IDEE E VALORI TOLSTOIANI NELL’IMPEGNO CIVILE E PEDAGOGICO DI DANILO DOLCI*

 

Interrogarsi sul valore dell’opera e della vita di Danilo Dolci significa ripercorrere a filo della memoria tappe del nostro recente passato, momenti cruciali del nostro esistere come società civile; agitatore (nel senso più nobile del termine) di problemi e di coscienze, Dolci ha testimoniato, attraverso la resistenza nonviolenta all’ingiustizia e al sopruso, un modo nuovo, almeno per l’Italia, di affrontare le emergenze più gravi dando voce a chi non l’aveva mai avuta e sfidando i centri occulti del potere mafioso come mai nessuno aveva osato fare.

Al di là degli esiti, pur rimarchevoli, di tante battaglie civili, Dolci ha significato molto per la Sicilia, sua terra d’elezione, sul piano ideale, per aver indicato come possibile il riscatto morale di un popolo su cui per troppo tempo hanno pesato da un lato le vessazioni mafiose, dall’altro l’abbandono dello Stato. Capace di progettare il futuro sulla base di un’attenta analisi della situazione presente, Dolci ha saputo coniugare fantasia e realismo, non limitandosi ad osservare il mondo, ma cercando di cambiarlo; ecco perché non è possibile scindere lo studioso dal riformatore sociale, il sociologo e l’educatore dall’appassionato utopista[1]. Un uomo, dunque, che sa leggere il presente per proiettare sul futuro la propria idea di progresso civile, di giustizia, di umanità; in questo senso il paragone istituito da Lucio Villari tra Dolci e Pierre Bezuchov, l’alter ego tolstoiano in Guerra e pace, dà concretezza di immagine alla profonda affinità spirituale che consente di ritrovare in un uomo in carne ed ossa tratti di un personaggio indimenticabile e vivo nella coscienza di chi ne ha amato la ricerca appassionata ed umanissima del significato di vivere[2].

Tolstoiano, Dolci lo è stato certamente, nell’impegno sociale così come nei progetti pedagogici; eppure, al di là di questi stessi aspetti, pur importantissimi, la lezione di Tolstoj rivive in Dolci soprattutto come fede nell’uomo, nella sua possibilità di perfezionamento morale[3], nella sua capacità di impostare i rapporti coi propri simili e col mondo su basi nuove, nonviolente, che siano di effettiva promozione: un’utopia forse, ma necessaria per vivere, almeno per un uomo come Dolci.

 

Senza un vivo rapporto coi principi, senza tensione a fini e ideali sufficientemente vasti, i nostri interessi appassiscono, si rinchiudono, e tutta la nostra vita immiserisce. E tanto necessario per gli uomini è avere tesi i propri interessi che, se non ne hanno, ne inventano dei surrogati [...]. Molte indicazioni, molti principi fondamentali sono stati chiariti finora dalla ricerca e dall’esperienza dell’umanità: ma spesso non sono stati rapportati organicamente, dosati giustamente, stanno ammucchiati in noi confusamente e spesso un aspetto è stato preso per il tutto[4].

 

La ricerca scientifica, l’analisi attenta della realtà diventano, nel pensiero di Dolci, fasi propedeutiche al concreto impegno sociale, momento qualificante di un’azione che non deve isolarsi ma vivere e nutrirsi degli ideali comuni del gruppo nel cui ambito si opera. Tolstoj, riconosciuto da Dolci tra i propri maestri spirituali[5], aveva invece sempre agito da isolato (retaggio forse di una visione romantica ed individualistica del ruolo dell’intellettuale), combattendo le proprie battaglie civili con ardore, esponendosi generosamente in prima persona agli attacchi del potere, ma concedendo sempre scarso credito agli stessi movimenti d’opinione nati dall’adesione spontanea di uomini e donne alle sue idee.

Al di là comunque della diversa tattica adottata nei metodi di conduzione della lotta, gli ideali, i traguardi, le finalità sono le stesse: identica, in Tolstoj e in Dolci, l’indignazione per la sorte della parte più debole della società, identica la convinzione che ogni possibile riscatto debba passare attraverso il rinnovamento profondo dei metodi dell’educazione popolare, identico, infine, il carattere nonviolento di ogni iniziativa intrapresa. E se Tolstoj aveva respinto con fermezza i metodi di lotta dei rivoluzionari, Dolci, certo in un contesto storico e sociale molto diverso, chiarisce a sé e a noi il suo concetto di rivoluzione attraverso il rigore e la limpidezza dei versi: «Rivoluzione/è distinguere il buono/già vivente, sapendolo godere/sani, senza rimorsi,/amore, riconoscersi con gioia./Rivoluzione è curare il curabile/profondamente e presto,/è rendere ciascuno responsabile/coscientemente ed effettivamente,/non credendo che solo la violenza/possa cambiare»[6]; parole, queste, che Tolstoj avrebbe potuto far proprie e nelle quali si legge la convinzione profonda che la rivoluzione più radicale e sconvolgente è quella che, avvenendo nella coscienza di ogni uomo, muta le prospettive e rende consapevoli del fatto che ogni scelta (come anche ogni rinuncia a scegliere) ha un peso nella definizione degli obiettivi comuni. Intervenendo sul rapporto tra pace, educazione e sviluppo, Dolci applica questa fondamentale intuizione ad uno scenario più vasto.

 

E’ indispensabile un’azione dal basso affinché le popolazioni prendano coscienza dei loro problemi e delle relative soluzioni, partecipino ad azioni locali, anche piccole ma precise e ben fatte, che diano il senso dell’enorme possibilità dell’agire comune con prospettiva: in questo, molto è contenuto relativo alla pace. E’ fondamentale che ogni individuo, ogni gruppo, ogni popolo, cooperando e integrandosi a tutti i livelli, verifichino i loro problemi, cosa vogliono, quali sono le effettive soluzioni. Occorre promuovere pianificazioni organiche aperte, nonviolente, il più possibile dal basso, che facciano nelle popolazioni stesse nascere e crescere le ricerche-indicazioni-azioni locali, i piani regionali, e via via i più vasti, con i loro autori-esecutori[7].

 

Scettico sulla capacità di redenzione di popoli traviati dal patriottismo e abbagliati dal miraggio di insignificanti vantaggi materiali[8], Tolstoj appare possibilista e addirittura fiducioso nell’affermazione di un mondo più giusto, allorché affida il proprio messaggio ai ragazzi e alle ragazze che stanno uscendo dall’infanzia e si pongono le prime impegnative domande sulla vita e sul futuro.

 

Non dovete credere che sia impossibile realizzare il bene e la verità nella vostra anima. Realizzare il bene e la verità non soltanto non è impossibile nella vostra anima, ma tutta la vita, sia la vostra che quella di tutti gli uomini, sta unicamente in questo, e solamente questa realizzazione in ciascun uomo porterà non soltanto a un miglior assetto della società intera, ma anche a tutto quel bene dell’umanità che ad essa è destinato, e che potrà realizzarsi soltanto con gli sforzi personali di ogni singolo uomo[9].

 

Il tono è fortemente ispirato, proprio di chi, pur essendosi mosso da emergenze della vita concreta, rivolga infine lo sguardo sull’interiorità, considerata unica fonte di ogni possibile rigenerazione morale. Per Dolci il momento dell’autocoscienza non costituisce un approdo, ma la fase preliminare all’esperienza maieutica, che è essenzialmente confronto, disponibilità a mettere in discussione se stessi, apertura all’altro.

 

Una levatrice aiuta a far nascere la nuova vita che una persona ha in sé. Così il domandarsi, il domandare cosa è la speranza, l’amore, la vita, tende a far nascere una risposta in quanto ciascuno ha sperato, amato, vissuto, cioè già possiede in sé i semi della risposta [...]. Occorre individuare oltre la favola socratica -e il modello socratico stesso- il nodo essenziale: come approfondire e allargare l’osservazione; come esercitarla ed esprimerla in forme diverse, come approfondire e valorizzare l’esperienza personale per cercare di risolvere i problemi che la vita ci chiede di risolvere[10].

 

Il richiamo alla responsabilità individuale, così forte in Tolstoj, è sicuramente fondamentale ma, secondo Dolci, pecca di astratto moralismo chi ritiene che per risolvere i problemi sia sufficiente essere puri[11]. In realtà gli stessi ideali che ispirano le nostre azioni devono liberarsi di quel carattere esclusivamente introspettivo che per troppo tempo ne ha attutito l’impatto sociale; così, ad esempio, in relazione all’obiezione di coscienza, «il rifiuto non basta, anche se spesso è indispensabile, ma va irrobustito, sostanziato in opposizione creativa, secondo i propri principi, le proprie ipotesi, i propri metodi»[12].

Alla luce di queste affermazioni, l’invito tolstoiano a deporre le armi, in nome dell’adesione al Vangelo, può sembrare semplicistico, poco articolato e carente sul piano dell’analisi; critiche forse calzanti, ma non in grado di scalfire la forte tensione morale che sprigiona dalle parole di scritti come Non uccidere e Carthago delenda est e giunge intatta fino a noi, scuotendo le coscienze con la durezza delle parole, convincendo con la semplicità delle argomentazioni.

Le posizioni di Dolci, sugli stessi temi affrontati da Tolstoj (nonviolenza, ma anche educazione, progresso), pur motivate dalle stesse esigenze di ordine etico, appaiono certamente più complesse, ricche di maggiori implicazioni e richiami; ma, senza dubbio, più complessa e difficile, fors’anche più subdola e rischiosa, è stata la realtà in cui Dolci ha operato e che probabilmente richiedeva per essere compresa strumenti di analisi più affinati.

Se l’impegno civile di Danilo Dolci ha avuto modo di svolgersi in molteplici direzioni, nella convinta adesione a cause differenziate nel tempo, ma sempre sostenute con forza e degne di essere combattute, è stato l’interesse per la pedagogia a costituire una componente costante della sua attività di studioso e sperimentatore sociale. Nell’articolo Esperienze educative a Partinico, inserito, insieme ad altri scritti di carattere pedagogico, nel libro Il ponte screpolato, Dolci ripercorre le tappe che hanno condotto alla nascita del Centro educativo di Mirto ed analizza i problemi che, a poco più di un anno dall’inizio dell’esperienza, ancora restano da risolvere (l’articolo è datato agosto 1975). I bambini che frequentano il centro appartengono per lo più a famiglie povere, come i piccoli mužiki della scuola di Jasnaja Poljana; la differenza sostanziale rispetto all’esperienza tolstoiana consiste nel forte radicamento al territorio (il che implica considerazione ai suoi problemi) e nell’attenta puntualizzazione dei fini del processo educativo che dovrà risultare «una leva antimafia e antifascista»[13]. Le ipotesi d’avvio dell’attività pedagogica sono in puro stile rousseauiano e tolstoiano: «scoprire e sviluppare coi bambini i loro più profondi interessi. Tendere a trasformare la naturale curiosità in metodo di ricerca e di scoperta».[14] Il terreno scelto per la creazione del centro, Mirto, offre ai bambini la possibilità di osservare per una buona parte dell’anno fiori, piante, animali, stabilendo un contatto diretto con la natura, sulla base di un interesse spontaneo che Tolstoj aveva sempre assecondato nei propri allievi. Bandita ogni forma di costrizione, il piccolo viene coinvolto nella vita del centro, che a poco a poco considererà non un ambiente estraneo, ma «un ampliamento del suo nido»[15]. Per Dolci è essenziale che i bambini si trattengano al centro solo se lo desiderano; allo stesso modo Tolstoj non obbligava i propri allievi a frequentare la scuola, riservandosi la facoltà di allontanare i ragazzi dall’aula, ma al contempo riconoscendo loro il diritto di disertare le lezioni[16]. Nel centro di Mirto i bambini partecipano ogni mattina alla discussione sulle attività da svolgere, mentre l’educatore, che riveste il ruolo di coordinatore del gruppo, cerca di armonizzare le scelte; è della massima importanza che i bambini imparino a pianificare, personalmente e in gruppo, attraverso il confronto delle idee. L’apprendimento viene suscitato dalle occasioni e, dal momento che nessuna nozione viene impartita in astratto, anche la lettura e la scrittura vengono affrontate allorché diventano indispensabili all’approfondimento e all’organizzazione del sapere di ciascun bambino.

Massimo rispetto dei ritmi di crescita individuali, assenza di ogni forzatura, presenza attenta ma non coercitiva degli adulti: un sistema educativo che si regga su questi principi, a differenza di quel che si potrebbe credere, richiede istinto pedagogico, dedizione, notevoli capacità umane e disponibilità a porsi continuamente in discussione.

 

Elisa Medolla



*Articolo apparso sul n. 3 di “Scuola e Città”, 31 marzo 1998.

[1] Sul valore dell’utopia, cfr. quanto Dolci ha detto intervenendo nel corso di un seminario sulla educazione svoltosi nel febbraio 1976 al Centro di formazione di Trappeto: «per quanto riguarda scavare e costruire utopia: è ovvio come può avere implicazioni enormemente pratiche. Vediamo come a persone ispirate dalla visione di “nuovo cielo e nuova terra” (...), l’elemento di continua attrazione-tensione determina una dinamica nella loro vita [...]. Qualcuno può dire: ma che rilevanza può avere questo per i bambini a Mirto? Una rilevanza enorme se apprendono a fare quello che decidono avendolo sognato prima. Il tendere a determina un particolare processo: la visione, l’ipotesi da verificare diviene senso della direzione, dinamica essenziale ogni giorno per ognuno di noi» (D. Dolci, Il ponte screpolato, Torino, Stampatori ,1979, p. 27).

[2] L. Villari, Addio al Gandhi di Sicilia, “la Repubblica”, 31 dicembre 1997, p. 22: «Sembrava uscito dalla penna di Tolstoj, Danilo Dolci, morto ieri a Partinico, stroncato da un infarto. Era Pierre Bezuchov di Guerra e pace: “Alto, forte, grosso, con gli occhiali”, appassionato filantropo, seguace delle idee di Rousseau, ostinato cercatore di verità morale. Personaggio indimenticabile dietro il quale si celava il grande scrittore russo».

[3] Goffredo Fofi rivela che negli ultimi tempi Dolci, sebbene reduce da una difficile operazione, pensava di organizzare delle marce di fronte alla sede NATO della Sardegna; il tono profetico con cui parlava di questo progetto era quello «dei “persuasi”, di coloro che sanno tener fede sino all’ultimo al proprio progetto di vita, alla propria vocazione» (G. Fofi, Un maestro, “il manifesto”, 31 dicembre 1997, p. 4).

[4] D. Dolci, Verso un mondo nuovo, Torino, Einaudi, 1964, pp. 24-25.

[5] Parlando dell’attività pedagogica di Tolstoj, Dolci afferma che lo scrittore russo, «in anticipo di un secolo, nel suo romantico esplorare la natura infantile e popolare, aveva avuto anche il merito di approfondire una seria sperimentazione, pur se temporanea, contribuendo a realizzare dirette relazioni di sottile e ricchissima qualità» (D. Dolci, Il ponte screpolato, ed. cit., p. 14).

[6] D. Dolci, Chi si spaventa quando sente dire (Il limone lunare, Bari, Laterza, 1970, pp. 126-27., vv. 19-29).

[7] Id., Verso un mondo nuovo, ed. cit., pp. 17-18.

[8] Cfr. il contenuto dello scritto Non uccidere, in Perché la gente si droga?: e altri scritti su società, politica e religione, a cura di I. Sibaldi, Milano, Mondadori, 1988, pp. 249-56.

[9] L. Tolstoj, Credete in voi stessi, ivi, pp. 598-99.

[10] D. Dolci, Chissà se i pesci piangono, Torino, Einaudi, 1973, pp. 265-66; le caratteristiche della maieutica dolciana sono precisate con grande chiarezza nell’intervento di R. Fornaca, Riflessioni su un poema educativo, che chiude un’opera di Dolci particolarmente innovativa, nella forma e nel linguaggio, Palpitare di nessi (Roma, Armando 1985, pp. 266-67.): «Rispetto alla maieutica socratica e platonica la posizione di Dolci è molto più complessa perché non coinvolge solo l’impostazione innatista, la presenza e la scoperta di verità, le sequenze di un dialogo e di un colloquio, il confronto di definizioni, la messa in crisi dell’interlocutore, la coscienza dei propri limiti conoscitivi, la disponibilità ad accettare le nuove acquisizioni: in Dolci la maieutica assume un carattere totale, corale, penetra nelle intime fibre del vitale per aiutarlo ad aprirsi sul piano biologico, culturale, civile».

[11] Id., Verso un mondo nuovo, ed. cit., p. 19.

[12] Ivi, p. 26.

[13] Id., Esperienze educative a Partinico, in Il ponte screpolato, ed cit., p. 11.

[14] Ivi, p. 12.

[15] Ivi, p. 13.

[16] L. TolstojLa scuola di Jasnaja Poljana in novembre e dicembre, in La scuola di Jasnaja Poljana e altri scritti pedagogici, a cura di U. Zandrino, Bergamo, Minerva Italica, 1965, pp. 54-55.