia di Roma che riscosse successo di critica e di pubblico, e che Serra non manca di riprendere duramente:

 

Scomporre la storia in formule astratte alla fin fine non è altro che metter delle finzioni mentali al posto degli uomini vivi, degli schemi al posto della realtà. Sarà un artificio molto comodo per semplificare le cose: perché è più facile farsi un’idea, per esempio, del contrasto fra le tendenze agricole e industriali in un dato paese, che non raffigurarsi chiaramente milioni di operai, industriali, ingegneri e così via dicendo da un lato, di proprietari e coltivatori dall’altro, frammischiati e cozzanti in mille modi. Ma le tendenze esistono solo sulla carta e nella nostra mente; di reale non c’è altro che operai e contadini – uomini insomma[30].

 

Ciò su cui Serra punta l’indice e che condanna senza appello – il «punto più debole, il più vile, dell’hegelismo», scrive su La lotta politica – è la ricerca (e il subito e disonesto riscontro da parte di chi ricerca) della razionalità dell’idea nella realtà della storia; ovvero l’affermazione, propria di ogni filosofia della storia, della provvidenzialità e necessità della storia stessa (l’insieme dei fatti che accadono e sono accaduti in quanto, si dice, dovevano accadere), quale corollario della sua razionalità assoluta.

Non va dimenticato che Serra scrive di storia in quanto ‘letterato’; e che proprio il punto di vista della letteratura, viene adoperato da Serra a sostegno di quello da cui dovrebbe muovere, nella sua opinione, la critica della ragione storica[31]: dalla prospettiva dell’individuo unico e irripetibile, considerato, appunto, «come un mondo» e come «problema»[32].

Oriani, o Ferrero, qui, d'altronde valgono come pretesto, perché il bersaglio è altri e più vicino.

  Ha avuto coraggio Croce – leggiamo in una lettera scritta all’indirizzo dell’Ambrosini (gennaio 1909) -. Nella questione della storia si trovò tutta la questione filosofica: affrontò a viso aperto l’una e l’altra. Ma che fu il suo coraggio se non la forza di concepire profondamente e in tutte le sue conseguenze un punto che parea staccato – di realizzare una idea in un sistema?[33]

 

Poche righe bastano a render conto della distanza fra i due[34]. In questa lettera, al primo riconoscimento di potenza intellettuale del Croce, Serra fa seguire  la considerazione della sua più disperata vanità – rivelando, sotto la calma apparente di quella sapienza, il travaglio di chi si sforza ad ogni momento di risolvere sempre il medesimo “punto” senza mai venirne a capo: il senso della storia, ovvero la conoscibilità del particolare sotto le categorie dell’universale; il problema del bene in rapporto a quello dell’utile[35]; l’impossibilità di spiegare il mondo secondo una finalità che trascende le vicende personali e che si afferma, anzi, il più delle volte, in aperto contrasto con l’ordine razionale prefigurato dai singoli individui.

 

[…] intanto che io parlo, intanto che io penso - si legge in una pagina nota dell’Esame di coscienza di un letterato (1915)[36] -, intanto che scrivo, sangue e dolore e travaglio di uomini presi in questo gorgo vasto della guerra. Gorgo che si consuma in se stesso. Che cosa diventano i resultati, le rivendicazioni di territorio o di confini, le indennità e i patti e la liquidazione ultima, sia pur piena e compiuta, di fronte a ciò? Crediamo pure, per un momento, che gli oppressi saranno vendicati e gli oppressori saranno abbassati; l'esito finale sarà tutta la giustizia e tutto il maggior bene possibile su questa terra. Ma non c'è bene che paghi lagrima pianta invano, il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuto notizia, il sangue e lo strazio umano che non ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio nell'eternità[37].

 

Demistificatorio, antiretorico per eccellenza, un altro brano, non inserito questo nella stesura finale del testo perché probabilmente ritenuto dallo stesso autore troppo crudo, ma di grande audacia e di profonda commozione:

 

E poi il pianto di tutto ciò che è sofferto e distrutto, inutilmente. Non c'è rapporto fra una cosa e l'altra, fra un individuo e l'altro: fra le mammelle tagliate dell'infermiera che agonizza sola, e la buona digestione di quelli che siederanno dopo nel paese pacifico, e si degneranno di mandare a lei un pensiero pietoso. Lei sono io: che soffro e muoio solo. E non per quelli che verranno dopo: per me, per me. Che cosa importa che il sangue di tutti i giovani morti ingrassi il campo dove mieteranno le loro famiglie? Queste composizioni astratte in cui il dolore degli uni si compensa nella fortuna degli altri, e tutto si fonda nell'armonia universale, fanno rabbia quando si pensa alla realtà che è l'uomo: lui solo. Ogni uomo, ogni momento è senza relazione e senza compenso cogli altri. Una storia come composizione razionale e soddisfacente non esiste. Lacrime, sangue: ogni goccia caduta è per se sola l'universo. Parlo per i feriti che sono morti lungamente senza soccorso, per i vecchi abbandonati, per i contadini fucilati, per tutti quelli che non parteciperanno al domani[38].

 

Al di fuori di questo vero e proprio orrore etico[39] – senza considerare il quale (e senza considerarlo centrale nell’economia di quel pensiero) si perde Serra intero – non si intende, dunque, il rapporto col Croce, ispirato da un’amicizia sincera per l’uomo e da un’altrettanto sincera diffidenza per il filosofo[40]; non si spiegano i rapporti conflittuali con gli altri giovani letterati – i Papini, i Prezzolini, i Soffici, i Jahier, gli Amendola; né l’interesse per la storiografia; così come la stessa adesione all’interventismo e la partecipazione, personalissima e assurda, alla guerra. Non si riescono, infine, a comprendere i tanti silenzi, i pudori, i disagi, di uno scrittore che aveva il dono della chiarezza e della bellezza della parola.

La guerra europea dell’anno 1914, e l’aspro dibattito seguito in Italia tra interventisti e neutralisti fino alla dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria del governo Salandra (23 maggio 1915) – forniscono, dunque, il luogo storico a partire dal quale verificare  ulteriormente l’utilità (la pregnanza pedagogica) e la provocatorietà della riflessione serriana[41]: combinatoria originale, dunque, di un pensiero antimetafisico (secondo cui la condizione del mondo è tragica[42], non prevede, cioè, nessuna soluzione dalla sofferenza e nessuna redenzione dal male; la cui storia si produce al di fuori di qualsiasi provvidenzialità, disegno divino o linea di progresso); di un’antropologia negativa (dove all’uomo è preclusa la possibilità stessa della conoscenza oggettiva – del vero; tale per cui la storia stessa è incapace di insegnare[43], una volta per tutte, la sua lezione; dove ogni uomo è solo, e incapace propriamente di fare il bene); e di una visione eroica dell’amore (ragionevolmente e realisticamente l'uomo è destinato alla morte, le sue opere alla cenere, le civiltà a cui ha appartenuto all'oblio: ogni sforzo compiuto per immortalare l'uomo, e per conservare, delle opere e delle espressioni di civiltà, la memoria al presente, è, dunque, gratuito, e perciò, di valore assoluto. La cura di sé e degli altri, la voglia di testimoniare la propria esperienza di vita, attraverso e nonostante la coscienza di questa certezza di morte - è di valore assoluto).

Nel tempo in cui gli altri letterati abbandonano la ‘libertà artistica’ per la disciplina propagandistica in nome del nazionalismo e del militarismo; quando i ‘migliori’, a cominciare da Gabriele D’Annunzio, dalla ribalta delle piazze d’Italia inneggiano all’«innaffiatura di sangue» - Renato Serra reclama col De Robertis, ancora il «diritto di fare della letteratura» nonostante e a ragione della guerra: con il quale si ribadisce il diritto, e il dovere insieme, di esercitare il giudizio liberamente; di guardare, ovvero, e di giudicare ciò che accade, dal punto di vista della ragione del singolo – e non da quello di una presunta ragione assoluta o spiegazione generale o senso della storia, secondo cui anche la guerra (e con essa lo stato di ingiustizia da cui deriva e lo strazio che ne discende), segna un progresso e un bene per l’umanità.

 

Credo che abbia ragione De Robertis - dichiara in apertura dell’Esame di coscienza -; quando reclama per sé e per tutti noi il diritto di fare della letteratura, malgrado la guerra. La guerra… Son otto mesi, poco più poco meno, ch’io mi domando sotto quale pretesto mi son potuta concedere questa licenza di metter da parte tutte le altre cose e di pensare solo a quella[44].

 

La letteratura (l’io narratore, la coscienza) resta, anche nel tempo in cui si vorrebbe farla tacere. Attraverso di essa, secondo l’indicazione di  Serra, è possibile uscire dal circolo vizioso della filosofia della storia - secondo cui la realtà presente, per il fatto stesso di essere ‘presente’ cioè ‘esistente’, esprime il miglior mondo possibile – e dunque educare al cambiamento. Di per sé – Serra non fa che ripeterlo nel suo esame di coscienza di letterato – «la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella […]. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati»[45].

 

 

 

3. Il pudore, ovvero la responsabilità delle parole[46]

 

L'inconcludenza è il nemico contro cui Serra quotidianamente insorge accumulando sconfitte. «La leggerezza mi vince - scrive ad Ambrosini nel '12 -, molle come il sonno della mattina, a cui m'abbandono non senza una segreta angoscia della fuga delle ore»[47]. Un'accidia che lo pervade, privandolo delle energie, inchiodandolo per ore sulle carte dello scrittoio senza che ne esca una riga, un'opinione ferma, una direttiva di pensiero.

«E' strano - dice - com'io senta oggi la forza del vuoto; tutto quello che è lontano mi par che mi sfugga; è nel mio pensiero pigro, senza l'impulso del movimento»[48]. «Io sono un uomo finito», scrive ancora nel 1908, cioè «definito e classificato. […] Io so bene di avere intelligenza non inferiore a nessun’altra, intelligenza a cui nessuna esperienza umana, credo, è negata. Ma questa è cosa mia; e quel che ci vuole per gli altri, per farsi largo, per farsi strada, per scrivere, per operare, per fare, non l’ho»[49].

Privo di autodisciplina nel lavoro; restio ad assumere obblighi se non  costretto dalla necessità di denaro o dalle situazioni («E poi investito di fronte io non so resistere. Che pretesti accampare? Il mio ozio? Il diritto di perdere il mio tempo intorno a qualche novella o dietro a qualche rima che non avrò mai finito di trovare?»[50]); quasi sempre incapace di assolvere agli impegni presi; scontroso; donnaiolo; dedito al gioco delle carte. Appena congedato dal servizio di leva (1907) scrive ad Ambrosini: «M'annoiavo facendo il soldato; m'annoio ora senza far nulla; m'annoierò domani bibliotecario o insegnante»[51]. La vita di Serra è, a prima vista, una galleria di occasioni perse e di insuccessi.

Nella primavera del 1907 partecipa ai lavori preparatori di un dizionario italiano-latino per la casa editrice Paravia - del quale non se ne farà nulla. Un anno dopo, a Firenze, lavora alla compilazione di un altro dizionario, il Repertorio bio-bibliografico della storia d'Italia dal 476 al 1900, edito dal duca Leone Caetani; dopo essersi «rotto il capo» per mesi alla «stolta meccanica compilazione caettanesca»[52], decide di sottrarsene. Iscrittosi all'Istituto di studi superiori per il perfezionamento in italiano, sempre a Firenze, dopo aver sostenuto tutti gli esami, rinuncia a diplomarsi. Nel maggio del '909 si butta con Armando Carlini nella redazione di un manuale di filosofia per i licei «che s'affida agli incitamenti del Croce e alle stampe del Laterza. Roba scolastica e per guadagno [...]: ma ch'io non so fare – scrive - senza onestà di lavoro e senza una certa originalità di vedute, che pur debbo conciliare fin dove posso con un indirizzo sistematico, che non è precisamente il mio»[53]. Il manuale non si farà; ne parla Serra stesso in una lettera a Plinio Carli: «il Gentile al quale Croce aveva affidato il nostro lavoro per un giudizio definitivo, si è rifiutato di esaminarlo a priori, per molte ottime ragioni didattiche; e noi, o almeno io, ho mandato a monte ogni cosa»[54].

Per tutta la primavera e l'estate dell'anno 1910, si raccoglie, con l'Ambrosini, intorno all'idea di una rivista che avrebbe dovuto intitolarsi «Neoteroi»; ma per la mancanza di un editore disposto a sostenere il progetto, vi si rinuncia.

Dall'11 Serra e Carlini sono di nuovo impegnati nella «impresa dei testi filosofici»[55]; Serra ne avrebbe dovuto dirigere l'operazione per conto di Laterza[56]. Numerosi i tentativi di tirarsene fuori; secca, e all'apparenza definitiva, in una lettera al Croce (23 settembre 1912), la presa di distanza dall'intero piano editoriale:

 

leggo nella Critica una recensione del prof. Gentile, credo, ai testi di filosofia per uso dei Licei, che han preso a pubblicare giovani valenti, colti etc., Armando Carlini e Renato Serra [...].  Vuol Ella farmi la cortesia di rettificare che io non sono né valente né colto, ma sopra tutto non pubblico niente, e non ho in quella collezione nessuna parte? [...] in somma io non c'entro più e, fra l'altro, questi primi volumetti non sarebbero mai stati stampati così, se avessero dovuto avere la mia approvazione[57].

 

Nel 1909 declina una collaborazione con la «Voce» di Prezzolini. Rifiuta, quindi, l'offerta del giornalista Mario Borsa di collaborare a Il secolo di Milano; poi l'invito di Mario Missiroli, direttore del Resto del Carlino di Bologna.

La quasi totalità degli scritti pubblicati dal Serra (e non sono numerosi) escono sulla rivista regionale «La Romagna» di Gaetano Gasperoni e su Il cittadino di Cesena, foglio a tiratura limitata fondato da Nazzareno Trovanelli. Scrive in quell'anno: «Croce mi ha parlato con molto calore di quelle cose mie sulla “Romagna” che aveva letto soltanto da pochi giorni. Vorrebbe che abbandonassi quelle colonne che dice troppo clandestine. Ma io non ne farò nulla»[58].

Le pagine restano incompiute, gli scritti inediti: l'opera, conosciuta quasi interamente postuma.

C'è un disadattamento in Serra che non gli permette di partecipare fino in fondo alle cose che fa, che lo porta a schivare ruoli e definizioni, che lo blocca nei meccanismi di identificazione con i mestieri della vita  (studente, insegnante, critico letterario, vociano, pubblicista, bibliotecario, ufficiale dell'esercito, poeta); ma è un impedimento che non ha tanto a che fare con una patologia del carattere o della personalità, quanto con un pudore della ragione, la quale si scopre inadeguata a render conto della complessità del mondo.

E' una forma estrema di cura e di rispetto verso l'oggetto del discorso; e quindi di attribuzione di valore. Ma è anche un modo di manifestare dissenso verso  operazioni culturali che lo lasciano oltremodo perplesso; in cui gli interlocutori non mostrano a suo avviso sufficiente senso di responsabilità politica.

L’inattività non è allora che la percezione del rischio che si corre di banalizzare l'oggetto (un'opera, un autore, un evento) - ogni qualvolta se ne parla;  ovvero di ridurlo a un solo punto di vista: «[…] la letteratura molte volte è logica - aveva scritto Serra nel '14 -, compatta, intorno a un centro solo: mentre la vita ha tutti i centri e nessuno»[59]. Il racconto si ferma perché il linguaggio logico della critica, che è un linguaggio per concetti, non riesce a dar conto di quello estetico dell'opera d'arte, che è un linguaggio per immagini. Di Rudyard Kipling dice: «lo scrittore che io amo tanto da non volerne parlare»[60]; eppure ne scriverà in maniera indimenticabile.

Ciò che si vuole salvaguardare è l’«esperienza vera, di libri realmente letti e sinceramente amati»[61] dall'artificio della retorica, delle vuote parole, della critica appunto come mestiere, e non come servizio all'arte.  Scrive, sempre nel '14, a Giovanni Papini:

 

pensando a quello che ho scritto [...] mi persuado sempre più che non c'è cosa più sciocca di questi lavori che passano per critica: uno ha l'impressione precisa di tutto un mondo di cose e di pensieri e di giorni, brutti e belli - e il brutto, e l'incompiuto, e il perduto interessano anche più che il resto - che son dietro le pagine di un libro, e deve darsi l'aria di poter giudicare e tirar via, come se tutto fosse esaurito e definito in quelle quattro banalità. Già io, di critica seria, non ho mai conosciuto altro che la lettura pura e semplice. [...] Oppure il volume di mille pagine, come lo fa il nostro De Robertis: ed è un'assoluta necessità, per poco che uno abbia di coscienza; e preferisca il dire al tacere[62].

 

Serra, prima che scrittore, non a caso si dice lettore; non volendo con questo affermare di essere incapace a scrivere di letteratura, ma stabilendo un ordine di valori tale che l'ascolto precede per importanza sempre l'asserzione, e l'immagine il concetto. Ed è lettore, infatti, di tipo particolare, che ama definirsi «dilettante» e «svogliato», ma «amoroso»[63]; ovvero sciolto nel suo leggere da finalità pratiche, portato nella lettura dalla passione e non dalla ragione, dal capriccio e non dal calcolo.

Ma l'inoperosità del Serra, come detto, ha a che fare anche con la responsabilità morale, non delle proprie, ma delle  parole degli altri; ma delle proprie, nella misura in cui ci si confonde. Con il volersi mantenere distante dal centro della cultura (Firenze o Milano o Napoli), ed esiliarsi volontariamente nella «cattività della provincia»  («forse che la Cesena, di cui mi lamento, non la porterei sempre con me?»[64], scrive a Croce nel settembre del '12), simbolo di una intransigenza che si fa giudizio; di una preoccupazione e di un imbarazzo: preoccupazione di tutela di una diversità; esitazione sugli operati degli altri letterati. Scrive a Croce nel febbraio dell'11: «far qualche cosa bisogna, anche se in questo bisogno di operare ci sia in fondo un egoismo e una voglia di vivere che alcune volte sembra odiosa»[65].

In questo senso, Serra è il più grosso censore dei suoi contemporanei. E' veramente l'uomo della ragione; colui che ha fatto dell'identificazione in quello che si fa o si dice, l'unico vero peccato dell'umanità; che è peccato, quand'anche non di presunzione, ma d'imprudenza e di sconsideratezza.

Che ne è di Croce e di Gentile e delle loro tante parole? Quali le conseguenze? Che ne è stato dei vociani? Che dire, poi, dei giornali: de Il Secolo o de La Stampa («Un ciarlatano pieno d'ingegno: è l'uomo della Stampa. Il giornale della gente nuova e dei subiti guadagni»[66]) o del Giornale d'Italia  («in fondo a quel rispetto c'è sempre la sfumatura d'una presa di culo»[67]); dell'editoria italiana («In tutta Italia non c'è che classici. Letteratura moderna, storia, costume vivo, non c'è»[68]); della politica dei politicanti («Per uno come te - scriveva a Ambrosini nell'aprile del '13 - accettare una candidatura, è sempre un cambiamento e un po' una confessione; e , restando a terra, una diminuzione. [...] penso alla leggerezza con cui mi parlavi dei patti coi clericali, nel tuo collegio»[69]; e, infine, di «una infinità di gente che fa il suo mestiere in modo tollerabile: ma basta»[70].

 

 

 

 

4. Croce ‘cattivo’ maestro

 

E’ noto il confronto portato dal Serra fra la pedagogia del Croce e quella del Carducci[71].

Scriveva nel ’10:

 

Poniamo di avere i due uomini davanti a noi: e interroghiamo la nostra coscienza, che cosa aspetterebbe da ognuno di loro, e di che vorrebbe parlare. Una differenza mi colpisce. Con uno si può parlare di tutto; con l’altro no. Il campo e l’apertura delle due intelligenze è diversa. Il Carducci ha delle angustie che Croce non conosce. Io sento che a costui, se dovessi prenderlo per maestro, mi potrei confessare in tutto il mio bene e nel male con una sincerità assoluta; poiché la sua intelligenza non rifiuta nulla del mondo. […] Di quel che gli dico io, egli non si piglierebbe ira, ma piuttosto curiosità, e quella non malevola. Io mi potrei scoprire a lui in tutta la mia profonda diversità morale, nel mio fastidio per le idee astratte e delle correnti spirituali, nella mia antipatia verso tutta la gente seria elevata e convinta per professione, nelle debolezze del mio pensiero e nelle malinconie della mia sensualità, in tutto quello insomma che meno somiglia, che più repugna alla sua forte natura; ma non credo che me ne vorrebbe male. […] Il mio sentire differente sarebbe per lui meglio che un urto o un insulto, un piccolo problema; che posto con curiosità, sarebbe sciolto forse con un sorriso: e poi anche la mia forma delle mente sarebbe ammessa come una parte o modesto episodio del suo intelligibile universo. Col Carducci il fatto andrebbe altrimenti. Voi sapete bene che il discorso vorrebbe esser cauto, come d’uom che si muova sopra terreno pericoloso: a ogni tratto gli può scoppiare sotto i piedi. […] A ogni passo si scoprono templi e statue e termini sacri; più oltre sono le terre maledette. Fate che s’accostino i grandi nomi della letteratura o della rivoluzione, o sorga la specie delle sue grandi idee e architetture, il rinascimento o il quarantotto, la lingua italiana o il principio nazionale o il popolare, e sentirete subito quel terreno ardere e rumoreggiare; bisognerà fermare il discorso, o avanzar con misura prudentissima […]. Basterà una parola un cenno un moto, che possa gettare anche di lontano qualche ombra sui numi indigeti; e non dico poi un sospetto di citazione non sincera, di dilettantismo o di esotismo o di ignoranza storica: un’imprudenza sola, e avrò al viso le unghie e l’alito ardente del leone[72].

 

La ragione del Croce non si scandalizza di fronte all’ingiustizia del mondo: questo è il punto. Il suo cuore non mostra rabbia, frustrazione, delusione – nessuno di quei sentimenti sulla spinta del superamento dei quali si costruiscono, appunto, le pedagogie.

Croce «non è abbastanza umano per suscitare principi di spirituale imitazione», aggiunge subito dopo Serra. Gli «uomini vivi», la storia vissuta, non animano in lui nessuna rivoluzione dello spirito[73]. La curiosità stessa del Croce è sterile; non si stabilisce con l’interlocutore nessuna relazione simpatetica; l’abito indossato è quello, perennemente, dell’erudito.

In quanto tale, in quanto filosofo, suggerisce Serra, non si possono, allora, ricavare che istruzioni e ammaestramenti. «E’ certo che un imbecille è fastidioso sempre e in ogni modo – si legge in una breve recensione di Serra al Croce di Prezzolini, del 1909 -; ma quando questo imbecille si occupa di lettere, e per sua mala ventura ha potuto leggere i libri del Croce, e ascriversi alla scuola critica del Croce, il fastidio ne cresce tanto che diventa incomportabile a ogni animo ben nato»[74].

Carducci, di contro, è innanzitutto il poeta. E poeta è colui che eleva l’umanità all’arte; o, che è lo stesso, chi dell’umanità fa un’arte. «[…] leggeva il Petrarca a tre scolari soltanto il primo anno, e finì per leggere ossia per insegnare lo studio della poesia e della civiltà a tutta Italia», come recitava lo stesso Serra nella commemorazione avvenuta al Teatro Comunale di Cesena la sera del 21 marzo 1914[75].

Il professore è scontroso, insofferente, permaloso, «ma il giudizio di lui, anche nell’ira», racconta Serra, investe «come un raggio di luce» – ch’è ‘luce’, quand’anche della ragione, soprattutto del sentimento, della passione[76] - così che «i suoi errori stessi sono gloriosi»; perché gloriosa è l’intenzione di migliorare gli uomini attraverso il dramma della storia e la virtù della parola.

«Tutte le cose che egli afferma vere – scrive Serra - sono vere anche per me: se non nella lettera, certo nello spirito»; dove la verità è ‘religiosa’, ha a che fare cioè con il culto della poesia; con la volontà, il desiderio e la speranza di conservare ciò che è altrimenti destinato a corrompersi: il sogno eroico di una società più nobile e giusta.

 

Il Carducci del nostro cuore – si legge - è quello che diceva le parole che nessuno, fra quanti serbano nel loro cassetto un segreto di quaderni pieni di cancellature, innumerabili e varie come gli entusiasmi dell’adolescenza, sa ricordare senza tenerezza. “Dopo il dono di fare la divina poesia, il dono largito dagli dèi ai loro prediletti, è di ammirarla fino alle lacrime. Questo secondo dono, io l'ho”. Anche noi l’abbiamo; è la nostra forza e la nostra debolezza, com’era la sua[77] .

 

Per comprendere a fondo il ragionamento del Serra, valutandone con la dovuta attenzione le implicazioni pedagogiche, vale la pena soffermarsi su una pagina precedente di qualche mese a quella ora trascritta,  dove il confronto fra Croce e Carducci muove dalle rispettive scuole[78]: avviene dove si discute della nuova collana di Laterza, Scrittori d’Italia, pensata e voluta, appunto, dal Croce:

 

Fermiamoci a codesto Corpus degli scrittori d’Italia: nella opposizione che quasi naturalmente si determina fra quel che ne fa il Croce e quel che ne avrebbe fatto il Carducci, il mutamento dello spirito e dell’educazione letteraria è assai chiaro. […] Dicono che l’uno si è sostituito all’altro nel posto di maestro degli italiani. Guardiamo dunque in tutti e due, non tanto quello che è stato insegnato da loro, quanto quello che è stato ricevuto, appreso, ripreso dagli altri; quello che si spera ancora e si attende per loro beneficio.[79]

 

Lasciamo stare il Carducci. Non si può giudicare il Croce – è consapevole Serra – se non alla luce di quanto il suo operato ha prodotto – anche contro la sua volontà e in contrasto con le sue previsioni (al di là del “beneficio” che si “attende”) - in special modo fra i giovani[80]; e non soltanto, evidentemente, sotto la specie affiliata del crocianesimo. Sarebbe un grave errore, infatti, non mettere in relazione invece Croce con l’anticrocianesimo, e non solo in termini di contrapposizione e di reciproca negazione, ma anche di anticipazione e di continuazione l’uno dell’altro; ovvero di sviluppo del secondo, relativamente a motivi e suggestioni del pensiero del primo[81].

Così nell’introduzione a Le lettere, quale segreto ispiratore del tempo presente (la scrittura è del ‘13), Serra non esita ad affiancare al D’Annunzio proprio il Croce; e laddove del primo si dice che domina con la sua figura il campo della poesia, del secondo si dice, ugualmente, che domina «il campo della critica»; tale che, se «D’Annunzio […] ha insegnato a scrivere a tutti gli italiani di oggi», a questi stessi italiani, «Croce […] ha rivelato il mondo del pensiero e della critica»[82]. Con il che certo non si elogiava il Croce, vista la disistima profonda più volte espressa dal Serra nei confronti del D’Annunzio[83]; e, più in generale, visto il dispregio, manifestato negli anni, per il tempo presente.

 

Dal 1895 in poi - scrive Serra – [Croce] è entrato nel mio pensiero a poco a poco; non ho avuto sentore chiaro di lui e del suo lento crescente dominio, fino al giorno in cui me lo son trovato davanti intero. La mia esperienza di lui cominciava, come quella di tanti altri, da quella forma dell'erudito preciso e onesto, che sorse un giorno attraverso le recensioni del Giornale storico; e cresceva poi senza sospetti a furia di giunte e di successivi ritocchi, accettando la chiarezza del suo argomentare prima sopra un punto e poi sopra un altro di questioni letterarie circoscritte, e quindi fermandosi sulle sue idee come per confronto con altre di pensatori apparentemente più interessanti, con una curiosità che diventava insensibilmente compiacenza dell'accordo e infine gioia dell'intelletto. Sì che mi pare di essere verso di lui in una disposizione che non è né quella degli scolari veri e propri e di coloro che paiono venuti al mondo per lui e giurano nel suo nome, e neanche quella di coloro che non hanno saputo seguirlo nel corso del suo pensiero o in nulla o solo fino a un certo punto"[84].

 

E così una pagina appresso:

 

Io gli parlavo di tutto ed ero certo di essere compreso. Eppure, se ci penso bene, la mia soddisfazione non n'era per nulla cresciuta. Diversa era, non maggiore. Parlavo e ascoltavo quietamente; con molta dimostrazione esteriore di rispetto, credo, e certo con ammirazione e stima profonda dentro, e gioia sopra tutto di quella chiara e dritta e arguta e lieta ragione sua. Ma parlavo da uomo a uomo, quasi sullo stesso piano e del pari; oltre che minore, e infinitamente, mi sentivo anche diverso, e pur senza nessun bisogno di fare uno sforzo, o un passo solo per avvicinarmi. Non c'era in me entusiasmo né inquietudine. Sapevo di potermi fidare a quella accoglienza netta e precisa e così fluida da avvolgermi tutto; forse sentivo un poco di freddo[85].

 

E infine:

 

Che cosa ritraevo di me stesso da quella esperienza? Una valutazione generica che oserei dire perfetta, ma senza insidie di penetrazione, senza luce sul mio secretum; nessuna parte celata si rivelava nell'incontro. La esperienza investiva una parte, non dico impersonale, ma quella che può essere fatta impersonale, categorica e intelligibile; l'effetto se ne rifletteva sopra la mente assai largo, seco portando novità di pensieri e di conoscenze, ma nuova forma di umanità che potesse servir di esemplare nuovo e ragione morale, non ne portava[86].

 

Diceva Serra (1909): «Innanzi all'idea o all'uomo» si esprime il bisogno e si esercita il potere «di rendersene conto pieno»[87]. Dove con il termine 'pieno' si voleva intendere: 'fino alle estreme conseguenze'; fino cioè a scoprire la contraddizione ultima del vivere - vivere senza potersene rendere conto pienamente -; fino a trovarsi esposti sul margine di quelle «vie vertiginose […] dove l'anima vacilla sull'abisso della pazzia» che, però, sole, proseguiva Serra, aprono lo sguardo «su certi spettacoli che i Padroni della Vita e della Morte hanno voluto che fossero normalmente celati agli occhi dei mortali»[88].

Poco più che ventenne, all’inizio della sua carriera, è come se Serra avesse calpestato il luogo medesimo di quelle «vie vertiginose» dove si fermerà il Croce alla fine della sua vita, quarant’anni dopo: trascorse due guerre mondiali, sorto e tramontato il fascismo, manifestatosi il male sotto le sembianze mostruose dei plebisciti di piazza, dell’atomica, dei lager. E il Croce de La fine della civiltà (1946), paradossalmente, farà un passo indietro (o in avanti), avvicinandosi al Serra:

 

Nelle tregue concesse dalle forze distruttrici, nelle quali la civiltà tessé e ritessé la sua tela, e che pur tra episodiche o parziali distruzioni durarono secoli e millenni, e con le quali si è potuto persino mettere insieme una cosiddetta storia universale […] si è tessuta l’illusione che la civiltà umana sia la forma a cui tende  e in cui si esalta l’universo, e che la natura le faccia da piedistallo. E richiede uno sforzo penoso passare alla diversa visione della civiltà umana come il fiore che nasce sulle due rocce e che un nembo avverso strappa e fa morire.

 

 



* L’intervento è stato precedente pubblicato:

                             A) 31/12/98 in «Scuola e Città», n. 12

                                B) gennaio 2001 in L’università, la didattica, la ricerca. Primi studi in onore di Maria Corda Costa, a cura di N. Siciliani de Cumis, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia editore

 

[1]G. Boine, Plausi e botte, in «Riviera Ligure», 1914-1916, ora in Il peccato. Plausi e botte. Frantumi. Altri scritti, Garzanti, Milano 1983, p. 170.

[2] Qui per ‘idealismo’ si ha da intendere qualcosa di generico – alla maniera in cui lo intendeva il Boine, e con lui la buona maggioranza dei giovani letterati, nati alla cultura nel vivo della «reazione contro lo scientificismo o positivismo» (B. Croce: 1928) – ovvero come filosofia dell’attività e della libertà, o come filosofia dell’Assoluto.

[3]G. Prezzolini, L'italiano inutile, Vallecchi, Firenze 1958, p. 165.

[4] G. Papini, Stroncature: Immagini di Renato Serra, in «La Voce» (15 ottobre 1915, VII, n. 15-16), ora in Opere, vol. I, Mondadori, Milano 1995, 1977 (1^), pp. 663-674.

[5] Renato Serra cade sul Podgora – confine orientale, nei pressi di Gorizia – il 20 luglio 1915, colpito da una pallottola in fronte.

[6] Ha scritto Mario Isnenghi: «Molte cose – della vita e della morte di Serra – predisponevano alla nascita di un modello-Serra nella cultura italiana. Il culto della personalità emblematica ha percorso vie divergenti, a seconda che privilegiasse l’uno o l’altro aspetto della sua esperienza. Per gli uni – entro un’area ideologica che da Gramsci si spinge sino a Pellizzi e comprende le riviste di Gobetti, Ojetti e Bottai – Serra ha potuto essere l’inquieto spirito della vigilia che, vivendo intimamente le antinomie dell’anteguerra, anticipa e a suo modo interpreta ante-litteram la svolta del dopoguerra. […] Per gli altri, viceversa, la religione delle lettere coltivata dal lettore di provincia nel volontario esilio di Cesena rappresentava l’emblema di una soluzione di vita nobilmente aristocratica, non compromessa con situazioni politiche e contingenze storiche non partecipate, ma insieme non volute o non sapute contrastare nella prassi. In altri termini, la restaurazione dell’autonomia dell’arte, il primato della letteratura e la proposta – consegnata alla cultura italiana tra le due guerre – di un impegno letterario come compenso del disimpegno pratico»: R. Serra, Scritti letterari, morali e politici, a cura di M. Isnenghi, Einaudi, Torino 1974, pp.VII e VIII.

[7] A sostegno di questa interpretazione – di un Serra tanto più polemico, quanto più apparentemente distaccato - va l’intera vicenda di frequentazione colta e di amicizia personale col Croce: Croce vedeva prospetticamente, in Serra, un intellettuale capace di dirigere le opinioni, di influenzare i gusti, di cavalcare le mode; riteneva pertanto saggio investire su quell’ingegno, mostrando una disponibilità e un’indulgenza quasi paterne. Ma non si accorgeva che quanto ai suoi occhi appariva come una posa – la riluttanza ad assumere impegni, la misantropia, l’accidia – in Serra, viceversa, era sostanza; che l’agnosticismo, con il senso del tragico che ne derivava, non era l’ipotesi di un ricercare, ma già il risultato.

[8]  Tra le altre, c’è una lettera particolarmente significativa al riguardo, simbolo, se si vuole, di una letteratura più scomoda che sotto le vesti snob del distacco emotivo e dell’isolamento, mostra il principio intimo di una contestazione dura e irriverente. La lettera è in risposta alla richiesta di Giuseppe De Robertis di vedersi pubblicato uno scritto su «Romagna», rivista alla quale il Nostro saltuariamente collaborava, e porta la data 10 giugno 1911: «Per un lettore superficiale, quello è un ottimo saggio, come siamo avvezzi a leggerne tutti i giorni anche sulle riviste migliori. […] Quanto a me, ho trovato con piacere un sentimento profondo e commosso che mi fa bene augurare del suo ingegno: ma la effusione di esso mi sembra sproporzionata e fuori luogo. […] Questo accade molto spesso, quando si è giovani e si vorrebbe quasi sulle prime pagine che si scrivono versare tutto quello che si ha dentro, di senso poetico e critico e di idee e di aggettivi […]. […] E il mio consiglio sarebbe di metter da parte il quaderno […], e scriverne degli altri, e lasciar poi dormire anche quelli, fin che venga il giorno in cui si possa parlare tranquillamente, senza chiedere e senza curare il consiglio o il giudizio di nessuno. Questo non è il costume d’oggi […]. Io per me ho osservato la regola che consiglio anche a Lei; e me ne trovo molto bene. Così ho potuto pascere per molti anni le mie malinconie letterarie con qualche diletto mio e senza noia di nessuno; e sono riuscito in fine a quel punto in cui se avessi avuto o mai mi capitasse qualche cosa di interessante da dire, potrei dire con molta libertà, così come invece posso, senza nessun rammarico e anzi con una certa soddisfazione, tacere»: R. Serra, Epistolario, a cura di L. Ambrosini, G. De Robertis, A. Grilli, Le Monnier, Firenze 1934, pp. 388-390.

[9] R. Serra, Epistolario, Op. cit., pp. 23, 29 et al.

[10] Cfr. R. Serra, Esame di coscienza di un letterato, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., p. 538. Il ‘secolo’ dal quale Serra dice di tirarsi fuori è il tempo in cui si consuma in Italia il mito della democrazia: un lento degradarsi di una ragion pratica che, attraverso la mistica rivoluzionaria romantica e il realismo scientifico dell’Ottocento, aveva ancora nei principi di libertà, uguaglianza e fraternità, il proprio fondamento. Sono gli anni della ‘dittatura parlamentare’ di Giovanni Giolitti. Sono il 1912, con la campagna di Libia; e il 1914, fino al «maggio radioso» del ’15, con l’esordio dell’interventismo nazionalista e plebiscitario.

[11] Lo scritto, rimasto inedito alla morte di Serra, viene parzialmente pubblicato, per mezzo dell’Ambrosini, sulla Stampa di Torino col titolo: Partenza di soldati (30 novembre 1923). Esce, poi, in versione integrale sulle pagine della rivista gobettiana «Il Baretti» (IV, n.8, agosto 1927), con il titolo: R. Serra e il concetto di storia. Saggio inedito.

[12]Il corsivo è mio.

[13]Il corsivo è mio.

[14]R. Serra, Epistolario, Op. cit., p. 470.

[15] E’ proprio in nome di un’arte disinteressata e di un dichiarato disimpegno dal politico e dal sociale che Serra afferma, della letteratura, l’autonomia di fatto; e perciò stesso il compito o la vocazione, o ancora, la facoltà di quella, di vigilare, di esaminare, di render conto di tutto.

[16] «Compiutezza – si legge in una lettera all’Ambrosini del 1910 (10 settembre) – è ogni volta che uno esprima l’animo suo, in quel punto in quel moto. Ma rispetto all’universo, compiutezza non è mai. Una cosa si aggiunge a un’altra, e tutte sono diverse, e tutte insieme fanno un solo infinito»: R. Serra, Epistolario, Op. cit., pp. 340 e 341.

[17] Ibidem, p. 407.

[18] Ibidem, pp. 241 e 242.

[19] Nel 1928, ricordando quello stesso momento, Croce scriverà: «l’orizzonte spirituale ampliò la sua distesa, grandi idee offuscate tornarono a rifulgere, fecondi metodi logici ritentati, rinacquero coraggio e ardire per le speculazioni, si riaprirono i libri dei grandi filosofi antichi e moderni, anche di quelli un tempo più abominati, come il Fichte e lo Hegel. […] A chi ricordava l’afa e l’oppressura dell’età positivistica pareva che si fosse usciti all’aria aperta e vivida, in un campo verdeggiante»: B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Adelphi, Milano 1991, 1928 (1^), pp. 310 e 311.

[20] R. Serra, Le Lettere, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., pp. 371, 372, 382. Di quello che Serra aveva rappresentato all'inizio del secolo, di compostezza ma di genialità, di umiltà ma di intransigenza, di fronte alle prime esibizioni scanzonate e incoscienti di virilità latina di altri letterati; e nel primo anno di guerra; e di quello che avrebbe potuto rappresentare negli anni della vigoria e del furore giovanile fascista, ne era ben consapevole Gramsci, che nel «Grido del popolo» del 20 novembre 1915, così ne piangeva la morte prematura sul campo di battaglia: «La guerra l'ha maciullato, la guerra della quale egli aveva scritto con parole così pure, con concetti così ricchi di visioni nuove e di sensazioni nuove. Una nuova umanità vibrava in lui; era l'uomo nuovo dei nostri tempi, che tanto ancora avrebbe potuto dirci ed insegnarci. Ma la sua luce s'è spenta e noi non vediamo ancora chi per noi potrà sostituirla»: A. Gramsci, La luce che si è spenta, ora in Cronache torinesi, Einaudi, Torino 1980, pp. 25 e 26.

[21] Può essere utile, a tal riguardo, scorrere, ad esempio, la lettera del 16 giugno 1991, scritta all’indirizzo del Prezzolini, dove Serra, interpellato sulla questione delle buone letture per un giovane, ne stende un breve programma. Vedi: R. Serra, Epistolario, Op. cit., pp. 393-396 (lo scritto è inserito anche in Scritti letterari, morali e politici con il titolo Come e che cosa dovrebbe leggere un giovane, pp. 249-254).

[22] Serra è convinto che non vi sia altra possibilità, per chi voglia adoperare con responsabilità e con onestà intellettuale la ragione, che essere ‘moderni’,  cioè coscienti della precarietà e dell’arbitrarietà dei principi che regolano il vivere comune. In tal senso la ‘modernità’ viene a definirsi neanche come ‘punto di vista’, ma come orizzonte intero, in quanto  risultato oggettivo – adogmatico - dell’applicazione della ragione al mondo. ‘Moderni’, in tal senso per Serra, sono i Montaigne, i Tolstoj, i Nietzsche.

[23] Si può dire con una certa serenità che la breve esperienza di insegnamento, prima presso il Collegio Ungarelli di Bologna (inverno 1907), poi presso la Scuola normale femminile pareggiata di Cesena (a partire dall’ottobre dell’anno seguente), non hanno fatto di Serra un insegnante. Sull’atteggiamento di estrema insofferenza nei confronti del mondo della scuola valgano, peraltro, queste righe dedicate all’amico Alfredo Panzini: «Ricordiamoci la sua condizione; di professore. In questa parola sola è racchiusa per molta parte il dramma della sua esistenza. E di quante altre! Chi non lo conosce questo tipo così malinconicamente comune del buono allievo delle Muse, costretto a tirar la carriola e a girare la macina dell'insegnamento?  [...] Come si può essere stati giovini, generosi e audaci, avere goduto per lunghi anni la conversazione dei magni spiriti, avere amato la poesia o sognato forse la gloria, per ritrovarsi poi infine maestri di grammatica e di ortografia a una turba di fanciulli petulanti? Questo è il destino di molti. [...] Nel quale la contraddizione è inconciliabile fra la natura e il destino; ed è il dissidio dell'umanista col pedagogo; della natività e sensualità del carattere con la servitù quotidiana; del poeta con la vita»: R. Serra, Alfredo Panzini, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., pp. 122-124.

[24]R. Serra, Come fare una rivista. «Neoteroi». II, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., pp. 170 e 171.

[25] «Io son sempre quel che ero: - scrive all’Ambrosini il 25 settembre 1905 (Serra ha ventun’anni) – un pover’uomo, senza speranze, senza illusioni e senza forza: né alla vita, né all’arte»: R. Serra, Epistolario, Op. cit., p. 114.

[26] Il corsivo è mio.

[27] Cfr. R. Serra, “La lotta politica in Italia”, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., p. 291.

[28] Ibidem, pp. 291-293.

[29] R. Serra, “Grandezza e decadenza di Roma” di G. Ferrero, in Scritti, vol. II, a cura di G. De Robertis e A. Grilli, Le Monnier, Firenze 1958.

[30] Ibidem, p. 552.

[31] Non è un caso che, altrove, Serra liquidi l’Oriani, dicendone semplicemente: «non è un’anima d’artista»: cfr. R. Serra, Romanzi di Oriani. Iuvenilia, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., p. 329.

[32] Il punto di vista del singolo, in Serra, è considerato qualcosa di più di un’opinione: è un ‘mondo intero’, cioè una concezione del mondo, una filosofia. Forti sono le analogie che meriterebbero ben altri sviluppi, col Gramsci, laddove, ad esempio, quest’ultimo scrive: «Ogni uomo […] all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare»: A. Gramsci, Quando si distingue tra intellettuali e non-intellettuali, Q.12, ora in Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 21.

[33] R. Serra, Epistolario, Op. cit., pp. 235 e 236.

[34] Eugenio Garin non esita a definire le reciproche posizioni, l’una nei confronti dell’altra, nei termini di «irriducibili concezioni della vita» e di «filosofie inconciliabili»; segnate, come sono, da un «divario radicale» che, al di là della «vicinanza di interessi e di opinioni», contraddistingue l’opera di Serra - «che pure non era filosofo tecnicamente agguerrito; ma pensatore attento sì, e ricco di letture, ed acuto» - in relazione a quella del Croce, come antagonista. Cfr. E. Garin, Intellettuali italiani del XX secolo, Editori Riuniti, Roma 1996 (3^), 1974 (1^), pp. 33, 36, 37.

[35] E’ la quarta forma della filosofia dello Spirito – l’utile o economico (più tardi definita ‘vitalità’) – ereditata da Marx attraverso Antonio Labriola, a creare al Croce problemi di collocazione in rapporto alla «vecchia triade del Vero, del Buono, del Bello» (Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, 1900). Domanda Eugenio Garin: «[…] per il Croce, l’esperienza Marx-Labriola si limitò davvero, com’egli ebbe poi a sostenere più volte, oltre che ad un arricchimento delle sue prospettive di storico […], a questo contributo recato alla sua “scoperta” dell’utile? Chi puntualmente si fermi al 1900 potrà anche accettare una conclusione del genere […]; chi invece guardi a fondo, non solo riconoscerà quell’ossessione costante del materialismo storico di cui parlava Gramsci, ma, a un tempo, un’influenza sottile, di continuo presente»: E. Garin, Cronache di filosofia italiana. 1900/1943, vol. I, Laterza, Roma-Bari 1975, p. 206.

[36] Lo scritto esce sulla «Voce» il 30 aprile 1915. Pochi mesi dopo la morte di Serra viene pubblicato in volume ad opera della Treves di Milano, a cura di G. De Robertis e L. Ambrosini.

[37] R. Serra, Esame di coscienza di un letterato, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., pp. 536 e 537.

[38] Il brano riportato è stata pubblicato per la prima volta da Ezio Raimondi nel volume Il lettore di provincia. Renato Serra, Le Monnier, Firenze 1964, pp. 136 e 137. Il foglio faceva parte di un fascicoletto di appunti per un saggio su Romain Rolland, che Serra non arrivò a concludere.

[39] Ha scritto ancora Raimondi: «Pochi scrittori son così complessi, prismatici, ricchi di sfaccettature come Serra; ma si esita a dire ‘sfaccettature’ o ‘chiaroscuro’ perché per lui il gusto del chiaroscuro e del molteplice si rifaceva ad un principio di contraddizione dell’esistente: dietro la morbidezza si scopre sempre qualcosa di aspro, l’ombra di un orrore muto» (1985); ora in E. Raimondi, Un europeo di provincia: Renato Serra, Il Mulino, Bologna 1993, p. 223.

[40] O non era il Croce che aveva scritto: «il positivo prevale in perpetuo sul negativo e la Vita trionfa di continuo sulla morte»? (Filosofia della pratica, 1909); che «il proprio dell’uomo non è l’incoerenza ma la coerenza, non la contradizione ma l’unificazione, non il rimorso e il dolore, ma la gioia e la pace in cui questi volta a volta si risolvono»? (Frammenti di etica, 1915); che «male ed errore sono non già forme del reale […] ma nient’altro che il passaggio stesso dell’una all’altra forma del reale e dello spirito, che nello sforzo di attuare la forma superiore considera irrazionale, erronea, cattiva quella inferiore»? (Idem).

[41] Scrive Alberto Asor Rosa: «La guerra scaturisce in Italia da un complesso di ragioni, la maggior parte delle quali essenzialmente politiche. Ma la cultura le fornisce la propria adesione pressoché unanime, si batte perché avvenga, si assume il compito di polarizzarla, contribuisce a darle la forma che ha poi conservato soprattutto presso i posteri»: A. Asor Rosa, Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi: la cultura, vol. IV, tomo II, Einaudi, Torino 1975, p. 1313. Si prenda ad esempio di quanto ora detto un brano del Prezzolini, uscito su «La Voce» con il titolo di Facciamo la guerra (1914): «Il mistero della generazione di un nuovo mondo europeo si compie. Forze oscure scaturite dalla profondità dell'essere sono al travaglio ed il parto avviene tra riti mostruosi di sangue e gemiti che fanno fremere. Noi non guarderemo soltanto al dolore. Salute al nuovo mondo! Ci darà la guerra quello che molti delle nostre generazioni hanno atteso da una rivoluzione? L'animo è colmo di fronte alla totalità del fatto che si compie e non possiamo dubitar del domani. La civiltà non muore! Indietreggia per prendere un nuovo slancio. Si tuffa nella barbarie per rinvigorirsi». Con toni ancora più esasperati si esprime il Papini, in Amiamo la guerra, apparso su «Lacerba» nell’ottobre dello stesso anno: «Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. [...] E' finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell'ipocrisia e della pacioseria. [...] La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un'infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita. Fra tante migliaia di carogne abbracciate nella morte e non più diverse che nel colore dei panni, quanti saranno, non dico da piangere, ma da rammentare? [...] Chi odia l'umanità - e come si può non odiarla anche compiangendola? - si trova in questi tempi nel suo centro di felicità. [...] Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi».

[42] «L'opera di questo scrittore - scriveva Piero Bigongiari nel 1948 - non è drammatica in sé, il dramma non è avvenuto lì dentro [...], l'intelligenza assiste a qualcosa che accade al di fuori di essa»: il dramma è nel mondo; nel mondo degli uomini che vi costruiscono e vi distruggono senza posa,  facendo la storia di cui vanno così spesso fieri. Cfr. P. Bigongiari, Destino di Serra, in Scritti in onore di Renato Serra, Garzanti, Milano 1948, p. 31.

[43] «Forse il beneficio della guerra – si legge nell’Esame di coscienza -, come di tutte le cose, è in se stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie. Si impara a soffrire, a resistere, a contentarsi di poco, a vivere più degnamente, con più seria fraternità, con più religiosa semplicità, individui e nazioni: finché non disimparino…»: p. 537. La moneta preziosa della guerra – il ritrovarsi ognuno, nella propria solitudine, uguale all’altro – non ha valore nel tempo, se non in quello in cui è pagata: gli individui, come le nazioni, sotto l’inarrestabile spinta degli appetiti, dice Serra, “disimparano” presto. Nessuna trama della storia (cfr. Filosofia della pratica, 1909), come la diceva Croce, dove ogni soluzione raggiunta è acquisita per sempre, e dove i problemi risolti non risorgono più; ma per ogni nuovo uomo lo stesso dolore, le stesse domande, lo stesso coraggio.

[44] Il riferimento di Serra è al pezzo La realtà e la sua ombra («La Voce», 1915), dove De Robertis aveva scritto: «Non che la letteratura sia tutto in Italia. Ma in questa letteratura è tutta l’Italia. Espressione massima della nostra coscienza. E facciamo della letteratura».

[45] R. Serra, Esame di coscienza di un letterato, Op. cit., p. 530.

[46] “Il critico e la responsabilità delle parole” è il titolo della relazione presentata da Raimondi  al Teatro Comunale di Cesena, il 7 dicembre 1984, ed ora raccolta nel volume curato da Piero Lucchi, Renato Serra. Il critico e la responsabilità delle parole, Longo Editore, Ravenna 1985.

[47] R. Serra, Epistolario, Op. cit., p. 444.

[48]Ibidem, p. 473. La lettera è indirizzata ad Ambrosini, e porta la data del 18 marzo 1913

[49] Ibidem, p. 220.

[50]Ibidem, p. 288. La lettera del 9 settembre 1909 è indirizzata ad Ambrosini.

[51]Ibidem, p. 147.

[52]Ibidem, p. 214.

[53]Ibidem, p. 273.

[54]Ibidem, p. 275.

[55]Ibidem, p. 402.

[56] «Questo di Kant e dei filosofi in genere – scrive Alfredo Grilli nella Nota agli Scritti – fu un tormento di anni e anni per Renato Serra, dal quale non riuscì a liberarsi che per lo scoppiar della guerra europea»: A. Grilli, Notizia sugli scritti di Renato Serra, in Scritti, vol. II, Op. cit., p. 667.

[57]R. Serra, Epistolario, Op. cit., p. 452.

[58]Ibidem, p. 288.

[59]Ibidem, p. 490.

[60]Ibidem, p. 355.

[61]Ibidem, p. 504.

[62]Ibidem, p. 496.

[63]Cfr. Ibidem, p. 541.

[64]Ibidem, p. 453.

[65]Ibidem, p. 367.

[66]Ibidem, p. 251.

[67]Ibidem, p. 262.

[68]Ibidem, p. 443.

[69]Ibidem, p. 476 e 477.

[70]R. Serra, Le Lettere, Op. cit., p. 382.

[71] Carducci fu professore di Serra a Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna.

[72] R. Serra, Per un catalogo, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., pp. 190 e 191.

[73] Era quanto rimproverava al Croce già il Labriola; cfr. N. Siciliani de Cumis, Laboratorio Labriola, La Nuova Italia, Firenze 1994, p. 160 e ss.

[74] R. Serra, Il Croce di Prezzolini, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., p. 97.

[75] R. Serra, La commemorazione di Giosue Carducci, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., p. 345.

[76] Si ricordi che Serra motiva la sua partecipazione alla guerra in nome proprio della ‘passione’; là dove nessuna ragione, né della Destra né della Sinistra interventiste, aveva saputo persuaderlo. «Adesso ho capito. – scrive – Ho voluto distruggere nella mia mente tutte le ragioni, i motivi intellettuali e universali, tutto quello che si può discutere, dedurre, concludere; ma non ho distrutto quello che era nella mia carne mortale, che è più elementare e irriducibile, la forza che mi stringe il cuore. E’ la passione». Ispirate a questo sentimento sono tutte le ultime pagine dell’Esame, ben rappresentate dall’immagine del «marciare insieme» - finalmente fratelli: «Dopo i primi chilometri di marcia, le differenze saranno cadute come il sudore a goccia a goccia dai volti bassi giù sul terreno, fra lo strascicare dei piedi pesanti e il crescere del respiro grosso; e poi ci sarà solo della gente stanca che si abbatte, e riprende lena, e prosegue; senza mormorare senza entusiasmarsi; è così naturale fare quello che bisogna. Non c’è tempo per ricordare il passato o per pensare molto, quando si è stretti gomito a gomito, e c’è tante cose da fare; anzi una sola, fra tutti. Andare insieme»: pp. 542 e 546.

[77]R. Serra, Per un catalogo, Op. cit., p.195.

[78] Lo scritto doveva servire come presentazione al numero uno della rivista «Neoteroi», al cui progetto stavano lavorando Serra e l’Ambrosini.

[79] R. Serra, Per un catalogo, Op. cit., p. 185.

[80] Così Croce nella Storia d’Italia: «L’opera della “Critica” e dei suoi collaboratori, e i libri da essi scritti, tennero le parti principali nel movimento degli studi filosofici; e specialmente le dottrine dell’Estetica, che era stata pubblicata nel 1902 dal direttore di quella rivista [Croce stesso], entrarono in tutte le menti, turbando, attraverso i giovani e gli scolari, i professori e gli accademici, ed ebbero non solo echi ma effetti nel mondo internazionale del pensiero e della scienza»: p. 319 dell’edizione Adelphi del 1991. E’ evidente che quel ‘turbare’ ha in Croce un’accezione positiva, di svecchiamento, e dunque, di rinnovamento del pensiero.

[81] Anticrociani, agli albori della prima guerra mondiale si dicono praticamente tutti. I giovani letterati fanno, anzi, a gara a «macellar Croce», secondo la colorita espressione di Papini (in una lettera del 30 maggio 1913 ad Aldo Palazzeschi) . Ma dove bisogna indagare è nel passaggio – operato da quelli - di idee e questioni espresse dal Croce in campo estetico, dal mondo dell’arte a quello della politica; così nei legami, sempre strettissimi, tra anticrocianesimo e antigiolittismo. Avviene, ad esempio, che tra la celebrazione dell’autonomia creativa della volontà – ch’è in Croce, volontà orientata alla ragione (al bello e al bene) – e l’insurrezione di quella stessa volontà contro la ragione (che trova nell’antidemocraticismo e nell’apologia eversiva della guerra il suo sfogo naturale) – ci possa non essere che una differenza di grado: di maggiore o minore buon senso, di educazione , per così dire; di maggiore o minore ottimismo. Per uno sguardo d’insieme sui rapporti ideologici tra Croce e anticrociani, e più in generale sulla cultura dell’età giolittiana, si vedano, fra gli altri: A. Asor Rosa, Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi: la cultura, Op. cit., pp. 1099-1272; N. Bobbio, Profilo ideologico del ‘900, Garzanti, Milano 1990, pp.46-116.

[82] Cfr. R. Serra, Le Lettere, Op. cit., p. 378. Scrive Eugenio Garin, sviluppando il parallelo serriano: «Croce e D’Annunzio possono costituire i termini entro cui si muove il costume italiano: di qua una serietà misurata, quasi casalinga, che dai secoli trae un’antica saggezza, un abito di rigore razionale e di onesto sentire; di là un’esaltazione torbida ove l’antichità alimenta solo miti ossessionanti, ove le evasioni retoriche sostituiscono sempre la durezza dell’impegno», in Cronache di filosofia italiana, Op. cit., p.272. A proposito della ripresa in Garin dell’«antitesi già dichiarata dal Serra», si veda anche G. Mastroianni, Da Croce a Gramsci, Argalìa, Urbino 1972, p.133.

[83] «Quando D’Annunzio – scrive Serra – ha cessato di irritarci come un mistero non c’è nessuna ragione più per volergli male di ansie e di inquietudini che nascevano solo dalla nostra intelligenza scarsa. Egli non ne aveva colpa se noi prendevamo per un dio impassibile quello che era piuttosto uno scolaro pieno di bravura, e se poi ci guastavamo il sangue a metter d’accordo l’onnipotenza divina con gli accidenti scolastici»: R. Serra, “La fattura”, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., pp. 217 e 218.

[84]R. Serra, Per un catalogo, Op. cit., pp. 189 e 190.

[85]Ibidem, p. 191.

[86]Ibidem, p. 192.

[87]R. Serra, Epistolario, Op. cit., p. 235.

[88]R. Serra, Rudyard Kipling, in Scritti letterari, morali e politici, Op. cit., p. 68.