Un libro a forte valenza interdisciplinare ed europeistica sul Mediterraneo e l’arte, con al centro l’innovativa  proposta di politica culturale, pedagogica e didattica dell’istituzione dell’Ecomuseo di Ulisse.        

 

 

Lettere dall’università

 

 

                                                                                                            Ad Agostino Bagnato

 

Caro Agostino,

          volevo ringraziarti del volume Mediterraneo d’arte. Il mare e la pesca incontrano il ‘900, a cura di Claudio Crescentini, edito da Lega Pesca e Consorzio Mediterraneo, di cui tu e Claudio mi avete fatto dono e che con altri amici abbiamo avuto modo di presentare giovedì 23 ottobre a Roma. Volevo ringraziartene, perché il libro è bello da vedersi, da sfogliarsi, da leggersi. Ed insegna molte cose. Fa piacere averlo. Sapere che puoi riprenderlo in mano e fruirne anche in seguito, per rifletterci su ed inventare percorsi di ricerca “a partire da”…

       A me per esempio, che come sai non sono un esperto né di cose marinare e pescherecce né di arti visive, ha fatto vedere e intravedere cose mai supposte prima e, soprattutto, suggerito la possibilità di immaginarne assai di più. Voglio dire che Mediterraneo d’arte può essere in qualche modo considerato come la ben nota  punzecchiatura di un tafano, che pungola il cavallo. Ovvero  il classico   sasso nello stagno lanciato da qualcuno, che smuove un’acqua cheta e stimola i presenti a contare i cerchi eccentrici e digradanti che rapidamente ne derivano, fino a svanire. Per cui suggerisce la reiterazione del gesto: il lancio di un secondo, di un terzo, d’un quarto sasso, più o meno nel medesimo  punto, da parte  della stessa o da un’altra persona, magari di un gruppo di persone, egualmente partecipi all’azione.   

      Sennonché il Mediterraneo non è uno “stagno”, ma un mare. E che mare! Un regno unito di natura e cultura. Un mare che, come suggerisce Mediterraneo d’arte, se è fonte di tanti comprovati motivi di  ispirazione nelle varie arti, fa esso stesso in modo da essere, quasi naturalmente, variamente  personificato. E succede allora che, a tirar sassi, sia proprio lui, il mare: sicché la antologia di  quadri, disegni, fotografie, versi, racconti, saggi, tutti sul tema del Mediterraneo, che ora compongono questo libro “d’arte”, non sono altro, a loro modo, che cerchi d’onda, rotondi  movimenti digradanti, belli e accaduti, e tuttavia pronti ad innescare una catena di ulteriori, ricorrenti  spostamenti d’acqua, provenienti da altri sassi scagliati da qualcuno e tra loro cumulabili. Moltiplicabili.

     In questo senso, la “sfida” (la parola è tua) del mio intervento nella Sala Olimpo del Grand Hotel de la Minerve, potrà essere  tale, solo a patto che vi possa essere qualcun altro, al tuo e al mio fianco, a lanciar sassi anche lui, nello stagno o nel mare. A seconda del nostro umore.

     Affettuosamente,  Nino

 

       P. S. Ti mando quindi, per la rubrica, il testo del mio intervento di  presentazione del libro. Se possibile, vorrei chiederti una cortesia: vorrei cioè che le illustrazioni del mio scritto fossero: la copertina, con la sirena di Paola Gandolfi; l’invito con il programma del 23 ottobre;  “Lu’ capa tella” di Luca Maria Patella, a p. 249; “Unghie come denti di balena” di Farfa, a p. 274; “La nave di Ulisse” di Corrado Cagli, a p. 287; “Pesci sulla spiaggia” di Placido Scandurra, a p. 328; “Pesce che non ritorna”  di Luigi Magli, a p. 330; “Quasi Ulisse” di Stefano Di Stasio, a  p. 339; “La sirena”  di Francomà, a p. 342;  “La vela di Ulisse” di Antonio Corpora, p. 345; “Natura morta con pesci” di Roberto Bagnato, a p. 349.  

 

Il mare come educazione, Mediteraneo a regola  d’ arte

 

     Non è forse un caso che, più o meno al centro di Mediterraneo d’arte, venga illustrata  un’idea, una proposta operativa a forti tinte pedagogiche, che accoglierei adesso come ipotesi di lavoro per il mio intervento. Sia pure nei limiti del breve tempo a disposizione.

     Penso cioè al progetto di un Ecomuseo del Mare di Ulisse: che  - se ho inteso bene i pensieri di Gaetano Urzì, che ne parla a proposito del Museo del Mare e della Pesca di Ognina/Catania (cfr. pp. 159 segg.)  -  potrebbe voler dire un sistema coordinato di Musei marini del Mediterraneo, ovvero una struttura aperta ma unitaria di laboratori di ricerca e didattici, colturali e culturali, magari interculturali. Quel Museo del Mare che attualmente non esiste e che invece potrebbe e dovrebbe esserci.

      Ebbene, il libro curato da Claudio Crescentini  è già  -  a mio parere  -, almeno in una certa misura, una sorta di mappa museale o catalogo delle meraviglie, ed una sorta di propedeutica dell’Ecomuseo di Ulisse. Il primo suggestivo capitolo del Gran Libro del Mare, il libro che non c’è e che non dovrebbe escludere, con tutto il resto, l’anfibio canto delle Sirene e le straordinarie visioni di Fata Morgana, che com’è noto appare e scompare come un miraggio nelle onde dello Stretto di Messina.

      Le onde, delle quali ciò che più importa è il movimento (lo ha  ben descritto Italo Calvino), l’andirivieni dell’azione propulsiva e repulsiva del mare, la sua modalità interlocutoria di rapportarsi agli uomini che vi si affidino. Il linguaggio non umano delle onde (diresti), che un Museo vivente del Mediterraneo, come laboratorio della vita e per la vita del mare, avrebbe il compito di decifrare e di tradurre nella lingua degli umani.

      Ecco perché l’Ecomuseo di Ulisse meriterà anch’esso un catalogo un po’ speciale, che non escluda l’inespresso, il virtuale. Un catalogo però che, sulla linea di Mediterraneo d’arte, non potrà che essere a più voci,  espressione di più competenze effettivamente interdisciplinari, dunque deliberatamente composito e necessariamente incompleto. Un catalogo del Mediterraneo possibile.

     Un work in progress, insomma, ed un’opera aperta; un’opera collettiva tecnicamente ben organizzata e lavorata, tipograficamente ineccepibile, ed in sé coerente ed al tempo stesso flessibile a fronte del progetto culturale e sociale innovativo che propone, rompendo anch’esso felicemente gli schemi tradizionali. Un progetto, cioè, pedagogicamente provocatorio e politicamente intrigante ed impellente.

     Un proposito politico-culturale all’altezza del mare e delle sue profondità di senso. Del mare (leggo in J. Chevalier – A. Gheerbrandt, Dizionario dei simboli. Miti sogni costumi gesti forme figure colori numeri. Volume secondo L-Z, Milano, Rizzoli, 1986, p. 67), del mare

 

«come simbolo  della dinamica della vita. Tutto nasce dal mare e tutto vi ritorna: luogo delle nascite, delle trasformazioni e delle rinascite; acqua in continuo movimento, il mare rappresenta simbolicamente uno stato transitorio fra le possibilità ancora da realizzare e le realtà realizzate, una situazione  di ambivalenza che è quella dell’incertezza, del dubbio, dell’indecisione e che può concludersi bene o male. Per questo il mare è sia l’immagine della vita sia quella della morte».

 

     Il mare come realtà del poter essere dei contrari. Come immagine delle scelte possibili, intelligenti e non, volontarie e dovute, libere e imposte. Frutto di aziona e reazione (feed back, retroazione), di un movimento ora in avanti ora all’indietro,  progressivo e regressivo, retrospettivo e prospettico. Che rassomiglia un po’ all’andirivieni delle onde un po’ alla “pedagogia”, quando si fa antipedagogia, tra certezze raggiunte e ulteriorità euristiche, attività educative riuscite ed errori pedagogici evidenti, guadagni e perdite. Rischi.  

     Del resto, Crescentini insiste sulla funzione promozionale, didattica, di questa iniziativa editoriale della Lega Pesca. Io ne sottolineerei soprattutto la funzione informativa, dall’interno di un proposito formativo a 360 gradi: giacché le «diverse unità didattiche previste» (è Crescentini a parlarne) riguardano insieme, oltre che acqua, mare e “affini”, e pesci, pescatori, consumatori, ambiente marino, storici e critici d’arte, filosofi, educatori, psicologi, sociologi, metodologi, iconografi, economisti, artisti di vario tipo, cineasti, letterati, poeti, linguisti, giornalisti, cuochi e, dall’inizio alla fine, sirene…

     La sirena di Paola Gandolfi, che  ritroviamo per l’appunto sia sulla copertina di Mediterraneo d’arte sia nell’ultima pagina del libro e che, sovrastando per avvenenza sui tanti pesciolini-omini, misteriosi, anonimi, accattivanti  (ma disegnati da chi?), che si aggirano in ogni pagina, è un po’ il logo dell’impresa editoriale, tra natura e cultura. Un’immagine simbolica quindi, che rinvia alla “filiera” acqua-mare-pesci-Eros e che accosterei mentalmente soprattutto al contributo di Corrado Barberis, quando lamenta «la fuga dei giovani» dall’ittiocoltura ed «il basso livello di istruzione dei suoi addetti» (p. 18).

     Giacché mi fa venire in mente il racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lighea, sulla storia d’amore del sommo filologo Rosario La Ciura (tra l’altro ghiotto di ostriche) con una sirena. Una storia che tradurrei nell’auspicio, che l’Ecomuseo di Ulisse possa  farsi luogo di forti emozioni  intellettuali e morali, un centro di cultura “altra”, emancipata, raffinata, feconda. Un acquario delle novità del mare, specchio del cielo e scrigno della terra.

     Un luogo, cioè, che dovrebbe ispirarsi ad alcune idee elementari, per così dire “di base”. Così per esempio, alle idee fondamentali di una matrice biologica  e di una matrice culturale dell’esperienza, tra di loro continuative ed organiche; quindi all’ipotesi di un’educazione estetica mediatrice di competenze multiple, di relazioni interdisciplinari e del nesso “indagini scientifiche”/“senso comune”: che è poi l’aspetto principale del  saggio di Agostino Bagnato, Per una storia della pesca, ovvero sul tema della dimensione storica della materia specifica oggetto d’interesse, e proprio in quanto questa viene a raccordarsi con le valenze didascaliche e simboliche del reale (cfr. p. 25), e dunque con le ragioni proprie «della cultura e dell’arte», della «solidarietà» e dell’«ispirazione creativa» (p. 47).

     Di qui l’accordo, sinergico, tra la proposta dell’Ecomuseo di Ulisse e l’esigenza espressa da Ettore Janì e Maria Luisa Di Muzio,  di «prevedere, nell’ambito del cosiddetto Piano Mediterraneo, la creazione di un Organismo di coordinamento indipendente  della ricerca applicata al Bacino al fine di acquisire le conoscenze indispensabili ad un corretto processo decisionale, in grado di superare una applicazione distorta del principio precauzionale» (p. 72). Una sorta di scuola, d’università, tra trasmissione e produzione di idee.

    Un Ecomuseo del Mediterraneo, intanto, che se già accoglie mediante questo  libro i versi di Alceo sulle onde, di Aleksander Puškin sulla Rusalka, di Mario Luzi sulla Trota, di Fabrizio De André sulle acciughe, dovrà pur raccogliere, con le rappresentazioni di quante più possibile specie marine, tutte le parole, le immagini e le musiche del mare. Le musiche, le immagini e le parole, che in ogni luogo della terra ed in ogni tempo, siano state pronunziate e ascoltate. E magari lette e rilette sui giornali, viste e riviste in televisione, registrate in CD ROM e altre multimedialità…

    Ma perché no gli odori e i sapori del mare e dei pesci? E  le fiabe e le favole, le leggende e i miti, i racconti, i versi, le canzoni, i dipinti, le opere di teatro, di cinema?

    A proposito, sono senz’altro giuste le cose scritte da Arianna Antoniutti su Il ladro di bambini e su Lamerica  di Gianni Amelio; ma va aggiunto che l’acqua e il mare (con pesci, alghe, conchiglie, velieri in bottiglia, ecc.), sono moduli espressivi ricorrenti in quasi tutta la cinematografia ameliana, dai primordi ad oggi. Per questo ricorderei qui almeno la sequenza del mare e dei pescatori in Porte aperte, con l’incubo del polipo nel sonno del giusto (il giudice Vito De Francesco). Una situazione che, nell’insieme, fa pensare oltre che alla Vucciria di Renato Guttuso,  al mostro marino felliniano della Dolce vita, giustamente menzionato da Antoniutti, e dunque ai Pesci sulla spiaggia di Placido Scandurra  (a p. 328; e cfr. ora, con le sue rinnovate “oggettività mediterranee”, Generosità della terra e ciò che se ne dice in “l’albatros”, ottobre-dicembre 2003, p. 92).

     Sennonché nell’Ecomuseo del Mediterraneo non dovrebbe mancare la storia: quella con la s maiuscola e quella con la s minuscola; e le storie che gli astrologi vengono raccontando del segno del Pesci (19 febbraio-30 marzo, 12° e ultimo segno dello Zodiaco). Anche perché queste storie portano con sé  l’idea dell’educabilità, dell’essere e del dover essere. Con tutte le cautele, s’intende: perché sono  un po’ come i proverbi del mare e dei pesci, sia quelli del sonno sia quelli della veglia, che però, come sappiamo, dicono tutto e il contrario di tutto; ma sono esse stessi un’educazione, un’autoeducazione.

     Leggo infatti dallo stesso Dizionario dei simboli su menzionato, p. 206:

 

     «La trama profonda  della natura del tipo Pesci è di estrema plasticità psichica. Nel suo mondo interiore, in cui i legami sono sciolti, le forze di coesione cancellate e le forme sfumate,  regna una sensibilità che favorisce la permeabilità: l’abbandono, la dilatazione, l’enfasi emotiva, per cui l’essere si allontana da se stesso per confondersi nella coscienza di un valore che lo supera, l’ingloba, lo assimila a una condizione più generale».  

 

     Un’educazione ed un’autoeducazione del mare, che non può che giovarsi di tutto ciò che Mediterraneo d’arte propone inoltre in fatto di “politica e cultura del mare” (Paolo Scarpa Bonazza Buora, Antonio Angotti, Paolo Pelusi), “aspetti socio-economici dell’economia ittica” (Ianì  e Di Muzio), di “mari metaforici” e “percorsi critici fra arte e letteratura” (Crescentini, Patrizia Chianese, Enza Cigliano, Mario Luzi, Giuseppe Mannino), di “Mediterraneo”, “‘mediterraneità’”, “spaesamento adriatico”, “pesca fluviale” (Crescentini, Fabio Benzi, Fabio Fiori, Eraldo Rambaldi). E dell’acqua, delle sue “seduzioni” e dei suoi “misteri” (Giuliana Polenta), all’incrocio di realtà metaforiche e di realtà scientifiche, pedagogiche.

     In questo senso (rifacendomi in particolare a Nadia Repetto e ai documenti della Comunità europea da lei citati a p. 102), le stesse «idee innovative che hanno condotto alla realizzazione della certificazione dei prodotti di qualità» e «al miglioramento della qualità della vita dei pescatori», sembrano passare da qui: e cioè l’idea dalla valorizzazione culturale di base dell’enorme documentazione scientifica che già esiste; e l’idea dalla creazione di «un organismo scientifico in grado di promuovere e coordinare le attività e fornire chiavi di lettura di tutto il materiale prodotto». Dunque, una sorta di centro di documentazione e di studio, di produzione, raccolta e di diffusione di risultati di ricerca.

     L’Ecomuseo, insomma, dovrebbe aspirare ad essere il supporto tecnico di una costruzione culturale “alta” e di una fruizione “allargata” di un siffatto servizio scientifico e didattico. Il che, del resto, risulterebbe essere in linea con le raccomandazioni della FAO, nel suo “Codice di Autocondotta” per una pesca responsabile (cfr. p. 103); e con le reiterate richieste di progetti di formazione locale/internazionale qualificata, da parte della Comunità economica europea.

      Ed è a questo proposito evidente che non si tratterebbe di puntare soltanto sul “valore aggiunto” del Museo, mediante la «evidenziazione ed esaltazione del rapporto culturale, simbiotico, tra l’uomo ed il mare, in tutte le sue componenti» (ibidem), quanto anche e soprattutto di puntare sull’indotto: e cioè sulla ricaduta di qualità, che la cultura media diffusa,  tesaurizzata, promossa e prodotta dall’Ecomuseo, dovrebbe garantire ai processi d’indagine e d’intervento. In primo luogo, formativi, educativi, didattici, dalla prima infanzia all’università, ed oltre: e mi tornano in mente, sul mare e sui pesci, le narrazioni, gli aneddoti, i miracoli,  fino all’episodio delle reti da pesca,  nel Poema pedagogico  di Anton Makarenko; e so della Cooperativa “Liberi e forti” di Castelvetrano, che in collaborazione con il SERT di Mazara del Vallo, sta portando avanti un progetto (“Sarciri reti di mare e di lavoro”), rivolto a tossicodipendenti ed alcolisti…

      E proprio di recente, ho avuto modo di leggere una tesi di laurea della Facoltà di Economia e Commercio della “Sapienza”, autore Lapo Bini (prof. Ernesto Chiacchierini), sul tema della Tracciabilità a supporto della competitività del sistema agroalementare italiano, che si concludeva con un capitolo su un “caso di studio” presso il Consorzio Pesca di Ancona, e sui vantaggi delle tecniche di “tracciabilità” e  “rintracciabilità” nell’intero processo di produzione, commercio e consumo di pesce. E  dunque «sul ruolo delle istituzioni, sia come promotrici della qualità dei prodotti, sia come enti ed eventualmente sedi tecniche della formazione del consumatore» (p. 250 della su citata tesi di laurea).

      Per cui mi domando: non potrebbe l’Ecomuseo  del Mediterraneo, una volta istituito, assumersi un ruolo culturale di primo piano? Un ruolo tecnico, per l’appunto informativo e formativo, di programmazione e di invenzione di competenze necessarie all’indotto? Non dovrebbe, un’istituzione del genere, progettarsi come luogo elettivo e sede operativa di progetti  educativi di spessore locale e di estensione europea, e dunque come luogo di formazione e di sperimentazione, come spazio-tempo dell’immaginario marino e come contenuto e forma dalla fantasia delle onde? 

      Anche perché in Mediterraneo d’arte c’è  il denso saggio di Tonino Sicoli, dal quale si ricavano precisi imput pedagogici su “giochi” e “giocattoli” marini, i quali, tra l’altro, rimandano all’infanzia e alle sue favole (anche sulla scorta di talune suggestioni da Andy Warhol, Luca Maria Patella, Giuseppe Gallo, Aldo Turchiaro, Francomà, ecc.); e, dunque, alla genesi di mondi fantastici popolati da pesci antropomorfici e artisti ittiomorfici. Tutti da classificare e riclassificare, disegnare e ridisegnare nei modi illustrati intanto da Maurizio Würz, sulla scorta della sapienza di Stephen J. Would e nella prospettiva della «diffusione di una nuova sensibilità verso la natura» e della «formazione di nuove generazioni di scienziati» (p. 186). E ciò, com’è ovvio, non solo a vantaggio delle acque  del Mediterraneo, ma anche di quelle del mondo intero.

       Per il quale, l’eccezionale strumento didattico che potrebbe essere l’Ecomuseo, risulterebbe effettivamente essenziale. Scrive infatti Urzì (a p. 165):

 

      «Un museo così concepito sicuramente rappresenterà un eccezionale strumento didattico per tutte le età e i livelli culturali, ed a ciò si rivolge; ma certamente sarà un punto di riferimento irrinunciabile per gli “amanti  del mare”, coloro che per hobby, studio, sport, lavoro, passione ambientalista, con il mare si confrontano quasi quotidianamente.

       E certamente dovrà proporsi e soddisfare le esigenze di conoscenza didattica per le scuole, creando le condizioni per un progetto didattico ben definito.

       Per le elementari, le medie e le superiori si potrebbero così mettere a punto progetti didattici con lezioni a scuola, visita al museo, uscite in mare con i pescatori, sopralluoghi in aree significative in relazione ai contenuti delle lezioni a scuola e del museo».

 

      Ed ovviamente altro ancora, secondo il progetto di un mare pedagogo e di  un Mediterraneo, per così dire, “a regola d’arte”.

 

                                                                                                    Nicola Siciliani de Cumis