Gramsci, l’Unione Sovietica, l’americanismo

 

Di Cristian Facchin

 

 

     Riflettendo, durante la detenzione carceraria, sulle cause del fallimento del tentativo di rivoluzione socialista messo in atto a livello internazionale dalle forze operaie negli anni successivi all’Ottobre russo, Antonio Gramsci formulò nuovi concetti e interpretazioni che lo condussero ben lontano dalle semplicistiche spiegazioni offerte al riguardo dal movimento comunista dell’epoca, e sui quali ha fondato una nuova teoria e strategia rivoluzionaria, ricostruibile grazie agli scritti raccolti nei Quaderni del carcere[1]. Da una fase di “guerra di movimento” o di rivoluzione rapida e improvvisa, messa in atto direttamente dalle classi lavoratrici e dai loro rappresentanti, quale era stata quella realizzata con successo in Russia e subito dopo – con esiti fallimentari - in molti paesi europei, il movimento operaio per Gramsci doveva ora necessariamente passare alla “guerra di posizione”, ossia ad una rivoluzione intesa come lenta marcia a tappe da realizzarsi su tempi molto lunghi fino al raggiungimento dell’agognata meta, che restava pur sempre quella dell’abbattimento del sistema capitalistico-borghese.

     Lo storico recentemente – e prematuramente - scomparso Franco De Felice, nei suoi illuminanti studi sulla teoria politica di Gramsci, ha ben messo in evidenza come la guerra di posizione si doveva fondare essenzialmente sulla conquista e sulla capacità di organizzare e dirigere quei due elementi su cui ormai si basavano le società avanzate del Novecento: le grandi masse lavoratrici, emerse alla ribalta come protagoniste attive della storia con la nascita della società di massa (presa di coscienza e partecipazione politica dei lavoratori, nascita dei partiti, dei sindacati, scolarizzazione di base per tutti), e l’apparato produttivo industriale, che stava attraversando una fase di profondissima ristrutturazione rispetto all’assetto ottocentesco (la cosiddetta seconda rivoluzione industriale). Tutto il periodo postbellico per Gramsci si può analizzare come un gigantesco tentativo svolto dai governi nazionali per riuscire a controllare questi due elementi strettamente intrecciati tra loro: ossia l’essere capaci di gestire l’ingresso delle masse organizzate sulla scena politico-sociale e altresì di organizzare le trasformazioni di un sistema produttivo che tende inesorabilmente verso un modello di concentrazione sempre più massiccia di capitali e società, di produzione sempre più massificata e standardizzata su vasta scala. Il potere politico quindi trova nella capacità di organizzare questi due fattori, mediare tra essi, gestirli in modo utile e rispondere alle esigenze di mutamento e modernizzazione in questi campi – politico-sociale ed economico – che vengono dalla società e dai poteri forti dell’economia, la chiave per garantire a sé stesso la continuità e la stabilità, la sopravvivenza nel cambiamento. E’ insomma la questione del “governo dell’economia” e “governo delle masse”, come scrive De Felice[2].

     “Rivoluzione passiva”, chiama Gramsci con grande acutezza il periodo del ventennio postbellico: un periodo in cui la società e l’economia si trasformano a grande velocità sotto la guida della politica e degli Stati; una rivoluzione autentica, strutturale, attuata però non dal basso con la sostituzione dei sistemi politici dominanti, ma dall’alto, dagli stessi poteri costituiti. Gli Stati Uniti, l’Italia e l’Unione Sovietica sono i tre punti di riferimento essenziali nel discorso gramsciano sulla rivoluzione passiva. Gli Stati Uniti perché sono il vero centro d’origine del processo: il fordismo (il nuovo sistema di produzione concentrata, razionalizzata e svolta su vasta scala soprattutto dopo l’introduzione ad opera di Henry Ford delle catene di montaggio nelle sue fabbriche) e l’americanismo (un corrispondente nuovo sistema e concezione di vita delle masse lavoratrici, indotto dall’alto coi mezzi più vari, dall’intervento legislativo alla propaganda ideologica), costituiscono i punti chiave del discorso di Gramsci. Per De Felice infatti Gramsci sottolinea sempre

 

[…] l’inseparabilità del fordismo – inteso come forma particolarmente sviluppata di organizzazione del lavoro in fabbrica (taylorismo e produzione di serie) – dall’americanismo, inteso come forma di organizzazione dei rapporti sociali ed umani  [3].

 

     Passando all’Europa, però, il discorso cambia. Mentre negli Stati Uniti la produzione razionalizzata e massificata su vasta scala è nata in modo spontaneo, senza la necessità di una programmazione centralizzata, grazie alle caratteristiche specifiche della società civile ad opera della dirompente forza del grande capitale privato, in Europa si tratta di un fenomeno sostanzialmente d’importazione. Infatti, per Gramsci, la modernizzazione fordista, non essendoci nei paesi europei le premesse strutturali e culturali per il suo sviluppo naturale e autonomo, deve essere introdotta dall’alto, in modo programmato, dallo Stato. Guardando al caso specifico dell’Italia, Gramsci osserva come la diffusione del nuovo sistema produttivo comporti la nascita di forme di corporativismo o di dirigismo e interventismo statale. In Italia, il fascismo e il corporativismo sembrano svolgere i compiti principali in tal senso: il primo controllando le masse organizzate in forme di mobilitazione innocue anzi strumentali al regime grazie alla fabbrica del consenso, il secondo come fattore - tramite la soppressione della lotta di classe e l’intervento sempre più massiccio dello Stato come soggetto attivo nella vita economica nelle industrie, nelle banche, negli enti ed istituti - di promozione della modernizzazione dell’economia italiana in un modo all’ “americana”, cioè concentrata, razionalizzata e programmata dall’alto: aspetto, quest’ultimo, in cui per Gramsci il regime fallì in gran parte il suo compito.

 

      All’interno della categoria generale di rivoluzione passiva Gramsci fa rientrare anche il rapido e impetuoso processo di trasformazione economica messo in atto a partire dagli ultimi anni Venti in Unione Sovietica sotto la guida di Stalin. L’esperienza storica che stava attraversando l’Unione Sovietica negli anni in cui Gramsci era in carcere è quella del periodo in cui prima si consumò la lotta di potere all’interno del PCUS con la vittoria finale di Stalin, che instaurò, sconfitti tutti gli avversari interni e allontanato Trockij, un potere assoluto e personalistico; poi si assistette al lancio del primo piano quinquennale che dette il via allo sviluppo industriale su vasta scala (industrializzazione accelerata) e al processo di collettivizzazione forzata nelle campagne con la lotta contro i kulaki. Non vi sono dubbi, per quanto Gramsci da prigioniero messo sotto controllo non potesse esprimersi liberamente al riguardo, che la sua adesione in linea di principio alle scelte della dirigenza sovietica era limpida e inconfutabile. Anche il primo, ed allora ancora unico, Stato socialista del mondo per modernizzarsi economicamente si sviluppa in senso corporativo. Il potere sovietico agisce, come accade negli altri paesi volti alla modernizzazione produttiva nell’età della rivoluzione passiva, contemporaneamente su due binari, quello del “governo dell’economia” e del “governo delle masse”.

     Gramsci sottolinea però come anche nell’Unione Sovietica, esattamente come aveva già annotato per gli Stati Uniti, la costruzione della nuova struttura economico-sociale anticipa e precede quella della sovrastruttura ideologico-culturale, che sarà in parte indotta dall’alto con la contemporanea azione di repressione giuridica ed educazione di massa, in parte conseguenza stessa del mutamento strutturale. Quindi in questa fase storica l’egemonia del potere sovietico è data per Gramsci proprio dalla sua capacità di intervenire nell’economia e nella società trasformandole secondo le necessità storiche (quelle dell’americanismo dilagante), necessità rilette però nell’Unione Sovietica dall’ottica socialista e non capitalista. Scrive infatti Gramsci che

     Se è vero che nessun tipo di Stato non può non attraversare una fase di primitivismo economico-corporativa se ne deduce che il contenuto dell’egemonia politica del nuovo gruppo sociale che ha fondato il nuovo tipo di Stato deve essere prevalentemente di ordine economico: si tratta di riorganizzare la struttura e i rapporti reali tra gli uomini e il mondo economico o della produzione [4].

 

     Tutto ciò che stava accadendo nell’Unione Sovietica a cavallo tra gli anni Venti e Trenta per Gramsci è quindi una trasformazione radicale e profonda della struttura economica e della società della vecchia Russia, che comporta, esattamente come nel paese nordamericano, la nascita di un uomo nuovo e di una nuova civiltà (valori, abitudini, mentalità), guidata dai gruppi di potere e senza la presenza di alcuna rivoluzione spontanea dal basso: è, ossia, una rivoluzione passiva. La rivoluzione economico-sociale staliniana potrebbe quindi, facendo un azzardato accostamento di termini, essere definita come l’ “americanismo” sovietico. Il termine “americanismo” diventa così una categoria interpretativa generale di un determinato tipo di sviluppo strutturale in una data epoca storica, applicabile a tutti i paesi industrializzati, andando ben oltre le frontiere degli Stati Uniti stessi. La vicinanza che nella visione di Gramsci c’è tra il diffondersi del sistema fordista e taylorista negli Stati Uniti e il  processo di modernizzazione economica accelerata e forzata in atto in Unione Sovietica, viene chiaramente evidenziata da De Felice in questi termini:

 

[] quello che fa della rivoluzione passiva una categoria di analisi di un processo generale, epocale, che investe sia la elaborazione del mondo occidentale capitalistico, ma investe anche l’Unione Sovietica. Uno dei referenti di Gramsci è la riflessione sull’esperienza dell’Unione Sovietica. “Americanismo e fordismo” contiene un insieme di elementi che sono relativi ai problemi e ai processi di industrializzazione in una società come è quella sovietica. Ci sono riferimenti specifici su come si crea un tipo umano che ha un ritmo di lavoro, una erogazione di forza lavoro, una disciplina diversa da quella del contadino dell’età zarista, in un contesto in cui non esiste contrapposizione tra la classe che dirige e la classe che è diretta; che problema sorge in questo quadro, cioè come si realizza una disciplina di questo tipo in uno Stato siffatto? [5].

 

     A questo punto, è proprio la diversità della realtà sovietica rispetto a quella americana – una società socialista la prima e capitalista la seconda – e il tentativo di Gramsci di capire come possa essere possibile formare nella prima un uomo nuovo con una nuova concezione del mondo, che ci porta ad avvertire la necessità di alcuni chiarimenti, che diventano fondamentali per capire meglio cosa significhi esattamente il concetto gramsciano di “rivoluzione passiva”. Dopo aver affermato, come si è detto, che il fordismo e l’americanismo negli Stati Uniti e il corporativismo e il fascismo in Italia sono forme di rivoluzione passiva, dirette dalle classi egemoni per riorganizzare e modernizzare la produzione, togliere alla classe operaia la possibilità di iniziativa politica e imporre su di essa la loro ideologia, Gramsci da un lato difende le scelte di politica economica dei dirigenti dell’Unione Sovietica, e dall’altro contemporaneamente definisce la trasformazione in atto nel paese socialista una rivoluzione passiva. Come si applica quindi la categoria di rivoluzione passiva, processo che sembrerebbe essere tipico dei paesi capitalistici, all’Unione sovietica, la patria del socialismo, il paese a cui tutti i comunisti guardavano come ad un esempio e modello?

     Appare chiaro allora che la rivoluzione passiva non deve essere intesa, vista la sua contrapposizione con la rivoluzione vera e propria, quella fatta dal basso, in senso strettamente negativo. Oltre ad essere necessaria, perché assolve ad un compito di trasformazione complessiva della società nel senso dettato dai tempi storici, essa può assumere o meno un carattere progressivo anche politicamente a seconda del compito che assolve e delle classi che la dirigono (borghesia conservatrice o proletariato rivoluzionario). La rivoluzione passiva e le forme politiche ad essa legate, come il “cesarismo” e il “totalitarismo”, possono avere «[…] nell’analisi di Gramsci  una doppia faccia, regressiva e progressiva, a seconda che esprimano la difesa di un ordine storicamente superato o l’organizzazione delle forze in sviluppo»[6]. Il carattere di originalità della modernizzazione sovietica rispetto all’esperienza americana e italiana perciò non è dato tanto dalla forma con cui essa si concretizza, ma dalla natura del potere che la dirige e la realizza: non un potere antagonista rispetto alla classe operaia -  come il grande capitale privato che opera solo per il proprio profitto o un regime dittatoriale impostosi con la forza contro i lavoratori - ma un potere composto dai rappresentanti della classe operaia stessa e di tutti i lavoratori, i membri del governo rivoluzionario, che agiscono quindi in nome e a vantaggio di tutta la popolazione. La lettura gramsciana degli eventi russi sembra quindi affermare il susseguirsi in tempi brevi di due rivoluzioni, una rapida, improvvisa, basata sulla forza, ossia una guerra di movimento fulminea, quella leninista del 1917, e una, quella stalinista iniziata dieci anni dopo, diretta dalla nuova dirigenza politica, esponente e rappresentante delle classi lavoratrici, programmata su tempi lunghi, ossia una guerra di posizione. Ben consapevole del fatto che il fallimento della rivoluzione internazionale nell’immediato dopoguerra aveva posto la giovane repubblica socialista in una situazione di isolamento e debolezza quale i bolscevichi nel 1917 non avevano previsto e neanche immaginato, Gramsci sembra condividere come necessarie le scelte di politica economica del governo sovietico che mirano ad una trasformazione rapida e diretta dall’alto, coordinata in modo centralizzato, affinché tutto il processo sia programmato e razionale, per dare il via alla necessaria rivoluzione industriale e agraria che modernizzi il paese rafforzandolo anche sul piano internazionale.

     E’ proprio la natura di classe del governo sovietico, la sua scelta di un sistema produttivo socialista e non capitalista, che fa sì che agli occhi di Gramsci la rivoluzione passiva guidata da Stalin assuma un valore diverso rispetto a quella dei paesi occidentali. Scrive infatti Gramsci riferendosi all’Unione Sovietica, che

 

     Tra la struttura economica e lo Stato con la sua legislazione e la sua coercizione sta la società civile, e questa deve essere radicalmente trasformata in concreto []; lo Stato è lo strumento per adeguare la società civile alla struttura economica, ma occorre che lo Stato “voglia” far ciò, che cioè a guidare lo Stato siano i rappresentanti del mutamento avvenuto nella struttura economica [7].

 

    Questo brano per De Felice sembra mostrare Gramsci del tutto concorde col rigido statalismo stalinista inteso come concentrazione verticistica e burocratica di tutta la direzione della produzione economica, imposta dall’alto alla società, come dimostra la conclusione della frase citata poiché i “rappresentanti del mutamento” altro non sarebbero che i rappresentanti della classe operaia, il che, storicamente, nella realtà concreta dell’Unione Sovietica dell’epoca significava i dirigenti del Partito comunista, ossia Stalin e i suoi collaboratori.

     Il discorso, che qui sembrerebbe chiudersi in modo definitivo con una semplice accettazione da parte di Gramsci della politica economica staliniana, merita però ulteriori approfondimenti. Che l’ex segretario del Pcd’I condividesse la necessità di una trasformazione economica rapida e diretta dall’alto non significa che egli concordasse con la brutalità e la spietatezza dei metodi staliniani. La guerra di posizione, sia se svolta dal proletariato in un paese capitalista per abbattere tale sistema, sia se svolta in un paese già governato dai rappresentanti dei lavoratori, doveva necessariamente basarsi, nell’ottica gramsciana, sul rapporto dialettico e sull’interazione costante e consapevole della dirigenza – del partito rivoluzionario nel primo caso, dello Stato socialista nel secondo – con la base, con il popolo, in un processo lungo e progressivo di trasformazione economico-sociale parallela alla costruzione di un uomo nuovo e di una nuova civiltà capace di agire attraverso una nuova concezione del mondo – quella storicista e dialettica del marxismo. Tale mutamento ossia comportava sì l’adeguarsi delle masse alla volontà della dirigenza, ma non un adeguarsi passivo e costretto con la forza e la banale propaganda (come era il caso degli Stati Uniti e dell’Italia) ma un adeguarsi consapevolmente accettato e voluto perché frutto dell’identità di valori, intenti e obbiettivi tra le due parti e perché frutto di un processo politico-pedagogico di educazione di massa e di presa di coscienza collettiva delle necessità oggettive che bisognava superare per costruire la futura società socialista, ossia per far diventare ciò che oggi è necessità il regno della libertà. E’ in sintesi tutto il discorso gramsciano sull’ “egemonia”, sul “centralismo democratico” ed “organico”, sul partito come “moderno Principe”.

     Per chiarire la posizione di Gramsci su questa questione, e per capire bene cosa egli volesse dire col termine “coercizione”, espressione da lui usata in modo ben diverso da come era intesa da molti dirigenti bolscevichi, si possono ricordare le sue critiche svolte verso i metodi attuati da Trockij col cosiddetto “comunismo di guerra” nella guerra civile russa del 1918-20[8]. Alla luce di queste critiche, e in virtù di quanto detto sulla concezione gramsciana della modernizzazione economica concepita come piano quinquennale, sembra possibile supporre che se Gramsci avesse potuto ottenere informazioni precise anche sui metodi staliniani usati per la realizzazione del piano quinquennale e avesse avuto la libertà di esprimersi apertamente, avrebbe fatto riguardo alle modalità dello sviluppo economico sovietico osservazioni ancora più dure di quelle rivolte contro Trockij.

     Occorre ricordare infatti che Gramsci ebbe modo di visitare l’Unione Sovietica nel 1922-23, ossia nel periodo della NEP voluta da Lenin (una battuta d’arresto del comunismo di guerra con la reintroduzione di forme di proprietà privata e di libertà di mercato, un breve periodo di pace sociale e relativo progresso economico del paese), quando la rivoluzione economica staliniana era ancora lontana. Di ciò che accadde nell’URSS dal novembre 1926 in poi Gramsci invece poté avere conoscenza  solo in modo indiretto tramite le riviste e i giornali di regime che riusciva a ricevere in carcere. Oltre a ciò vanno ricordate le notizie riportate da alcuni suoi compagni di prigionia sui suoi giudizi negativi e certo poco “ortodossi” espressi sia sull’autoritarismo e sull’atmosfera di sospetto e terrore con cui Stalin governava anche all’interno del PCUS sia sulla politica sovietica rispetto agli altri partiti comunisti del Comintern – notizie che ormai hanno portato a riscrivere la storia “ufficiale” dei rapporti del prigioniero con il Pcd’I e con Mosca[9]. Questi elementi inducono a ipotizzare, senza alcuna pretesa di certezza, che se Gramsci avesse potuto conoscere i termini reali dello svolgimento del processo di industrializzazione e di collettivizazione nell’URSS, avrebbe forse sottolineato con minor forza il rapporto da lui individuato tra la modernizzazione del paese socialista e la sua teoria della rivoluzione passiva socialista intesa come guerra di posizione, che prevedeva invece, come si è poco prima accennato, ben altre basi che quelle su cui si stava realizzando con la forza- e la coercizione vera - la trasformazione economico-sociale dell’Unione Sovietica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975 (nelle note successive abbreviati in Q.).

 

[2] Franco De Felice, Americanismo e fordismo, Centro Gramsci, Ferrara 1976; è la trascrizione dell’intervento a voce dello studioso alla conferenza svoltasi nel Centro Gramsci di Ferrara il 21 novembre 1976; p.19.

 

[3] Franco De Felice, Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo in Gramsci, in Politica e storia in Gramsci, atti del convegno internazionale di studi gramsciani, Firenze 9-11 dicembre 1977; a cura di Franco Ferri, vol.I, Relazioni a stampa, Istituto Gramsci – Editori Riuniti, Roma 1977; p. 211.

 

[4] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, cit.; p.1053; riportato parzialmente in: Franco De Felice, Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo in Gramsci, cit.; p. 177-78. 

 

[5] Franco De Felice, Americanismo e fordismo, cit.; p. 28.

 

[6] Franco De Felice, Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo in Gramsci, cit.; p. 218.

 

[7] Q. pp. 1253-54, in: ibidem, p. 217. Il concetto viene ribadito da Gramsci anche in un’altra nota dei Quaderni […]: <<La guerra di posizione domanda enormi sacrifizi a masse sterminate di popolazione; perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più “intervenzionista”, che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’ “impossibilità” di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, amministrativi, ecc., rafforzamento delle “posizioni” egemoniche del gruppo dominante, ecc. >>. Q. p. 802.  

 

[8] Si può ricordare ciò che Gramsci scrisse di Trockij circa i metodi da lui caldeggiati e attuati di militarizzazione del lavoro, metodì si coercitivi, quali lo stesso Gramsci ritiene necessari per creare in fretta le condizioni di un decollo industriale in URSS, ma esageratamente rigidi: per Gramsci la coercizione imposta dall’alto nella costruzione di un nuovo sistema economico è accettabile solo ad alcune condizioni: che sia attuata da un potere voluto e riconosciuto da tutti i cittadini, un potere realmente rappresentante gli interessi dei lavoratori; che sia esercitata per raggiungere un obbiettivo che segni senza ombra di dubbio un grande vantaggio e un progresso per tutta la popolazione e la nazione, e non solo per alcune classi sociali; che la coercizione sia accettata in modo consapevole e spontaneo da parte di chi la deve subire, cioè che sia accettata perché tutti ne comprendono l’utilità e la necessità come mezzo per arrivare al fine da tutti condiviso; quindi, in ultima istanza, non solo deve essere imposta dall’esterno, ma deve essere soprattutto autocoercizione consapevole (potremmo dire oggi in termini più gradevoli autoresponsabilizzazione promossa e stimolata, e in parte, soprattutto all’inizio del processo, imposta, dall’esterno). Tenendo presenti questi concetti ben si capiscono allora le affermazioni di Gramsci su Trockij:     

     <<Il suo contenuto essenziale, da questo punto di vista, consisteva nella “troppo” risoluta (quindi non razionalizzata) volontà di dare la supremazia, nella vita nazionale, all’industria e ai metodi industriali, di accelerare, con mezzi coercitivi esteriori, la disciplina e l’ordine nella produzione, di adeguare i costumi alle necessità del lavoro […] Le sue preoccupazioni erano giuste, ma le soluzioni pratiche erano profondamente errate: in questo squilibrio tra teoria e pratica era insito il pericolo, che del resto si era già manifestato precedentemente, nel 1921. Il principio della coercizione, diretta e indiretta, nell’ordinamento della produzione e del lavoro è giusto […] ma la forma che esso aveva assunto era errata: il modello militare era diventato un pregiudizio funesto e gli eserciti del lavoro fallirono >>; Q. p. 2164; cfr. pure : Antonio Gramsci, Quaderno 22 – Americanismo e fordismo, a cura di Franco De Felice, Einaudi, Torino 1978, p. 71.

    In questo brano Gramsci si riferisce all’introduzione degli eserciti del lavoro, ossia di squadre operaie militarizzate, nei durissimi anni della guerra civile, dove l’accenno al “pericolo” manifestatosi nel 1921 intende la rivolta dei marinai della base navale di Krondstadt, repressa con la forza dallo stesso Trockij nel marzo 1921, in qualità di comandante dell’Armata Rossa da lui stesso fondata. La rivolta esprimeva la stanchezza dei lavoratori per i metodi violenti e militareschi di conduzione nel mondo del lavoro e per le requisizioni forzate nelle campagne (il “comunismo di guerra”, come si chiamò allora) che tutti speravano cessassero dopo la vittoria dei bolscevichi nella guerra civile alla fine del 1920. Lo scritto, citato da Gramsci, in cui Trockij, in polemica con Martov e Kautsky, aveva espresso le sue idee riguardo alle questioni dell’organizzazione del lavoro, è Terrorismo e comunismo (1920), Sugar, Milano 1964.

          

[9] E’ noto come, a partire dalle tanto discusse lettere scambiate tra Gramsci e Togliatti nell’ottobre 1926, il giudizio del primo sulla piega che stava prendendo la politica interna (nel Pcus) ed estera (nel Comintern) del governo sovietico sotto la guida di Stalin si fece sempre più critico. Ciò provocò a Gramsci innumerevoli difficoltà: l’isolamento cui egli, già chiuso in carcere, fu sottoposto da gran parte del movimento comunista internazionale, dal quale era accusato di essere un “trockista”; la difficoltà, causate dalla censura sovietica, dei rapporti epistolari con la moglie Julca in Russia; infine, almeno in parte, i ripetuti fallimenti dei vari tentativi diplomatici promossi per la sua liberazione. Queste questioni, esaminate e dibattute da decenni dagli studiosi, sono già trattate nel classico di Giuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1966, e poi in Paolo Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, Roma 1977, aggiornato in una nuova edizione a cura de “l’Unità” editrice, Roma 1988. Successivamente il dibattito si è riacceso grazie a più recenti studi, arricchiti sulla base di nuove documentazioni: Antonio Gramsci, Forse rimarrai lontana… Lettere a Julca, a cura di M. Paulesu Quercioli, Editori Riuniti, Roma 1987; Aldo Natoli, Antigone e il prigioniero. Tania Schucht lotta per la vita di Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1990; Giuseppe Fiori, Gramsci Togliatti Stalin, Laterza, Roma-Bari 1991; Piero Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Editori Riuniti, Roma 1991; Tatiana Schucht, Lettere ai familiari, a cura di M. Paulesu Quercioli, Editori Riuniti, Roma 1991; nell’introduzione di Aldo Natoli in: Antonio Gramsci-Tatiana Schucht, Lettere 1926-1935, Einaudi, Torino 1997. Per una reimpostazione complessiva, alla luce di tutte le fonti ora disponbili, della questione, cfr.: Giuseppe Vacca, Gramsci 1926-1937:la linea d’ombra nei rapporti con il Comintern e il partito, pubblicato la prima volta su “l’Unità” del 15 gennaio 1991 e ora disponibile in forma arricchita e rielaborata in: id., Appuntamenti con Gramsci, Carocci Editore, Roma 1999; e Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, a cura di Chiara Daniele; con un saggio introduttivo di Giuseppe Vacca, Einaudi, Torino 1999. Infine, per una esposizione più riassuntiva cfr. pure: Aurelio Lepre, Il prigioniero. Vita di Antonio Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1998. In particolare, i giudizi negativi di Gramsci su Stalin e sui suoi metodi di governo sono riportati da alcuni suoi compagni di prigionia, come Athos Lisa, autore del celebre “Rapporto” alla direzione del Pcd’I, e  nel racconto di Ercole Piacentini che riferisce le esperienze sue e di Giuseppe Ceresa. Il primo può essere riletto in: Antonio Gramsci-Tatiana Schucht, Lettere 1926-1935, cit., pp. 1480-84; per il secondo cfr. Giuseppe Vacca, Appuntamenti con Gramsci, cit., pp.88-89 e 92-93.