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Nicola Siciliani de Cumis

 

 Una prima idea di “infanzia”

 nel  Poema pedagogico di Anton S. Makarenko*

                                  

        Sono varie e complesse le ragioni per cui conviene caratterizzare criticamente le nozioni di «infanzia», «fanciullezza», «prima età», «neonato», «bambino», «piccolo», «piccino», «ragazzino» ecc. che, nel Poema pedagogico di Anton S. Makarenko (1), sono per così dire costitutive dell’opera in quanto  “romanzo di educazione” (2). La presenza, continua ed evidente,  dei bambini  lungo le oltre seicento  pagine del libro, impone pertanto una  specifica considerazione; e può tornare utile, nell’indagine, prendere  le mosse da una prima approssimativa descrizione dal dato elementare: e cioè dal fatto  che, da un totale di  centosessanta  personaggi  nominati nel corso della narrazione, centosei sono non-adulti. Tuttavia si sa che gli ospiti della colonia di rieducazione diretta da Makarenko supereranno, ad un certo punto della rievocazione storico-letteraria, le trecento unità: e che  i correggendi saranno  di un po’ tutte le età. Risulta inoltre, da vari elementi,  che la maggior parte dei rieducandi delle tre colonie “M.Gor’kij”, “Trepke” e “Kuriaž” via via menzionati individualmente sono tra i  15 e i 18 anni: anche se la loro età viene  com’è ovvio modificandosi con il passare del tempo, nel corso  degli anni Venti (periodo relativo alla storia raccontata da Makarenko nel Poema).

                                                                                                                      

                                                                                                                  

*   Il testo che segue è uno dei risultati della ricerca interuniversitaria  di Storia e storiografia dell’infanzia (40%, cofinanz. Roma-”La Sapienza”/MURST, 1997), sul tema “Il Poema pedagogico di A.S. Makarenko come ‘romanzo d’infanzia’”. Farà intanto parte degli “Atti” della Conferenza internazionale di Lecce, 16-17 dicembre 1999, a cura di E.Becchi e A.Semeraro (in preparazione), con le relazioni, per il momento  “conclusive”, della suddetta ricerca.

 

(1)     Cfr. A.S. Makarenko, Pedagogičeskaja poema, in id. Sočinenija, Tom perbyj, Moskva, 

Akademii pedagogičeskich nayk RSFSR, 1950. La traduzione  italiana  qui  appresso utilizzata è quella a cura di S.Reggio (Mosca, Raduga, 1985),  rivista sul russo e variamente modificata.

 

(2)     Nel senso teorizzato da M.M. Bachtin, in Estetika slovesnogo tvorčestva (1979), quindi id.,

L’autore e l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane. A cura di C.Strada Janovič, Torino, Einaudi, 1988, pp. 195-244  (e cfr. pp. 408-411).

 

         Oltre a questi, però, c’è una notevole quantità di personaggi ben identificati, che agiscono nel romanzo, e che come viene esplicitato hanno dieci anni, poco più di dieci anni, tredici anni. E’ da supporre ragionevolmente quindi che, in proporzione, anche tra i molti non menzionati, si trovi un numero consistente  di bambini di età attorno ai dieci anni, poco meno o poco più.

         Nel Poema pedagogico, del resto, tutte le volte che Makarenko fa  riferimento all’infanzia (detstvo), ai bambini (deti), ai ragazzini, ai maschietti (pacany, mal’čiški),  ai piccoli [malye (deti)] e ai più piccoli (rebjata, malyši, mladšij) ecc., egli intende proprio rendere esplicita una differenziazione di livelli di età: e non confondere i  personaggi di dieci, dodici-tredici anni  ecc. con quelli di quattordici-quindici anni anni in avanti. Senza contare che in precisi luoghi del  romanzo s’incontrano bambini non-nati e appena-nati, bambini di appena qualche mese, di uno-due anni, di tre-quattro anni ecc. E  c’è inoltre, a più riprese, un uso assai vario del concetto di infanzia, che si ritrova nei riferimenti ad  istituzioni, organizzazioni sociali (per es. asili infantili, orfanotrofi, Dame dell’Educazione Sociale [Damy Socialnego Vospitanja]) ecc.;  oppure  quando si tratta polemicamante, ad un certo punto,  di “pedologia”; ovvero  quando si critica la pedagogia di Rousseau, per il suo atteggiamento di «venerazione» verso l’infanzia; e dunque nel momento in cui la colonia “Gor’kij” si trova a partecipare attivamente (conflittualmente)  a congressi del tipo di quello degli «Amici dell’infanzia» («Dryzej detej»), svoltosi  a  Char’kov nel ’28  (3). Di più (ed  è circostanza essenziale per intendere la problematica principale del Poema), conta il valore metaforico della dimensione infanzia, che si attaglia sia all’attività pedagogico/antipedagogica makarenkiana, sia alla stessa pratica dello stare scrivendo  questo  romanzo  “sperimentale” (4):  in  tal  senso,  e  alla  sua

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(3)   Sono tutti argomenti di cui Makarenko discorre nel romanzo, ma dei quali occorre verificare la esattezza   storica: essendoci spesso, nel corso del Poema pedagogico,  invenzioni di fatti, slittamenti di situazioni e salti di data.

 

(4)     Sperimentale, sia  nel senso dell’ipotesi e del procedimento pedagogico “per prove ed

errori”, che  sono – nel contesto specifico -  la materia peculiare  dell’esperienza makarenkiana;  sia nel senso della procedura narrativa propria e nuova, di cui lo scrittore si serve: e che, per l’appunto, tende ad aderire  geneticamente ai contenuti del racconto nella forma del “se… allora”. Da considerare d’altra parte sullo stesso tema, che c’è nel Poema pedagogico, a più riprese, un uso peculiare del termine sperimentale (“eksperimental’nyj”, “opytnyj”, “avangardnyj” ecc.), riferito all’azione pedagogica  di cui  letterariamente si dà conto.

 

 maniera,  una vera e propria “scrittura bambina” (5).

      Di qui la ragione del seguente elenco  pro-memoria  di  profili categoriali  (per così dire) del tema dell’infanzia (in senso lato e in senso stretto), sulla base al testo  del  Poema pedagogico  e tenuto conto di alcune  interpretazioni  ormai “classiche” di esso, a cominciare da quella offerta a suo tempo da György Lukács (6), in chiave per l’appunto di  accumulazione originaria della pedagogia socialista:

 

 

     L’espressione “accumulazione originaria” viene qui usata per indicare la preistoria ricca di urti e di conflitti del nuovo mondo; e come da questo siano sorti i principi e le norme, che più tardi sarebbero divenuti fondamentali e generali; infine come le premesse di queste norme siano state poste nel – relativo - caos di un’epoca rivoluzionaria di transizione  [...].  Perché il loro intrecciarsi e confondersi fa sì che il lavoro educativo – tanto materialmente quanto spiritualmente – debba muovere da zero (7).

 

         E ciò, tuttavia, in forza della  prospettiva di un futuro umano reale, migliore, che scaturisce certo dalla storia stessa,  dalla situazione rivoluzionaria avviata e in sviluppo, ma che concerne il farsi complessivo, assolutamente inedito, dell’”uomo nuovo”, non la  pura e semplice riaffermazione di un’umanità mitica, mai nata, ovvero del “paradiso infantile” del “bambino”,  sempre e comunque un prodotto antropologico

 del “vecchio mondo”. L’espressione “accumulazione originaria”,  in questo senso, può essere l’equivalente di “autoformazione socialista”, di

 

 

(5)   L’espressione viene qui mutuata dall’opera  di Q.Antonelli, M. Bacchi e Altri,  Scritture

bambine.  Testi infantili tra passato e presente, a cura di Q. Antonelli e E. Becchi, Bari, Laterza. 1995. Un’opera che fornisce del tema “scrittura d’infanzia” una certa gamma di esempi e di significati. Il presente lavoro sul Poema pedagogico intende fornire una esemplificazione ulteriore, da un diverso punto di vista.

 

(6)   Cfr. Lukács, Makarenko: “Der Weg ins Leben” (1951), trad. it. di I. P.,“Makarenko/Il

Poema pedagogico”, in La letteratura sovietica, Roma, Editori Riuniti, 1956, pp. 169-233.      

 

    (7)  Ibidem, p. 169.

 

 

 

 

 

 

 “sperimentazione del sè individuale-sociale  storicamente nuovo”,  di “invenzione”, cioè ricerca e creazione  “dell’uomo ‘altro’” (hic et nunc “comunista”) (8).

         In altri termini,  quando ci sono di mezzo la “storia” e situazioni politico-sociali storicamente mai vissute prima, quando una rivoluzione è in fasce, la condizione infantile  ad essa relativa non è soggettivamente e oggettivamente uguale alle  precedenti condizioni infantili. I problemi che l’educazione pone, in una situazione siffatta  sono radicalmente diversi: addirittura, nel caso del Poema pedagogico e dei besprizorniki, non è solo che la vergogna e la catarsi introducano alla positiva possibilità che i ragazzi “senza tutela” dimentichino il loro passato; è anche, piuttosto, che il dimenticare il passato, dopo la vergogna e la catarsi, sia strumento indispensabile di costruzione di  personalità-m  odello (storicamente possibili), e dunque esperimento  di tipologie umane eticamente “ulteriori”,“superiori”, rispetto alle soluzioni “morali” precedenti.

       Dai ragazzi “moralmente deficienti” (“moral’no defektivnye”)   messi in scena da   Makarenko  possono venire fuori  esempi concretamente plausibili   di  uomini nuovi (9). A certe condizioni, s’intende: ed anzitutto in quanto l’”ottimismo della volontà”, e cioè la  positiva convinzione che la educabilità umana nella direzione di una umanità prevedibilmente inedita,  se esige una prospettiva pedagogica presumibilmente omogenea,  comporta al tempo stesso una considerazione realistica delle alternative in campo ed una concreta sperimentazione della diversità:  e quindi la consapevolezza delle difficoltà e del limite, tra libertà e disciplina,

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(8)    Cfr.  ibidem, pp. 171 sgg. e passim.

 

(9)    Cfr. la  definizione limitativa dei ragazzi della colonia, in A.S. Makarenko, op. cit., p. 31 (e

cfr. la cit. trad, it., p.23). Tutto il Poema pedagogico è quindi il romanzo dell’educazione dei “moralmente deficienti” che non solo si sollevano catarticamente al livello della “normalità” (dei non-più-deficienti), ma finiscono anche con lo sperimentare e proporre più in generale un inedito  modello di umanità  “nuova”.  Il che per altro non si limita all’ambito di una sola generazione di colonisti; va ben oltre invece, investendo i frutti di un’educazione riuscita, in ambiti formativi sempre più ampi e complessi. Dalla qualità alla quantità, insomma, mediante un processo di “gemmazione”  (“pojavlenie”) (per usare un termine che corre nella corrispondenza  tra Gor’kij e Makarenko).

 

 

 spontaneità  e sforzo, ed effettivamente una lotta e delle scelte educative a rischio. Insomma  l’ipotesi di un’infanzia oltre l’infanzia:  dunque, anche per questa strada,  un’antipedagogia (e qui  ci sarebbe da impiantare un bel raffronto tra Makarenko e Gramsci, per analogia e per differenza certamente, ma avendo d’occhio le sorprendenti convergenze tra i due, di tipo non solo lessicale, ma anche teoretico, etico, pedagogico, politico ecc. A questo proposito,  insomma, tutta una nuova, per quanto necessaria ed impegnativa, ricerca da fare).

         Racconta  infatti Makarenko del proprio programma  educativo di massima  (in una pagina molto significativa di un capitolo-chiave della Parte prima  del romanzo, “La conquista  del  komsomol”/”Zavoevanie komsomola”):

 

     Per noi era  ben  poca cosa  “redimere” semplicemente un uomo, ci toccava invece  di educarlo in modo nuovo, perché  si trasformasse non soltanto  in un membro inoffensivo per la società, ma  perché fosse  in condizione  di partecipare attivamente alla costruzione della nostra nuova epoca (10).

 

        E più oltre (nello stesso capitolo citato), con effettiva spregiudicatezza autocritica, spiega:

 

      Secondo me  il metodo fondamentale per la rieducazione dei trasgressori della legge doveva essere fondato  sul fatto di ignorare completamente il passato dei ragazzi ed ancor più i delitti commessi in questo passato. Adottare con coerenza sincera un metodo del genere era costato fatica a me per primo, giacché oltretutto avevo dovuto vincere  le mie tendenze naturali. Mi tentava sempre il desiderio di sapere il motivo per cui un  ragazzo era stato mandato alla colonia, e che razza di cosa avesse mai combinato. La  normale  logica pedagogica di quei tempi si limitava a imitare la medicina e a dire con aria di superiorità: per curare  una malattia bisogna conoscerla. Era una logica che talora coinvolgeva anche me, ma  aveva   particolarmente  la meglio  su tutti  quanti i miei colleghi  e su quelli dell’Istruzione popolare (11).

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(10)A.S.Makarenko,  op. cit., p. 215-216  (e cfr. la cit. trad. it., p. 185).

 

 

       (11)          A.S. Makarenko, op. cit.  p. 216  (e cfr. la cit. trad. it., pp. 185-86).

 

 

 

          In altre parole, se alla “vergogna” e alla “catarsi”  doveva necessariamente seguire nel vecchio uomo la “dimenticanza”, la “novità” umana innescata avrebbe comportato   rinascita e  ricrescita.  Una sorta di  diversificazione dell’ infanzia, concernente  certo le singole individualità dei ragazzi-non-più-abbandonati e lì per lì “recuperati”, ma riguardante anche e soprattutto la formazione ex novo del collettivo:  e tanto l’educazione dei  rieducandi, dei “piccoli” e dei  “grandi”,  quanto quella   degli stessi  educatori/rieducatori, anch’essi rieducabili e rieducati alla luce della novità dell’esperienza comune. Di più, il processo di ri-formazione non si ferma al collettivo, ma in forza di prospettiva ne trascende l’ambito provvisoriamente ristretto, aprendosi all’Unione e al mondo. Ma c’è dell’altro.

           Se si segue passo passo l’attenzione che nel Poema pedagogico Makarenko rivolge all’infanzia  e alle sue metafore, ci si accorge di precise insistenze e di  variazioni di significato che ne arricchiscono ed articolano il valore, ben al di là della lettera. Così, per esempio,  c’è nel corso della storia rievocata, dalle prime  alle ultime pagine del libro, un’”infanzia” della vita materiale, economico-commerciale, colturale e artigianal-industriale  (strutturale) della colonia, e  c’è  un’infanzia della sua vita culturale,  morale, giuridica, estetica (sovrastrutturale), che viene via via progredendo tra crisi di crescenza, arretramenti,  stasi, ovvero positive novità,   avanzamenti dello sviluppo, motivi di continuità e discontinuità, e salti,  ed “esplosioni” e  “scoppi” ecc. E  anche se, ancora per esempio,  non si parla letteralmente   di bambini    in un capitolo come l’ottavo della Prima parte del romanzo, dal titolo “Carattere e cultura” (“Charakter i kul’tura”), è pur sempre di un certo tipo di “infanzia” che qui stesso si tratta  narrandosi dei «germogli del collettivo nato durante l’inverno» (del 1920-21), che «si sviluppavano poco a poco» e  che «bisognava salvare ad ogni costo»,  sì da  «impedire ai nuovi arrivati di soffocare quei virgulti», «quei primi germogli», ecc. La nascita e la crescita del collettivo, in questo senso, è in stretta relazione con la formazione  delle singole personalità che lo costituiscono, e viceversa: ed esige l’elaborazione di una sua  “auxologia”  e di una peculiare “filosofia dell’accrescimento”, e - come sembra -  la messa a punto di  uno “statuto epistemologico” ad hoc.

           In realtà, nella prima fase della sua genesi,  i rischi d’”aborto” del collettivo vanno di pari passo con l’effettività dell’esperienza dell’infanticidio (cfr. un capitolo come quello dal titolo “Il nostro è il più bello” (“’Naš – najkraščij’ ”). Ed è certo essenziale sottolineare il grado di  autoconsapevolezza di ciò, che traspare delle stesse considerazioni  svolte da  Makarenko  a  mo’ di propedeutica, per una teoria (diresti) del collettivo nella chiave formativa e generazionale che qui interessa. Egli scrive infatti  ad un certo punto  del Poema pedagogico, nel capitolo “Sulle strade accidentate della pedagogia”(“Po pedagogičeskim uchabam”) (12):  

 

      La vita della nostra colonia era costituita da un intreccio assai complicato di due forze primitive: da una parte  nascevano  e si sviluppavano, parallelamente allo sviluppo della colonia e del collettivo dei colonisti, nuove motivazioni, legate alla produzione comune, e cominciava ad apparire sotto la vecchia e per noi abituale fisionomia del ladruncolo, dell’anarchico e del ragazzo abbandonato il nuovo volto della vita futura; e dall’altra parte accoglievamo continuamente nuovi ragazzi, assai depravati o irrecuperabili. A noi non apparivano solo come materiale nuovo, ma come portatori di nuovi influssi, che erano talvolta deboli e passeggeri e talvolta invece molto forti e contagiosi. Per questo motivo dovevamo accettare spesso nei colonisti apparentemente già “lavorati” manifestazioni di peggioramento e di ricadute (13).

 

         L’infanzia dell’uomo nuovo, in altre parole, non è che la contraddittorietà stessa del farsi di un’educazione, di una pedagogia della lotta,  all’incrocio di differenti elementi di “vere novità” e “vecchiume” (tra quantità  e  qualità), e a dispetto e in forza delle  difficoltà nella situazione concreta concernente il collettivo:

 

     Sia all’Istruzione popolare sia in città, ma  anche nella colonia stessa la maggior parte dei discorsi sul collettivo e sull’educazione del collettivo erano condotti in modo tale da non curarsi concretamente del collettivo. Allo sbaglio di un singolo ragazzino e a una qualsiasi manifestazione isolata si reagiva in modo isterico o come il bambino di Natale (14).

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(12)Ibidem, pp. 648-654  (per una prima trad.it., di questo capitolo, e per la sua storia nel Poema, cfr. B. Paternò, Intorno al “Poema Pedagogico”, in “Slavia”, luglio-dicembre 1995, pp. 17-19 e pp. 26-34).

  

     (13)        A.S. Makarenko,   op. cit., p. 652  (e cfr. trad. Paternò cit., p.31).

 

 

(14)A.S. Makarenko, op. cit., p. 653 (e cfr. trad. da ultimo  cit., p. 32).

 

   

 

 

     Il che voleva dire non poter contare su assai poco o niente della tradizione (filosofica, pedagogica, letteraria, psicologica, istituzionale ecc.); e dovere invece far germinare forme e contenuti  in via di ipotesi sperimentali (sul piano delle idee, degli abiti morali, della scrittura, delle relazioni interindividuali e sociali, dei contenuti e delle forme dell’azione ecc.).

         Ecco la ragione per la quale, ad un certo punto della stessa Parte prima (nel capitolo “Eroici lavoratori dell’educazione sociale”/”Podvižniki socvosa”), la lettura di un’opera come  Infanzia di Gor’kij fa rimanere «impressionati» i ragazzi della colonia, sicché  ne  «ascoltavano senza respirare» le trame, e  «chiedavano di leggere “almeno fino a mezzanotte”». E si interrogavano: « - Sarebbe a dire che Gor’kij era uno come noi? Sarebbe proprio bella!». «Il problema li coinvolgeva e li rendeva felici». E difatti:

 

 

     La vita di Maksim  Gor’kij  era come se divenisse parte della nostra vita. Episodi di essa ci servivano come termine di paragone, per costruire soprannomi, a titolo di esempio  nelle discussioni, come unità di misura per i valori umani.

 

 

 Di modo che,

 

 

    Quando a tre chilometri da noi  si stabilì la colonia infantile “V.G. Korolenko”,  i nostri ragazzi non la invidiarono a lungo. Zadorov disse:

    - E’ proprio giusto che questi piccoletti qui [malen’ki eti] li abbiano chiamati Korolenko. Noi invece siamo Gor’kij (15):

 

 

e, così dicendo, se  l’”eroe” Zadorov introduce  un gioco di parole tra il cognome Korolenko, che deriva da “korolek”, cioè “piccolo”, mentre

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(15)A.S. Makarenko, op. cit.,  p. 85  (cfr.  trad. Reggio cit., p. 70).

 

       

 

 

 “gor’kij” vuol dire “amaro”; l’”autore” Makarenko dà il via  ad un meccanismo   concettuale, che da un lato illustra un processo di identificazione tra i suoi  personaggi, i ragazzi, e i loro  eroi-pedagoghi (Gor’kij bambino, per l’appunto), e da un altro lato stimola una situazione formativa che coinvolge in qualche modo lo stesso lettore del Poema pedagogico (e rinvia al tema della responsabilità, del tutto centrale sia nel racconto gor’kijano, sia in quello makarenkiano)...

        Nello stesso contesto, poi,  si apprende che la colonia “Gor’kij”, nel ’22,  è costituita da rieducandi di varie età,  e, tra l’altro, di  «una dozzina» di «piccoli», di «ragazzini»,  di poco più di «dieci anni» (16). Seguiranno nel Poema, più oltre, ulteriori indicazioni  a riguardo: che per esempio, le ragazze ospiti nel collettivo «misto», nello stesso periodo, sono sei; e  che  proprio la vicenda  di Raisa, la colonista infanticida del capitolo “’Il nostro è il più bello’”, più sopra citato, è l’occasione per una prima, notevole sottolineatura  del “noi” come prova dell’affermarsi di un’autocoscienza di gruppo (di più, Raisa diventerà in prospettiva una buona madre di «due bambini») (17).

         Inoltre, i «bambini», i «piccoli» e i «più piccoli», sono  variamente presenti, a più riprese, come interlocutori attivi dei ragazzi più grandi e degli educatori: ed essi sono, immediatamente nel racconto, la primaria materia umana, formativa, del Poema pedagogico. Così per esempio, e sempre nella  Prima parte del romanzo, nel capitolo “’Habersuppe’” (“’Gabersup’”),  compare Tos’ka Solov’ëv, «più spesso chiamato Anton Semënovič» come omonimo di  Makarenko. Ed è un bimbetto,   che «aveva appena dieci anni» ed una vicenda  personale chiarificatrice del suo attaccamento quasi esclusivo all’adolescente “pedagogo” Beluchin. E difatti:

 

       Era stato trovato da Beluchin nel nostro bosco, lì lì per morire di fame e già in stato d’incoscienza. Era partito con i genitori dalla provincia di Samara diretto in Ucraina, durante il cammino gli era morta la madre e di tutto il resto non  ricordava

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(16)A.S. Makarenko, op. cit., p. 86  (e cfr. trad. da ultimo cit., p.71).

 

 

       (17)         A. S. Makarenko, op. cit., p. 120 (e cfr. stessa trad., p. 101).

 

 

 

 

 più niente. Tos’ka aveva un bel visetto infantile, limpido, che teneva  sempre rivolto verso Beluchin. Tos’ka, evidentemente, nella sua breve vita non aveva mai  ricevuto  impressioni decisive, ed uno come Beluchin, allegro e ridanciano,  organicamente incapace di temere la vita e piuttosto abile  a dare ad ogni cosa il suo  giusto peso, lo aveva colpito e legato a sé una volta per  tutte (18).

 

        Un’altra interessante situazione d’infanzia, è nel capitolo “Un’amputazione” (“Amputacija”), quando vengono espulsi dalla colonia Mitjagin (Mitiaga per gli amici più cari) e Semën Karabanov. Psicologicamente e moralmente negative, le conseguenze della dolorosa decisione:  «La sera tutti erano tristi, i piccoli stavano imbronciati, pareva che a tutti si fosse rotto il motore», giacché  -  come  spiega Makarenko – i giovanotti dell’”amputazione”, il ladro-leader Mitjagin ed il vitale, affascinante Semën, intanto erano stati allontanati dalla colonia e dai bambini, in quanto godevano di un  particolare ascendente   soprattutto tra questi ultimi. Di qui dunque, e a maggior ragione, la necessità della  “recisione pedagogica” (se così si può dire),  per una scelta sia pur dolorosa di responsabilità,  in nome  della  prospettiva e con il proposito  di non danneggiare oltre il collettivo. Un prezzo tuttavia viene pagato  con una immediata «caduta di tono»; ed anche i bambini più piccoli  risultano parte in causa: dopo l’«allontanamento» di Mitjagin  e Karabanov infatti  (come Makarenko  ritorna a  dire all’inizio del capitolo “Sementi selezionate”/”Sortobye Semëna”)

 

di punto in bianco nella colonia prese piede un mesto grigiore [...], i piccoli si annoiavano e si  tiravano da parte, l’intera comunità dei nostri ragazzi si era d’un tratto trasformata in una società adulta. La sera era diventato difficile radunare una compagnia allegra: ciascuno si faceva gli affari suoi [...] (19).

 

           Importanti quindi le pagine che seguono sul «gioco»  appena concluso, sulla «stasi» che ne è risultata, e sull’ «altro gioco» da incominciare (anche a dispetto della cattiva morale dell’«O tutto o niente»,

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(18)S.A. Makarenko, op. cit.,  p.123 (e cfr. stessa   cit., p. 103).

 

 

      (19)           S.A.Makarenko, op. cit., p. 180 (e cfr. stessa trad., p. 154).

 

 

 

 cioè dell’«a noi ben nota filosofia isterica» [«obyknovennaja pripadočnaja filosofija»]) (20). Un gioco di bambini e ragazzi insieme, quello che prenderà corpo nella colonia dopo l’”amputazione” di Mitjagin e Karabanov, che – attraverso ludiche esercitazioni di tipo militare, e la scoperta della tecnica con l’apparizione sulla scena di un personaggio  come Šere – introduce ad un’altra dimensione dell’infanzia: alla dimensione appunto della nascita e della  prima crescita di valori pedagogici alternativi, e di ulteriori  caratteristiche in via di ipotesi peculiari per l’”uomo” in costruzione.

          Non a caso, discorrendosi nel Poema dei giochi nuovi nuovi «da caserma», messi  in pratica da colonisti tuttora memori delle abilità banditesche di un tempo, è proprio tra «i ragazzi più piccoli» che s’incontrano  «molti» di loro ansiosamente protesi ad occuparsi delle più recenti iniziative «sperimentali» della colonia: per es, l’allevamento di autentici maialini inglesi (21). E non è nemmeno casuale  che, in questa stessa recente, favorevole congiuntura si faccia gradualmente strada l’idea agronomica della  rotazione delle colture: un’applicazione strumentale  dettata dal bisogno, una teoria elementare e una pratica empirica “bambine”, che  però sono già come una propedeutica alla filosofia stessa della rotazione delle mansioni lavorative sociali nell’ambito di una certa divisione sociale del lavoro. Da una invenzione siffatta deriverà la scoperta, la «più importante in assoluto» secondo il parere dello stesso Makarenko, di tutta quanta la sua impresa pedagogica: vale a dire la scoperta  del reparto, e del reparto misto in specie (22).

            le novità strutturali, relazionali, suddette rimangono unicamente nell’ambito interno della colonia. Esse invece vengono in qualche misura  “esportate”: e  ciò avviene già nel capitolo su “I bruti della seconda

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       (20)    A.S. Makarenko, op. cit., p. 181  (e cfr, stessa trad., p. 155).

 

       (21)    Cfr. A.S. Makarenko, op. cit., pp. 182 sgg. (e cfr. stessa trad., pp. 156 sgg.).

 

       (22)    Cfr. A.S. Makarenko, op. cit., pp. 199-200 (e cfr. stessa trad., pp. 171-172).

 

 

 

 

 colonia” (“Izvergi vtoroj kolonii”), che comincia  appunto con la descrizione del complesso intreccio di rapporti positivi-negativi, che si viene via via a stabilire tra i gor’kijani e i contadini dei dintorni della colonia (cioè, da diversi punti di vista, tra “pubblico” e “privato”, tra ”individuale” e “collettivo”); e da cui sortisce tra mille difficoltà e non poche situazioni conflittuali  un ampliamento dell’influenza pedagogica dei gor’kijani,  di tipo per così dire “egemonico”. Ed anche in questo caso sono pur sempre i ragazzini del vicinato,  «piccoli» e «meno piccoli», ad aprire la strada all’importante novità: meglio, a cominciare un discorso socialmente e umanamente innovativo.  Più precisamente, dopo i cani... i ragazzini (dall’etologia all’etica).

          Narra infatti Makarenko:

 

 

     Il cedimento della società contadina iniziava così con la diserzione dei cani Brovko, Serko, Kabydoch,  facendo sì che a poco a poco anche gli altri ostacoli sulla linea retta colonia-Kolomak sparissero del tutto. Cominciarono  quindi a passare dalla nostra parte i vari Andrij, Mykyta, Nečipor e Mykola, creature  tra i dieci e i sedici anni di età.  Affascinati anche loro dall’atmosfera romantica che circondava la vita e il lavoro della nostra colonia. Sentivano da tempo  i nostri squilli di tromba, e da tempo avevano assaporato  la grande dolcezza ed allegria del nostro collettivo: e ora spalancavano incantati la bocca davanti a quelle manifestazioni di un’ attività umana superiore: “reparto misto”, “comandante” e, termine ancor più sciccoso e intrigante, “rapporto” (23).

 

 

        Quanto ai ragazzi della seconda colonia (quelli di “Trepke”), se confrontati con i gor’kijani della prima generazione, essi  lasciano non poco a desiderare. Eppure non mancano le eccezioni, tra i bambini:

 

 

    Le personalità interessanti venivano fuori solo per caso, emergevano tra i piccoli che crescevano o spuntavano all’improvviso fra i novellini. Ma a quell’epoca anche

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(23)    A,S, Makarenko, op. cit., p. 204  (e cfr. stetta trad., p. 175).

 

 

 

 

 

 queste personalità non si erano ancora rivelate e si disperdevano nella massa amorfa dei “bruti di Trepke” [“trepkincev”, letteralmente “dei trepkiani”,  ma è meglio   tradurre “dei ‘bruti di Trepke’”, facendo riferimento al titolo del capitolo. Ndt] (24).

 

     

         I “piccoli” sono tuttavia condizionati dai “grandi”, dagli adulti. Mettiamo i bambini, i figli di un Rodimčik o di un Derjučenko, i due educatori  lavativi e “tengo-famiglia”  catapultati alla colonia in barba alla competenza e alla dignità del rapporto educativo. Quale la sorte morale e pedagogica di questi bambini, Makarenko non dice. Certo è, però, che s’intuisce per loro un futuro o di adattamento passivo al modello paterno, o di lotta al medesimo... Perché, come si dice, “il pesce puzza dalla testa”:

 

 

        Nella seconda colonia si era  venuto a formare un collettivo  indolente e piagnucoloso [...]. I pedagoghi non avevano  alcuna voglia di lavorare nella colonia: visto che lo stipendio era  insignificante e il lavoro difficile. Di modo che l’Istruzione popolare aveva finito con lo spedirci il primo che le era capitato sottomano: Rodomčik, seguito a ruota da Derjučenko. I quali  sopraggiunsero con mogli e bambini e si piazzarono negli edifici migliori della colonia. Io non protestai, perché era già qualcosa che ci avessero mandato qualcuno (25).

 

 

        Primo risultato, Rodomčik, che in barba ai suoi doveri, sa solo accampare diritti:

 

 

      - [...] Io e i miei bambini abbiamo lo stesso diritto degli altri a bere il latte  [...] Così ai miei bambini manca il latte, e io sono costretto ad andare a prenderlo al villaggio [...] (26).

 

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(24)    A.S. Makarenko, op. cit., p. 208 (e cfr. stessa trad., p. 178).

 

(25)    A.S. Makarenko, op. cit., pp. 208-209  (e cfr. stessa trad., p. 179).

 

(26)    A.S. Makarenko, op. cit., pp. 210-211 (e cfr. stessa trad., pp. 180-181).

 

 

 

 

 

         Secondo risultato, Derjučenko, che tra la nascita (il 2 giugno) e la morte (l’8 giugno)  del figlioletto Taras, completa tragicomicamente  la propria metamorfosi di nazionalista  ucraino,  muto nella lingua russa, e tuttavia loquacissimo nel rivelare la sua vera natura  di «incorreggibile sanguisuga» (27).             

         Al contrario, piuttosto che tra i mestieranti pedagoghi di Trepke,  è tra gli stessi ragazzi della “Gor’kij”, che i più piccoli della seconda colonia trovano talvolta  risorse educative per sè convenienti. Mettiamo, un giovanotto favoloso come  Georgievskij, del quale  (ormai alla fine della Parte prima  del Poema pedagogico, nel capitolo  Načalo fanfarnogo marsa”/”Forza con le fanfare”)

 

 

i ragazzi sostenevano che [...] era figlio dell’ex governatore di Irkutsk, ma lui negava decisamente qualsiasi possibilità di avere un’origine tanto vergognosa, né nei suoi documenti risultava traccia alcuna di un passato così maledetto, anche se in casi del genere io [cioè  Makarenko] ero piuttosto propenso a dar credito ai ragazzi (28).

 

 

         Ebbene, Georgievskij aveva il gusto dell’educatore: ai ragazzi del “sesto reparto”, che gli erano stati affidati come “comandante”, egli

 

 

leggeva  loro libri ad alta voce, li aiutava a vestirsi, li costringeva a lavarsi, sapeva pregarli, convincerli e spronarli senza fine. Nel consiglio dei comandanti impersonava sempre l’amore e la sollecitudine verso i piccoli [...]. Era a lui che si affidavano i mocciosi più sporchi e malridotti e, in capo a una settimana, lui li trasformava in altrettanti damerini, ben pettinati ed intenti con cura a far proprio  il nostro stile di vita (29).

 

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        (27)  A.S. Makarenko, op. cit., pp. 220-225  (cfr. stessa trad., pp. 189-193).   

 

        (28)  A.S. Makarenko, op. cit., p. 228 (e cfr. stessa trad., p. 195).

 

        (29)   A.S. Makarenko, ibidem  (e cfr. stessa trad. pp. 195-196).

 

         Lo stile, ecco il problema. Alla fine del 1923 (dove si colloca la conclusione della Prima parte del Poema pedagogico), proprio i bambini più piccoli  incarnano, assieme ai ragazzi  migliori del collettivo, la tradizione e la  prospettiva di un po’ tutto il discorso educativo fin qui svolto da Makarenko. Essi, anzi, sono il frutto di una tradizione, e il seme di  una  prospettiva; e dell’una e dell’altra offrono, come gruppo generazionale misto,  il profilo formativo  più alto. Più ricco di storia ed insieme di possibilità di sviluppo. Più aperto cioè  alla ricerca-acquisizione degli elementi genetici, costitutivi dell’”uomo nuovo”; spalancato, come sembra, sul presente-futuro; e dialetticamente  (dialogicamente, anche) propositivo, ben oltre la segnaletica pura e semplice di una infanzia storicizzata e storicizzabile,  in fieri.

        Ben oltre pure (ritornando al Makarenko narratore) le caratteristiche obiettive ed i limiti soggettivi della cosiddetta «riserva», che – scrive il pedagogista -  costituisce il «nostro vertice»: il quale è rappresentato dai  colonisti umanamente più  maturi.

        Spiega  Makarenko:

 

     Da un lato, c’erano i  ragazzi più anziani e battaglieri, magnifici lavoratori e compagni,  e per quanto meno dotati di talento organizzativo,  tipi umani  solidi e calmi: Prichod’ko, Čobot, Soroka, Lesij, Glejzer, Šnajder, Ovčarenko, Koryto, Fedorenko ed altri. Dall’altro lato,  c’erano i piccoli in crescita, in un certo senso la nuova generazione, che  cominciavano a mostrare di già, ed adesso con frequenza,  la grinta dei futuri organizzatori (30).

 

 E precisa:

 

     Data l’età, loro  non erano ancora in grado di prendere in mano le redini della direzione, e poi quei posti di comando erano già nelle mani degli anziani; e d’altra parte, essi amavano e rispettavano questi anziani. Però godevano di un vantaggio su di loro: avevano provato il gusto della vita della colonia in un’età più giovane e quindi ne avevano assimilato più profondamente le tradizioni, credevano assai di più all’indiscutibile importanza della colonia e, soprattutto, sapevano leggere e scrivere ed intrattenevano migliori rapporti con la scienza. In parte si trattava di nostre vecchie conoscenze: Tos’ka, Šelaputin, Ževelij, Bogojavlenskij, in parte erano nomi nuovi: Lapot’, Šarovskij, Romančenko, Nazarenko, Veksler. Tutti questi sarebbero

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     (30)   A.S. Makarenko, op. cit., p. 231   (e cfr. stessa trad., p. 198).

 

 stati i futuri comandanti e gli organizzatori dell’epoca della conquista di Kurjaž. Già ora, intanto,  partecipavano ai reparti misti  della “Gioventù  Comunista” (31). 

 

 

           Questi ragazzini che assieme ad altri ospiti della colonia, più grandi, costituivano la riserva; bambini e adolescenti, che si trovavano così più vicini alla scienza  e che già ora partecopavano ai reparti misti. E sono in realtà,  essi stessi, gli agenti attivi di una educazione in fieri: i mediatori, come si diceva per l’appunto,   tra il «vertice» e «il resto» dei colonisti... Un resto che

 

 

si divideva, a detta di tutti, in tre gruppi: la “palude”, i piccoli, e la ”mafietta”. Della “palude” facevano parte tutti quei ragazzi che non esibivano alcuna dote particolare e non  dimostravano una particolare consapevolezza di appartenere alla colonia.

     Bisogna però ammettere che dalla “palude” si staccavano continuamente personalità interessanti,  e che la “palude” rappresentava per la maggior parte dei ragazzi  niente altro che  una fase di transizione  [...]  (32).

 

 

 Da un’altra parte stava «la cricca»: cinque elementi in tutto che, «per giudizio unanime di tutta la nostra società», avevano «dimostrato di indulgere a un qualche vizio [...]» (seguono le descrizioni) (33).

         Sennonché il luogo pedagogico più importante di un siffatto resoconto è quello concernente i «piccoli». Ed è  nondimeno significativo, sul piano di una storia e storiografia dell’infanzia,   che sia  Makarenko stesso a spiegarne nel medesimo contesto cui si è fatto da ultimo riferimento la funzione formativa peculiare, intermediativa e prospettica, dei  piccoli:

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       (31)     A.S. Makarenko, op. cit., pp.231-232   (e cfr. stessa trad., ibidem  ). 

 

     (32)     A.S. Makarenko, ibidem  (e cfr. stessa trad., p. 199).

 

(33)            Cfr. A.S. Makarenko, ibidem  (ibidem).

 

 

 

 

 

 

 

 

      I  piccoli erano una  quindicina;  e tutti li consideravano come  materia grezza, la cui funzione principale era nel frattempo quella d’imparare a pulirsi il naso. Del resto,  i piccoli non aspiravano a una vera attività ed erano più che contenti dei loro giochi, dei pattini, delle barche, della pesca, delle slitte e di altre cosarelle (34).

 

«E secondo me»  -  conclude  Makarenko, riproponendo nel “ludico” (e nel “ludiforme, diresti) l’argomento della “scienza”   – «facevano benissimo» (35). Facevano benissimo a giocare...

           Meglio:  i «piccoli», nel rapporto con i più grandicelli e con i grandi, sono la garanzia vivente del formarsi, stabilizzarsi ed ampliarsi di una tradizione  propria e nuova del collettivo: di una tradizione “bambina”,  che incomincia a vivere   sul terreno della ricerca pedagogica di prima mano a partire del settembre del   1920, e che nel corso del 1923 non solo ha preso una certa forma, ma ha anche costruito i suoi anticorpi e i suoi strumenti di   riproduzione  non meccanica ma storico-critica ed autocritica, cioè dialettica.

             Il Poema pedagogico, in questo senso, propone una soluzione inedita della forma autobiografica tra storiografia e educazione, in chiave non solo “personale” (auto-educativa), ma anche e soprattutto “collettiva” (auto-narrativa). Tra l’”autore” e l’”eroe” (per riprendere le note categorie bachtiniane) si stabilisce una sorta di straordinario gioco delle parti: che, se lascia impregiudicato il ruolo demiurgico dello scrittore, ne sdoppia  tuttavia la funzione, in quanto si concretizza simultaneamente nel passaggio dal “pedagogico” al “romanzesco”, dal “romanzesco” al “pedagogico”. Ed  è nel medesimo tempo – il Poema -  un documento della storia di questa infanzia, ed una esemplificazione del tipo di nuova storiografia, intrinsecamente formativa, costitutivamente pedagogica (nel

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       (34)   A.S. Makarenko, ibidem, e cfr. pp. 235 sgg.    (ibidem, e cfr, pp. 203 sgg.  della stessa  

         trad.).

 

(35)E’ il tema del gioco, che nel Poema pedagogico, da diversi punti di vista, è

   assolutamente     essenziale, e a cui converrà dedicare un discorso a parte (cfr. intanto,   

   N.Siciliani de Cumis, Makarenko a sessanta anno dalla morte, in corso di stampa su “Scuola  

   e Città”, con in appendice un testo di Makarenko, dal titolo Il gioco/1937). 

 

 

 

 

 significato proprio della pedagogia “antipedagogica”, ovvero dell’antipedagogia “pedagogica”  di Makarenko).

          Una storiografia, si vuol dire, che nella misura in cui si realizza nel suo specifico letterario,  fornisce contestualmente  gli strumenti di trasmissione, amplificazione e replicabilità moltiplicativa di un agire storiografico-educativo elementare. Il romanzo di formazione si fa dunque, per quel che è,  supporto operativo  di un’educazione in progress, ed una sorta di  manuale non-manualistico (sia consentita la contraddizione in termini)   per una storiografia didattica  sui generis.