Tra storia, storie e storiografia, l’infanzia in Terra d’Otranto

 

 

l’infanzia jonico-salentina

 

La pubblicazione di L’infanzia e le sue storie in Terra d’Otranto (a cura di Angelo Semeraro, Conte Editore, Lecce, 1999, pp. 407, lire 100.000) è il risultato della prima Conferenza internazionale «Storia e storiografia dell’infanzia», tenutasi a Lecce il 16 e il 17 dicembre 1999. Il progetto di organizzare una Tavola Rotonda sulle problematiche inerenti all’«infanzia internazionale» è stato portato avanti da un’équipe di ricercatori formatasi presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze sociali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Lecce, e dalla Provincia di Lecce, che hanno aderito al progetto COFIN MURST (1997-1999) diretto da Egle Becchi. Questa iniziativa è stata patrocinata da diversi Enti statali, regionali e provinciali, che, grazie alla loro collaborazione e disponibilità hanno dato un forte contributo alla ricerca storica e storiografica svolta meticolosamente da tutti gli appartenenti al Comitato scientifico coordinato da Angelo Semeraro.

«Per scrivere una nuova pagina di storia dell’infanzia nell’area jonico-salentina – rileva Semeraro – occorreva tessere il filo della memoria storico-istituzionale, fissando le tracce del passaggio di un’età che per definizione non ha parola, ma è parte costitutiva, in ogni tempo, del progetto sociale. Era perciò necessario uno sforzo di integrazione degli istituti di ricerca territoriali. E questo catalogo è anzitutto il segno visibile di una collaborazione resa possibile da una comune sensibilità per l’oggetto d’indagine che ha conquistato, nelle fasi del suo svolgimento, altre presenze, pubbliche e private»[1]. La cooperazione di enti pubblici e privati si è rilevata fondamentale nel reperimento di un’enorme mole di documenti, a volte inedita, che ha favorito l’elaborazione di una descrizione attendibile e completa sulle condizioni di vita dell’infanzia jonico-salentina. Tuttavia, Semeraro invita il lettore a non considerare le testimonianze riferite come informazioni conclusive sull’argomento; di certo rappresentano un notevole passo avanti nella ricerca pedagogica, ma devono essere utilizzate nella prospettiva di ulteriori indagini.

«Questo catalogo – spiega – va sfogliato tenendo conto che molti tasselli mancano ancora per una ricostruzione più netta del profilo dei bambini di Terra d’Otranto. Esso pone in evidenza ciò che ancora non è stato indagato, rispetto a ciò che si è cercato e trovato: i troppi vuoti ancora da colmare. Così come si presenta, rispecchia gli investimenti non ancora sufficienti in sede storico-storiografica, e costituisce uno stimolo ad attrezzare più ricche équipes scientifiche per rimediare ai vuoti della memoria. I contenuti che si sono imposti all’attenzione confermano purtroppo quel paradigma alienativo che la storia consegna alla cronaca quotidiana. La strage continua e l’assoggettamento e l’oggettivazione dei bambini corre per strade nuove ed inedite. Il Novecento, nel suo prendere congedo da noi, consegna al nuovo millennio molte delle inquietanti questioni che hanno impedito a molte bambine e bambini di disporre della propria infanzia»[2].

La mostra-catalogo L’infanzia e le sue storie in Terra d’Otranto offre un evidente interesse culturale, che non racchiude, come potrebbe trasparire dal titolo solamente la dimensione storico-pedagogica, ma abbraccia altresì quella artistica, giuridica e sociale, assumendo così una grande portata nella ricostruzione della storia dell’infanzia dall’antichità ai nostri giorni. L’impresa portata avanti dai curatori del volume ha il merito di aver condotto una ricerca storico-pedagogica muovendosi su più fronti scientifici.  La loro indagine non ha interessato unicamente il tema dell’infanzia come oggetto di studio delle scienze dell’educazione, ma, ha tentato di cogliere tutti gli elementi culturali, artistici, politici e sociali che ruotano intorno allo sviluppo del bambino in quanto individuo di una «società di adulti», che spesso dimentica di considerarlo come tale.

L’opera è strutturata in due parti, suddivise in più sezioni, ognuna delle quali ha il compito di approfondire, e quindi ricostruire un particolare ambito della genesi e dell’evoluzione dell’infanzia jonico-salentina. La struttura dell’opera presenta un preciso ordinamento cronologico e argomentativo. La disposizione degli argomenti trattati rispecchia l’esigenza di manifestare a tutto tondo i risultati e i limiti di una analisi storica e storiografica sulla realtà artistica, pedagogica, politica e sociale della vita del bambino jonico-salentino dalle origini ai nostri giorni, un’impresa molto difficile e intricata, ma non impossibile, come è stato dimostrato in L’infanzia e le sue storie in Terra d’Otranto.

 

 

“archeologia dell’infanzia”

 

Nella Prima parte (Tracce Archeologiche) compaiono gli interventi di: Anna Patera, Testimonianze da Taranto greca e romana; Francesco D’Andria, Dall’età del ferro al periodo romano, e Trevor Anderson, Paul Arthur, Informazioni dai casali Di Quattro Macine. «La necropoli tarantina, – scrive la Patera – con le sue oltre 11.000 tombe venute alla luce in più di un secolo di attività della Soprintendenza Archeologica, costituisce un’inesauribile fonte d’informazione sulla società antica. Con il progredire e l’intensificarsi della ricerca scientifica, soprattutto negli ultimi decenni, sono stati affrontati ampi studi con l’intento di approfondire le diverse problematiche legate alla storia sociale ed economica della colonia. Variegato e stimolante è il quadro delle conoscenze che si possono trarre riguardo all’infanzia e all’attività umana ad essa più strettamente collegata, il gioco»[3]. L’intenzione della Patera è quella di fornire un quadro delle condizioni di vita dei bambini, che abitavano nei territori dell’Antica Magna Grecia. Attraverso il ritrovamento di corredi tombali, di oggetti e immagini in terracotta, tra cui: Busti di bambola, Tintinnabulum, Donna che allatta, Bambola snodabile, Matrice di bambola, Arti snodabili di bambole, Fanciulla ed erote che giocano all’ephedrismos, Fanciulle che giocano all’ephedrismos, Adolescente e divinità su carro, e altri utensili di vario genere, è stato possibile delineare alcune fasi importanti della vita dei bambini, che interessavano la loro educazione, il loro rapporto con i genitori, e soprattutto l’attività ludica, e i mutamenti a cui era soggetta con il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Tutti questi dati sono stati ricavati da fonti archeologiche, che si sono dimostrate determinanti nella scoperta delle regole di vita che caratterizzavano l’infanzia greca e romana nell’antichità.

Il D’Andria in Dall’età del ferro al periodo romano riferisce i risultati di una ricerca archeologica iniziata intorno agli anni ’80 del XX secolo nel Salento antico. Le ricerche archeologiche portate avanti dall’Università di Lecce oltre a riscontrare la presenza di importanti notizie politico-economiche sulla civiltà dei Messapi, hanno altresì messo in luce la funzione del bambino in questa regione antica, e poco studiata, se non per le iscrizioni, messapiche, tralasciando altri importanti aspetti, come quello dell’infanzia. L’autore ritiene che: «Il ruolo dell’infanzia nelle società del Salento antico è certamente tra i temi poco considerati; appare quindi opportuno raccogliere in modo sistematico i tanti documenti che le indagini archeologiche sul terreno hanno sinora fornito, in modo da orientare le future strategie di ricerca alla costruzione di una “archeologia dell’infanzia”, che utilizzi le enormi possibilità offerte dalle moderne metodologie nella conoscenza del mondo antico. I materiali presentati nel catalogo costituiscono pertanto solo un avvio per un programma organico di ricerca futura»[4].

In Informazioni dai casali di Quattro Macine l’Anderson e l’Arthur hanno portato avanti uno studio sull’infanzia nel Medio Evo, utilizzando il «paesaggio archeologico medioevale». Gli Autori affermano: «Sappiamo assai poco sull’infanzia nel Medio evo, in particolare rispetto ai ceti ‘inferiori’ o poveri  della società, non ben attestati dalle fonti. Ma non c’è dubbio che l’archeologia ha la capacità di informarci su alcune questioni riguardanti le condizioni di vita e di morte  dei bambini, specie tramite le analisi dei materiali scheletrici, a condizione che questi ricevano la dovuta attenzione già durante le fasi di scavo. Alcune delle piccola  ossa, per esempio, sono difficilmente ricuperabili senza la setacciatura del terreno. Nonostante l’impossibilità di individuare il sesso dei bambini attraverso lo studio delle ossa, l’antropologo può stimare l’età della morte e classificare eventuali anomalie e patologie del defunto, restituendo così delle informazioni riguardanti sia il tasso di mortalità infantile di una comunità, sia eventuali problemi che un infante ha subito durante i primi anni di vita»[5].

 

 

tra “modernità” e “contemporaneità”

 

La Seconda parte (Nello spazio del moderno) si presenta molto più articolata rispetto alla prima. E’ mutato l’approccio allo studio della figura del bambino. Alle fonti archeologiche si sostituiscono i documenti giuridici, e soprattutto prima le documentazioni ottenute tramite una minuziosa analisi del rapporto tra l’infanzia, la società, la famiglia, e la scuola, e poi le trasformazioni che nei secoli tale relazione ha subito.

Pantaleo Palma in Il racconto Griko delinea la vita sociale, economica, politica della Grecia salentina. Di notevole rilievo appaiono gli argomenti riferiti dall’Autore, dei quali ricordiamo: Le radici culturali, Il battesimo, Il mondo dei bambini, Un’umanità “bambina”, Giochi, Gli antichi luoghi di culto, La vita sociale nell’antico regime, Il lavoro, “Li craunari” (i carbonari), Morire nei “piluni”. In I tempi e i luoghi della ‘Virtus’. Pedagogia e ‘Industrie’ musicali (secc. XVI-XIX) Luisa Cosi illustra le varie fasi che intervengono nella costruzione del virtuoso, o più precisamente della «virtus del fanciullo musico». L’Autrice si cimenta nello studio della funzione dell’educazione musicale nella formazione del «perfetto gentil’huomo» dal Rinascimento, all’Illuminismo fino al Romanticismo, tracciandone le caratteristiche dominanti e le principali differenze nelle diverse epoche storiche e culturali.

La sezione “Schiavitù e lavoro precoce” ospita i contributi di: Ornella Sapio, In vendita e locazione; Francesca Casamassima, La colonia agricola e l’annessa scuola-podere di Brindisi; Donatella Lala, Un’inchiesta alla Colonia agricola penitenziaria di Brindisi; Fernanda Rizzo, L’Opera Rogazionista di Oria; P. Palumbo, Pietro Quercia, R. Barletta, Il lavoro in immagini. La Sapio affronta il problema della schiavitù e del lavoro precoce dei bambini. Il tema discusso è uno tra i più scottanti, perché purtroppo non ha riguardato solo un periodo della storia dell’infanzia, ma continua a perpetrarsi ancora oggi, senza possibilità di essere annientato. Schede documentarie mostrano le modalità in cui avvenivano gli atti di vendita dei bambini, dove se ne veniva precisata l’età, e persino la somma richiesta per la loro vendita o locazione. I saggi di Francesca Casamassima e di Donatella Lala offrono un interessante contributo, perché tracciano un profilo su una particolare situazione scolastica della seconda metà dell’800. La loro intenzione è quella di mettere a nudo le condizioni di vita umana e scolastica di bambini per così dire “speciali”, perché abbandonati, poveri e “discoli”. In La colonia agricola e l’annessa scuola-podere di Brindisi ci viene  presentata da un lato la gestione burocratica, dall’altro l’aspetto più prettamente scolastico e pedagogico di una scuola podere destinata a bambini “difficili”.

In Un’inchiesta alla Colonia agricola penitenziaria di Brindisi è tratteggiata l’attività sociale e pedagogica portata avanti in una Colonia Penitenziaria. A tal riguardo, l’Autrice scrive: «La Colonia Agricola Penitenziaria di Brindisi, che aveva assorbito giuridicamente le funzioni della Colonia agricola nata negli anni ’70 dell’800, si proponeva il compito più arduo del recupero e della correzione disciplinare di ragazzi già dimostratisi ribelli ad altri tentativi di indirizzo educativo. Nelle intenzioni statutarie essa sarebbe stata semenzaio di braccia addestrate all’agricoltura, attività estremamente necessaria alla campagna salentina di fine secolo ancora da strappare in varie arti e mestieri. Con l’ammissione di cento minorenni si sarebbe forgiato, con metodi educativi basati sulla reclusione, la coercizione, il lavoro e la punizione, un discreto numero di agricoltori e artigiani onesti e laboriosi, elementi produttivi per la società»[6].

La Rizzo in L’Opera Rogazionista di Oria riporta la storia della costituzione dell’Orfanotrofio Antoniano maschile dei Padri Rogazionisti ad Oria, fondato da Padre Annibale Maria di Francia nel 1909. Gli argomenti prediletti dall’Autrice sono quelli concernenti tre aspetti: il lavoro, lo studio e la scuola. La sua intenzione consiste nel ripercorrere l’evoluzione di queste tre attività nell’Istituto e in particolare dell’influenza che hanno avuto nella formazione sociale, morale e umana dei molti orfanelli che vi abitavano. La tematica della “Schiavitù e lavoro precoce” viene ulteriormente esplicitata tramite i contributi del Palumbo, del Quercia e del Barletta, che attraverso l’uso di alcune fotografie e ritagli di articoli di quotidiani delineano una vita dell’infanzia davvero inquietante. Dalle immagini riguardanti il bambino pescatore, alle bambine raccoglitrici di mele e tabacco si passa alle notizie riferite da alcuni giornali leccesi, che denunciano lo sfruttamento sessuale (pedofilia) a cui molti bambini e bambine vengono sottoposti, per non parlare dell’enorme e incessante incremento del lavoro minorile. Attraverso queste figure si cerca di porre in risalto «vecchie e nuove forme di schiavitù», che non smettono di insidiare il regolare processo psico-fisico del bambino, e che mettono continuamente a rischio la sua vita.

Un altro argomento di grande rilevanza “Figli dello Stato: dall’abbandono alla tutela”, è analizzato nei seguenti interventi: Raffaele Barba, I messaggi dell’abbandono; Sergio Fracasso, Il problema politico-sociale degli esposti a Lecce nell’ultimo decennio del XVIII secolo; Donatella Lala, Proietti e orfani: Interventi dei Consigli generali provinciali (XIX sec.); Cosma Chirico, Ruota, rotére ed esposti a Taranto; Adriana Marti, Un conservatorio per corrigende: il S. Sebastiano in Lecce; Rosanna Basso, Donatella Lala, L’orfanotrofio provinciale femminile Principe Umberto di Lecce; Francesca Casamassima, L’Orfanotrofio femminile S. Chiara di Brindisi; Daniela Ragusa, L’Istituto provinciale Garibaldi: aspetti sanitari; Daniela Ragusa, L’Opera Nazionale maternità e infanzia; Antonia Protopapa, L’Ente nazionale per la protezione morale del fanciullo nella provincia di Lecce; Anna Maria Spagnolo, …e di Brindisi; Teresa Serafino, L’Ente nazionale di assistenza agli orfani; Liliana Bruno, L’Ospizio marino in S. Cataldo per la cura dei bambini gracili, scrofolosi e rachitici poveri. Attraverso l’uso di schede documentarie e fotografie è stato costruito un particolareggiato profilo sulla vita scolastica e sanitaria dei bambini affidati alle cure dello Stato, perché orfani o abbandonati. Qui, é stata documentata l’opera compiuta dallo Stato nella cura e nel recupero di quella stragrande massa di bambini difficili, abbandonati a se stessi, che, dovevano continuamente adattarsi alle quotidiane e insuperabili asperità a cui la vita li aveva destinati.

Negli anni in cui in Italia si insediava la dittatura fascista prendeva avvio un’altra triste pagina della storia dell’infanzia: il “Bambino fascicolo”, tema studiato da Fernanda Rizzo in Discolo e irrequieto; Eugenio Cassano, Il Centro distrettuale di tutela minorile; Elisa Albano, “Villa Tresca”: la casa di rieducazione a Lecce. In questa sezione, l’argomento risulta di grande interesse, perché affronta una questione molto complessa, vale a dire quella relativa al rapporto tra il comportamento morale e sociale del bambino e il diritto penale. Nell’introduzione la Rizzo segnala: «Questa sfera di interventi può concepirsi come un’area composta da istituzioni, pratiche, rappresentazioni. La costruzione del bambino-fascicolo infatti non è riconducibile a unità: è piuttosto una rete complessa, in cui s’intrecciano storie di bambini e bambine, ragazzi e ragazze raccontate  dai provvedimenti dei Tribunali per i Minorenni, dai fascicoli delle Case di rieducazione e dei Riformatori Giudiziari, ma anche dai fascicoli dei Servizi sociali e dai Registri delle classi differenziali. E’ infatti in questa cultura delle istituzioni correttive che s’incontrano i percorsi dell’infanzia discola e irrequieta, segnalata per tempo fin dai banchi di scuola dagli insegnanti, rilevatori dei disturbi fisici e di quelli del carattere e della condotta e primi costruttori di quell’unico percorso che va dalla scuola al correzionale, ben rilevabile da un’abbondante documentazione archivistica. Viene così sancita la nascita di una categoria sociale distinta: quella dei “minori”, e di un problema sociale specifico, che solleva questioni di contenimento, controllo, e ordine» [7].

Le tematiche analizzate in “Il bambino fascicolo” mostrano evidenti analogie con la diffusione dei besprizornye, i ‘bambini difficili’ sovietici, che prese avvio all’incirca negli stessi anni. La dittatura fascista per l’Italia, quella comunista in Unione Sovietica, come promotrici e responsabili della repentina nascita di quella dilagante piaga sociale, nota come ‘infanzia randagia’.  Mentre sfogliavo, e leggevo le pagine degli interventi contenuti in questa parte del volume, ho avuto la sensazione di ripercorrere proprio la storia dell’infanzia abbandonata, che popolava numerosa ogni angolo delle strade dell’Urss negli anni Venti-Trenta e oltre, fino ai nostri giorni. In effetti, tale fenomeno ha incominciato a svilupparsi soprattutto durante la prima guerra mondiale, e, continua a perpetuarsi senza un attimo di tregua ancora oggi nella società sovietica, così come in quella italiana, per non parlare di quelle migliaia e migliaia di bambini che vivono in Brasile, Cina, Romania, e nei paesi sottosviluppati. Le condizioni di vita passate e presenti di questi bambini pongono chiaramente in luce la delicata e purtroppo insolubile problematica dell’‘infanzia negata’, e particolarmente la limitazione delle loro possibilità di vita. Sicuramente, nel loro caso si può parlare esclusivamente di un “diritto biologico” alla vita, dal momento che vengono ‘espropriati’ di qualsiasi prospettiva di poter beneficiare di una libertà giuridica e psicologica. A loro viene negato non solo il diritto di vivere una vita normale, accanto ad una famiglia, ma, persino l’opportunità di poter esplicitare liberamente e spontaneamente le loro potenzialità.

Una funzione determinante e importante nella rivalutazione della figura del bambino-persona è stato svolto dall’istruzione scolastica, argomento trattato in Angelo Semeraro, L’asilo a Lecce; Anna Maria Spagnolo, L’asilo infantile “Principe Umberto” di Brindisi; L’asilo a Taranto (Scheda a cura dell’Asta); L’Istruzione popolare. Documenti e immagini della prima scuola; Lorella Ingrosso, I Calasanziani di Campi Salentina; Angelo Semeraro, Ginnasi, scuole tecniche, artigianali e industriali; Angelo Semeraro, L’istruzione superiore. Gli Autori affrontano l’intricata questione dell’alfabetizzazione, la sua genesi, la sua evoluzione e soprattutto il suo difficile decollo nella società italiana nel periodo post-unitario. Il Semeraro e i suoi collaboratori ne illustrano le peculiarità utilizzando informazioni rinvenute negli Archivi provinciali e regionali. Di notevole rilevanza sono le «immagini, struggenti, del come eravamo scolastico: i primi banchi (resi reclinabili anche per il sonnellino dei bambini dall’industriosa ditta barese del cav. Pezzarossa), i primi quaderni, le pagelle, le prime patenti d’insegnamento delle maestre e altri documenti essenziali a restituirci il “clima” di un difficile passaggio dalla scuola degli ultimi Borboni, affidata alla sorveglianza dei vescovi, a quella presa in carico dal giovane Stato, pieno di buoni propositi nella costituzione, attraverso l’obbligatorietà dei primi elementi, dello spirito pubblico degli italiani»[8].

Nella parte intitolata: “In famiglia e nella strada. Una storia in immagini” è raccontata la storia dell’infanzia attraverso un cospicuo catalogo di fotografie  di bambini ritratti in diversi momenti della loro vita quotidiana vissuta in casa, o in strada. Nella sezione “Nei giardini del silenzio” Anna Merendino in Lo spazio funebre, scrive: «Lo spazio cimiteriale conserva tracce della storia d’infanzia in un passato non remoto e in un’area definita rintracciabile nella elaborazione successiva alla sua fondazione. […] Lo spazio dei defunti rifletteva così l’ordine sociale e soprannaturale che informava le singole comunità, entro il quale la presenza del bambino, soprattutto  quello della prima infanzia, era liminare. Nello spazio dei vivi, infatti, la presenza biologica del bambino, diveniva presenza sociale attraverso i riti di riconoscimento e piena accettazione che si compivano in pubblico da parte dell’autorità ecclesiastica con il battesimo e successivamente la cresima; in privato da parte dei familiari, con i riti della resezione del cordone ombelicale, del primo bagno, l’imposizione del nome, il primo taglio delle unghie e dei capelli»[9].

 

 

“pittura dell’infanzia”

 

L’opera si conclude con la sezione: “Nell’immaginario artistico”, che ospita il saggio di Lucio Galante Un sondaggio sul tema. L’Autore si propone di indagare le peculiarità del bambino ‘esposto’; infatti, partendo dall’analisi dei contributi dei maggiori esponenti artistici salentini rileva una nuova forma di indagine pedagogica, che si potrebbe definire una “pittura dell’infanzia”.  Il Galante ha voluto elaborare una nuova chiave interpretativa della tematica dell’infanzia: l’arte. A proposito dell’artista Gioacchino Toma rileva: « E’ noto quanto in lui l’esperienza umana, tradottasi in convinzioni ideologiche, abbia orientato le sue scelte artistiche, soprattutto quelle giovanili, e quanto il processo di maturazione del suo stile fu favorito dal contesto artistico e culturale napoletano dei primi anni post-unitari, allora caratterizzato da un vivace dibattito critico nel quale furono impegnati critici e artisti di fine intelligenza come Francesco Netti, Vittorio Imbriani, Antonio Casetti, dall’affermarsi del movimento realista sull’avvio dell’esperienza di Filippo Palizzi prima e della Scuola di Resina poi, e dalla più generale attenzione manifestatasi subito dopo l’unificazione ai problemi sociali. Insomma tutte circostanze che spiegano l’apparire presto nella sua pittura di alcuni temi nei quali è rappresentata l’infanzia. Nella classificazione dei generi, così come era noto allora agli artisti, alcuni temi erano tratti dalla realtà quotidiana. Queste ‘bambocciate’ come egli le ricordò  nella sua autobiografia, ebbero nei suoi dipinti alcuni temi specifici»[10].

L’itinerario di questo particolare, ed esemplare modello pedagogico è rintracciabile nelle pitture riportate nel volume, dove si susseguono spaccati di vita infantile davvero eccezionali e realistici, tra questi citiamo alcuni ritratti: Il maestro di scuola, 1861 (G. Toma, Coll. Celentano, Napoli), I figli del popolo, 1862 (G. Toma, Pinacoteca Provinciale, Bari), La guardia alla ruota dei trovatelli, 1877 (G. Toma, Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma), Il sogno del piccolo giocatore, 1917 (G. Martinez, Museo Provinciale, Lecce), Bimbo assonnato, 1946 (G. Martinez, Coll. Minafra, Galatina, Lecce), Ragazzo seduto, 1916 (G. Re, Proprietà privata), Ritratto di fanciulla, 1945-46 (G. Re, Coll. Sperti, Pescara), Le sorelle (M. Massari, Coll. Privata, Mantovano, Lecce), seguono poi ritratti di F. Barbieri, L. P. Suppressa, ed infine ricordiamo i dipinti di G. Lacatena: Sui monti con la barca, 1997 (Coll. Privata, Taranto), Pes’ u chiumme!, 1998  (Coll. privata, Taranto), Il gioco con i cerchietti, 1978 (Coll. privata, Taranto), “U curruchele” (La trottola) 1996 (Coll. privata, Taranto). Le immagini proposte riproducono una storia dell’infanzia completa e complessa; in esse sono presenti i più disparati elementi che ruotano intorno alla vita del bambino: la famiglia e la scuola. Una enorme funzione viene attribuita all’attività ludica, rappresentata dall’artista tarantino Lacatena attraverso una «rielaborazione fantasiosa». Il gioco così, viene ad assumere quasi una funzione liberatoria e catartica, mediante il quale il bambino può esprimere la propria spontaneità e individualità.

 

 

il significato della mostra-catalogo

 

In questo panorama, la mostra-catalogo costituisce da un lato, una illustrazione, e dall’altro una esemplificazione della genesi e dello sviluppo dell’infanzia attraverso un excursus artistico, pedagogico, politico e sociale della vita dei bambini dell’area jonico-salentina. Notevole, è il valore che viene affidato alla disciplina pedagogica, non più considerata una scienza a se stante, ma, ad essa viene data l’opportunità di aprirsi ad ogni campo dello scibile umano. La pedagogia diventa una scienza che studia il bambino nella sua totalità. In questa mostra-catalogo è apparsa una pedagogia nuova, che si propone di analizzare e studiare i multiformi aspetti che intervengono nella formazione fisica e morale del bambino.

Le discussioni di carattere teorico e le raffigurazioni artistiche, grafiche e fotografiche riportate nel presente volume sulla genesi, lo sviluppo e le problematiche dell’infanzia jonico-salelentina hanno prodotto una vasta conoscenza di molti aspetti pedagogici e didattici, di cui non si fa alcun cenno, se non fugace nei manuali di storia della pedagogia, tra questi: il “bambino-fascicolo” e il suo difficile rapporto con la pedagogia ufficiale. Questa tematica abbraccia diversi ambiti del sapere: quello pedagogico, psicologico, storico, giuridico e socio-politico. Alla luce di questa considerazione, sarebbe di notevole interesse esaminare più a fondo questo tema, già discusso dalla Rizzo, dal Cassano e dalla  Albano.

L’indagine compiuta da questi autori  sull’infanzia d’Otranto riporta alla luce alcuni studi effettuati soprattutto tra gli anni Trenta e Quaranta, e in alcuni casi fino agli anni Settanta da alcuni intellettuali, storici e pedagogisti sull’infanzia randagia sovietica e italiana. In quegli anni venne prodotta una considerevole letteratura su tale argomento, la cui crescente diffusione andava spiegata con l’introduzione di nuove metodologie educative e didattiche, tra queste in particolare possiamo annoverare: per l’Italia la pedagogia montessoriana, per gli Stati Uniti quella dewejana, e per l’Unione Sovietica quella leninista, e in particolar modo quella makarenkiana, sistemi educativi che rimarcano la necessità di rivalutare la figura del bambino al fine di considerarlo come un essere umano consapevole delle proprie potenzialità, e quindi libero di poterle manifestare, sebbene propongano degli strumenti differenti per raggiungere il loro obiettivo educativo. Di certo, i fini didattico-pedagogici a cui tendevano erano diametralmente divergenti, perché diverse erano le ideologie politiche che miravano a trasmettere nell’immaginario collettivo delle società in cui si diffusero.

 La scelta di indicare come punto di riferimento queste tre singolari e innovative teorie non è casuale, ma, dovuta alla enorme influenza che hanno avuto sulle tendenze successive della disciplina pedagogica. In esse si evince una forte interdipendenza tra la dimensione politica e quella pedagogico-scolastica, dove la prima segnala le direttive che la seconda deve necessariamente adottare. Cosicché, la scuola diventa un forte strumento politico, oltre che educativo. Basti esaminare le riforme scolastiche attuate in Russia e in Italia subito dopo l’avvento del comunismo e del fascismo per verificare quanto sia forte l’ingerenza della politica sull’andamento della rete scolastica, per non parlare dell’opera del Dewey Democrazia e Educazione, dove l’influenza della politica sull’educazione è visibilmente presente già nel titolo.

Ed è proprio in questo contesto storico-sociale che la scuola acquista una forte valenza correttiva oltre che educativa. Ad essa viene riconosciuta oltre alla funzione di istruire, quella di rieducare la stragrande massa di “bambini di strada” che cresce a vista d’occhio. L’inserimento di colonie di lavoro accanto alle scuole “normali” dimostra la necessità di esplicare una forma di educazione parallela a quella cosiddetta “ufficiale”. Così la teoria secondo cui l’istruzione educa sembra trovare conferma nell’istituzione di molte “scuole speciali” per “bambini difficili”, che  dovrebbero provvedere al recupero morale e sociale dell’infanzia abbandonata. Gli studi riferiti in questo volume offrono ulteriori spunti di ricerca sull’«infanzia senza tutela» in Italia e nel mondo.

A conclusione, va detto, che nonostante la voluminosità, il libro si legge con grande interesse, soprattutto perché i curatori sono riusciti a tratteggiare un profilo cronologico e contenutistico dell’argomento in maniera lineare e completa in tutte le sue parti, si è facilitati oltre che dalle numerose testimonianze scritte, dalle tante immagini archeologiche, pittoriche e fotografiche riprodotte, che hanno permesso di cogliere immediatamente il punto di vista degli Autori, il significato delle fonti, e soprattutto lo scopo e il valore di un’opera così importante e illuminante per la storia della pedagogia. L’infanzia e le sue storie in Terra d’Otranto, infatti, costituisce una rielaborazione molto accurata del quadro storico e storiografico dell’infanzia jonico-salentina, che permette di coglierne le caratteristiche generali, e soprattutto di individuarne le mutazioni pedagogiche in relazione a quelle socio-politiche e artistiche che dal passato al presente hanno interessato l’intricato mondo dell’infanzia. Anche se, come ha ricordato Semeraro nell’Introduzione è opportuno utilizzare i dati ottenuti non come dei risultati conclusivi, ma nella prospettiva di nuovi strumenti di ricerca nella conoscenza della vita di quell’enorme esercito di “ragazzi di strada” che continua a reclutare milioni di bambini giorno dopo giorno in tutti i paesi, anche in quelli più progrediti economicamente e socialmente.

Tania Tomassetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]a. semeraro, Introduzione al catalogo, in L’infanzia e le sue storie in Terra d’Otranto, Conte Editore, Lecce, 1999, p. 7.

[2] Ivi, p. 8.

[3] a. patera, Testimonianze da Taranto greca e romana, in L’infanzia e le sue storie, cit., p. 15.

[4] f. d’andria, Dall’età del ferro al periodo romano, in L’infanzia e le sue storie, cit., p. 37.

[5] t. anderson, p. arthur, Informazioni dai casali di Quattro Macine, in L’infanzia e le sue storie, cit., p. 61.

[6] d. lala, Un’inchiesta alla Colonia Agricola penitenziaria di Brindisi, in L’infanzia e le sue storie, cit., p. 119.

[7] f. rizzo, Introduzione (Il bambino fascicolo), in L’infanzia e le sue storie, cit.,  p. 257.

[8] a. semeraro, Introduzione (L’istruzione che educa), in L’infanzia e le sue storie, cit., p. 275.

[9] a. merendino, Introduzione (Nel giardino del silenzio), in L’infanzia e le sue storie, cit., p. 375.

[10] l. galante, Un sondaggio sul tema, in L’infanzia e le sue storie, cit., pp. 392-393.