Università degli studi di Roma

 “La Sapienza”

Facoltà di Lettere e Filosofia

I cattedra di Pedagogia generale

 

 

 

 

 

I BAMBINI DI MAKARENKO NELLE STRADE DEL 2000

 

 

 

 

 

Relatore:                                                                            Laureanda:

prof. Nicola Siciliani de Cumis                                         Eleonora Pezzola

Correlatore:                                                                        matr. n. 10123322

prof. Furio Pesci

 

 

 

 

 

a. a. 2000-2001

 


Introduzione

 

Parte prima: I besprizornye ieri

 

I. Infanzia randagia nella società sovietica degli anni Venti-Trenta

      1.1 La rivoluzione russa                                 1

1.2     La società sovietica                   17

1.3     I besprizornye visti da vicino             23

1.4     I provvedimenti, le difficoltà, i risultati          27

 

II. Makarenko e i besprizornye

2.1 Profilo di Makarenko                                               31

2.2 Makarenko e i suoi principi pedagogici                  37

2.3 Lukács: Makarenko e il Poema pedagogico                   42

2.4 Poema pedagogico di Anton S. Makarenko e dintorni: le giornate di L’Aquila                                                                            51

• Tra letteratura e realtà                                                               52

• L’infanzia nel Poema pedagogico                        53

• La “dimensione estetica” del Poema pedagogico          55

• Lettere di besprizorniki                                                              62

2.5 Makarenko oggi                                                         72

 

Conclusione alla prima parte

 

 

Appendice alla prima parte

• Lettere inedite di Makarenko                                               81

• Saggio di Lukács su Makarenko                         90

• Makarenko: “Der Weg ins Leben”                          93

• Makarenko / Il Poema pedagogico                                           94

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parte seconda: i besprizornye oggi

 

I. L’infanzia abbandonata: un dramma dei nostri giorni                                       

1.1 La condizione dell’infanzia nel mondo del 2000 secondo il   rapporto dell’Unicef         185

1.2  Bambini di strada: un problema di ieri e di oggi                  191 

America Latina – Central do Brasil di Walter Salles              193

Africa                                                                                 198

Asia                                                                                          200

Europa dell’Est                                                                      202            

 

II. I bambini abbandonati nell’Europa dell’Est post–comunista

2.1 Bambini “a rischio” nell’Europa dell’Est: dossier dell’Unicef del 1997                                                                                        205

Il fallimento della transizione: bambini in pericolo                 214

• Rapporto Monee                                                                        219

2.2  Intervista a due giovani rumeni                        223

2.3 Miloud e la Fondazione Parada                                          227

• L’Italia che sorride ai ragazzi di Bucarest                    228

Un italiano a Bucarest                                                           229

Intervista a Miloud                                                             232

“Randagi” di Paola Mordiglia                                       237

2.4  Un “Makarenko” dei nostri giorni: Muhammad Yunus “Il   banchiere dei poveri”           242              

 

Appendice alla seconda parte

“Ucraina, Romania, Polonia: l’infanzia sacrificata dell’Est europeo” di Philippe Demenet                            247

 

Bibliografia                                                                 259

 

Indice delle idee ricorrenti                            269

 

Indice dei nomi                                            279

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione

In Russia, durante i primi mesi della “Grande Guerra”, molti bambini che avevano perduto i genitori o ne erano stati abbandonati, si ritrovarono a vagare da soli per le campagne e le città, in cerca di cibo e protezione. Nasceva allora il fenomeno dell’“infanzia randagia”, che è stato descritto dettagliatamente da Vladimir Zenzinov1 nel suo libro intitolato Besprizornye (1929 / trad. it. a cura di Nina Romanowski, Infanzia randagia nella Russia bolscevica, Milano, Bietti, 1930). In seguito alla guerra civile il problema si aggravò ulteriormente, assumendo dimensioni difficili da contenere. A seconda delle oscillazioni del fronte la popolazione locale si spostava in massa da un governatorato all’altro; molti bambini vennero raccolti dai soldati in mezzo alle case abbandonate. A ciò s’aggiunsero le epidemie e la drammatica carestia degli anni 1920-1921. Tutti questi fattori ebbero una grave ripercussione sull’esodo interno e sulla disgregazione delle famiglie, facendo crescere a dismisura il numero dei bambini di strada. A peggiorare le cose c’era la dilagante disoccupazione dei genitori, dovuta per lo più al fatto che le città non erano in grado di assorbire l’enorme quantità di manodopera che vi si riversava. In quel tempo si parlò, infatti, di “sovrappopolazione agraria”, nel senso che la popolazione delle campagne cresceva più rapidamente dello sviluppo dell’industria. Si verificò, inoltre, una generale disgregazione delle famiglie, evidente nell’aumento del numero delle famiglie “senza capo” (una donna con figli, senza marito), dei casi di poligamia e poliandria.

Il governo, impegnato nell’autodifesa, costretto a far fronte alle molteplici emergenze, e vessato da problemi finanziari, non era in grado di dedicare sufficiente attenzione al fenomeno dell’infanzia abbandonata.  Affidò, così, l’incarico di recuperare le migliaia di bambini senza tutela a due istituzioni: la Lega per la Salvezza dell’Infanzia e il Consiglio di Difesa dei Bambini.

Nonostante questi provvedimenti, il numero degli orfani e dei piccoli vagabondi continuò a crescere. Si spostavano in massa verso sud alla ricerca di cibo e calore, e si accampavano soprattutto presso le stazioni dei grandi nodi ferroviari. Vivevano dei proventi del furto, dell’elemosina e della prostituzione; cercavano ricovero nelle rovine degli edifici distrutti, nelle rimesse vuote, nei vagoni abbandonati, e tra le legna accatastate; trascorrevano le loro giornate sui marciapiedi delle città, fumando mozziconi di sigarette, giocando a carte, sniffando cocaina o bevendo etere; commettevano piccoli furti o crimini più gravi per racimolare qualche soldo. Ai piccoli “randagi” non mancava soltanto una casa, del cibo e dei vestiti: erano stati privati soprattutto della loro dignità e della possibilità di sperare in un futuro migliore. Ad un bambino derubato dei suoi sogni, non rimane che seguire meccanicamente le regole del branco, cercando oblio e conforto nelle droghe e affermando la sua invisibile esistenza attraverso l’aggressività.

Le Case per l’Infanzia, destinate a ricevere un quarto dei bambini che vi erano introdotti, versavano in condizioni igienico-sanitarie pietose; i piccoli “randagi”, denutriti e ammalati, venivano ammucchiati in quei luoghi privi del necessario. In una situazione del genere è ovvio che non si potesse realizzare alcun tipo d’attività educativa.

Di fronte a tale emergenza Dzeržinskij, l’autorevole capo della Čeka, decise di assumersi la responsabilità della lotta al fenomeno dei besprizornye. Ne seguì un’intensa attività in questa direzione e, attraverso vari tentativi ed esperimenti, si cercò di trovare il giusto metodo di lotta al vagabondaggio infantile.

Nonostante le innumerevoli difficoltà e i parecchi insuccessi, ci furono esempi di risultati positivi, soprattutto nelle colonie e nelle case di lavoro; qui, alla base del recupero dei “randagi”, c’era il lavoro sistematico, la disciplina, lo studio e un clima di collaborazione reciproca.

Emblematica, in questo senso, è l’esperienza di Anton Semënovič Makarenko, pedagogista ucraino, a cui nel 1920 le autorità sovietiche affidarono la direzione di un istituto di rieducazione per ragazzi traviati o abbandonati. Dalla vita nelle colonie che diresse, Makarenko ha tratto le sue opere più famose: Pedagogičeskaja Poema (Moskva, Akademii pedagogičeskich nayk RSFSR, 1950 / trad. it. a cura di S. Reggio, Poema pedagogico, Mosca, Raduga, 1985) e Flagi na bašnjach (trad. it. a cura di L. Laghezza, Bandiere sulle torri, Roma, Editori Riuniti, 1955). Un’interessante biografia del pedagogista ucraino ci è offerta da suo fratello Vitalij in Erinnerungen an Meinen Bruder (Marburg an der Lahn, 1973 / trad. it. a cura di B. M. Bellerate, Anton S. Makarenko nelle memorie del fratello, Roma, Armando Editore, 1977). Vitalij vi racconta l’infanzia di Anton, caratterizzata dalla salute cagionevole che ne influenzò il carattere malinconico e, probabilmente, anche la predisposizione allo studio; a tale inclinazione si aggiungeva una formidabile memoria e una pressochè illimitata capacità d’assimilazione. Diplomatosi in un corso magistrale accelerato Anton divenne assistente maestro a 17 anni; nel 1914 entrò nell’Istituto per insegnanti appena aperto a Poltava, dove restò per tre anni, conducendo una vita povera ma intensa. La rivoluzione lo trovò partecipe entusiasta e ammiratore delle opere del famoso autore socialista Maxim Gor’kij. A lui Anton inviò alcuni suoi scritti, ma Gor’kij lo scoraggiò, dicendogli che la rivoluzione aveva bisogno più d’educatori che di scrittori.

Quando nel 1920 iniziò la sua avventura volta alla rieducazione dei besprizornye, Makarenko non aveva in mente una chiara linea pedagogica da seguire; anzi dimostrò sempre una certa antipatia verso la pedagogia accademica e verso la scienza positiva che pretende di guidare l’azione pratica. Egli sosteneva che i principi devono derivare dall’esperienza e che la teoria va estratta dalla somma dei fenomeni reali. Il suo pensiero pedagogico s’inseriva coerentemente nella linea marxista-sovietica, che faceva coincidere le finalità educative con quelle politiche; gli obiettivi comuni erano la trasformazione della società e la creazione di un “uomo nuovo”. Al centro di questa prospettiva politico-pedagogica c’era il “collettivo”, una specie di società sovietica in miniatura regolata dal lavoro in comune e dalla disciplina. Makarenko richiedeva all’uomo sovietico (e quindi anche ai suoi “colonisti”) una personalità tipica, caratterizzata da disciplina, responsabilità, disponibilità all’azione, capacità d’autocontrollo, senso della collettività e orientamento verso il futuro. L’educazione dei “randagi” quindi, non deve differire sostanzialmente dall’educazione socialista in generale; l’obiettivo comune è la realizzazione di un “uomo nuovo” in una “società nuova”.

Per comprendere appieno il pensiero di Makarenko e soprattutto per capire a fondo i meccanismi che hanno determinato il successo della sua impresa, non si può prescindere dall’analisi di un importante, se pur poco noto, saggio di Lukács. Non tutti sanno, infatti, che il famoso filosofo ungherese, in un capitolo di Der Russische Realism in der Weltiliteratur (1951, trad. it. di I. P., La letteratura sovietica, Roma, Editori Riuniti, 1956) si è occupato del pedagogista sovietico, in un saggio intitolato Makarenko: Der Weg ins Leben (tradotto come Makarenko / il Poema pedagogico), considerando il suo operato un perfetto esempio di pedagogia sovietica e il Poema pedagogico un vero capolavoro di quel realismo socialista a cui assegnava un posto di rilievo in sede estetica. Nel saggio Lukács, per definire il metodo educativo di Makarenko, utilizza il concetto di “accumulazione originaria” (preso in prestito da Marx) nel senso di un’educazione che è già in potenza educazione socialista senza essere ancora matura e cosciente dei suoi mezzi. Nella prospettiva di Lukács, la pedagogia socialista si differenzia profondamente da quella borghese e capitalista che, a suo avviso, ha allontanato l’uomo dalla società, coltivando l’egoismo e l’individualismo; il socialismo, invece, nell’educare il singolo, mira sempre ad educare la società nella sua interezza. Makarenko viene, così, definito da Lukács un vero “eroe socialista” che persegue gli stessi fini della massa di cui si fa portavoce. L’obiettivo della sua impresa è quello di costruire l’ “uomo nuovo”, l’ “uomo socialista” e questo si può ottenere anche da giovani vagabondi, la cui “anormalità”, secondo Makarenko, è solo transitoria; l’importante è offrire loro una prospettiva, poichè l’uomo non può vivere se non vede davanti a se nulla di piacevole, dato che la gioia del domani è il vero stimolo della vita umana.

Oggi, a distanza di quasi un secolo dall’esperienza di Makarenko, si avverte l’esigenza di recuperare il suo Poema pedagogico non solo come romanzo d’educazione e come documento storico, ma anche come utile strumento etico-pedagogico.

Nel 1999 una ricerca interuniversitaria su Storia e storiografia dell’infanzia a cura dell’Unità di ricerca di Roma / La Sapienza (coordinatore prof. Nicola Siciliani de Cumis, collaboratori Dr. Dorena Caroli, Dr. Pier Paolo Farnè, prof. Domenico Scalzo) si è proposta di rileggere il Poema pedagogico alla luce del suo valore storico e formativo che lo rende ancora oggi utile e stimolante. Le giornate di L’Aquila si sono dedicate ad indagini di contesto attraverso l’utilizzo delle fonti e, allo stesso tempo, hanno raccolto la stampa quotidiana e settimanale dei nostri giorni. Ne sono emerse interessanti riflessioni, che hanno avuto ulteriori sviluppi nel libro a cura di Egle Becchi e Angelo Semeraro Archivi d’infanzia. Per una storiografia della prima età (Milano, La Nuova Italia, 2001).

Nel primo capitolo dell’opera appena citata, intitolato L’infanzia nel Poema pedagogico, N. Sicilani de Cumis evidenzia la presenza continua e centrale dei bambini nel romanzo di Makarenko e la differenziazione dei livelli di età, per cui i personaggi di 10, 12 anni non vengono confusi con quelli di 14, 15. Makarenko stesso utilizza espressioni diverse parlando dei colonisti a seconda che si tratti di “bambini” o di “ragazzini". Secondo Siciliani, inoltre, la dimensione “infanzia” ha, nel Poema pedagogico, una valenza metaforica in quanto c’è un’ “infanzia” della vita materiale ed economica della colonia ed un’ “infanzia” della sua vita morale, culturale ed estetica.

In un altro capitolo dell’opera suddetta, intitolato La “dimensione estetica” del Poema pedagogico, Domenico Scalzo propone un confronto tra il romanzo di Makarenko e il film di Nikolaj V. Ekk Puiëvka vžizn (Verso la vita), che affronta la storia di un centro di rieducazione alle prese con una banda di giovani criminali. Scalzo scorge tra le due opere una serie di interessanti analogie relative ai contenuti e ai principi ispiratori.

Nel capitolo intitolato Lettere di besprizorniki, infine, Dorena Caroli propone alcuni estratti di lettere scritte da bambini abbandonati negli anni Venti e Trenta alla Krupskaja, a Stalin, a Kalinin e al Comitato Centrale (VCIK). Le lettere sono state raccolte in alcune antologie e ci offrono un’immagine viva e realistica della situazione dei besprizornye in quegli anni.

Questi studi recenti testimoniano del valore metaforico, estetico e storico che il Poema pedagogico può rivestire ancora oggi, in un momento in cui il problema dell’infanzia abbandonata è tornato a farsi sentire prepotentemente. Siciliani in un articolo intitolato Per una nuova edizione del Poema pedagogico (in “Scuola e città”, IV, 1997, p. 158) afferma la necessità di realizzare una nuova edizione italiana del romanzo makarenkiano, proprio per l’enorme “patrimonio d’esperienza educativa” che costituisce e per l’utilità che può avere in un momento di profonde trasformazioni didattico-istituzionali. Anche B. Bellerate, in un suo scritto intitolato A. S. Makarenko oggi (in “Pedagogia e vita”, 1995, pp. 11-30) rileva l’attualità del Poema pedagogico e afferma che un autore che ha vissuto delle situazioni tanto “drammatiche e creative” meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto per l’estrema coerenza tra pensiero e azione che lo contraddistinse.

Quella di Makarenko, in definitiva, è stata un’esperienza emblematica nella lotta al fenomeno dei besprizornye negli anni Venti e Trenta; nonostante le inevitabili difficoltà, le colonie dirette dal pedagogista ucraino hanno rappresentato (e tuttora, a mio avviso, rappresentano) un modello di riferimento efficace per chiunque si trovi ad affrontare una situazione analoga. E’ evidente che non si può decontestualizzare l’opera e il pensiero di Makarenko per farne un modello universalmente applicabile; è utile, però, comprendere le ragioni di quel successo e cercare di ispirarsi ai principi che lo hanno determinato.

In appendice alla prima parte di questo lavoro ho inserito per intero il saggio di Lukács su Makarenko, sia nella sua versione originale in tedesco che nella traduzione italiana più recente, che risale comunque a circa 50 anni fa. La traduzione, se pur sostanzialmente fedele al testo, potrebbe risultare oggi un pò invecchiata, dal momento che ogni prodotto letterario risente inevitabilmente della temperie culturale del proprio tempo. Mi sono, così, riproposta di dedicarmi al più presto ad una “rilettura” del saggio di Lukács, in modo da trarne una traduzione più aggiornata.

Nella seconda parte del mio studio ho spostato l’attenzione sul problema dell’infanzia abbandonata nei nostri giorni; a tal fine, ho utilizzato un materiale di natura diversa rispetto a quello al quale ho attinto per approfondire gli argomenti della prima parte. Mi sono servita, infatti, soprattutto di pubblicazioni dell’Unicef, di testi “scaricati” da Internet, di documenti ufficiali e di articoli di giornale; non sono andata nelle biblioteche per cercare il materiale che mi serviva, ma mi sono recata più volte alla sede dell’Unicef che si trova a Roma e mi sono avventurata molto spesso nell’universo telematico alla ricerca di qualsiasi informazione che potesse essere utile al mio lavoro.

Prima di entrare nel cuore del problema, ho voluto gettare uno sguardo alla condizione dell’infanzia nel mondo del 2000 facendo riferimento al rapporto annuale dell’Unicef. Lo scenario è inquietante: attualmente i bambini e le donne rappresentano la maggioranza dei poveri nel mondo, e la maggioranza dei civili che vengono uccisi e mutilati nelle guerre; la vita di milioni di bambini è segnata da povertà, ineguaglianze, guerra, violenza e malattie. Istituzioni filantropiche, organizzazioni governative e associazioni di cittadini, si stanno mobilitando per cercare di sanare questa situazione, ma la strada da percorrere è ancora tanta.

In questo scenario drammatico si situa un fenomeno particolarmente allarmante che è quello degli street-children, o meninõs de rua, o besprizornye: le migliaia di bambini abbandonati e privi del necessario che vagano per le strade di tutto il mondo alla ricerca di cibo, di protezione e, forse, di una speranza. Le zone più toccate da questo problema sono l’America Latina, l’Asia, l’Africa e l’Europa dell’est.

Dopo un breve excursus sulla condizione dei “randagi” di tutto il mondo, ho cercato di approfondire e comprendere la realtà dell’infanzia abbandonata nell’Europa dell’Est post-comunista; con la caduta dei regimi comunisti, infatti, si è visto il riaffiorare nei paesi ex-sovietici del fenomeno dei besprizornye, in forme, per alcuni aspetti, simili a quelle degli anni Venti e Trenta.

Per comprendere questa recrudescenza, è necessario guardare alle trasformazioni brusche e repentine avvenute nel giro di pochi anni. Con la liberalizzazione e la transizione verso l’economia di mercato, sono stati scalzati tutti gli equilibri precedenti, ma non è stata creata una rete di sostegno sociale alternativa. La crisi economica, la conseguente disoccupazione, l’elevata mortalità degli adulti, il dilagare della delinquenza, il diffondersi dell’uso di droghe e l’aumento della prostituzione, sono solo alcuni degli aspetti che segnano drammaticamente queste società in trasformazione. Le vittime più indifese sono, come sempre, i bambini, che quando fuggono da casa o sono abbandonati dai genitori, non possono più neanche confidare nella protezione dello stato.

Il comunismo aveva realizzato un fitto sistema di servizi pubblici, una più equa distribuzione della ricchezza e controlli capillari sulla popolazione che tutelavano l’individuo dalla nascita alla morte. Con la caduta del muro di Berlino, gli aiuti pubblici sono man mano venuti meno e le famiglie in difficoltà si sono ritrovate da sole e prive d’assistenza. Molti bambini, così, sono finiti sulla strada, per “scelta” (fuggendo da una situazione familiare tragica) o per necessità (in seguito alla morte dei genitori o essendo stati abbandonati); ciò li espone a numerose situazioni di rischio che vanno dalla possibilità di subire abusi sessuali a quella di diventare tossicodipendenti o di contrarre malattie sessualmente trasmissibili.

Nel numero di aprile 2000 di “Mondo Domani” (il mensile per l’educazione allo sviluppo del Comitato italiano per l’Unicef) un approfondito dossier a cura di Patrizia Paternò ed Elisabetta Porfiri fa il punto sul problema dell’infanzia abbandonata nella sua dimensione internazionale. Nell’introduzione si accenna alla letteratura del passato tesa spesso a idealizzare la vita di strada iniziatica, avventurosa e priva di vincoli sociali. La presenza di bambini soli è un dato costante nella storia, e ha sempre costituito un tema ambivalente perchè racchiude sia il fascino del “vivere soli” che il dramma di una società in crisi, incapace di tutelare i membri più deboli. Oggi il problema ha assunto dimensioni molto estese e forme particolarmente complesse. Il dossier cerca di analizzare la situazione dei bambini di strada nella specificità di realtà molto diverse tra loro, come sono quelle dell’America latina, dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa dell’est. Al di là delle vistose differenze socio-culturali, storiche ed economiche, i “randagi” di tutto il mondo (e di tutti i tempi) sono accomunati da un vissuto sotto molti aspetti simile.

I besprizornye d’oggi, così come quelli di ieri, si accampano in stazioni ferroviarie, in edifici abbandonati o in altri rifugi temporanei; vivono di accattonaggio, piccoli furti, spaccio e prostituzione; per stordirsi e sopportare la loro disperazione, fanno ricorso a droghe povere come l’adela, un collante molto dannoso che offre loro brevi momenti d’euforia.

La realtà dei “randagi” del nostro tempo nasce da ragioni storiche e sociali molto diverse da quelle che hanno determinato il fenomeno dei besprizornye negli anni Venti e Trenta; c’è in comune, però, soprattutto per quanto riguarda la situazione dell’Europa dell’est, il verificarsi di una radicale trasformazione che ha scardinato ogni equilibrio sociale, ripercuotendosi inevitabilmente sulla fascia più debole, quella dei bambini. La disgregazione delle famiglie, la disoccupazione, la mancanza dei beni di prima necessità, la diffusione dell’alcolismo e la violenza domestica, hanno, ieri come oggi, spinto sulla strada migliaia di bambini, che sono stati precocemente derubati della dignità e della speranza.

In un’altro dossier dell’Unicef (pubblicato sul numero di agosto-settembre 1997 di “Mondo Domani”) viene approfondita la situazione dei bambini di strada dell’Est europeo nella difficile transizione verso l’economia di mercato. Il dossier espone le ragioni politiche ed economiche, a cui ho accennato sopra, che hanno contribuito all’allargarsi di un fenomeno fino ad allora circoscritto e spesso latente: quello, appunto, dei besprizornye. Passando ad osservare più da vicino la realtà di singoli paesi, il dossier si conclude con un’interessante analisi della situazione rumena, a cura di Belona Rix. La Romania è uno dei paesi in cui il fenomeno si manifesta con più drammaticità; qui, dopo la morte di Ceaucesco, la transizione economica ha scalzato gli equilibri su cui si reggeva la società, e ci si è trovati presto alle prese con fenomeni prima sconosciuti. Oggi si ritiene che la Romania sia uno dei paesi con il più alto tasso del mondo di giovani colpiti dall’AIDS; ciò è sicuramente connesso all’incremento dell’uso di droghe e al fatto che in questo paese sempre più bambini sono introdotti nel giro della prostituzione e spesso, insieme a giovani donne, sono coinvolti nei traffici internazionali. Nella parte del mio lavoro dedicata alla situazione rumena, ho inserito un’intervista che ho fatto ad una coppia di ragazzi rumeni arrivati in Italia da qualche anno.  E’ stata estremamente interessante l’immagine che mi hanno trasmesso della situazione rumena prima e dopo l’ ’89; erano entrambi concordi nel ritenere che, nonostante le ristrettezze economiche e la durezza della dittatura, fino a dieci anni fa si vivesse meglio o comunque, ci fossero meno squilibri tra poveri e ricchi e una realtà sociale meno gravata da problemi come la disoccupazione, la diffusione delle droghe, la delinquenza e la prostituzione. Un capillare controllo da parte della polizia, un potere statale (nel bene e nel male) più forte, garantivano alle fasce più deboli una maggiore protezione. Oggi invece si assiste allo spettacolo deprimente di giovani anime che si aggirano senza meta per le strade di Bucarest: sono i besprizornye rumeni, quegli angeli decaduti, dai volti invecchiati precocemente, che spesso ci guardano dai documentari trasmessi alla televisione. Si sente spesso parlare di loro, molti li confondono con i meninõs de rua brasiliani altrettanto noti per la loro vita randagia, ma i giovani vagabondi di Bucarest hanno una particolarità che li contraddistingue: vivono sottoterra. Proprio così; Ceaucesco, infatti, per ovviare al freddo di Bucarest, aveva fatto costruire dei canali sotterranei dove scorrono delle tubature con acqua calda. All’interno di queste cavità i giovani senzatetto trovano un rifugio e un riparo contro il freddo, dopo aver passato la giornata a girovagare per la città, respirando colla dai loro sacchetti. Nello stordimento dell’Aurolac, nel calore dei canali e nella coesione del gruppo, i piccoli di Bucarest, cercano surrogati dei beni che hanno perso, o che non hanno mai avuto: una famiglia che protegge, la dignità, la fiducia negli altri, una prospettiva di vita in cui riflettersi.

E’ proprio per restituire questi beni insostituibili ai suoi ragazzi, che Makarenko ha lottato con tenacia fino agli ultimi giorni della sua vita, ed è esattamente con la stessa intenzione che Miloud Oukili, giovane clown francese dei nostri giorni, ha dato vita nel 1995, insieme ad un gruppo di rumeni, alla Fondazione Parada.

A Bucarest Miloud è arrivato nel 1992, con l’intento di restarvi per poco tempo, ma la situazione dei bambini di strada rumeni lo ha colpito profondamente, tanto da indurlo a vivere insieme a loro nei canali sotterranei. Il giovane francese non si è limitato, però, a condividere quest’esperienza con i “randagi” di Bucarest, ma ha deciso di offrire loro un’opportunità, una speranza e, per dirla “makarenkianamente”, una “prospettiva”, iniziandoli all’arte circense. Da quest’idea è nata Parada.

Nella parte conclusiva di questo lavoro, farò invece riferimento ad un altro “Makarenko dei nostri giorni”. Si tratta di Muhammad Yunus, originario del Bangladesh e autore dell’opera autobiografica Vers un mond sans pauvretè (1997 / trad. it. a cura di Ester Dornetti, Il banchiere dei poveri, Milano, Feltrinelli, 2000) in cui ripercorre le vicende della Grameen Bank, sorta per sua iniziativa nel 1976. L’esperienza di Yunus e di Grameen è fondata sulla convinzione che la povertà si possa eliminare qualora ci si impegni concretamente. Per farlo bisogna, innanzi tutto, offrire delle opportunità ai poveri, consentendo loro di accedere al microcredito, senza la richiesta di garanzie e senza trafile burocratiche; solo in questo modo il consumatore passivo può trasformarsi in produttore attivo, risollevandosi da una situazione d’indigenza e disperazione e recuperando la propria dignità. La politica di Grameen oggi è seguita con successo in molte tra le zone più depresse del mondo, e ha affrancato dall’usura e dalla povertà migliaia di persone.

Torna, così, a confermarsi l’atteggiamento makarenkiano, per cui per aiutare l’altro, bisogna abbandonare gli ipocriti pietismi e la distratta carità (che lo fanno perseverare nella sua condizione passiva), mentre è necessario mostragli la propria fiducia, indurlo ad assumersi delle responsabilità, educarlo al lavoro e al sacrificio in vista di uno scopo, fornirgli una “prospettiva” di vita e regalargli una speranza. E’ così che i ragazzi di Makarenko, i “randagi” di Miloud e i poveri di Yunus, hanno trovato una via d’uscita alla loro emarginazione, e la possibilità di progettare il proprio futuro.

Al termine del mio lavoro ho inserito, oltre all’indice dei nomi e alla bibliografia, l’indice delle idee ricorrenti. E’ interessante notare come i termini che ricorrono più spesso siano gli stessi nella prima e nella seconda parte, e come, di conseguenza, si entri nella stessa dimensione concettuale ogniqualvolta si parla d’infanzia abbandonata. I termini “makarenkiani” come “dignità”, “prospettiva”, “responsabilità”, “collettivo”, “crisi”, “disciplina”, ecc., assumono ovviamente sfumature diverse a seconda che si parli degli orfani della Rivoluzione d’ottobre, dei bambini della transizione economica post-comunista, o dei poveri che accedono alla Grameen Bank; l’accezione sostanziale di queste parole però non cambia, ed è per questo motivo, a mio avviso, che oggi non possiamo dimenticare l’opera e il pensiero di Anton Semënovič Makarenko.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Parte prima: i besprizornye ieri

 

 I. Infanzia randagia nella società sovietica degli anni Venti-Trenta

1.1 La rivoluzione russa

Vladimir Zenzinov riconduce l’origine del problema dell’infanzia abbandonata al “fuggi-fuggi” dei primi mesi della guerra mondiale. Migliaia di uomini presi dal panico abbandonarono le loro case e tutti i loro averi per sfuggire ai cannoni; i mariti dimenticarono le mogli e i genitori i propri figli.

 Così, già nel 1914, emergeva il fenomeno dell’“infanzia randagia”, composta da bambini che avevano perduto i genitori o erano stati abbandonati da quelli; molti vennero raccolti dai soldati in mezzo alle case diroccate. Negli anni 1914-15 furono creati in molte città della Russia dei centri di distribuzione dove i bambini erano registrati e fotografati affinché, attraverso la pubblicazione sui giornali di nomi e fotografie, i genitori potessero riconoscerli. [...]

Il fenomeno dell’infanzia abbandonata, in seguito alla guerra civile, si aggravò profondamente. Dice, a proposito, Zenzinov:

 

Nel 1918 La Russia uscì dalla guerra, ma il calvario infantile non cessò per questo. Esso, al contrario, si fece ancor più tremendo, più tragico, perché l’iniziata guerra civile esigeva un numero ancora maggiore di vittime. […] Secondo le oscillazioni del fronte, la popolazione locale si trasferiva in folle enormi da un governatorato in un altro. In generale la guerra civile ebbe un carattere più accanito ancora della guerra esterna e produsse un maggior numero di vittime. Si aggiungano anche le epidemie e la disorganizzazione generale della vita, e finalmente la terribile carestia degli anni 1921-1922. Tutto ciò ebbe fatalmente una ripercussione sull’esodo interno e fece aumentare a dismisura il numero dei bambini abbandonati. Da quel momento il fenomeno dell’infanzia randagia divenne un fenomeno costante della vita russa.9

 

 

L’“infanzia randagia”, secondo Zenzinov, “nella sua essenza è prima di tutto fenomeno sociale, causato dalla somma delle calamità che la Russia ha dovuto sopportare negli ultimi quindici anni”.10

Alle cause analizzate si aggiungeva inoltre, in quegli anni, la disoccupazione degli adulti e dei ragazzi tanto nelle città quanto nelle campagne. I figli degli operai andavano così ad accrescere la moltitudine dei “randagi”. La stampa sovietica e i congressi attribuirono la crescente disoccupazione alla cosiddetta “sovrappopolazione agraria”, al fatto cioè che la popolazione delle campagne aumentasse più rapidamente dello sviluppo dell’industria. La gente si riversava nelle città che non erano in grado di assorbire una quantità così elevata di manodopera.

La “disgregazione delle famiglie” era un altro elemento chiamato spesso in causa quando si tentava di spiegare il fenomeno dell’“infanzia randagia”. I censimenti registravano casi di “famiglie senza capo” (una donna con figli, senza marito) e la diffusione della poligamia e della poliandria.

 A queste cause Zenzinov aggiunge i problemi finanziari del governo dei Soviet; l’esigenza di fare dei tagli economici, infatti, si ripercosse gravemente sul problema dei bambini abbandonati.

La difficoltà per il nuovo governo (posto di fronte a tante emergenze e impegnato nell’autodifesa) di dedicare sufficiente attenzione al problema dell’infanzia abbandonata, spiega probabilmente la creazione di due organizzazioni speciali: la Lega per la Salvezza dell’Infanzia, sorta nell’autunno del 1918 e fondata da associazioni private, e il Consiglio di Difesa dei Bambini, costituito per decreto del Consiglio dei Commissari del Popolo nel gennaio del 1919.

Zenzinov racconta che circa 3500 bambini ricevettero le cure della Lega alla quale i mezzi erano forniti clandestinamente dalle cooperative (che allora non erano ancora nazionalizzate).

Il Consiglio di Difesa dei Bambini, pur essendo a differenza della Lega un’istituzione dipendente dai Soviet, aveva inizialmente agito con una certa autonomia. L’opera più importante di quest’istituzione fu, secondo Zenzinov, la reintroduzione a Pietrogrado e a Mosca dei ragazzi che negli anni 1917-18-19 ne erano stati evacuati a causa della crisi economica. Il Consiglio creò un gruppo d’istruttori incaricati di raccogliere i bambini dispersi; una quantità enorme di loro si trovava lungo le strade ferrate. Il Consiglio di Difesa dei Bambini, però, non si occupava della loro educazione; il suo compito era quello d’attraversare con i propri treni “sanitari” le zone dove era cessata la guerra civile e di raccogliere i piccoli vagabondi. Quest’istituto, comunque, vigilava anche sull’esecuzione dei decreti riferiti ai bambini, come quello, ad esempio, che proibiva l’arresto dei ragazzi al di sotto dei 17 anni. Successivamente, il Consiglio di Difesa dei Bambini fu liquidato e al suo posto fu creata una Commissione straordinaria per l’Infanzia sotto la presidenza di Dzeržinskij.

Nonostante queste iniziative il numero degli orfani e dei “bambini randagi” continuava ad essere allarmante. Zenzinov descrive le masse di piccoli vagabondi che si spostavano verso il sud alla ricerca di calore e di cibo, e che piantavano degli “accampamenti” presso le stazioni dei grandi nodi ferroviari.  Gli organi locali raccoglievano quelle bande affamate e inferocite e le affidavano ai rappresentanti dell’Istruzione pubblica, anche loro incapaci di far fronte ad un’emergenza simile.

Parte dei ragazzi era accolta in Case per l’Infanzia destinate a ricevere 40-50 bambini, ma costrette a contenerne 150-200. La situazione qui era drammatica: 6-8 bambini dormivano nello stesso letto, mancavano gli utensili, i vestiti e le scarpe; per il freddo e per la scabbia, il corpo dei bambini si riempiva di piaghe infestate dai pidocchi. Dappertutto in quelle case si udivano grida e l’aria era impregnata dal fetore dei bisogni che, in assenza dei gabinetti, si trovavano nelle stanze. In questa situazione, ovviamente, non si poteva parlare d’alcun tipo di lavoro educativo o d’attività istruttiva. [...]

La crisi ebbe il suo apice nel ‘21, quando i danni della guerra uniti ad un anno di siccità generarono una grave carestia che dilaniò le campagne della Russia e dell’Ucraina.

 Zenzinov descrive le tragiche ripercussioni della carestia sulla popolazione in generale e sui bambini in particolare:

 

La carestia degli anni 1921-22 e i successivi anni della fame 1922-23 e 1924, lasciarono tracce che la vita non riesce ancora oggi a cancellare. Secondo le informazioni ufficiali, la penuria ha colpito la sesta parte della popolazione totale della Russia Europea. […] Le zone colpite erano: tutto il bacino del Volga (corso superiore e medio), le steppe di là del Volga, l’Ural e l’Ucraina. […] Si ritiene che la fame e le conseguenti epidemie abbiano ucciso da 1,250 mila a 3 milioni di persone e non meno d’un milione fuggì dal territorio flagellato dalla carestia. […] Si può immaginare come il danno della carestia ricadesse sulla parte più debole della popolazione, sui bambini! E fu precisamente la pietà per i bambini e per l’avvenire del paese, che provocò il soccorso internazionale agli affamati in Russia, il quale nel 1921, hanno prestato gli Stati Uniti e molti paesi d’Europa.12

 

Questo flagello contribuì enormemente ad alimentare il fenomeno dell’“infanzia randagia”. Zenzinov racconta che nelle zone devastate dalla carestia molti bambini fuggivano a caso, nella disperata ricerca di un pezzo di pane e spesso perdevano i loro genitori. Molti di questi, invece, abbandonavano volontariamente i propri figli per essere più liberi nella ricerca del cibo; talvolta portavano i loro piccoli negli istituti, ma spesso li lasciavano furtivamente in mezzo alla strada.

Come testimonianza di quel clima di disperazione e impotenza, Zenzinov riporta un articolo intitolato Non dimentichiamo i bambini (Pravda, n° 168, 1921).

 

A Saratov, sulla riva del Volga, sotto le barche e in tutti i luoghi adatti, si è stabilita una nuova popolazione che sempre aumenta: sono alcune migliaia di fanciulli interamente abbandonati…Nessuno ha cura di loro, nessuno dà loro da mangiare. Vivono d’elemosina, dei proventi del furto e della prostituzione. Non si sa dove collocarli. Siamo in presenza di una crisi, le nostre case d’infanzia da molto non si restaurano. Che cosa possiamo fare?13

 

 

Zenzinov riporta, poi, delle testimonianze agghiaccianti relative alla situazione delle case d’infanzia in quel periodo. In particolare cita l’articolo del dottor Nevzorov, intitolato I bambini dopo la guerra e la fame in Crimea, pubblicato nella rivista moscovita Krassnaia Nov (1923, vol. 5, agosto-settembre). Nell’articolo si parla dei ricoveri collettivi dove venivano ammucchiati i bambini affamati. Lì, secondo quanto racconta il medico, creature deliranti e agonizzanti si mischiavano ai cadaveri dei loro compagni e avvenivano, non di rado, casi d’antropofagia e di necrofagia. Zenzinov conferma questi fatti orribili che furono registrati dai testimoni, costatati nei processi verbali ufficiali, nei rapporti dei medici e nelle testimonianze degli stranieri. [...]


II. Makarenko e i besprizornye

 
2.1 Profilo di Makarenko32

Anton Semënovič Makarenko nasce a Belopol’e (Ucraina) nel 1888, da una famiglia operaia. Vitalij S. Makarenko, nelle sue Memorie incentrate sulla figura del celebre fratello, scrive così, a proposito della loro infanzia:

 

Tutti i biografi di Antonio Semënovič cominciano la storia della nostra famiglia con Belopol’e. Ciò non è propriamente esatto; infatti prima del soggiorno a Belopol’e  papà aveva lavorato alcuni anni a Krjukov, dove c’era una specie di piccola officina per la riparazione dei vagoni ferroviari. […] Io credo che la primogenita della nostra famiglia sia stata Serafina, che è morta ancora lattante. In ogni casa mia sorella Saša (Alessandra), nata nell’aprile del 1881, venne alla luce a Krjukov. Perciò si deve collocare il trasloco della famiglia a Belopol’e, più o meno nel periodo che va dall’estate 1881 al 1885. Ivi sono nati Antonio nel 1888,  Natalja nel 1891 e io, il più piccolo, nato nel 1895. […] A Belopol’e noi non abitavamo propriamente in città, ma nel cosiddetto alloggiamento (“Siedlung”) che era sorto a poco a poco attorno alla stazione ferroviaria e dove si erano stabiliti soprattutto i dipendenti delle ferrovie. Lì si trovavano le officine, dove lavorava babbo, e lì era anche la scuola biclasse dei ferrovieri che frequentò Antonio. […] Là, in quel rione, in una piccola abitazione affittata da un certo Micha, nacque nel 1888 un po’ inaspettatamente il futuro pedagogo A. S. Makarenko. Scrivo “inaspettatamente”, perché egli vide la luce circa tre settimane in anticipo. […] Fin dalle prime settimane si costatò che Antonio era un bimbo malaticcio, debole e, in particolare, scrofoloso. […] gli anni dell’infanzia e della fanciullezza furono come una catena ininterrotta di sofferenze fisiche. Tutto ciò se non ha mai posto in pericolo la sua vita, era certo terribilmente penoso. […] Lo stato di salute di Antonio migliorò verso i 7-8 anni, ma la sua malattia non guarì mai del tutto. […] Naturalmente mamma ne sopportava il maggior peso. […] L’onere gravava dunque completamente su di lei e dal 1893, dopo che Nataša cadde dal letto e rimase per tutta la sua vita paralizzata (le gambe si atrofizzarono), dovette curare questa infelice ragazza. […] Antonio non ha mai preso parte ai nostri giochi di ragazzi, anzi propriamente lo sento molto poco presente nei miei ricordi infantili. […] In occasione dell’ampliamento della rete ferroviaria furono costruite anche a Krjukov enormi e modernissime officine di riparazione, […] per cui anche mio padre, con altri lavoratori, fu di nuovo trasferito e precisamente nel dicembre del 1900. […] Krjukov ci sembrò, pur con tutte le sue deficienze, quasi come una capitale. […] La casa dei Mironov, in misura ancora maggiore della casa degli Skal’kovsij a Belopol’e, era una vera repubblica, un mondo intero nello Stato di Krjukov. Ma che mondo incolto, arretrato, piccolo-borghese, terribilmente cupo e noioso! […] Ma là successe che Antonio, a poco a poco, divenne il bersaglio di tutti gli scherzi possibili e non sempre innocui e di tutte le beffe. […] Si deve collocare in questo tempo (1903-1904) l’inizio della grande amicizia tra Antonio e un suo compagno di classe, nella scuola della città, un certo Calov (o Salov). […] Come mi raccontò Antonio questo Calov è stato il suo unico vero amico (tra i maschi). Ben deciso ad impegnarsi come rivoluzionario, aveva tentato di convincere anche Antonio a seguire il suo esempio. Ma Antonio aveva rifiutato.33

  

Diplomatosi in un corso magistrale accelerato, Anton diviene assistente maestro a 17 anni, poi frequenta l’istituto pedagogico ucraino, divenendo maestro principale (direttore didattico). La rivoluzione lo trova partecipe entusiasta e ammiratore delle opere di Maxim Gor’kij, famoso autore socialista. A questi Makarenko invia degli scritti poiché la sua aspirazione giovanile è quella di fare il narratore, ma Gork’ij lo scoraggia dicendogli che la rivoluzione ha bisogno più d’educatori che di scrittori. Vitalij S. ricorda così quegli anni:

 

Tutte le volte che penso ad Antonio me lo ricordo sempre con qualche libro in mano. Disponeva di una formidabile memoria e la sua capacità d’assimilazione era pressoché illimitata. Senza esagerare si può dire che egli era allora il più colto tra i 10000 abitanti di Krjukov. […] La più grossa disgrazia nella vita di Antonio e, se si può dire così, la sua tragedia era il fatto di essere una persona non di bell’aspetto. […] Eppure egli stesso s’innamorava daccapo ogni 6 mesi, e non soltanto platonicamente, ma con un’intransigente pretesa di contraccambio. […] nel 1907-8 tramutò in misantropia il suo atteggiamento. […] Era costantemente raccolto, chiuso, serio, talvolta persino malinconico e taciturno. […] in modo del tutto sorprendente […] egli trovò un amico o più esattamente un’amica, con la quale unì la sua vita per vent’anni interi. […] Babbo esigeva categoricamente o di rompere immediatamente quella relazione o nel peggiore dei casi di procurare il divorzio del pope e sposarne la moglie. […] Di fatto Antonio prese la sua scrivania e i ritratti degli scrittori e si trasferì in una camera che aveva affittato in città. […] infine la sua amica lasciò il pope. Si decise che anche lei sarebbe diventata maestra. […] Quasi tutti i biografi di Antonio […] ne fanno l’iniziatore delle attività extrascolastiche come rappresentazioni teatrali, orchestra, giochi, passeggiate, piantagioni di alberi, ecc. In realtà Antonio e i suoi colleghi si sono semplicemente limitati all’insegnamento, vale a dire a 5 ore ogni giorno e questo era tutto. […] Inoltre io posso giudicare come Antonio si sia comportato alla scuola elementare di Krjukov dal momento che all’inizio del 1906 io cambiai la scuola della città con quella dei ferrovieri, entrando nel terzo anno, vale a dire nella classe di Antonio. […] Nel 1910 circa si costituì attorno ad Antonio un circolo d’intellettuali […]. Si discuteva fino all’esaurimento, specie di letteratura, ma Antonio era insuperabile. Talvolta si cantavano canzoni, persino rivoluzionarie; le autorità chiudevano un occhio. […] Diventò impossibile lavorare a Krjukov e nel 1911 Antonio si fece trasferire alla scuola dei ferrovieri presso la stazione di Dolinskaja. […] La nostalgia e la noia che regnavano a Dolinskaja venivano annegate in un mezzo di antica sperimentazione: nel vino. […] Nel 1914 Antonio entrò nell’Istituto per insegnanti appena aperto a Poltava. Per lui cominciò un bel periodo di tre anni, di lavoro intenso, ma al tempo stesso una povera vita da studenti. […] Venne la guerra. […] Alla fine del 1916 fu chiamato Antonio e precisamente come recluta della milizia mobile di seconda categoria, per la preparazione militare in un’unità di fanteria, ed egli andò a Kiev dove fu sorpreso dalla rivoluzione di febbraio. […] Come la cooperativa, l’organizzazione militare, la bandiera e l’orchestra, così anche questo circolo (dramatičeskij Kružok im. V. G. Korolenko) fu una creatura mia. […] Che uomo cortese, di buon cuore e magnanimo fosse Antonio lo dimostra l’esempio dei suoi rapporti con l’“AKO”. “AKO” era l’abbreviazione di Associazione degli ufficiali di Krjukov […]. L’ultima iniziativa che Antonio realizzò a Krjukov fu l’organizzazione della prima brigata di lavoro della scuola dei ferrovieri di Krjukov […].  Questo avvenne nella primavera del 1919 e fu un completo insuccesso. […] In agosto Mkrjukov era già occupata dall’armata dei volontari. I nuovi governanti non hanno neppure degnato di uno sguardo la nostra scuola, ma Antonio ne ebbe in qualche modo paura, abbandonò tutto e andò a Poltava.34

 

Nel 1920 a Makarenko viene affidata la direzione di un istituto di rieducazione per ragazzi traviati o abbandonati (da questo tipo di esperienza egli ha tratto le sue opere più conosciute come il Poema pedagogico e Bandiere sulle torri).

La guerra, i moti rivoluzionari e controrivoluzionari, la grave crisi economica, avevano lasciato in URSS un elevato numero d’orfani e di sbandati, che alimentarono il fenomeno della delinquenza minorile. Le autorità sovietiche decisero di affidare la direzione di queste colonie a educatori come Makarenko. Anton Semënovič, quando comincia il suo compito, non ha in mente una chiara linea pedagogica; i suoi principi si vanno sviluppando nel corso dell’esperienza vissuta.

Nel suo universo ideale troviamo delle opposizioni polemiche: alla pedagogia accademica, alla visione spontaneistica dello sviluppo, e alla scienza positiva del bambino (pedologia) che pretende di fornire indicazioni sufficienti alla pratica educativa.

Makarenko mostra, invece, un’adesione incrollabile ad una prospettiva pedagogica in armonia con la linea marxista - sovietica. Ciò traspare nei motivi fondamentali del suo pensiero. Vi troviamo, infatti, una profonda saldatura tra teoria e prassi, nel senso che bisogna estrarre la teoria dalla somma dei fenomeni reali. E’ evidente in Makarenko anche una quasi identità tra atto politico e atto pedagogico, giacché entrambi sono connessi all’idea di trasformazione: la politica è il campo che offre all’educazione i fini concreti, strettamente legati alle necessità sociali, alle aspirazioni del popolo sovietico, e agli obiettivi della rivoluzione. L’uomo non è chiuso da nessun determinismo precostruttivo, non c’è un sistema normativo da rispettare, né potenzialità innate dell’individuo da sviluppare; esiste solo un uomo nuovo da creare. L’ordine soggettivo viene sostituito in questo contesto da un ordine oggettivo; nella coscienza deve essere radicato un profondo senso della partecipazione ad un’oggettività storico - politica che trascende il singolo.

L’organo deputato alla realizzazione di questo impianto pedagogico è il collettivo. Il collettivo è una specie di società sovietica in miniatura, un gruppo di lavoratori uniti da un fine unitario, un gruppo d’organi dipendenti disciplinati e responsabilizzati. Makarenko ha organizzato le colonie da lui dirette nella forma del collettivo, caratterizzata da alcuni tratti fondamentali: vita in collegialità; convivenza d’educatori, ragazzi e personale esecutivo e amministrativo; organizzazione in reparti e gruppi di lavoro; autosufficienza economica; auto-amministrazione.

Analizzando più in particolare questi aspetti, possiamo dire che il collettivo è un’unità di produzione economica, che provvede al mantenimento dei suoi membri. E’ anche, però, un’unità culturale caratterizzata da una “liturgia” (parate, schieramenti, ecc.), da abitudini stabilizzate e valori solidi, per questo si parla di uno ‘stile’ del collettivo. Non bisogna pensare, però, che si tratti di un nucleo chiuso nella propria attività, e nelle proprie abitudini: esso partecipa alle mete della società politica, è aperto verso il futuro, non si adagia sulle conquiste fatte, ma tende a progredire proponendosi sempre nuove prospettive. Un altro aspetto fondamentale del collettivo è che l’intervento pedagogico sul singolo è sempre mediato attraverso il coinvolgimento dell’intero gruppo.

Le caratteristiche fin qui analizzate non sono presenti fin dall’inizio nel collettivo, ma sono spesso il frutto di crisi e ostacoli che si presentano durante il suo processo d’evoluzione. Ciò si evince da molte pagine del Poema pedagogico in cui viene descritta la continua lotta contro il riaffiorare del vecchio uomo. Questo pericolo rende necessarie delle azioni estreme che provocano una crisi da cui si genera una catarsi; tale processo di crisi e purificazione può anche verificarsi spontaneamente.

Oltre a questa più nota attività di Makarenko legata alle colonie, c’è un suo pensiero pedagogico riguardante la famiglia che viene espresso nei Consigli ai genitori. Il suo punto di vista è che l’autorità dei genitori deve concretarsi più che nei discorsi, in un costume e in un’organizzazione familiare stabile; tale stabilità serve ad evitare il ricorso a castighi o premi continui. I genitori devono inoltre, promuovere la continuità tra il gioco e il lavoro, affidando delle responsabilità, e sorvegliando i mezzi disponibili al fanciullo. Si conferma, insomma, lo spirito della pedagogia di Makarenko, il privilegio da lui accordato alle finalità oggettive e sociali, l’importanza del lavoro e dell’organizzazione in ogni dimensione sociale.     


2.4 Poema pedagogico di Anton S. Makarenko e dintorni: le giornate di L’Aquila

Nel 1999 una ricerca interuniversitaria su Storia e storiografia dell’infanzia a cura dell’Unità di ricerca di Roma/La Sapienza (coordinatore prof. Nicola Siciliani de Cumis, collaboratori Dr. Dorena Caroli, Dr. Pier Paolo Farnè, prof. Domenico Scalzo) si è proposta di introdurre alla lettura del Poema pedagogico di Anton S. Makarenko, come romanzo di educazione e al tempo stesso documento storico e strumento formativo. E’ stato posto il problema dei nessi tra la pedagogia di Makarenko e il contesto, tra l’immaginazione e la realtà dell’infanzia abbandonata negli anni Venti-Trenta. L’idea centrale della ricerca (intitolata, appunto, Poema pedagogico di Anton S. Makarenko, e dintorni) è che un’opera particolare come il Poema pedagogico, può essere letta da due punti di vista: come fecondo ed esemplare documento dell’epoca, d’indiscutibile valore storico e storiografico, e come strumento di lavoro pedagogico, ancora oggi utile e stimolante.

Le giornate di L’Aquila sono state dedicate parallelamente ad una rilettura approfondita del Poema pedagogico per sviscerarne la filosofia di fondo, e ad indagini di contesto che hanno utilizzato le fonti e, su un altro piano, la stampa quotidiana e settimanale dei nostri giorni. Ne sono emerse, tra le altre, le seguenti riflessioni, integrate con ulteriori sviluppi dell’argomento tratti da Archivi d’infanzia. Per una storiografia della prima età (Milano, La Nuova Italia, 2001).

 

 

• Tra letteratura e realtà

 Il Poema pedagogico racconta gli sforzi di un giovane maestro sovietico per rimettere in funzione nel settembre del 1920 (il tempo di Wrangel e della guerra polacca, quando per tutta l’Ucraina vagavano i banditi e regnavano dappertutto la fame e la miseria) una colonia per la rieducazione dei delinquenti minorenni, esistente fino al 1917 presso Char’kov.

Il compito arduo è quello di guidare e educare questi giovani abbandonati (bezpryzornye) e trasgressori della legge (pravonarušitely) per lo più analfabeti, privi di scrupoli e con un passato di furti e rapine a mano armata. Nel collettivo Makarenko trova il sistema per riscattare i ragazzi, dando loro un lavoro e una prospettiva. Il principio pedagogico a cui egli s’ispira è il riconoscimento che il vero stimolo della vita umana è la gioia del domani. Educare l’uomo significa sviluppare in lui la capacità di realizzare la sua gioia nella prospettiva del lavoro collettivo.

Il Poema pedagogico è, quindi, la storia di una crescita umana complessa: fisica, mentale, culturale, economica, morale e civile; nel racconto si riflette, tra cadute e salti di qualità educativi, il clima formativo di quell’epoca.


• L’infanzia nel Poema Pedagogico

Il prof. Nicola Siciliani de Cumis evidenzia la “presenza continua ed evidente dei bambini63 nel Poema Pedagogico e la differenziazione di livelli d’età per cui i personaggi di 10, 12 anni non sono confusi con quelli di 14, 15. A questo scopo Makarenko usa espressioni diverse: bambini (deti), ragazzini, maschietti (pacany, mol’čiški), piccoli (malye). Lo stesso concetto d’infanzia (detstvo) ha un’accezione molto varia nel romanzo e si carica di valenze negative quando si parla di “pedologia”, la pedagogia di Rousseau. E’ fondamentale in questo contesto

 

il valore metaforico della dimensione infanzia, che si attaglia sia all’attività pedagogico/antipedagogica makarenkiana, sia alla stessa pratica dello stare scrivendo questo romanzo “sperimentale”: in tal senso e alla sua maniera una vera e propria “scrittura bambina”.64

 

 

L’idea di procedimento per prove ed errori, è legata ad una delle interpretazioni più classiche del Poema Pedagogico, quella di Lukács, che invita a leggere il Poema in chiave di “accumulazione originaria della pedagogia socialista” e quindi di processo di formazione dell’uomo nuovo. Per trasformare quei ragazzi “moralmente deficienti” in uomini nuovi, Makarenko ricorre alla vergogna, alla catarsi e alla dimenticanza del loro passato. Solo attraverso questo procedimento, può avvenire una reale “rinascita” e “ricrescita”.

L’essenza metaforica del concetto d’infanzia non si ferma qui.

 

Se si segue passo dopo passo l’attenzione che nel Poema Pedagogico Makarenko rivolge all’infanzia e alle sue metafore, ci si accorge di precise insistenze e di variazioni di significato che ne arricchiscono ed articolano il valore, ben al di là della lettera. Così, per esempio, c’è nel corso della storia rievocata, dalle prime alle ultime pagine del libro, un’“infanzia” della vita materiale, economico-commerciale, culturale e artigianal-industriale (strutturale) della colonia, e c’è un’infanzia della sua vita culturale, morale, giuridica, estetica (sovrastrutturale), che viene via via progredendo tra crisi di crescenza, arretramenti, stasi, ovvero positive novità, avanzamento dello sviluppo, motivi di continuità e discontinuità e salti ed “esplosioni” e “scoppi”.65

 

 

C’è una continua corrispondenza tra la nascita e la crescita del collettivo e la formazione delle singole personalità che lo compongono. Attraverso un percorso fatto di ostacoli e cadute (dovuti per lo più al riaffiorare del vecchio) si costruisce e afferma il collettivo e si forma l’uomo nuovo.

All’interno del collettivo hanno un ruolo particolare i più piccoli che sono “la primaria materia umana, formativa, del Poema Pedagogico”,66 i più propensi ad occuparsi delle iniziative “sperimentali” della colonia. Essi rappresentano l’espressione di una formazione continua, dell’inarrestabile rinnovarsi del collettivo;

 

sono il frutto di una tradizione e il seme di una prospettiva; e dell’una e dell’altra offrono, come gruppo generazionale misto, il profilo formativo più alto. Più ricco di storia ed insieme di possibilità di sviluppo.67

 

• Lettere di besprizorniki.

 Nell’attuale panorama degli studi sull’infanzia abbandonata nell’URSS degli anni Venti-Trenta, la Caroli offre dei risultati molto interessanti e originali.75 Le sue analisi partono dal presupposto che, tra le società del ventesimo secolo, quella sovietica è stata la prima che ha dovuto affrontare un problema sociale di tale gravità.

 

Le cause di questo fenomeno sociale furono numerose. Alle conseguenze della Grande guerra si aggiunsero in Russia dapprima due anni di guerra civile (dal 1918 al 1920) e la terribile carestia ucraina che, l’anno seguente, fece circa cinque milioni di vittime. Circa due milioni di bambini abbandonati (besprizornye) rappresentavano una cifra enorme per quello che avrebbe voluto e dovuto diventare lo Stato sociale per eccellenza. Questa diaspora di bambini sul territorio dell’URSS colse impreparato il giovane Stato che si era appena accinto ad elaborare una politica sociale. La presenza di bambini abbandonati e delinquenti nelle città della Russia provocò una moltitudine di rappresentazioni dei besprizornye: bambini illegittimi, orfani o abbandonati, mendicanti, vagabondi e hooligans della capitale zarista che il nuovo governo rivoluzionario si proponeva di prendere sotto la sua tutela dopo il 1917; orfani affamati originari della località della carestia nelle quali avevano perso la famiglia e la casa e talvolta anche i fratelli; giovani delinquenti definiti “pericolosi per la società” accusati di furti di cibo, spesso recidivi; bambini lasciati sulla strada, trascurati dalla famiglia, “nemica di classe” alla fine degli anni Venti; adolescenti che evadevano dagli orfanotrofi per rubare da mangiare o per sfuggire alle violenze del personale di queste istituzioni all’inizio degli anni Trenta.76

 

 

Sono immagini diverse che appartengono però all’unica realtà di bambini ai margini della vita sociale. La Caroli spiega come, dopo la Rivoluzione, tutti i discorsi e le istituzioni relativi ai besprizorniki, appartenessero a due tendenze opposte: la prima, ispirata dalla fiducia nell’educazione dei bambini abbandonati e dei giovani delinquenti, dava la priorità alla creazione di un sistema preventivo; la seconda, rilevando la pericolosità del fenomeno, chiedeva invece l’adozione di misure più repressive. Vinse la linea più morbida della prevenzione. Il Commissariato del popolo all’educazione (Narkompros) fu incaricato di controllare e gestire le istituzioni d’assistenza, volte all’educazione e al reinserimento dei giovani vagabondi.

Dopo la Rivoluzione, il progetto d’assistenza generalizzata si scontrò con la crisi economica. In seguito alla carestia del ‘21 il problema dei besprizorniki fu oscurato dall’urgenza di sottrarre tutti i bambini alla fame e all’epidemia.

Le fonti degli anni Venti relative agli orfanotrofi e ai riformatori non ci danno un’idea chiara delle varie riforme attuate in quegli anni, né è possibile una ricostruzione fedele dei dati statistici sulla quantità di bambini presenti negli orfanotrofi.

Per entrare nel vivo del fenomeno la Caroli ha utilizzato due corpus di autobiografie: quelle scritte dai bambini abbandonati dal 1922 al 1923 e quelle incluse nelle lettere inviate dai bambini, tra il 1929 e il 1936, a Nadežda K. Krupskaja (moglie di Lenin), a Stalin, a Michajl I. Kalinin, al Comitato Centrale (VCIK) e alla Commissione Centrale per il miglioramento della vita dei bambini presso il Comitato Centrale.

 La prima antologia di autobiografie di bambini abbandonati risale al 1925 e s’intitola Racconti di sé dei besprizornye. Sono racconti autobiografici raccolti da A. Grinberg nel periodo in cui lavorò come educatrice presso gli istituti Pokrovskij e Začat’ev di Mosca tra 1922 e 1923. In quest’ultimo orfanotrofio lavorò e raccolse autobiografie anche O. Kajdanova. Si tratta di due testimonianze utilissime per comprendere la realtà dei besprizoniki, e le ragioni dei loro comportamenti.

Il 1924 fu un anno importante nella riforma dell’educazione dei ragazzi abbandonati; furono attuate una grande riforma degli orfanotrofi e una serie di misure volte al reinserimento dei besprizorniki nella società. Le autobiografie erano destinate, perciò, a cambiare la mentalità delle persone nei confronti di questo fenomeno; era necessario che tutti comprendessero il ruolo del condizionamento dell’ambiente sul comportamento dei bambini di strada. Inoltre,

 

questi scritti erano animati anche da un desiderio di conoscere in che modo i bambini avessero recepito i cambiamenti rivoluzionari, quali tracce della società passata rimanessero nelle loro menti e in che misura essi stessero assimilando la nuova cultura comunista.77

 

Le raccolte si dividevano in tre sezioni: nella prima c’erano gli scritti che parlavano dei grandi cambiamenti post-rivoluzionari; nella seconda quelli relativi agli episodi di conflitto nella vita dell’istituto; la terza, infine, raccoglieva le composizioni relative a ricorrenze ed attività politiche.

Il primo gruppo abbraccia l’ampio arco delle esperienze familiari e sociali dei bambini (esperienze spesso legate alla morte dei genitori, al lavoro precoce e al vagabondaggio).

Una bambina il cui padre era stato ucciso dalle guardie bianche in Ucraina e la cui madre era morta di tisi, descrive così il terrore rivoluzionario.

 

Quando cominciò la Rivoluzione del 1917 le industrie facevano sciopero e allora morirono molte persone. I cosacchi passavano e uccidevano il popolo. Mio padre era comunista e lottò per liberare il popolo. Ad un certo momento, mio padre e molti altri operai furono messi con le spalle al muro. Ma quando il comandante ordinò di fucilare gli operai, i soldati alzarono i fucili in alto e non spararono sugli operai. […] il giorno dopo l’esercito non c’era più. Quando cominciò la grave carestia da Pietrogrado andammo in Ucraina. Viaggiammo 16 giorni interi e per il cammino soffrimmo la fame […]. Arrivammo in Ucraina e cominciammo a vivere là. Mio padre andò in fabbrica. Era difficile vivere là. Mio padre entrò nel partito quando un bel momento lo uccisero […].78

 

 

Le esperienze che hanno portato i bambini che scrivono alla delinquenza e al vagabondaggio sono molto simili. E’ significativo quello che scrive uno di loro a proposito della sua progressiva caduta nell’ “inferno”:

 

Sono nato in una famiglia non molto ricca. Ho perso molto presto mia madre. Non avevo ancora sei anni e non conoscevo più le carezze di mia madre. Mio padre, impiegato in un ufficio, mi dedicava poca attenzione e crebbi senza custodia fino alla Rivoluzione. Nel 1917 morì mio padre e tutte le nostre cose furono rubate dai miei vicini. Ed ecco che mi trovai sulla strada senza saper lavorare, e cominciò per me la vita piena egli orrori della guerra civile. La fame e il freddo mi spinsero di luogo in luogo. Nel 1919 cominciai a lavorare nello zuccherificio, lavorai due mesi ad una macchina poi la macchina si fermò. Ed andai in Siberia. Ed ecco che in Siberia fui colto dalla carestia.79

 

D. Konstantinov, di sei anni, racconta di essere finito nell’orfanotrofio con i suoi quattro fratelli dopo la morte dei genitori e l’avvento della carestia. Prima di essere internato nell’orfanotrofio aveva vissuto per un certo periodo sulla strada.

Un altro bambino descrive la tragiche ripercussioni della carestia sulla sua vita:

 

Andai a lavorare come operaio nella fabbrica di pelle nella quale piegai le mie ossa […]. In seguito cominciò una grave carestia e dovetti andare dove mi portarono le gambe. Ed ecco che andai a Vjatka e là vissi per due settimane intere. Vi dirò come vivevo. Vagavo per treni e per vagoni, mi nutrivo molto male, mangiavo solo una patata. In seguito pensai di andare a Mosca e decisi di prendere il primo treno che passava […]. E così giunsi a Mosca nella stazione di Jaroslavl’ e andai subito in città a chiedere l’elemosina perché ero affamato. Così vissi per un mese a Mosca. Mi imbattei in un centro di smistamento e di là mi condussero nell’Istituto Pokrovskij.80

 

 

Fra le autobiografie del secondo gruppo – quelle che descrivono la vita interna dell’orfanotrofio – si trovano spesso racconti di liti fra i bambini, causate soprattutto dalla fame e caratterizzate da una certa violenza.

 Nei racconti del terzo gruppo – quello legato agli aspetti politici – si trovano dei racconti sulla Rivoluzione, sul governo sovietico e sulla visita alla tomba di Lenin.

La Caroli cerca, inoltre, di ricostruire la vita dei besprizorniki nel primo decennio del regime comunista, attraverso le lettere inviate dai bambini abbandonati alle autorità di governo e ai membri di partito. Le lettere contenevano spesso proteste contro le condizioni degli orfanotrofi e la rivendicazione di diritti quali, la casa, il cibo, il lavoro e l’istruzione. Dice, a proposito, la Caroli:

 

Fonti d’archivio completamente inedite, queste lettere e richieste (zajavlenia), si fanno sempre più frequenti fra gli atti amministrativi verso la fine degli anni Venti e diventano un vero e proprio strumento di rivendicazione sociale contro le ingiustizie causate dalla politica di sviluppo del Partito e dalla burocratizzazione delle istituzioni […]. La decina di lettere scelte fra una raccolta assai ampia è stata suddivisa sulla base di due questioni principali, studiate dalla fine degli anni Venti alla metà degli anni Trenta: gli orfanotrofi e la persistenza della besprizornost’, e la condizione d’abbandono dei bambini all’interno della famiglia.81

 

 

Infatti, né gli orfanotrofi né le famiglie erano in grado di sottrarre i bambini al vagabondaggio, all’elemosina, allo sfruttamento e, più in generale, all’emarginazione sociale.

Non sappiamo fino a che punto le lettere fossero il frutto di una reale consapevolezza dei bambini e quanto invece fossero presenti le intenzioni e i pensieri degli adulti. In ogni caso è evidente che la scrittura rappresentava un intermediario importante (forse l’unico) tra la società e le autorità supreme.

Da queste lettere emergono alcuni interessanti aspetti della vita negli orfanotrofi dagli anni Venti fino alla metà degli anni Trenta. I racconti dei bambini mostrano come, gran parte degli interventi in favore degli orfanotrofi e dei besprizorniki, fossero bloccati dalle priorità e dalle emergenze legate alla gravissima crisi finanziaria. Dal 1925 furono varate alcune disposizioni volte alla sistemazione dei bambini presso contadini e artigiani, e all’avviamento professionale degli adolescenti in scuole d’apprendistato. Ma il reinserimento sociale dei ragazzi provenienti dagli orfanotrofi non ebbe il successo sperato; infatti “nel 1927 si contavano sulle strade ancora 30 mila besprizornye”.82 Nelle lettere finora consultate, inoltre, non si trova traccia della tanto auspicata educazione politecnica, comprendente l’istruzione scolastica, la formazione professionale, l’educazione socio-politica e l’autogestione.

Nadežda K. Krupskaja denunciò quest’inadempienza e in generale le spesso discutibili condizioni di vita all’interno degli orfanotrofi. Le riorganizzazioni di questi istituti, d’altra parte, erano temute dai bambini, che rischiavano di ritrovarsi sulla strada. Scrive a proposito, rivolgendosi alla Krupskaja, un bambino di tredici anni:

 

Ho ricevuto la vostra cartolina di cui sono molto scontento. Attualmente ho 16 anni. Lei ha detto che per l’età non sono più adatto all’orfanotrofio. I ragazzi che vagano per la strada e rubano nei mercati vengono presi negli orfanotrofi ma non vogliono studiare. Invece io ho una gran voglia di studiare. […] Non voglio andare per la strada e perché non mi tocchi di vagabondare, allora rivolga l’attenzione a me e mi mandi in un orfanotrofio di Mosca.83

 

Molto significativo è il gruppo di lettere inviate a M. I. Kalinin con la richiesta d’aiuti materiali. Era, infatti, la carenza dei beni di prima necessità a spingere spesso i besprizorniki alla fuga.  La Caroli afferma, però, che

Si trattava solamente di un discorso che dissimulava le cause reali di questo fenomeno, perché l’80 % dei bambini non era evaso, ma si era trovato sulla strada molto probabilmente in seguito al trasferimento o addirittura alla chiusura degli orfanotrofi da parte delle amministrazioni locali.84

 

 

Furono elaborate in quel periodo diverse misure volte al riassetto degli orfanotrofi. Gli scopi prioritari erano: la formazione di gruppi omogenei di bambini all’interno degli istituti; la preparazione e il miglioramento degli educatori; il potenziamento della formazione al lavoro. Dall’inizio degli anni Trenta vennero preparate anche altre misure come la creazione di colonie agricole e l’organizzazione di corsi d’apprendistato agricolo (da trasformare in seguito in scuole-industrie, scuole-fabbriche e sovchozy meccanizzati d’apprendistato produttivo).

Nel 1932 una nuova ondata di besprizornye era stata prodotta dalle deportazioni seguite alla collettivizzazione, dall’afflusso dei contadini nelle zone industrializzate e dalla nuova carestia del 1932-33. Gli interventi legislativi si basarono sui finanziamenti e sulle misure sanitarie. Dalle lettere di questo periodo risulta che le condizioni dei besprizorniki internati negli orfanotrofi (quasi 200.000 nel 1935) non fossero molto migliorate. Nadežda K. Krupskaja reagiva alle lamentele dei bambini accusando gli educatori di sabotaggio. L’11 maggio del 1935, i bambini dell’orfanotrofio di Kozel’sk le scrivevano:

 

Salve, cara Nadežda K. Krupskaja. Le scriviamo una lettera. Ci nutrono molto male. […] Svestiti, ci cacciano sulle strade per due ore come se dovessimo andare al cinema. […] Facciamo il bagno una volta al mese, talvolta ogni due.85

 

 

I ragazzi che scrivevano si lamentavano della scarsa qualità dei pasti, della mancanza dei vestiti e, a volte, dei maltrattamenti subiti. Caroli fa notare che

 

A partire dal 1936 molte lettere inviate dagli scolari cambiavano tono sia a causa di una relativa ripresa economica, sia a causa dell’adozione di nuove strategie pedagogiche comuniste. Informavano la Krupskaja dei buoni risultati scolastici, della sfida dei bambini nella cosiddetta “gara socialista” per raggiungere buoni voti, ringraziavano per la costruzione della scuola nuova, chiedevano consigli per organizzare una stanza dedicata ai “compagni Lenin e Stalin”.86

 

 

Dall’analisi di un altro gruppo di lettere, emerge come all’inizio degli anni Trenta, anche molti bambini che avevano una famiglia vivessero in uno stato di semi-abbandono. Infatti, oltre agli orfani della grande guerra, della guerra civile e della carestia, si trovavano in condizioni d’estrema precarietà anche molti bambini con uno o entrambi i genitori. In questo caso le lettere erano caratterizzate dalla rivendicazione dei diritti fondamentali dei bambini e dei loro genitori in nome della Rivoluzione, dal sacrificio pagato durante la guerra civile e dal dissenso verso alcuni aspetti del regime. L’ipotesi di una probabile partecipazione degli adulti nella stesura di queste lettere, è avvalorata dall’assenza d’aspetti come i conflitti generazionali e i maltrattamenti all’interno delle famiglie. Le richieste più frequenti, in queste lettere, sono legate agli aiuti materiali, alla possibilità di andare a scuola e alla restituzione del diritto di voto ai propri genitori. Scrive, ad esempio, un ragazzo orfano di padre alla Commissione Centrale, il 7 aprile 1930:

 

Mio padre è morto nel 1919 sul luogo di lavoro, nei laboratori di Kazan’. Ora sono quasi affamato, non guadagno niente. Mi capita di andare a rubare per forza perché né io né la mia famiglia abbiamo niente da mangiare. Sono iscritto all’ufficio di collocamento già da un anno e non riesco a trovare lavoro. […] Chiedo alla Commissione Centrale di aiutarmi in modo che io non finisca sulla strada […].87

 

 

Tra le lettere che contengono richieste d’aiuti materiali, alcune forniscono importanti riferimenti storici. Si accenna, ad esempio, alla penuria alimentare che rese necessario un sistema di razionamento per il pane e i beni di prima necessità e ci sono riferimenti alla campagna di requisizioni volta a combattere la crisi cerealicola del 1928.                      

                                                                                                   

                                             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.5 Makarenko oggi

Il prof. N. Siciliani de Cumis in un articolo intitolato Per una nuova edizione del Poema pedagogico di Makarenko, inserito nel numero 4 del 1997 di “Scuola e città” (mensile di problemi educativi e di politica scolastica), afferma la necessità di una nuova edizione italiana del celebre romanzo, considerando che, mentre in America e in quasi tutta l’Europa occidentale, il Poema pedagogico è stato edito e riedito più volte, in Italia la questione non ha avuto la stessa attenzione. Ciò contrasta, secondo Siciliani, con “l’uso responsabile di uno straordinario, […] insostituito patrimonio d’esperienza educativa.”88

In effetti, pur ammettendo l’impossibilità di de-storicizzare il Poema pedagogico proponendolo come modello universalmente applicabile, in un momento come questo, caratterizzato da profonde trasformazioni didattico-istituzionali e dalla complessità della problematica formativa, una rinnovata considerazione del romanzo in questione sarebbe di grande utilità.

Bruno Bellerate, in un suo scritto intitolato A. S. Makarenko oggi, ci offre un’analisi interessante del valore che possono avere oggi il pensiero e l’opera di Makarenko. Così introduce la sezione intitolata Il “sistema pedagogico” makarenkiano e la sua attualità:

 

A proposito della pedagogia dell’autore si sono prospettate interpretazioni diverse e contrastanti fin dagli anni ’60, quando nel simposio di Vlotho del 1966, il primo internazionale in occidente, L. Froese, professore a Marburg e uno dei promotori, disse che le tesi makarenkiane si potevano vedere come il prodotto di una riflessione o in quanto comunista o nonostante che fosse comunista o, infine, pur essendo comunista.

Gli studiosi si sono potuti classificare secondo tali categorie fin quasi alla caduta del comunismo, quando si è poi progressivamente assottigliato il loro numero. Oggi sono spariti, di fatto, sia i propagatori che i detrattori “d’ufficio” del pensiero makarenkiano; continuano ad interessarsene gli storici, i teorici e anche gli operatori che, al di là da ogni pregiudizio, cercano o la verità o strade percorribili per un’educazione efficace. Specie nei casi più difficili.89

 

 

La complessità e la vivacità del pensiero makarenkiano, rendono difficile il raggiungimento di una sostanziale convergenza tra le varie interpretazioni. Le posizioni s’incontrano, comunque, nel ritenere che le singole tesi del pedagogista sovietico, pur essendo frutto d’esperienza, consentono una loro interconnessione, acquistando sistematicità e globalità.

Secondo Bellerate l’attuale emarginazione di cui è stato fatto oggetto Makarenko in Italia, ha confermato una forte soggezione alle “mode culturali”, e ciò è ingiustificabile in quanto,

 

un autore non solo del nostro secolo, ma vissuto in situazioni tanto drammatiche e, d’altro lato, creative, quali erano postulate da un successo rivoluzionario, meriterebbe una maggiore attenzione.90

 

 

Concludendo il suo scritto, Bellerate tenta di rispondere a tre quesiti riguardanti rispettivamente la storicità degli scritti makarenkiani, la loro coerenza e l’eredità che ne possiamo trarre.

 Riguardo la storicità del Poema pedagogico e delle altre opere, Bellerate ritiene che si debba riconoscere in esse una certa idealizzazione, dovuta ad interferenze di ordine letterario e a motivazioni di carattere teorico. L’autore cercava, infatti, una dimostrazione d’educazione socialista attraverso il racconto romanzato di quanto sarebbe successo nelle sue istituzioni.

Quanto alla coerenza tra ciò che Makarenko ha scritto e i suoi atteggiamenti interiori relativi ai rivolgimenti politici, Bellerate sostiene che non si possa negarla, “tenendo soprattutto conto della costrizione psicologica derivante dalla paura.”91

Infine, per ciò che riguarda l’eredità makarenkiana, Bellerate dice di allinearsi “con coloro che difendono la sistematicità e la globalità della concezione dell’autore, che ne investirebbe anche l’attività letteraria e l’intera vita.”92 Questa coerenza totale tra pensiero e azione mantiene, secondo Bellerate, tutta la sua attualità, sebbene alcuni aspetti non siano più condivisibili o attuabili. In particolare lo studioso vuole richiamare l’attenzione sul concetto di disciplina cosciente e, più in generale, sulla formazione morale dei ragazzi, da collegare a sua volta, ai rapporti tra il singolo e “il collettivo” o la società. Conclude così, Bellerate:

 

Insomma, se si è fatta molta strada nell’ambito della ricerca storica strettamente intesa, credo che ci si sia purtroppo, volutamente o no, fermati su quella di un’attualizzazione, critica fin che si vuole, dell’eredità makarenkiana.93

 

 

Michail Michaijlovic Bachtin diceva che, per comprendere un’opera, il primo problema è capirla così come la capiva l’autore stesso, e il secondo è usare la propria extralocalità temporale e culturale per inserire l’opera nel proprio contesto. Gli attuali studi su Makarenko devono, quindi, guardare al Poema pedagogico come ad un importante documento storico e come ad un utile strumento di lavoro etico-pedagogico.

Siciliani, in uno scritto intitolato Makarenko a sessanta anni dalla morte. Il “gioco”, le “scritture bambine” e il “banchiere dei poveri”, incluso in Italia-Urss/Russia-Italia. Tra culturologia ed educazione, spiega gli incontri interuniversitari di Roma, Pavia, L’Aquila e Lecce, alla luce del valore indiscutibile del Poema pedagogico.

 

L’idea […] è che un’opera sui generis come il Poema pedagogico possa oggi essere utilmente oggetto di rinnovate letture, di nuove interpretazioni critiche ed usi formativi appropriati, da pur distinti ma concomitanti punti di vista: così per il passato (storiograficamente) come per il presente (pedagogicamente) e per il futuro (prospetticamente).94

 

 

Nell’ambito della suddetta ricerca interuniversitaria, sono state svolte indagini di contesto (con una rinnovata attenzione alle fonti) e una parallela ricognizione della stampa quotidiana e settimanale dei nostri giorni,

 

giacchè come sembra – e pur cambiando tutto ciò che c’è da cambiare da un capo all’altro dei numerosi decenni che separano dall’esperienza educativa e letteraria makarenkiana – siffatte indagini e produzioni di documenti riportano il discorso dell’infanzia “senza tutela” in URSS/ex-URSS, non nei medesimi modi (certamente) che stanno a monte del Poema pedagogico, e tuttavia con conseguenze largamente rievocative di un po’ tutto il periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione d’Ottobre (guerra civile, carestia, famiglie e istituzioni sociali allo sbando, burocratizzazione dell’istruzione ecc. ecc.: e dunque, sul fronte opposto, impegno etico-politico contro la “stasi” e propositi pedagogici di “ricostruzione”).95

 

Con la caduta del muro di Berlino si è visto il riaffiorare, nei paesi ex-sovietici, di nuovi e crescenti fenomeni d’emarginazione infantile, tanto che sembra essere tornati alle stesse problematiche dei primi anni Venti, quando Makarenko cominciava la sua fortunata impresa educativa. Queste riflessioni inducono inevitabilmente ad un inserimento di Makarenko e del Poema pedagogico nel nostro contesto.

 

I bambini “senza” tutela di Makarenko e i loro corrispettivi odierni in tutto il mondo, infatti, se invocano ancora oggi come negli anni Venti un’idea di “uomo nuovo”, stimolano altresì a ragionare storicamente sull’“infanzia dell’umanità” in quella come in questa determinata congiuntura storica.96

 

 

In sostanza, se il Poema pedagogico non può spiegarsi “fuori del suo tempo”, è indiscutibile che il nostro tempo può essere meglio compreso attraverso quell’esperienza. Bisogna “osservare e invitare ad osservare, attraverso la filigrana dello sguardo ‘antipedagogico’ che fu di Makarenko, i più recenti, sconvolgenti scenari di bambini ‘di strada’, ‘abbandonati’ e ‘senza tutela’.”97

Concludendo, Siciliani fa riferimento a Muhammad Yunus, autore de Il banchiere dei poveri,98opera basata sulla ferma convinzione che la povertà si possa eliminare qualora ci si impegni concretamente. Con l’eliminazione della povertà, secondo Yunus, si eliminerebbero anche le discriminazioni, l’ingiustizia e la corruzione e si recupererebbero dignità, indipendenza e libertà per tutti. In quest’ottica, ogni essere umano che nasce grava sulla società come consumatore, ma può ricoprire un ruolo importante e produttivo come imprenditore; questo significa che dando delle opportunità ai poveri (prestiti, accesso all’istruzione, ecc.) si ricava un profitto per la società intera. Yunus dimostra che spesso la differenza fra libertà e schiavitù si gioca su pochi dollari e che una banca può guadagnare, in economia di mercato, prestando quei pochi soldi ai poveri. L’accesso alla banca dei poveri e quindi al microcredito, consente a molta gente di rimanere nei villaggi, frenando l’estendersi delle baraccopoli (e quindi di miseria e disperazione) ai margini delle città.

Yunus è originario del Bangladesh, dove ha studiato prima di trasferirsi negli USA e proseguirvi gli studi; ha dimostrato di essere un industriale capace, realizzando e facendo prosperare nel suo paese una fabbrica di contenitori e di scatole. Non ha voluto, però, adagiarsi nella condizione di ricco imprenditore, o restare negli Usa intraprendendo la carriera universitaria; ha scelto di impegnare la sua imprenditorialità per sconfiggere la povertà, è tornato a casa per essere utile al suo paese, per favorirne la crescita economica.

Siciliani fa notare l’esistenza d’alcune interessanti analogie tra Makarenko e Yunus.

 

Muhammad Yunus, nonostante tutte le differenze che pur si vedono tra lui e Makarenko da un tempo all’altro della storia (differenze di carattere, cultura, competenze, ideologia, ecc. e soprattutto di contesto storico), ha diverse cose in comune con lo scrittore-pedagogista.

Per esempio (ed è tutto o quasi) il senso della prospettiva. Poi la valorizzazione delle risorse umane del collettivo e del senso di responsabilità. C’è ancora in entrambi la medesima convinzione che l’uomo, tutti gli uomini e tutte le donne (e specialmente le donne secondo Yunus) abbiano delle potenzialità intellettuali e morali enormi, non misurabili a priori. Ma che restano attualmente inutilizzate.

Entrambi scommettono quindi sull’educabilità di se stessi e del prossimo. Tutti e due ragionano, naturalmente, in termini planetari. E l’uno e l’altro, per quanto in forme assolutamente incomparabili, hanno avuto una certa esperienza del marxismo: Yunus studiando in America; Makarenko vivendo ed operando nell’URSS degli anni Venti e Trenta.  E tanto Makarenko quanto Yunus, pur essendo senz’altro dei grandi educatori (o meglio proprio perchè lo sono), esprimono seri dubbi sulla “pedagogia”. Che è, secondo loro, piuttosto una sorta di antipedagogia...Quando ne vale la pena.99

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Conclusione alla prima parte

 

Dalle analisi svolte finora emerge, in definitiva, il valore e l’incisività che ebbe l’esperienza di Makarenko in relazione all’“emergenza besprizornye” negli anni Venti e Trenta. Nonostante le inevitabili difficoltà insite in un’opera tanto complessa e ardua com’è quella di conferire dignità, disciplina e una prospettiva per il futuro a dei piccoli vagabondi, le colonie dirette da Makarenko hanno rappresentato a lungo e tuttora, probabilmente, rappresentano, un utile modello di riferimento per chiunque si trovi ad affrontare un’esperienza simile. Ovviamente, il pensiero e l’azione di Makarenko sono completamente immersi nel loro tempo e sarebbe ingenuo ed anacronistico de-contestualizzarli per renderli universalmente applicabili; bisogna allora comprendere le ragioni di quel successo, analizzare a fondo le analogie e le differenze fra il presente e il passato, ispirarsi ai principi sostanziali che hanno determinato l’opera di ieri, arricchendoli con le possibilità e i mezzi di oggi.

Nella seconda parte di questo studio, partendo da un’analisi introduttiva sulla situazione dell’infanzia nel mondo del 2000 e in particolare dell’infanzia abbandonata, mi concentrerò sul fenomeno dei besprizornye nell’Europa dell’Est post-comunista. Cercherò di approfondire l’esperienza di Miloud Oukili e della Fondazione Parada, proponendola come efficace modalità d’approccio al problema dei bambini di strada. Per quanto riguarda ciò che sta all’origine del fenomeno, cioè la situazione di povertà e degrado in cui in versano oggi molti paesi, analizzerò più accuratamente le teorie di Yunus, che rappresenta, con la sua esperienza rivoluzionaria, la fiducia illimitata nelle potenzialità umane e la “prospettiva ottimistica”, un degno erede dello “spirito makarenkiano”.

 

 

 

                      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Parte seconda: i besprizornye oggi

Nella prima parte di questo lavoro ho fatto riferimento per lo più ad argomenti e autori della prima metà di questo secolo. Le fonti a cui ho attinto risentono della cultura dominante in quella particolare condizione storica. Makarenko, suo fratello Vitalij, Zenzinov e Lukács, sono i testimoni diretti di un’epoca di grandi trasformazioni; attraverso la loro voce ho cercato di capire come fosse vissuto allora il fenomeno dei besprizornye.

Successivamente mi sono servita degli studi svolti di recente su quel problema, al fine di darne un’interpretazione più obiettiva. In questo mi sono stati di grande aiuto gli scritti di N. Siciliani de Cumis, D. Caroli, D. Scalzo e B. Bellerate.

Per la seconda parte, riguardante il problema dell’infanzia abbandonata nell’Europa dell’Est post-comunista, ho utilizzato materiale di natura diversa. Vista l’attualità dell’argomento, ho fatto ampio ricorso a testi “scaricati” da Internet, a documenti ufficiali, ad articoli e, soprattutto, a pubblicazioni dell’Unicef.

 



1.2 Bambini di strada: un problema di ieri e di oggi

Nel numero di aprile 2000 di “Mondo Domani” (il mensile per l’educazione allo sviluppo del Comitato italiano per l’UNICEF) c’è un interessante dossier sui bambini di strada a cura di Patrizia Paternò ed Elisabetta Porfiri. Nell’introduzione si accenna alla letteratura del passato ricca di piccoli vagabondi sparsi per il mondo e tesa, spesso, a idealizzare “la vita di strada, violenta e solitaria ma anche iniziatica e libera dai vincoli sociali”.2 Si tratta di un tema profondamente ambivalente poiché vi convergono il fascino del “vivere soli”, ma anche e soprattutto il dramma di una società in crisi che scarica le sue contraddizioni sui membri più deboli.

 La presenza di bambini soli è un dato costante nella storia e alla radice del fenomeno troviamo cause analoghe in epoche diverse; la povertà delle famiglie e le crisi economiche sono le condizioni più ricorrenti.

   Oggi il problema ha assunto dimensioni drammatiche nelle realtà più povere e, insieme alle tematiche del lavoro minorile e dello sfruttamento sessuale, è progredito con la crescita demografica e l’urbanizzazione. Dall’inizio del secolo ad oggi la popolazione mondiale è quadruplicata fino a raggiungere i 6 miliardi di persone; sono inoltre aumentate le migrazioni dalla campagna alla città, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: si prevede che l’urbanizzazione proseguirà fino al XXI secolo inoltrato. Queste previsioni suggeriscono che il problema dei bambini abbandonati sia destinato ad aggravarsi nel prossimo futuro.

   Oggi si parla di circa 100-150 milioni di bambini di strada nel mondo,

 

alcuni lavorano in strada ma vivono per lo più in famiglia, altri tornano a casa occasionalmente e molti altri non hanno più legami con la loro famiglia da anni perché ne sono fuggiti, sono stati abbandonati o sono rimasti orfani.3

 

 

In strada i pericoli e l’emarginazione mettono i bambini in situazioni d’abuso e violenza; per sopravvivere lavorano, chiedono l’elemosina, commettono piccoli furti o si prostituiscono.

I programmi che l’UNICEF realizza per dare una risposta a questo problema sono soprattutto a carattere preventivo: sostegno alle famiglie povere; lavoro per gli adulti; aiuti economici durante le crisi; programmi d’istruzione e assistenza dell’infanzia. Inoltre sono stati elaborati programmi d’intervento in collaborazione con i governi dove il problema è più grave.

 

 

 

 

 

 

 

 


• America Latina

Il fenomeno dei bambini di strada è diffuso in diverse parti del mondo. Maria Lidia Mota Cunha dell’Associazione delle donne brasiliane in Italia, ci offre un’immagine allarmante dell’infanzia abbandonata nei paesi latino-americani. Qui, sono circa 30 milioni i bambini che lavorano per aiutare la loro famiglia e circa 15 milioni quelli che vivono per la strada in forma stabile o temporanea. L’America Latina raccoglie i due quinti dei bambini di strada di tutto il mondo, concentrati per lo più in Brasile. La loro presenza è diventata ogni giorno più visibile, maggiormente nelle città. A Sao Paulo, in Brasile, erano chiamati trombadinhas che significa “quelli che danno una spinta alle persone per derubarle”. Si trattava di un’attività di gruppo: uno dava una spinta, l’altro rubava e passava gli oggetti ad un terzo mentre i restanti del gruppo correvano in tutte le direzioni.

La situazione di questi bambini è il sintomo del grande divario tra lo sviluppo economico e quello sociale. Per ottenere maggiore competitività a livello di mercato mondiale, le strutture produttive hanno subito un processo d’internazionalizzazione e di trasformazione che ha esasperato i già esistenti squilibri sociali. Inoltre queste trasformazioni hanno causato grandi migrazioni dalle campagne verso le città le cui periferie si sono riempite di persone senza istruzione, senza alcuna qualifica professionale che permettesse loro di essere assorbiti nel mercato del lavoro. Oggi il 40 % della popolazione latino-americana è considerata povera; la povertà è un fenomeno complesso che include aspetti diversi come il reddito basso, la fame, la malnutrizione, la salute precaria, la non accessibilità ai servizi di base, ecc. L’espressione di questo disagio nei centri urbani dell’America Latina, sono le favelas, isole di miseria dove le persone vivono in piccole case di cartone o mattoni senza acqua potabile né elettricità, con le fogne aperte e con molta violenza intorno. I genitori, per andare avanti, sono costretti a far lavorare i figli fin da quando sono piccoli. L’alternativa, spesso, è abbandonarli nelle strade in balia della sorte che il più delle volte porta solo botte, sevizie, sfruttamento e umiliazione.

 

Queste presenze marginali che ancora oggi vivono vagando nei centri delle città, creano disagi ai passanti e ai commercianti e danno fastidio alla polizia, che in genere adotta un atteggiamento estremamente repressivo e violento.4

 

 

 Senza protezione né guida, sono facile preda di malviventi che li utilizzano per commettere furti, spaccio di droga o altre attività delinquenziali. Spesso essi vengono eliminati dagli “squadroni della morte” (bande di cittadini al di sopra di ogni sospetto).

Varie organizzazioni della società civile hanno intrapreso attività di recupero con proposte educative continuative. Dopo una formazione iniziale (attraverso elementi di analisi politica ed economica del contesto sociale, contenuti più strettamente pedagogici e nozioni di giurisprudenza) gli operatori, accompagnati da supervisori, cominciano ad andare per le strade come educatori. Devono conoscere ogni aspetto del quartiere in cui lavoreranno (risorse sanitarie, educative, culturali, penali, giudiziarie ecc.) e la tipologia dei ragazzi che lo abitano (come vivono, che rapporto hanno con gli adulti, qual è la dinamica del loro gruppo). Solo dopo questa lunga fase di conoscenza inizia quella di

 

avvicinamento: una specie di lenta seduzione a distanza da parte dell’educatore denominata in gergo flirt sottile, fatta di gesti, di presenze, di piccoli contatti ripetitivi; nessuna domanda indiscreta o atteggiamenti inquisitori che possano generare sospetto. Questo lento avvicinamento è costellato di piccoli contatti risolutivi: una volta si offre l’aiuto quando un ragazzo si è fatto male; un’altra volta si chiede di partecipare ad un gioco di gruppo che coinvolge i ragazzi, proponendo poi varianti che attirino l’attenzione; altre volte si tratta di leggere una notizia del giornale o leggere o raccontare una storia.5

 

 

 Attraverso questi primi contatti si costruisce una relazione d’amicizia da cui nasce la proposta di un progetto personalizzato per ogni ragazzo, che lo aiuti a reinserirsi nella scuola o nel mondo del lavoro.

 


• Africa

Adriana Cancellieri ha analizzato come l’AIDS, i conflitti e la povertà siano all’origine dell’aumento dei bambini di strada nel continente africano. Qui la famiglia allargata è stata per molto tempo una struttura protettiva per l’infanzia; in assenza dei genitori i bambini venivano automaticamente assegnati ai membri anziani della comunità e alle donne del gruppo. Oggi in relazione ai conflitti armati, all’emergenza AIDS, all’urbanizzazione, il problema dei ragazzi di strada nel continente africano sta esplodendo drammaticamente; aumenta il numero degli orfani senza tutela. In Ruanda a causa della guerra ci sono quasi 100.000 orfani e migliaia di bambini vivono e lavorano per strada. Così in Zaire, Burundi, Angola. In Zambia, uno dei paesi africani maggiormente toccati dall’emergenza AIDS, si calcola che i ragazzi di strada, resi orfani dalla malattia dei genitori, aumenteranno a dismisura. Sono circa 300.000 i bambini di strada nel Kenia e 60.000 nella sola Nairobi. Qui migliaia di bambini coperti di stracci, durante il giorno si aggirano per le strade del centro e di notte dormono sotto le pensiline delle fermate dell’autobus o in rifugi improvvisati. Vivono frugando tra i rifiuti, chiedendo l’elemosina, commettendo piccoli furti o prostituendosi. Spesso si organizzano in gruppi all’interno dei quali si sviluppa un grande spirito di solidarietà;

 

quando riescono a procurarsi il cibo se lo dividono e fanno i turni per cucinare; quando non hanno nulla sniffano colla da falegname, droga a basso costo che col tempo provoca danni irreversibili al cervello e alle vie respiratorie.6

Nel 1994 un insegnante inglese cominciò a prendersi cura di un gruppo di bambini di strada di Kibera (quartiere di Nairobi) insegnando loro a disegnare e dipingere. Ne è nato un vero progetto educativo “Streetwise” finalizzato all’addestramento professionale di questi bambini. Oggi, Streetwise si occupa di una sessantina di bambini che si sono trasferiti in una località turistica dove realizzano prodotti artigianali e ricevono anche un’istruzione di base.

Nello Zambia, invece, c’è un centro d’accoglienza per bambini di strada che si chiama la “Città dei Bambini”. Vi si trovano 150 bambini tutti con storie drammatiche alle proprie spalle; i volontari che si occupano di loro ammettono che non è facile eliminare i comportamenti aggressivi derivanti dalla vita di strada. Eppure gli sforzi vengono premiati: i bambini ricevono un’istruzione di base e svolgono attività pratiche come occuparsi dei campi e degli allevamenti o gestire uno spaccio di dolciumi, ma soprattutto riacquistano la dignità e la possibilità di progettare il futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

• Asia

Patrizia Paternò ha rivolto le sue analisi all’Asia, il continente più popoloso del mondo, dove l’urbanizzazione crescente, la crisi economica e il degrado sociale sono alla radice dell’aumento dei bambini di strada.

L’euforia dello sviluppo economico ha spinto molte persone ad abbandonare le campagne per le città industriali in cerca d’occupazione nelle fabbriche. Inoltre la perdita di scambi privilegiati con la dissolta Unione Sovietica, oltre all’avviarsi del decollo economico, ha comportato anche dei problemi. Per esempio in Vietnam la politica del “doi moi” (rinnovamento economico), trasformando l’economia pianificata in economia di mercato, ha dovuto fare i conti con la mancanza d’infrastrutture adeguate. In Vietnam ci sono circa 16.000 bambini di strada. Nel settembre 1999 il Primo Ministro ha approvato un piano d’azione nazionale per la tutela dei bambini che vivono in condizioni particolarmente difficili.

In Thailandia, secondo il Comitato Nazionale per il Benessere Sociale, i bambini senza casa sono 14.250;

 

più di 5000 vivono a Bangkok in luoghi come la stazione di Hua Lampong, una sorta di parcheggi o zone a luci rosse. Sopravvivono elemosinando, lavando le automobili, raccogliendo bottiglie di plastica o prostituendosi.7

 

 

Una decina d’insegnanti lavora nelle strade di Bangkok con la “Fondazione per una vita migliore per i bambini”.

L’obiettivo immediato è di offrire ai bambini un tetto per proteggerli e tutelarli dalle situazioni di abuso cui sono esposti.

 

 

 

 

 

 

 


• Europa dell’Est

Elisabetta Porfiri, guardando all’Europa dell’Est, spiega la comparsa del fenomeno dei bambini di strada (inesistente prima del 1989) con il deterioramento delle condizioni di vita delle popolazioni e con la marginalizzazione economica e sociale di sempre più vasti settori della società. Infatti,

 

per decenni l’abuso e la violenza nei confronti dell’infanzia sono stati ufficialmente assenti nell’Est europeo comunista: la propaganda di regime trasmetteva un’immagine idealizzata dei bambini, ben nutriti e ben assistiti, in società attente ai bisogni delle giovani generazioni.8

 

 

Oggi i problemi sono emersi nella loro gravità, anzi l’eliminazione delle istituzioni socialiste, i nuovi conflitti e la crisi economica hanno contribuito ad un peggioramento degli standard di vita della maggioranza dei 150 milioni di bambini dell’Est europeo. I più piccoli sono in misura sempre maggiore vittime della violenza domestica; nel 1996 nella Federazione Russa 200 bambini sono stati uccisi dai genitori. Altri dati allarmanti riguardano l’aumento dei suicidi tra i minorenni. Il maggior numero di suicidi si riscontra in Lituania e nella Federazione Russa dove 50 su 100.000 teenagers tra i 15 e i 19 anni si sono suicidati nel 1994.

Manifestazione emblematica delle nuove povertà dell’era capitalistica è la mancanza di case. Sempre più spesso le famiglie, strette nella morsa della povertà, vendono o affittano tutto ciò che hanno, compresa la propria casa. Molti bambini sono costretti a trasferirsi in stazioni ferroviarie, edifici abbandonati o altri rifugi temporanei, con la famiglia o, più spesso, da soli; questi ricoveri sono destinati a diventare abitazioni a tempo indeterminato; inizia così per i più piccoli una vita precaria fatta di miseria, accattonaggio ed espedienti. Gli istituti d’assistenza sono così affollati da non poterne accogliere altri. Rimane, come unica alternativa, la strada.

 

Per sopportare una vita difficile in cui insicurezza e solitudine sono all’ordine del giorno, la quasi totalità degli street-children slavi, fa ricorso all’uso di droghe povere come l’adela, micidiale collante a basso prezzo in grado di offrire brevi momenti d’euforia per rischiarare l’angoscia quotidiana.9

 

 

 L’età di questi bambini è compresa tra i 14 e i 17 anni, ma alcuni sono anche più piccoli. Per la maggior parte sono zingari o appartenenti a minoranze etniche malviste sul posto e circa 2/3 di loro provengono da istituti statali. Anche i bambini che hanno una famiglia regolare, però, rischiano di finire sulla strada perché vivono abbandonati a se stessi, privi di qualsiasi sostegno e supporto psicologico. Alcuni di loro affermano di preferire la strada allo squallore familiare e che non rinuncerebbero per nessun motivo alla “vita libera”. Il miraggio di “fare soldi ad ogni costo” è lo scopo delle giovani generazioni sempre più disinteressate alla scuola. Molti giovani lasciano la scuola per dedicarsi al piccolo commercio più o meno legale. Aumenta il numero di bambini venduti a loschi trafficanti da famiglie in crisi; in genere finiscono nel giro della prostituzione locale o vengono introdotti nel traffico internazionale del sesso: molti di loro provengono dalla Romania.

A partire dal 1990 sono sorte circa 10 istituzioni per arginare il fenomeno degli street-children. Due di questi centri sono gestiti dallo stato con l’aiuto dell’UNICEF e d’altre organizzazioni, agli altri sono invece preposte ONG straniere e locali.

Un’efficace strada da percorrere per far tornare i ragazzi alla vita normale è quella della formazione professionale: lo dimostra un progetto varato dall’UNICEF e sostenuto dal governo dell’Azerbaijan, col quale ci si propone di fornire opportunità lavorative ai giovani più svantaggiati; si tratta del progetto yaps (servizio di consegna pacchi), che comprende corsi di inglese, lezioni di guida e di riparazione di automezzi, pubbliche relazioni, computer, amministrazione e altre competenze utili per il futuro. Yaps sta riscuotendo molto successo, dimostrando, così, la necessità di realizzare iniziative analoghe.

 

 

 


II. I bambini abbandonati nell’Europa dell’Est post-comunista

 

2.1 Bambini “a rischio” nell’Europa dell’Est: Dossier dell’Unicef del 1997

Nel numero di agosto-settembre 1997 di Mondo Domani, un approfondito dossier fa il punto sui rischi ai quali sono esposti milioni di bambini dell’Est europeo nella difficile transizione verso l’economia di mercato.

La crisi economica in questi paesi è stata aggravata dal venir meno del sistema valoriale su cui poggiava la società comunista, e quindi dalla mancanza di strumenti per affrontare la logica capitalistica. Il comunismo, malgrado il permanere di problemi strutturali di fondo, aveva comunque realizzato un sistema di servizi pubblici, una distribuzione più equa della ricchezza e stretti controlli sulla popolazione che tutelavano sotto molti aspetti il bambino.

I cambiamenti del sistema sono stati troppo repentini ed estesi; gli effetti positivi della crescita economica sulle famiglie si rivelano sul lungo periodo mentre gli effetti immediati sono stati quasi esclusivamente negativi. Questi paesi non avevano sistemi immunitari che li proteggessero dai rischi del capitalismo.

 I più vulnerabili di fronte al vuoto valoriale e all’ineguaglianza dei redditi sono ovviamente i bambini. Non è stata creata una rete di sostegno sociale alternativa alla precedente e ciò ha esposto bambini ed adolescenti al rischio dello sfruttamento, degli abusi e del crimine. E’ la cosiddetta “generazione della transizione” a cui sono negati i bisogni più elementari.

La riduzione dei salari ha aumentato la dipendenza delle famiglie dai sussidi per i bambini e da altri aiuti. I sussidi di disoccupazione e le indennità di licenziamento hanno, in alcuni casi, contenuto il trauma della povertà, ma poche persone sono riuscite a trovare un nuovo posto di lavoro. Molti, inoltre, non hanno più diritto al sussidio di disoccupazione. L’aumento dei disoccupati provoca l’ampliamento della cosiddetta “economia grigia” legata alle attività autonome volte ad integrare il proprio salario (attività non dichiarate, non controllate o illegali). A partire dal 1989 nei paesi dell’Europa centrale sono scomparsi 4.8 milioni di posti di lavoro, nell’ Europa sud-orientale 2.2 milioni, in Russia e in altri paesi dell’ex Unione Sovietica 13,2 milioni. In questa situazione aumenta il numero di bambini che restano a casa da soli o che sono costretti a lavorare per aiutare i genitori.

La transizione economica ha visto, così, l’allargarsi di un fenomeno fino ad allora circoscritto: quello dei bambini considerati a rischio. Nell’Europa comunista si trattava per lo più di orfani o piccoli maltrattati che venivano sistemati in istituti ed orfanotrofi. Qui purtroppo trovavano per lo più situazioni disumane, l’esposizione a traumi psichici, rischi sanitari e nutrizionali. La caduta del muro di Berlino ha fatto aumentare i casi a rischio; lo stato ha restituito ai genitori il loro ruolo, tagliando i sussidi alimentari e riducendo le prestazioni in difesa dell’infanzia bisognosa.

La povertà, il degrado e la criminalità ovviamente esistevano anche prima del crollo del comunismo, ma la piena occupazione, la fitta rete di servizi sociali, assistenziali, scolastici e ricreativi riusciva in qualche modo a contenere il fenomeno. I bambini usufruivano gratuitamente di mense scolastiche e di campi-vacanze; leggi durissime e un forte sistema di polizia reprimevano ogni forma di criminalità giovanile, di assenteismo scolastico, di abusi domestici, ecc.

 Gli elementi che creano situazioni di rischio per l’infanzia, d’altra parte, sono numerosi: vanno dal degrado ambientale alla crisi dell’istituto familiare, dalla guerra alla criminalità.

Con la fine del comunismo sono tornati a galla i conflitti etnici, che hanno inferto il colpo definitivo a sistemi economici e sociali già fragili, costringendo milioni di persone a lasciare la propria terra per sfuggire alla violenza.

 Lo sfacelo economico si riflette sulla famiglia: diminuiscono i matrimoni, aumentano i divorzi, viene meno la capacità di tenere duro di fronte alla crisi socio-economica. Il divorzio espone i bambini a rischi aggiuntivi; in Russia il 32% di figli di genitori divorziati non rivede più il padre. Ovunque si è registrato un calo delle nascite, mentre è cresciuto il numero di bambini nati fuori del matrimonio, figli spesso, di mamme-bambine non indipendenti. Allarmante è, inoltre, il crollo della speranza di vita media alla nascita: al di sotto dei 65 anni in 7 paesi e al di sotto dei 60 in Lettonia e in Russia. La mortalità è cresciuta anche tra le donne d’età compresa tra i 20 e i 29 anni.Tra il 1990 e il 1995 si calcola che circa 600.000 bambini siano rimasti orfani di almeno un genitore. Nei paesi in cui si è molto puntato sull’assistenza prenatale alle madri, il tasso di mortalità dei bambini al di sotto di un anno, si è abbassato. In assenza di una politica di educazione sessuale e pianificazione familiare, però, l’aborto viene considerato un sistema contraccettivo come un altro. Aumenta, poi, in modo preoccupante la malnutrizione infantile; ciò è strettamente legato al reddito familiare che obbliga i nuclei più poveri a modificare significativamente il loro regime alimentare. Sono ritornate le “malattie della povertà” come la difterite e la tubercolosi e cresce il numero di bambini portatori di handicap. La liberalizzazione della società ha comportato problemi sociali prima inesistenti, come la diffusione di malattie sessuali, la droga, l’alcool, le gravidanze indesiderate, l’abbandono scolastico e la violenza.

Analizzando più da vicino le realtà dei singoli paesi, la situazione della Russia viene descritta con precisione da Gianni Murzi, rappresentante UNICEF. Alcune ricerche parlano di 40.000 bambini che vivono per le strade di Mosca, altre addirittura di 150.000! Quello dei bambini di strada appare comunque come un fenomeno in aumento anche in altre città della Federazione Russa. Murzi afferma che

 

la fine dello stato sociale che accompagnava il cittadino sovietico dalla culla alla tomba e che aveva, per certi versi, tolto ai genitori la responsabilità di allevare i propri figli, è un elemento tra gli altri che pesa moltissimo;

 

 

aggiunge, inoltre,

 

un bambino che finisce nella strada ha maggiori rischi di subire violenza sessuale, di diventare spacciatore di droga e di indurre altre persone a fare uso di stupefacenti; ma anche di diventare tossicodipendente e di contrarre malattie trasmissibili sessualmente.10

 

 

Le ragioni di questa crisi così profonda sono individuate da Murzi nel fatto che l’economia è ancora incerta nella maggioranza della Comunità di Stati Indipendenti, inclusa la Russia. La discesa del PNL in Russia ha causato la diminuzione del salario reale e dell’occupazione, con la perdita di circa 8.3 milioni di posti di lavoro. La gravità della disoccupazione è stata amplificata dal sempre più ridotto accesso ai servizi pubblici (servizi prescolastici gratuiti, alloggi e attività ricreative). I bambini vengono abbandonati a se stessi.

Murzi sottolinea come, di fronte alla crisi economica

 

chi ne risente è l’unità di tutto il nucleo familiare. Aumentano i rischi e aumenta di pari passo il fardello di responsabilità per la famiglia media, fino a quando uno o entrambi i genitori trovano rifugio nell’alcool o nella droga, provocando, in questo modo, la disgregazione della famiglia.11

 

 

 Alcolismo, suicidi e droga sono fenomeni in aumento, mentre si riduce la speranza di vita media del capofamiglia maschio. Le donne sono, così, costrette a rivolgersi ad istituti per affidarvi i loro figli più piccoli. Qui le condizioni di vita e la mancanza di stimoli emotivi e psicologici, possono compromettere la normale crescita del bambino che, una volta fuori dell’istituto, è facile preda di disoccupazione, alcolismo e criminalità. I bambini più grandi si allontanano da casa per andare a vivere nelle strade.

In questa situazione l’ufficio UNICEF di Mosca lavora con impegno in collaborazione con l’Amministrazione cittadina, le ONG, la società civile e altri partner, in difesa dei diritti dei bambini di strada.

Una riflessione sulla cultura dell’Ex Jugoslavia viene offerta nel dossier da Bonižidar Stanišic, un intellettuale esule. Questi s’interroga sull’esistenza o meno di una cultura dell’infanzia nell’Ex Jugoslavia e giunge a concludere che tale cultura è crollata assieme alla nazione stessa e alla sua realtà. Afferma che

 

emersa, cresciuta e sviluppata in base all’unità e alla fraternità dei popoli ed etnie in Jugoslavia, dell’autogestione e del socialismo, la cultura dell’infanzia tuttavia non era soltanto qualcosa proclamato sulla carta ma anche vissuto, cioè era parte integrante del vivere, del lavorare e dello studiare.12

 

 

 Stanišic sottolinea gli aspetti positivi e quelli negativi di quella cultura dell’infanzia. Il ragazzo era protetto in tutti gli aspetti della vita sociale, dalla sanità (non c’erano divisioni tra le fasce sociali) alla scuola (gratuita fino all’università compresa) al lavoro. Un posto importante avevano le attività culturali e sportive gestite per lo più da animatori e allenatori volontari. I due grandi difetti di tale cultura, sono individuati da Stanišic nell’ideologizzazione della vita sociale e culturale, e nell’insegnamento militare adottato nelle scuole superiori e nell’università (ma con contenuti presenti anche nelle scuole elementari e medie). Secondo Stanišic il primo difetto è stato sostituito col nazionalismo mentre il secondo è rimasto intatto.

 

Ma sia l’uno che l’altro non saranno d’aiuto né a milioni di profughi costretti a esodi biblici, né a rinforzare le rare associazioni per la pace, né ad affrontare il problema dell’incontro culturale con un problema a molti sconosciuto: la crisi d’identità, soprattutto nei giovani figli di coppie miste, ma non solo di esse.13

 

 

 Stanišic conclude la sua riflessione con l’amara constatazione che l’attuale realtà di guerra è il frutto dell’irresponsabilità e dell’ignoranza.

Nel dossier s’accenna inoltre alla catastrofe di Cernobyl del 1986, emblema del disastro ambientale della regione. Le dimensioni della catastrofe sono enormi: l’area contaminata copre circa 145.000 km². Molte persone, in alcuni paesi, continuano a vivere in aree contaminate, i maggiori danni vengono subiti dai bambini, prima o immediatamente dopo la nascita o durante i primissimi anni di vita.

Cernobyl, però, è soltanto la manifestazione estrema di diffuse politiche ambientali sbagliate, della mancanza di controllo sugli insediamenti industriali e della volontà di percorrere la strada dell’industrializzazione senza riguardo per la salute pubblica. Le installazioni siderurgiche in Polonia hanno provocato alti livelli d’inquinamento da piombo che è causa, nei bambini, di gravi patologie. Nella zona più inquinata (Katowice) le concentrazioni da piombo nel suolo e quindi nei cibi hanno causato ritardi mentali e disordini neuro-comportamentali. A ciò si aggiungono altre patologie acute o croniche come le anemie, i problemi digestivi e soprattutto danni cerebrali con sintomatologia epilettica. L’inquinamento dell’aria dovuto alle industrie e agli impianti di riscaldamento è stato particolarmente intenso in Cecoslovacchia; La Boemia negli anni ‘80 era la zona europea con la maggiore concentrazione di zolfo e nitrogeni nell’aria. Alcune regioni della Bulgaria, della Bielorussia, della Lituania e della Moldavia presentano livelli tali d’inquinamento da nitrati da causare alti tassi di mortalità. Ancora una volta, a causa politiche sbagliate, sono stati i bambini a pagare il prezzo più alto.

La parte conclusiva del dossier è dedicata ai bambini romeni e al loro status di “paria”, fuggiti o cacciati dalle loro famiglie. Belona Rix parla della Fondazione Parada, fondata nel 1995 da un gruppo di romeni interessati al problema dell’infanzia e da un giovane clown francese Miloud Oukili, con l’intenzione di ridare dignità e una speranza per il futuro ai bambini di strada di Bucarest. La fondazione è diventata un punto di riferimento per moltissimi bambini; il suo obiettivo è quello di reintegrarli nella società attraverso l’arte circense. Miloud lavora direttamente con i bambini, li raggiunge nei luoghi in cui si riuniscono e scende con loro nel ventre della città, nelle fogne maleodoranti. Parada è diventata una speranza per tanti bambini che non avevano niente in cui credere; ora alcuni di loro lavorano con Miloud in strada, altri sono membri della piccola equipe che gira per il mondo facendo spettacoli e raccogliendo fondi per finanziarsi; altri vivono ancora a Bucarest, negli appartamenti che l’associazione riesce ad affittare.

Parada dipende interamente da donazioni volontarie; essa lavora anche in collaborazione con altre organizzazioni non governative come “Save the Children” e “Asis”, che provvedono alle necessità primarie degli adolescenti: assistenza medica, formazione professionale e alloggio.

 I bambini che vivono per la strada in Romania sono sempre più piccoli; se ne trovano alcuni che a 4 anni sono fuggiti da casa o sono stati abbandonati sulla strada. Belona Rix rileva come

 

i bambini spinti sulla strada dalle incertezze dovute alle mutate circostanze di vita affrontano ogni tipo di pericolo immaginabile. Sono preda della violenza, della fame, delle malattie e dell’abuso da parte d’implacabili sfruttatori. Ma non sono visti come vittime. Sono visti come pericolosi.14

 

 

E’ in questa situazione che è intervenuto Miloud, dando vita a quella paradossale, straordinaria troupe di giovani artisti circensi che dormono nelle fogne ma vanno in ufficio, alle prove e agli spettacoli, che insegnano anche agli altri bambini di strada e addirittura danno lezione d’esercizi circensi all’esclusiva scuola francese di Bucarest.


2.2 Intervista a due giovani rumeni

Per entrare nel vivo della realtà rumena, ho deciso di parlare con una coppia di giovani rumeni che vivono nel mio paese. Ritengo, infatti, che sia particolarmente interessante ed istruttivo il poter guardare certi avvenimenti attraverso gli occhi di chi li ha vissuti. Conversando con loro ho appreso cose nuove e ho trovato conferma a ciò che già sapevo, ma soprattutto ho percepito nell’inflessione della voce e nell’espressione degli occhi i segni di un disagio vissuto.

Ho capito, così, che dovevo utilizzare soltanto le loro iniziali che sono C. per il ragazzo e L. per la ragazza. C. ha 27 anni, un buon livello d’istruzione (corrispondente al nostro diploma di scuola media superiore), è in Italia da 4 anni e fa il manovale. L. ha 28 anni, lo stesso grado d’istruzione del suo compagno, vive in Italia da un paio d’anni e lavora come collaboratrice domestica. Entrambi sono intelligenti e hanno un ricordo vivo degli anni vissuti sotto Ceaucesco e la certezza che, nonostante le limitazioni e le difficoltà pre-rivoluzionarie, oggi le cose vadano “molto, molto peggio”.

La prima domanda l’ho rivolta a C., gli ho chiesto:

 

In che modo è cambiata la vita del popolo rumeno dopo l’89 ed in particolare, quali sono le ripercussioni di quella profonda trasformazione sulla famiglia e sulla condizione dell’infanzia?

 

 

C. mi ha descritto in generale come si viveva prima dell’89:

 

La cosa positiva del periodo di Ceaucesco è che c’era lavoro per tutti; se qualcuno veniva trovato a vagabondare, immediatamente veniva fermato e messo a lavorare in qualche fabbrica. I salari erano sostanzialmente sufficienti a mandare avanti una famiglia. Anche chi lavorava in fabbrica, però, aveva il dovere di andare a lavorare le terre dello stato (o magari di mandarci un figlio) altrimenti non avrebbe avuto la “cartella”. La “cartella” era una scheda in cui venivano segnati mese per mese tutti i giorni dell’anno e quando una famiglia aveva ricevuto la sua razione giornaliera di cibo, si faceva una crocetta su quel giorno. Non era possibile acquistare neanche un etto di pane in più! Ma le ristrettezze non erano legate solo ai generi alimentari; anche la luce era centellinata e la televisione si poteva vedere soltanto per due ore al giorno. Eppure i soldi non mancavano e di lavoro ce n’era per tutti, anche perché la Romania esportava molti prodotti all’estero.

La gente, insomma, soprattutto nei primi anni del regime, non era poi così scontenta e certamente non erano molti quelli che volevano vedere Ceaucesco morto (ancora oggi molti piangono presso la sua tomba). Le cose sono andate peggiorando negli ultimi anni: non si trovava più il pane e la luce, la televisione, tutto veniva ulteriormente ridotto. Inoltre la Securitate diventava sempre più temibile; era un corpo ultraspecializzato (nell’87 la Romania ha vinto il Campionato della Securitate) che controllava ogni angolo del paese. Se qualcuno parlava male del sistema in famiglia o con un amico, aveva buone possibilità di essere fatto fuori nel giro di pochi giorni. Un barbiere tedesco di mia conoscenza che amava raccontare barzellette su Ceaucesco (oggi ce ne sono libri interi), un giorno s’ imbattè in due clienti particolari: erano due della Securitate. Dopo aver ascoltato le sue barzellette, lo picchiarono al punto che non riuscì a camminare per 4 mesi. Non fu arrestato soltanto perchè aveva delle conoscenze.

Ceaucesco, inoltre, aveva delle guardie fidatissime che, si dice, venissero castrate per non essere distratte neanche dalle donne. Tutto era organizzato per proteggerlo da qualsiasi attacco; sotto la sua casa si era fatto costruire una sorta di bunker sotterraneo con tutto il necessario per poter sopravvivere qualche anno in caso di guerre o rivoluzioni. E’ strano che sia stato preso così facilmente…

Comunque dopo la sua morte la situazione in Romania non è certo migliorata; nessuno pensava che il comunismo sarebbe finito, nessuno aveva messo dei soldi in banca; la rivoluzione trovò tutti impreparati. Le fabbriche furono chiuse e tanta gente restò senza lavoro; i prezzi salirono alle stelle e tutto quello che prima era gratuito improvvisamente si doveva pagare. La scuola non era più obbligatoria e molti bambini vi rinunciarono per aiutare i loro genitori. Chi ha potuto si è arricchito speculando sulla situazione di generale sfacelo; oggi va avanti soltanto chi ha i soldi e in ogni ambiente, nella scuola e nel lavoro, i più poveri sono svantaggiati e raramente riescono a far valere i loro diritti.

 

 

Mentre mi parlava di questi fatti C. si accendeva in un impeto di rabbia contro quell’opportunità sprecata di cambiare le cose in meglio. Ho deciso allora di cambiare discorso, mi sono rivolta a L. e le ho chiesto di parlarmi di com’ era la scuola ai tempi di Ceaucesco. L., con un italiano sicuro, mi ha detto:

 

La scuola prima dell’89 era obbligatoria fino a 15 anni e interamente gratuita. Dai 3 ai 6/7 anni si frequentava una sorta di scuola materna, la gradiniţa, che preparava il bambino al ciclo successivo; questo si articolava in 8 anni: i primi 4 corrispondevano al gimnazial e gli altri 4 al general. Successivamente chi aveva una certa media poteva accedere al liceul, altrimenti si passava alla scuoala profesionala.

Anche gli studenti più poveri erano favoriti in quanto i libri erano gratuiti e per chi doveva cambiare città c’era la possibilità di soggiornare in una specie di convitto (ce n’era uno per ogni facoltà) quasi del tutto gratuitamente.

Dal punto di vista dei contenuti, l’istruzione era incentrata sulla lingua rumena e sul latino; grande rilievo avevano, però, le ore di educazione civica e politica. Tutti gli studenti, inoltre, sin dalla gradiniţa, dovevano indossare una divisa e i più bravi e preparati ne avevano una che li distingueva dagli altri.

Oggi l’organizzazione formale della scuola è rimasta pressoché la stessa, ma non è più obbligatoria e tutto quello che prima era gratuito adesso si paga. Sono sempre di più, così, i bambini che abbandonano la scuola: nelle campagne molti vanno a lavorare la terra, nelle città chi non ha i soldi per studiare finisce spesso sulla strada.

 

 

A questo punto ho interrotto L. e ho chiesto a lei e C. se erano a conoscenza del fenomeno dei bambini di strada. C. mi ha dato qualche informazione generale.

 

 

Prima dell’89 questo fenomeno non esisteva; per Ceaucesco, infatti, sarebbe stata una vergogna lasciare che bambini vagabondi girovagassero per le strade del suo paese. Esistevano molti istituti per accogliere gli orfani e qui, nonostante le condizioni di vita fossero discutibili, i bambini ricevevano protezione, cibo e un minimo d’istruzione. I più bravi riuscivano addirittura ad accedere alla facultate.

Oggi è esploso questo fenomeno dei bambini di strada in relazione alla generale crisi economica e sociale. I figli, per molte famiglie povere e indebitate sono diventati quasi un “peso”; conosco una famiglia in cui il padre, dopo aver perso il lavoro per la chiusura della fabbrica in cui era impiegato, ha dovuto vendere uno dei suoi cinque figli, che non riusciva più a mantenere. Sono sempre di più, inoltre, le donne che abortiscono o lasciano i figli appena nati in ospedale.

Con Ceaucesco, invece, le famiglie più numerose erano aiutate dallo stato; chi faceva più di tre figli riceveva un aiuto economico e per gli operai delle fabbriche c’era un supplemento al salario in proporzione a quanti figli avessero. Inoltre sia l’aborto che la contraccezione erano proibiti.

 

Sui bambini di strada non hanno avuto molto altro da dirmi, né si ricordavano di aver sentito parlare della Fondazione Parada; L., però, mi ha raccontato un aneddoto capitatole quando era in servizio come guardia giurata:

 

Una sera io e i miei colleghi mentre stavamo facendo servizio presso una discoteca, ci siamo imbattuti in un piccolo “vagabondo” che è subito scoppiato a piangere appena ha visto le divise; probabilmente era stato picchiato dalla polizia come spesso accade a questi bambini. Siamo riusciti a calmarlo e gli abbiamo comprato qualcosa da mangiare; era evidente che non toccava cibo da più di un giorno. Ci ha raccontato, allora, di essere fuggito da casa perché suo padre era morto e il nuovo compagno della madre non faceva che picchiarlo. Non aveva nessun’intenzione di tornare a casa, anche se la vita di strada era difficile e per guadagnare qualcosa da mangiare doveva rubare o chiedere l’elemosina ai passanti. Io e i miei colleghi, allora, lo abbiamo portato in un’organizzazione vicina alla mia città, che si chiama Protezione dei bambini.

 

 

Mentre mi raccontava questo aneddoto L. aveva gli occhi lucidi; poi mi ha detto una frase che non dimenticherò:

 

 

Quando sono venuta in Italia la cosa che mi ha più colpito è stato vedere che le persone s’intenerivano per i cani; io pensavo al mio paese dove non ti fa più pena neanche un bambino.

 

 

 

 

 

 

  

 

2.3 Miloud e la Fondazione Parada

Ho voluto dedicare questa parte del mio lavoro all’esperienza di Miloud, per l’importanza che ricopre nel quadro attuale dell’infanzia abbandonata nell’Europa dell’Est. Il giovane clown francese, infatti, al di fuori di qualsiasi organizzazione o struttura, facendo leva soltanto sulla sua  grande capacità organizzativa e creativa, ha dato vita ad un progetto d’assistenza e reintegrazione di straordinario valore. Nel nostro paese l’attività di Parada ha avuto una notevole risonanza; per sostenerla è stata persino promossa una campagna “L’Italia che sorride ai ragazzi di Bucarest” cui hanno aderito anche gruppi locali di volontari che sono sorti in tutta Italia: gli “amici di Parada”. Inoltre Miloud e i suoi ragazzi si sono esibiti di recente in molte città italiane, riscuotendo un grande successo, sensibilizzando l’opinione pubblica e attirando l’attenzione dei media.

 


• Un italiano a Bucarest22

In occasione della XIV Rassegna Internazionale dei Clown si sono esibiti a Milano i ragazzi della Fondazione Parada. Valerio Bongiorno, che ha curato per il Centro Servizi e Spettacoli di Milano la presentazione del loro progetto in Italia, ne racconta la storia e i risultati.

Miloud lo aveva invitato a Bucarest per vedere i suoi ragazzi; giunto al locale La Grand Magny, Valerio Bongiorno aveva incontrato un gruppo di ragazzi di Parada oltre ad Oliver e Pascal, volontari francesi del servizio civile internazionale che lavoravano da diversi mesi con Miloud.

Bongiorno racconta la vicenda del giovane francese che è arrivato a Bucarest 7 anni addietro con un’esperienza di giramondo e di clown. Miloud si è formato alla scuola di Annie Fratellini, con un passato di modello, poi è stato in Messico e negli USA; l’intenzione era quella di girare il mondo, ma quando arriva nella capitale rumena (con il proposito di dirigersi poi a Mosca), il degrado sociale e l’emarginazione in cui vivono centinaia di ragazzi tra le strade della capitale lo colpiscono. Miloud, al di fuori di qualsiasi organizzazione o struttura, inizia a lavorare con loro e per loro mette in piedi, con grande capacità organizzativa e creativa, un progetto d’assistenza e reintegrazione di enorme valore.

 Valerio Bongiorno dice d’essersi immerso nel lavoro, nei progetti, nei difficili rapporti con le istituzioni e nelle dinamiche interne al gruppo Parada. Per questi ragazzi è difficile rendersi “visibili” e rapportarsi con le istituzioni pubbliche, un po’ per la mancanza di risorse, e un po’ perché non è un vanto avere nella propria città bambini e ragazzi abbandonati che vivono nelle fogne e sniffano colle e solventi per stordirsi.

Nel loro lavoro i ragazzi di Parada si formano, ricostruiscono se stessi come persone, crescono, diventano essi stessi formatori, recuperano dignità e speranza. E’ così che la clownerie, il gioco, si trasforma in un insostituibile strumento educativo che segna l’inizio di un percorso verso la conquista di una piena autonomia e verso la costruzione di una coscienza adulta.

Oggi la Fondazione Parada è una ONG indipendente, riconosciuta dal Ministero della Gioventù e dello Sport, oltre che dal Ministero della Cultura. In questi anni d’intensa attività Parada ha strutturato un sistema di reintegrazione sociale organizzato in più livelli:

“Caravana”- Trecento ragazzi vengono regolarmente assistiti in strada grazie a “Caravana”, un camion mobile che opera nelle ore notturne nei pressi delle stazioni e delle metro. I principali impegni di questa unità mobile sono: interventi medicinali urgenti; riconoscimento e identificazione dei ragazzi; accompagnamento verso istituzioni specializzate; assistenza legale.

Centro diurno – Seicento ragazzi di strada frequentano un centro sociale diurno, aperto dalle 9 alle 17, dal lunedì al venerdì, dove possono partecipare a corsi d’arti circensi, teatro, pittura, disegno, marionette, fotografia, cultura e cucina. Inoltre vengono nutriti e assistiti da medici e assistenti sociali.

Appartamenti di transito/urgenza – Qui i ragazzi vengono ospitati temporaneamente in un ambiente simile a quello di una normale famiglia. Gli adolescenti motivati e con buoni risultati vengono preparati per la loro integrazione negli appartamenti sociali.

Appartamenti sociali – Trenta ragazzi che hanno un lavoro o stanno seguendo un corso di formazione professionale, sono alloggiati in tre appartamenti sociali autogestiti dove si consolida l’ultima tappa necessaria alla loro integrazione sociale.

Valerio Bongiorno conclude affermando che, grazie a questa organizzazione, più di 100 bambini e ragazzi sono stati reintegrati nelle loro famiglie o nella scuola; 20 hanno trovato una professione; 60 fanno parte della troupe che ha proposto spettacoli in Romania, Francia e Italia; 10 collaboratori romeni e 5 volontari stranieri sono stati formati come educatori per il recupero dei ragazzi.

 

 

 

 

 

 


• Intervista a Miloud

Ho ritenuto opportuno inserire integralmente in questa sezione un’intervista a Miloud, tratta dalla rivista “COOPI” (n° 20), perché esprime efficacemente il pensiero, le motivazioni, e il coraggio del giovane clown che ha regalato una speranza ai “randagi” di Bucarest. Dalle sue parole emerge la spontaneità con cui ha affrontato un compito tanto arduo com’è quello di conquistarsi la fiducia di piccoli vagabondi, diffidenti verso chiunque voglia imporre loro delle regole. Miloud è sceso nei loro canali, ha “vestito i loro panni”, e da quella condizione di parità li ha aiutati; se fosse rimasto nel suo mondo non lo avrebbero ascoltato, sarebbe stato uno dei tanti “benefattori” che cercano, però, di mantenere le distanze da un branco di ragazzini “sporchi e minacciosi”.

Miloud ha regalato loro una speranza, una “prospettiva” e la “gioia del domani”; li ha investiti di una “responsabilità”, facendoli sentire parte di un progetto comune; li ha aiutati a sviluppare il senso della “collettività”, e il rispetto per i “ruoli”; ha fatto capire loro che qualsiasi obiettivo si può raggiungere solo con il “lavoro” e con la “disciplina”; ha dimenticato il loro “passato” per poterli aiutare libero da preconcetti, tenendo comunque conto delle differenze individuali; ha tratto il suo metodo dall’esperienza quotidiana, dalla “prassi”, senza affidarsi a teorie aprioristiche e astratte; ha utilizzato, infine, il “gioco” e l’“arte” per restituire ai “randagi”, dignità, entusiasmo e fiducia nel futuro.

Questi aspetti (in particolare i concetti che ho messo tra virgolette) ci riconducono inevitabilmente all’esperienza di Makarenko che, quasi un secolo fa, ha affrontato con successo un’esperienza per molti versi analoga a quella di Miloud. Senza dimenticare le grandi differenze di natura storica, sociale e ideologica che corrono tra i due, mi sembra interessante mettere a confronto, i principi che ne hanno ispirato l’azione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Intervista a Miloud Oukili, un clown per strada. 23

Ecco come ha salvato dalla strada tanti ragazzi: con un sorriso.

 

Miloud, com’è iniziata la tua avventura in Romania?

 

Sono arrivato a Bucarest nel 1992, curioso di conoscere questo paese da poco libero dalla dittatura. E quasi subito sono venuto a contatto con i ragazzi. Vedere uscire questi ragazzi da un tombino è una cosa che ti rimane dentro. Poi sono sceso anch’io nei sotterranei: oggi come allora, molti di loro vivono nel sottosuolo di Bucarest, dove scorrono le tubature che, trasportando l’acqua calda in tutte le zone della città, producono calore, permettendo loro di vivere al riparo dal freddo. Non è stato difficile decidere di restare.

 

 

Come sei riuscito a comunicare con i ragazzi?

 

 

Mi sono presentato per ciò che sono, un clown: la mia tecnica, il mio linguaggio è il sorriso. Ho cominciato pian piano ad insegnare loro il mestiere di clown, sorridendo e riconquistando la loro vita attraverso il sorriso, e loro mi hanno insegnato a capire e a vivere la loro vita.

 

 

Come mai tutti questi ragazzi vivono in strada?

 

I ragazzi sono le vittime di una società malata: la liberazione ha portato ad una grave crisi economica che ha visto tantissime famiglie cadere in miseria. C’è la tendenza a giudicare i ragazzi come gli unici responsabili della loro situazione, ma non lo sono affatto. Questi ragazzi, pur avendo un passato di droga e vagabondaggio, hanno dentro qualcosa di molto bello, tanto da riuscire a far ridere gli altri bambini. Bisogna però che qualcuno li ascolti, che presti attenzione alle loro esigenze e alle loro capacità. Tutti i bambini del mondo sono eguali, basta portarli in bagno e lavarli, dargli dei vestiti nuovi. Essere bambini di strada non è una malattia, non è un’etichetta, ma una situazione scaturita da una società malata.

 

Perchè hai deciso di dare tutto ciò? Cosa ti ha portato a restare in Romania?

 

Quando si vedono bambini in queste situazioni, in condizioni d’abbandono estremo, di tristezza, disperazione, non ci si può dimenticare d’aver vissuto la propria infanzia in tutt’altro mondo, avendo il diritto di esprimersi e di imparare. E’ stata questa la spinta che mi ha portato a fare qualcosa per loro. Inoltre sono stati gli stessi bambini che mi hanno invitato a rimanere con loro, ed io ho accettato con grande piacere. Ho giocato con loro, mi sono lavato con loro nei bagni pubblici, nel lago, abbiamo fatto insieme dei picnic, abbiamo preparato insieme dei lavori teatrali dove ognuno ha il suo compito e le proprie responsabilità, e per chi non ha mai avuto un ruolo sociale, questo vivere il quotidiano è molto importante. Alcuni di loro sono rientrati presso la propria famiglia, altri hanno cercato un lavoro, altri ancora hanno cercato loro stessi, e da soli hanno deciso di lasciare la strada. Devo dire che quando un ragazzo decide di lasciare la strada, perché è riuscito a trovare la sua strada, è un motivo in più per cercarne un altro, e ricominciare.

 

 

Cosa hai fatto per aiutare questi ragazzi?

 

Li ho semplicemente ascoltati ed ho fatto in modo di mettere a loro disposizione gli strumenti utili per migliorare la loro vita: ho cercato degli spazi per il riposo, le cure, la formazione, ma anche per i momenti creativi e d’espressione. Per chi ne ha la possibilità può sembrare una cosa banale poter dire cosa si è, cosa si vuole o non si vuole fare, ma per chi non ha mai avuto il diritto di pensare e per chi è stato sempre zittito con la violenza, tutto ciò è molto difficile. Per la maggior parte di questi ragazzi, la possibilità di fare uno spettacolo significa avere la possibilità di dire “io voglio fare questa cosa, io voglio essere questo personaggio, ho la possibilità di realizzare, di essere, di esprimere”.

 

 

Da dove hai cominciato?

 

Ogni volta che incontri un bambino, capisci lo sforzo da fare e come affrontare la cosa; perché ogni fenomeno ha la sua maniera di rivelarsi, ogni ragazzo ha la sua personalità ed un atteggiamento diverso rispetto al suo problema. Le realtà possono essere molto differenti tra loro: un ragazzo vuole ritornare dalla sua famiglia, altri vogliono riprendere a studiare, ed altri ancora imparare un mestiere. Questi ragazzi, che sembra vivano sopravvivendo, senza particolari speranze, trovano malgrado tutto, una forza che mi ha molto colpito: hanno uno spiccato senso di conservazione che li porta a vivere sotto terra, non per divertimento, ma per ripararsi dal freddo e dalle insidie. E’ per tutto questo che ho voluto trovare il tempo per imparare ad aiutarli.

Su cosa si basa il suo metodo socio-educativo?

 

Io parto dal principio che nulla è realizzabile senza il totale coinvolgimento dei ragazzi, e l’esperienza di questi anni mi ha confermato l’importanza del supporto artistico per il sostegno socio-educativo. Credo che la cultura sia un mezzo forte per esprimersi come individui. Nessuno può crearsi la sua personalità da solo, perché abbiamo bisogno di sostegni e di riferimenti, che sono continui nello spettacolo. Sono fortemente convinto che lo scambio ed il confronto con gli altri formino l’individuo, il carattere e le sue scelte importanti. Questi ragazzi fino ad allora non avevano avuto nessuna scelta. E’ per questo che abbiamo proposto proprio a loro una serie d’attività, e proponiamo loro stessi per sensibilizzare l’opinione pubblica. Uno degli obiettivi principali consiste nel creare un ambiente aperto, con dei legami sani, sinceri e forti tra le persone che fanno parte del gruppo. Un buon legame genera coraggio, il coraggio crea sicurezza.

 

 

Gioco e disciplina riescono a convivere?

 

 

Le prove sono estenuanti, sono impegni di lavoro, ma lavoriamo per far ridere i ragazzi, e molte volte ci ritroviamo proprio a giocare. Dedichiamo tutto il tempo necessario al gioco, perché per i ragazzi è una cosa naturale. Quando avremo soddisfatto questa prima esigenza del ragazzo, allora potremo pensare alle cure sanitarie, all’insegnamento di un mestiere, allo studio e a tutto il resto. I ragazzi quando giocano si sentono bene e quando si sentono bene si confidano. Il clown è amico dei bambini. Quindi per il nostro gruppo, i clown sono coloro che sanno parlare, sanno ascoltare, sanno accettare le confidenze.

 

 

Comunemente la strada ha una connotazione negativa, ma può avere anche altre facce, vero?

 

 

Per me che sono un cittadino francese, la strada significa uno spazio meraviglioso d’espressione, d’incontro e di scambio di diversi punti di vista, di modi di essere. Dopo ogni spettacolo in strada, gli applausi mi gratificano, dandomi l’emozione ed il coraggio per poter andare avanti, ed è proprio questa emozione che io oggi voglio trasmettere ai ragazzi.

 

 

2.4 Un  “Makarenko” dei nostri giorni: Muhammad Yunus “Il banchiere dei poveri”32

La conclusione alla prima parte di questo studio accennava all’esperienza di Muhammad Yunus e alla sua opera autobiografica Vers un mond sans pauvretè, tradotto in italiano come Il banchiere dei poveri. Nel libro Yunus ripercorre le vicende, dall’origine ai risultati, della Grameen Bank, sorta per sua iniziativa nel 1976 e divenuta indipendente nel 1983. La banca, riconosciuta dal governo, si estende oggi su un vasto territorio, costituito dalle zone più depresse del mondo; la sua attività consiste sostanzialmente nella concessione di piccoli prestiti ai poveri, eliminando il sistema della garanzia e le varie trafile burocratiche.

 

Questa banca presta denaro solo ai più poveri tra i poveri, a coloro che non hanno nulla da offrire in garanzia, e quindi sono respinti dagli istituti di credito tradizionali. La sua politica è il microcredito a tassi bonificati che consente a centinaia di migliaia di persone, in maggioranza donne di affrancarsi dall’usura e di allargare gradualmente la propria base economica, fino a raggiungere quel che la carità nega al povero: la sua dignità.33

 

 

Il concetto di “dignità” è fondamentale in Yunus e lo porta a rifiutare qualsiasi forma di carità; allungare semplicemente una moneta ad un mendicante significa invitarlo a perseverare in questa forma passiva e parassitaria di sopravvivenza. Il modello di Grameen rifiuta questa logica in quanto riconosce al povero, dignità e potenzialità illimitate.

 

Grameen ha un’ambizione: dare ai poveri un’opportunità, svelarne le immense capacità creative e inventive, alzare il loro livello di vita, consentire alle donne di scegliere la loro esistenza.34

 

Il presupposto di Grameen è quindi una fiducia totale nelle persone, nelle loro capacità e nella loro onestà.

 

La parola credito significa in fatto fiducia - dice Yunus fissandoti con occhi d’argento. In realtà le banche sospettano del debitore, vige una reciproca diffidenza. La sua banca, invece, è basata sul presupposto che i debitori siano onesti. Ingenuo? Gli insolventi rappresentano solo l’uno per cento dei clienti.35

 

Connesso alla filosofia di Yunus è anche il concetto di “responsabilità”.

 

La sua banca, e altre nate seguendo il suo modello, hanno aiutato e stanno aiutando i poveri di cinquantotto paesi – in prevalenza sottosviluppati ma non solo: è infatti presente anche in Canada, Finlandia, Francia, Norvegia, Olanda, Stati Uniti, Sud Africa nonchè in Cina e in Russia – ad assumersi la responsabilità e il controllo della propria vita.36

 

Clienti privilegiate della Grameen Bank sono le donne che occupano un posto importantissimo nella “filosofia” di Yunus.

 

C’è poi un aspetto sociale assai rilevante: il 94% dei beneficiari dei prestiti Grameen sono donne e ciò perchè in gran parte dei paesi sottosviluppati le donne sono più attente, si preoccupano di costruire un futuro migliore per i figli, dimostrano maggior costanza nel lavoro.37

 

La donna assume, così, una funzione centrale nell’ambito della “rivoluzione” di Grameen, proprio grazie alla sua lungimiranza, concretezza e senso della responsabilità. Queste qualità, secondo Yunus, sono meno sviluppate nell’uomo, che “vuole godersi subito i pochi soldi che racimola.”38

Un altro importante principio ispiratore di Grameen è la dimensione di “gruppo” e non individuale.

 

Per avere un prestito non basta essere poveri (i ricchi possono rivolgersi a qualsiasi altra banca) e avere un progetto da avviare. La Grameen Bank pone altre due condizioni. La prima: costituire un gruppo di cinque persone. Il gruppo è responsabile collettivamente della gestione dei crediti individuali. E’ il gruppo che sostiene e aiuta nei momenti di difficoltà; è in gruppo che si condivide la gioia dei progressi di ciascuno.39

 

Il successo più grande della Grameen Bank è stato il superamento degli stereotipi, dei luoghi comuni e delle abitudini consolidate.

 

All’inizio della sua avventura, il banchiere dei poveri ha incontrato solo ostacoli. Tutti gli erano ostili: il sistema creditizio ufficiale, che vedeva messo sotto accusa il rigore delle proprie direttive; le botteghe dei prestiti, ovvero gli usurai, che prosperavano sulle disgrazie dei nullatenenti; i capi religiosi dei villaggi agricoli, che temevano insidie per la virtù e la modestia delle donne; gli uomini che sentivano vacillare il loro ruolo e mettere in discussione la loro capacità di amministrare denaro; le donne stesse che, dopo secoli di sudditanza, provavano una vertigine repulsiva di fronte all’opportunità dell’indipendenza economica.40

 

L’esperienza e la “filosofia” di Yunus, sembrano quindi vertere attorno ad alcuni motivi centrali. Al primo posto c’è la differenza sostanziale (spesso sottolineata dallo stesso Yunus) tra la carità e l’operato della Grameen Bank; qualsiasi forma di carità implica il venir meno della dignità del povero che viene considerato un essere inferiore, passivo e non un soggetto economico ricco di potenzialità inespresse. Grameen, invece, si fonda su una fiducia illimitata e a priori nei confronti delle persone. La più grande ambizione del banchiere dei poveri è proprio quella di offrire ai più emarginati un’opportunità che consenta loro di manifestare le proprie capacità creative e inventive. Per questo motivo Yunus si rivolge particolarmente alle donne che sono le più svantaggiate sul piano lavorativo, economico e sociale, ma anche le più dotate di senso pratico e lungimiranza. Yunus rifiuta, quindi, qualsiasi forma di “etichetta” o luogo comune che possa relegare il povero ad una condizione d’eterna subalternità.

Questa “prospettiva” ottimistica e questa fiducia incondizionata nelle risorse umane, avvicinano il banchiere dei poveri allo spirito con cui Makarenko affrontò la sua impresa. Si tratta di due esperienze completamente diverse, accomunate però dalla stessa spinta rivoluzionaria. Entrambi hanno rifiutato di appellarsi alla tradizione e hanno lottato per un “uomo nuovo” in un “mondo nuovo”. Per fare questo è stato necessario “dimenticare” i vecchi stereotipi, abbandonare ogni pregiudizio e assumere una prospettiva volta interamente in avanti. Il loro è il punto di vista ottimistico e rivoluzionario di chi non si limita a denunciare i mali della società, ma vuole trovare il modo di eliminarli. Non si tratta di teorici che elargiscono formule e progetti astratti, ma di uomini d’azione che hanno tratto dalla loro esperienza personale un modello reale e concreto per i bambini abbandonati (l’uno) e per i poveri (l’altro) di tutto il mondo.

In entrambi i casi ha giocato un ruolo importante il concetto di “responsabilità”. Yunus ha rifiutato qualsiasi atteggiamento paternalistico e pietistico verso i poveri, favorendo, invece, la piena assunzione di responsabilità da parte dei clienti di Grameen. Allo stesso modo Makarenko ha cercato d’infondere nei suoi ragazzi, coerenza e consapevolezza delle proprie azioni.

Infine, sia l’uno che l’altro, hanno un’enorme fiducia nelle risorse della collettività e nei vantaggi della collaborazione tra gli uomini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Documentazione fotografica

 

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In Zenzinov V., Besprizornye

 

Tav. II

In Zenzinov V., op. cit.

Tav. III

In Zenzinov V., op. cit.

 

Tav. IV

               In Makarenko Vitalij S., Erinnerungen an Meinen Bruder 

 

Tav. V        

                  In Makarenko Vitalij S., op. cit.

 

Tav. VI

Nel numero di aprile 2000 di “Mondo Domani” (il mensile per l’educazione allo sviluppo del Comitato italiano per l’Unicef)

 

Tav. VII

                  In Zizola F. (fotografie di), “Stati d’infanzia”

 


Tav. VIII

                  Nel numero di agosto-settembre 1997 di “Mondo Domani”

 

Tav. IX

                 Nel numero di aprile 2000 di “Mondo Domani”

 

Tav. X

In “TV Sette”, settimanale del “Corriere della Sera”, numero 50, 1999

 

 

 


Indice delle idee ricorrenti*

 

Dall’Indice delle idee ricorrenti emerge la frequenza, nella prima e nella seconda parte di questo lavoro, d’alcuni termini. Si tratta delle parole-chiave che connotano fortemente il problema dell’infanzia abbandonata; parole che non si può fare a meno di utilizzare ogni qualvolta si affronti questo problema. I concetti di “abbandono”, “crisi”, “povertà”, “prospettiva” ecc., accomunano fenomeni che, pur appartenendo a due periodi storici molto diversi, sono sostanzialmente analoghi; ed è proprio il fatto di dover ricorrere ad uno stesso linguaggio che ci aiuta a scorgere le profonde affinità tra la condizione dei “randagi” d’ogni epoca e luogo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A

Abbandono, 1, 7, 8, 10, 12, 23, 24, 25, 33, 38, 51, 52, 55, 56, 57, 59, 60, 62, 63, 64, 67, 70, 76 79, 104, 108, 126, 130, 140, 183, 185, 189, 191, 192, 193, 194, 196, 200, 203, 205, 208, 209, 213, 214, 215, 216, 217, 219, 225, 230, 235, 239, 246, 251, 252, 261

Aborto, 19, 22, 208, 226, 252

Accoglienza, 199, 253

Abuso, 187, 192, 201, 202, 206, 207, 213, 217, 255, 257

Adolescenza, 23, 25, 49, 63, 68, 164, 206, 213, 217, 219, 221, 231, 249, 252, 256

Aids, 185, 187, 189, 198, 214, 217, 239

Aiuto, 60, 68, 70, 71, 83, 87, 96, 124, 126, 136, 152, 158, 166, 183, 192, 193, 195, 204, 206, 207, 211, 217, 221, 224, 225, 227, 232, 235, 239, 243, 244, 247, 248, 250, 251, 253, 261

Alcool, 60, 208, 209, 220, 222, 249, 250, 254, 256

Alloggio, 31, 209, 213, 231, 252

Angoscia, 203, 250, 253, 255

Anormalità, 21, 39, 45, 46, 112, 118, 126, 156, 158

Arresto, 9, 146, 224

Arte, 21, 55, 56, 100, 140, 154, 160, 162, 174, 176, 180, 212, 232,

Assassinio, 26, 96

Assistenza, 32, 63, 186, 189, 192, 203, 207, 208, 213, 218, 229, 230, 239, 250, 252, 254

Associazione, 21, 33, 293, 212, 227, 239, 251, 257

 

B

Banda, 57

Besprizornye, 1, 23, 31, 55, 58, 60, 62, 63, 64, 65, 67, 68, 69, 79, 183

Bisogno, 10, 25, 32, 136, 156, 170, 197, 202, 206, 236, 251

Borghesia, 6, 14, 17, 18, 20, 32, 41, 43, 44, 45, 90, 91, 94, 96, 98, 102, 104, 106, 110, 112, 114, 116, 122, 128, 132, 138, 140, 142, 144, 154, 156, 168, 170, 172, 174, 176

 

C

Calamità, 8, 88

Campagna, 71, 96, 104, 191, 227, 248, 253, 255

Capacità, 2, 30, 32, 38, 41, 44, 45, 52, 86, 106, 142, 146, 160, 162, 174, 207, 214, 229, 234, 243, 245

Capitalismo, 3, 4, 14, 15, 42, 43, 94, 96, 104, 110, 126, 132, 166, 168, 178, 202, 205, 250, 252, 257

Capo, 8, 11, 27, 32, 57, 75, 209, 252

Carestia, 7, 11, 12, 24, 27, 60, 62, 63, 65, 66, 69, 70, 75, 256

Carità, 242, 245, 251

Casa, 24, 31, 32, 58, 59, 62, 67, 77, 81, 84, 85, 86, 89, 192, 200, 202, 206, 210, 213, 224, 226, 238, 249, 250, 251, 254, 255, 256

Catarsi, 36, 47, 48, 53, 140, 142, 144, 148, 150, 152

Cibo, 9, 12, 24, 63, 67, 152, 198, 224, 225, 226, 250, 251, 253,

Città, 1, 2, 5, 8, 13, 24, 25, 31, 32, 33, 55, 57, 62, 64, 72, 77, 104, 126, 191, 193, 194, 199, 200, 208, 212, 225, 226, 230, 234, 237, 238, 240, 250, 252, 254, 256

Clown, 212, 229, 230, 232, 234, 236, 237, 239, 240

Collaborazione, 16, 28, 30, 51, 102, 106, 128, 130, 132, 136, 150, 186, 190, 192, 210, 213, 218, 223, 231, 246

Collettivo, 35, 37, 39, 40, 41, 43, 46, 48, 52, 54, 60, 61, 74, 77, 87, 100, 120, 126, 128, 130, 132, 134, 136, 138, 146, 148, 150, 152, 158, 166, 168, 170, 174, 176, 250

Comitato, 27, 28, 57, 58, 64, 191, 200

Commercio, 13, 14, 18, 203

Comunismo, 10, 11, 14, 16, 18, 19, 73, 96, 104, 110, 205, 207, 215, 219, 224

Comunità, 27, 29, 128, 128, 148, 154, 186, 198, 209, 219

Conflitto, 43, 47, 48, 65, 70, 94, 142, 126, 128, 134, 140, 142, 144, 146, 148, 150, 152, 154, 156, 158, 170, 187, 188, 189, 198, 202, 207, 221, 221, 222

Contadino, 3, 96, 196

Contraccezione, 208, 226, 252

Contraddizione, 50, 94, 106, 144, 154, 156, 178

Corruzione, 25, 142, 152, 214

Coscienza, 35, 43, 44, 50, 96, 98, 100, 104, 106, 108, 114, 120, 122, 126, 128, 130, 134, 142, 144, 146, 148, 150, 152, 158, 174, 176, 178, 230

Criminalità, 21, 25, 26, 38, 57, 146, 207, 210, 221, 254

Crisi, 4, 9, 11, 12, 13, 34, 35, 36, 46, 48, 54, 63, 68, 71, 98, 126, 130, 142, 150, 156, 158, 168, 174, 188, 190, 191, 192, 200, 202, 203, 205, 207, 209, 211, 214, 215, 216, 218, 225, 234, 250, 253

Crollo, 3, 207, 215, 252

 

D

Delinquenza, 20, 23, 25, 26, 34, 38, 52, 62, 63, 65, 112, 168, 194, 256

Democrazia, 2, 6, 11, 126, 130, 172, 218

Dialettica, 13, 37, 38, 46, 50, 61, 100, 106, 110, 116, 124, 138, 156, 178

Didattica, 19, 32, 72

Dignità, 76, 79, 199, 212, 230, 232, 242, 245

Diritto, 14, 24, 28, 41, 67, 69, 70, 185, 186, 187, 188, 189, 190, 206, 210, 224, 225, 235, 250

Disagio, 142, 194, 223, 249

Disciplina, 19, 29, 35, 37, 40, 74, 79, 81, 86, 87, 96, 120, 128, 130, 132, 134, 152, 232, 236

Disgregazione, 8, 102, 209, 252

Disoccupazione, 8, 23, 206, 209, 214, 216, 217, 219, 220, 250, 251, 252, 256

Disperazione, 12, 77, 83, 132, 214, 235, 247, 253

Divorzio, 18, 19, 22, 33, 207

Degrado, 79, 200, 207, 215, 216, 229

Domani, 45, 52, 85, 114, 191, 205, 232, 247, 250

Droga, 188, 194, 198, 203, 209, 215, 217, 219, 220, 221, 222, 234, 249, 254, 257

 

E

Economia, 3, 6, 8, 9, 11, 13, 14, 15, 19, 21, 34, 35, 52, 54, 63, 70, 77, 102, 124, 142, 156, 185, 188, 189, 190, 191, 192, 193, 194, 200, 202, 205, 206, 207, 209, 214, 217, 218, 221, 225, 228, 234, 242, 245, 247, 249, 250

Elemosina, 12, 66, 67, 192, 198, 200, 226

Emarginazione, 67, 73, 76, 192, 220, 221, 229, 245, 261

Emergenza, 10, 26, 28, 79, 198, 227, 251

Effetto, 13, 14, 45, 104, 112, 120, 132, 144, 150, 160, 166, 205, 214, 216, 247

Epidemia, 7, 12, 63

Esperienza, 6, 30, 33, 34, 37, 38, 42, 46, 55, 65, 72, 73, 75, 76, 78, 79, 98, 100, 104, 110, 114, 124, 130,132, 134, 140, 142, 148, 150, 152, 166, 170, 229, 232, 236, 242, 245, 246

Esperimento, 29, 132

 

F

Fabbrica, 18, 65, 66, 69, 77, 87, 168, 187, 200, 224, 225, 250, 251

Fame, 12, 13, 25, 52, 55, 63, 65, 66, 195, 213, 251

Famiglia, 8, 18, 19, 20, 23, 28, 31, 36, 62, 63, 65, 67, 70, 71, 75, 88, 189, 191, 192, 193, 198, 203, 207, 209, 223, 224, 225, 231, 235, 240, 247, 248, 251, 252, 255, 256, 257

Fanciullo, 12, 20, 23, 28, 31, 36

Fenomeno, 1, 7, 8, 10, 12, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 34, 62, 63, 64, 69, 76, 79, 176, 183, 191, 193, 202, 204, 206, 207, 208, 209, 214, 216, 217, 225, 235, 249, 252, 256

Fiducia, 38, 57, 61, 63, 80, 81, 172, 232, 243, 245, 246, 254

Filosofia, 21, 51, 82, 85, 87, 243, 245

Fondazione, 79, 200, 212, 226, 227, 229, 230, 255

Freddo, 10, 25, 55, 66, 234, 235, 247, 251, 255

Furto, 12, 25, 26, 52, 63, 146, 192, 194, 198, 247, 251

 

G

Gioco, 36, 61, 75, 85, 195, 23, 232, 236

Gioia, 45, 52, 114, 118, 148, 232, 244

Governo, 2, 3, 4, 5, 6, 8, 11, 14, 15, 18, 20, 21, 27, 28, 62, 66, 67, 185, 186, 264, 227, 238, 242, 253, 256

Gruppo, 9, 15, 35, 54, 57, 65, 66, 68, 70, 102, 142, 164, 168, 170, 193, 195, 198, 199, 212, 229, 236, 244

Guerra, 1, 2, 3, 4, 6, 7, 9, 11, 13, 14, 18, 21, 28, 33, 34, 44, 45, 52, 60, 62, 66, 70, 75, 96, 100, 102, 104, 112, 156, 185, 187, 188, 189, 198, 200, 211, 215, 224, 250

 

H

Handicap, 208, 215, 248, 253, 254

 

I

Ideologia, 3, 15, 17, 38, 44, 60, 77, 100, 102, 104, 106, 112, 120, 122, 142, 144, 210, 233

Illegalità, 206, 219, 221

Impresa, 15, 44, 76, 82, 104, 112, 116, 138, 146, 160, 164, 172, 246, 250, 251, 252

Industria, 3, 8, 11, 13, 15, 18, 54, 65, 69, 77, 200, 211, 212, 251

Istituto, 9, 12, 32, 33, 64, 65, 66, 68, 69, 140, 203, 206, 207, 209, 216, 218, 225, 239, 242, 248, 249, 252, 253, 255, 257

Istituzione, 9, 17, 63, 67, 72, 14, 75, 128, 185, 202, 204, 229, 230, 257

Istruzione, 10, 19, 21, 28, 67, 68, 75, 77, 82, 83, 85, 86, 96, 98, 168, 192, 193, 199, 215, 219, 221, 223, 225

 

L

Lavoro, 6, 10, 19, 20, 24, 26, 27, 28, 29, 30, 33, 35, 36, 38, 42, 52, 52, 57, 58, 59, 65, 67, 69, 71, 75, 81, 83, 84, 85, 87, 96, 102, 114, 118, 120, 130, 132, 134, 136, 138, 146, 148, 152, 183, 188, 189, 191, 192, 193, 195, 206, 209, 210, 219, 222, 223, 224, 225, 229, 230, 231, 232, 235, 236, 238, 244, 250, 252, 254, 256

Legge, 2, 7, 21, 24, 27, 38, 52, 53, 120, 118, 186, 207, 217, 221, 222, 255

Libertà, 2, 14, 20, 25, 29, 45, 76, 77, 93, 98, 112, 114, 118, 219, 252

Licenziamento, 206, 251

Lotta, 21, 25, 26, 27, 28, 29, 36, 40, 44, 47, 58, 65, 87, 94, 96, 102, 104, 124, 128, 132, 134, 140, 144, 160, 166, 246, 250, 253

 

M

 

Malattia, 31, 120, 185, 198, 208, 209, 213, 214, 217, 219, 234

Malnutrizione, 193, 208, 255

Maltrattamento, 70, 120, 206, 256, 257

Marxismo, 3, 4, 19, 34, 37, 42, 78, 94, 96, 100, 102, 114, 116, 122, 146, 176, 178

Mercato, 13, 77, 193, 200, 205, 214, 219, 222, 250, 254, 255, 256

Metodo, 28, 29, 37, 38, 39, 43, 46, 48, 84, 98, 102, 104, 112, 118, 120, 130, 132, 134, 142, 144, 146, 148, 150, 152, 154, 156, 164, 217, 232, 236

Migrazione, 191, 193

Minorenni, 21, 23, 24, 26, 27, 28, 52, 196, 202

Miseria, 21, 52, 77, 194, 203, 234, 247, 251

Misura, 14, 27, 63, 64, 69, 128, 152, 215, 221

Mortalità, 207, 208, 212, 216, 220

 

N

Natalità, 214, 252

Normalità, 45, 48, 112, 156

 

O

Operaio, 1, 3, 4, 5, 7, 8, 18, 23, 24, 28, 31, 65, 66, 96, 110, 114, 116, 225

Opportunità, 6, 41, 77, 204, 219, 221, 224, 243, 245

Orfano, 9, 23, 34, 55, 62, 70, 71, 191, 198, 206, 207, 215, 225

Orfanotrofio, 23, 24, 63, 64, 66, 67, 68, 69, 216, 239, 240, 248, 250, 251, 252, 254, 257

Ottimismo, 3, 80, 112, 118, 136, 245, 246

 

P

 

Partito, 1, 3, 7, 10, 13, 15, 16, 17, 18, 21, 38, 43, 65, 67, 84, 96, 100, 104, 108, 110, 154, 158

Pericolo, 31, 36, 59, 62, 63, 110, 138, 144, 150, 162, 188, 192, 213, 214, 238

Politica, 2, 6, 7, 11, 13, 14, 15, 16, 19, 20, 34, 35, 58, 62, 65, 66, 67, 68, 72, 74, 75, 102, 128, 148, 154, 185, 187, 188, 189, 194, 200, 208, 211, 212, 219, 222, 225, 242, 247, 252, 256

Polizia, 7, 16, 58, 194, 207, 226, 249, 254, 256

Popolo, 5, 9, 14, 34, 63, 65, 82, 86, 92, 98, 108, 110, 114, 172, 200, 229, 227

Potere, 2, 3, 6, 11, 14, 18, 27, 96, 216, 156

Povertà, 3, 4, 33, 75, 76, 77, 79, 88, 185, 186, 187, 189, 190, 191, 192, 193, 198, 202, 203, 206, 207, 208, 214, 214, 224, 225, 239, 242, 243, 244, 245, 246, 249, 251, 256, 257

Prassi, 34, 60, 100, 106, 118, 124, 136, 138, 232, 256

Prevenzione, 24, 63, 189, 192, 222

Prigione, 26, 29, 60

Privato, 8, 20, 27, 28, 106, 140, 144, 148, 247, 250, 251, 255, 256

Professione, 17, 19, 49, 68, 112, 118, 164, 193, 199, 204, 213, 231

Progetto, 57, 60, 63, 134, 148, 187, 195, 199, 204, 229, 232, 239, 240, 244, 246

Programma, 19, 122, 138, 192, 221, 251, 256

Proletariato, 3, 21, 43, 96, 131, 132

Prospettiva, 34, 41, 45, 46, 52, 54, 56, 61, 77, 79, 80, 94, 114, 116, 164, 176, 232, 245, 246, 261

Prostituzione, 12, 188, 192, 198, 200, 203, 215, 217, 219, 220

Protezione, 194, 197, 217, 225, 226, 251, 253

Provvedimento, 27

Punizione, 46, 120, 217

 

R

Randagio, 1, 7, 8, 9, 12, 20, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 38, 60, 126, 128, 232, 237, 240, 261

Reato, 38, 122, 221

Recupero, 57, 76, 126, 194, 216, 218, 230, 231

Regime, 1, 2, 7, 18, 21, 23,8, 67, 70, 148, 202, 208, 224, 252

Regione, 187, 211, 212, 218, 219, 220, 254

Reintegrazione, 212, 229, 230, 231

Religione, 2, 11, 21, 120, 196, 245

Responsabilità, 6, 21, 27, 35, 36, 37, 39, 40, 42, 72, 77, 154, 208, 209, 211, 232, 234, 235, 240, 243, 246, 252, 253

Ribellione, 4, 130

Ricchezza, 13, 24, 25, 43, 54, 63, 77, 79, 85, 88, 94, 100, 102, 106, 108, 114, 130, 134, 136, 160, 164, 172, 174, 186, 191, 205, 221, 224, 227, 244, 245, 251, 256

Rieducazione, 21, 33, 38, 52, 56, 57, 58, 96, 98, 120, 168

Rifugio, 24, 187, 189, 190, 198, 203, 209, 252, 256

Risultato, 3, 5, 19, 27, 29, 62, 70, 84, 94, 102, 106, 108, 126, 150, 164, 176, 189, 218, 229, 231, 242

Rivoluzione, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 11, 14, 15, 17, 18, 19, 20, 32, 33, 34, 43, 58, 62, 63, 64, 65,, 66, 70, 73, 75, 79, 94, 96, 98, 104, 110, 114, 118, 126, 132, 138, 154, 156, 164, 216, 223, 224, 238, 244, 246

Ruolo, 3, 17, 18, 19, 37, 54, 64, 77, 186, 188, 206, 216, 232, 235, 245, 246

 

S

Salario, 87, 206, 209, 224, 226, 252, 257

Sanitario, 9, 69, 187, 188, 189, 194, 206, 218, 236, 248, 252

Scopo, 4, 44, 53, 59, 69, 98, 104, 128, 130, 132, 176, 203

Scuola, 19, 24, 31, 32, 33, 38, 68, 69, 70, 72, 87, 132, 158, 189, 195, 203, 210, 213, 221, 223, 224, 225, 229231, 250, 255, 256, 257

Sfruttamento, 14, 67, 96, 124, 142, 191, 194, 206, 213, 239

Sistema, 3, 6, 14, 16, 18, 26, 28, 29, 34, 37, 38, 40, 42, 52, 63, 68, 71, 72, 73, 74, 118, 124, 138, 146, 166, 187, 188, 205, 206, 207, 208, 215, 224, 230, 239, 242, 245, 252, 253

Solidarietà, 29, 128, 232, 298, 227, 252

Solitudine, 44, 81, 84, 104, 106, 108, 196, 203, 253

Sostegno, 58, 192, 203, 205, 227, 236

Spacciatore, 208

Speranza, 6, 12, 20, 24, 46, 68, 77, 83, 118, 207, 209, 212, 214, 230, 232, 235, 241, 245, 247, 253, 255, 257

Squilibrio, 193

Stato, 3, 4, 5, 6, 11, 14, 18, 19, 31, 32, 62, 96, 104, 158, 204, 206, 208, 224, 225, 247, 251, 252, 253

Stazione, 9, 24, 25, 21, 33, 66, 196, 200, 202, 230, 237, 238, 239, 250, 252

Strada, 9, 12, 24, 25, 29, 55, 63, 64, 66, 68, 69, 71, 73, 74, 76, 79, 84, 94, 96, 102, 104, 106, 108, 110, 116, 128, 135, 152, 160, 191, 192, 193, 194, 196, 198, 199, 200, 202, 203, 204, 208, 210, 211, 212, 213, 214, 215, 216, 220, 225, 226, 227, 229, 230, 234, 235, 236, 237, 238, 239, 240, 247, 249, 253, 254, 256

Suicidio, 146, 202, 209, 214, 220,247, 249, 251, 256

Sussidio, 206, 250, 251, 256

 

T

Teoria, 15, 20, 28, 34, 38, 39, 49, 60, 79, 96, 100, 102, 104, 106, 126, 140, 144, 154, 156, 158, 160, 164, 232, 246

Tossicodipendenza, 209, 220

Tradizione, 42, 54, 98, 108, 114, 130, 134, 156, 172, 176, 215, 242, 246

Tragedia, 32, 47, 61, 140, 142, 144, 154

Transizione, 43, 94, 110, 116, 190, 205, 206, 214, 215, 219, 220, 221, 247, 248, 250, 254

Trasformazione, 4, 16, 17, 18, 25, 29, 34, 38, 45, 50, 53, 69, 72, 96, 97, 106, 108, 114, 116, 120, 124, 132, 136, 138, 140, 142, 144, 152, 154, 156, 162, 174, 183, 193, 200, 218, 219, 221, 223, 230, 247, 248

Tutela, 60, 62, 75, 76, 120, 198, 200, 201, 205, 214, 217, 253

 

U

Umanità, 76, 96, 106, 110, 112, 126, 148, 154, 156

Urbanizzazione, 191, 198, 200

 

V

Vagabondo, 9, 23, 24, 25, 29, 38, 44, 45, 62, 63, 65, 67, 68, 79, 102, 112, 114, 130, 132, 156, 168, 191, 223, 225, 226, 232, 234, 251

Violenza, 6, 55, 63, 66, 138, 156, 185, 189, 191, 192, 194, 202, 207, 208, 213, 221, 235, 247, 249, 251, 252, 256, 257

Vittima, 7, 21, 62, 188, 202, 213, 217, 234, 251

Vittoria, 3, 15, 96, 104, 110, 144, 152, 154

Z

Zar, 1, 4, 6, 14, 21, 62

Indice dei nomi*

 

A

Aristotele, 140

Archangel’skij, Pavel Petrovič, 85

 

B

Bachtin, Michail Michaijlovic, 74

Balzac, Honorè de, 50, 174, 176

Baudelaire, Charles, 116

Becchi, Egle, 53, 56, 63

Bellamy, Carol, 220

Bellerate, Bruno, 31, 73, 74, 183

Bloch, Jean Richard, 142

Bongiorno, Valerio, 229, 231

 

C

Cancellieri, Anna, 198

Caroli, Dorena, 51, 62,

Carr, Edward Hallet, 14

Ceaucescu, Nicolae, 223, 224, 225

Chagall, Mark, 55

Chamberlein, W. H., 6

Cunha, Maria Lidia Mota, 193

 

D

Demenet, Philippe, 247, 248, 249, 250

Dickens, Charles, 116

Dornetti, Ester, 76

Dzeržinskij, 9, 27, 58, 59, 60, 83, 84

E

Eckhart, Meister, 122

Eco, Umberto, 62

Ekk, Nikolaj V., 56, 57, 58, 60

Engels, Friedrich, 178

 

F

Farnè, Pierpaolo, 51

Feuerbach, Ludwig, 93

France, Anatole, 142

Fratellini, Annie, 229

Freud, Sigmund, 142, 144

 

G

Galimberti, Umberto, 242

Godwin, Nora, 251, 253

Goethe, Johann Wolfang von, 49, 62, 122, 162, 164, 172, 174

Gor’kij, Maxim, 32, 44, 49, 58, 59, 61, 81, 82, 84, 85, 103, 104, 107, 108, 110, 112, 116, 120, 130, 132, 134, 136, 138, 146, 148, 150, 152, 156, 158, 162, 164, 166, 172, 174

Gorbačëv, Michail, 216

Grinberg, A., 64, 66

 

G

Hegel, Georg Wilhelm Friedrich, 106

Heidegger, Martin, 124

Hitler, Adolf, 96

Hugo, Victor, 174

 

K

Kaidanova, O., 64, 65

Kalinin, Michajl I., 64, 68, 100

Kamenev, Lev Rosenfeld, 15

Kant, Immanuel, 94, 124

Kolbanovskij, Viktor Nikolaevič, 86

Kononenko, Konstantin Semënovič, 82

Krupskaja, Nadežda K., 64, 68, 69, 70

 

L

Lenin, (Vladimir Il’ič Ul’janov), 3, 4, 5, 6, 10, 14, 59, 64, 66, 70, 96, 100, 102, 104, 116, 128, 134, 138, 146, 150, 154

Lessing, Eich, 140, 144

Levi, Arrigo, 1, 5, 10

Loskútov, M., 86

Lukács, György, 42, 43, 44, 45, 46, 47, 48, 49, 50, 53, 90, 183

 

M

Makerenko, Vitalij Semënovič, 31, 32, 183

Marx, Karl, 3, 19, 34, 37, 42, 78, 94, 96, 100, 102, 114, 116, 122, 146, 178

Mordiglia, Paola, 237

Murzi, Gianni, 208, 209

 

O

Oukili, Miloud, 79, 212, 213, 227, 228, 229, 232, 233, 234, 237, 238, 239, 240

 

P

Paternò, Patrizia, 185, 191, 200

Porfiri, Elisabetta, 191, 202

 

R

Reed, John, 5

Riasanovsky, Nicholas V., 2, 3, 15, 16, 17, 18, 19

 

S

Salles, Walter, 196

Santoni Rugiu, Antonio, 31

Sartre, Jean-Paul, 138

Scalzo, Domenico, 51, 56, 57, 58, 59, 183

Schecter, Kate, 214, 215, 216, 217, 218

Schiller, Johann Christoph Friedrich von, 140, 160

Scott, Walter, 172, 174

Scurati, Cesare, 31

Semeraro, Angelo, 53, 56, 63

Semplici, Andrea, 243, 244

Seršnev, Nikolaj Florovič, 83

Siciliani de Cumis, Nicola, 51, 53, 56, 62, 72, 75, 77, 78, 183, 242

Spinoza, Benedetto, 122, 124

Stalin, Josip Vissarionivič, 14, 15, 16, 64, 70, 96, 98, 100, 128, 154, 156

Stanišic, Bonižidar, 210, 211

Svátko, Afanasij Spirodónovič, 83

 

T

Trotzkij, Lev Davidovic Bronstein, 4, 14, 15

 

Y

Yunus, Muhammad, 76, 77, 78, 79, 242, 243, 244, 245, 246

 

Z

Zacharževskij, Valerián Petrovič, 88

Zenzinov, Vladimir, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 19, 20, 21, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 55, 183

Zola, Emile, 142, 268

 



1 Informazioni dettagliate sulla vita di V. Zenzinov (membro della prima Assemblea costituente panrussa e membro del Comitato direttivo del partito socialista rivoluzionario), si possono trovare nella sua opera Dallo Zarismo al Bolscevismo. Ricordi d’un rivoluzionario russo (Roma, Soc. An. Poligrafica italiana, 1920). Nella prefazione (del 1919) Leonida Bissolati presenta il libro come il diario di un uomo d’azione che racconta gli anni “caldi” della sua vita, dalla lotta terroristica contro lo zarismo alla crisi bolscevica, con l’intermezzo di due esili in Siberia, a Iakutsk e a Ustie Russa. “Dal libro”-dice Bissolati-“balza fuori la figura dell’uomo in tutta la sua gagliarda semplicità. E l’uomo è il tipo purissimo di quel rivoluzionarismo misticamente e freddamente eroico che, dopo aver gettato la sfida alla sopraffazione zarista, ha raccolto la sfida alla sopraffazione bolscevica. La storia di un tal uomo, appunto perché narrata senza neppure l’ombra di un artificio, diventa una condanna tremenda del bolscevismo o, più esattamente, dei metodi che il bolscevismo adoperò per imporsi alla Russia. […] Così quest’uomo dovrà apparire il simbolo vivente della Russia sitibonda di libertà e di civiltà, ossia veramente rivoluzionaria, che si dibatte oggi fra il bolscevismo e la controrivoluzione: di quella Russia che finirà col trionfare […] dell’una e dell’altra violenza.”(pp. V-VII).

9 V. Zenzinov, Infanzia randagia nella Russia bolscevica.

10 Ivi, p. 117.

12 V. Zenzinov, Infanzia randagia nella Russia bolscevica, pp. 89-91.

13 Non dimentichiamo i bambini, in “Pravda”, n° 168, 1921, (in V. Zenzinov, Infanzia randagia nella Russia bolscevica).

32 Per il profilo di Makarenko si sono utilizzate le seguenti opere:

-          Atonio Santoni Rugiu, Storia sociale dell’educazione, Milano, Principato Editori, 1979, pp.658-653.

-          Cesare Scurati, Profili nell’educazione, Milano, Vita e Pensiero, 1997, pp.56-71.

-          Vitalij S. Makarenko, Erinnerungen an Meinen Bruder, Marburg an der Lahn, 1973 / trad. it. di Bruno Bellerate, Anton S. Makarenko nelle memorie del fratello, Roma, Armando Editore, 1977.  

33 V. S. Makarenko, op. cit., pp. 21-34.

34 Ivi, pp. 45-76.

63 Nicola Siciliani de Cumis, “Infanzia” nel “Poema Pedagogico”di A. S. Makarenko, in Archivi d’infanzia. Per una storiografia della prima età, A cura di Egle Becchi e Angelo Semeraro, Milano, La Nuova Italia, 2001, p.3. L’analisi del Poema pedagogico come “romanzo d’infanzia” è presente anche in altri scritti di Siciliani: Su Bachtin, Makarenko e il “Poema pedagogico” come “romanzo d’infanzia” (in “Slavia”, Anno X, numero 2, 2001); Makarenko, la colonia “M. Gor’kij” e i “piccoli” della seconda generazione (in “Adultità”, n° 12, ottobre, 2000); I bambini di Makarenko tra “pedagogia” ed “antipedagogia” (in corso di stampa nel volume Evaluation. Studi in onore di Aldo Visalberghi, a cura di Giacomo Cives, Maria Corda Costa, Marta Fattori, Nicola Siciliani de Cumis, Caltanissetta, Roma, Sciascia, 2001).

64 Ivi, p. 4.

65 Ivi, p. 7.

66 Ivi, p. 10.

67 Ivi, p. 14.

75 Nell’ambito del V corso universitario multidisciplinare di educazione allo sviluppo, incentrato sul tema L’infanzia multiculturale e multietnica, e svoltosi presso l’Università di L’Aquila, il 21-03-2001 il prof. N. Siciliani de Cumis ha tenuto una conferenza intitolata “Che cosa ne pensano i bambini”. Attraverso l’analisi di un campione di testi scritti dai bambini, ha tentato di dire ciò che dell’infanzia multiculturale e multietnica pensano gli stessi bambini, sottolineando fin dall’inizio l’impossibilità di compiere una ricerca sistematica in questa direzione. È, infatti pressoché impossibile, farsi portavoce di ciò che tutti i bambini del mondo pensano della multiculturalità; ci si deve quindi accontentare di un’immagine approssimativa e indicativa, del problema. Tra i progetti artistici non realizzati di Goethe c’è la creazione di un romanzo epistolare per bambini in più lingue. Gli stessi Italo Calvino e Umberto Eco pensarono alla possibilità di far scrivere ai bambini un romanzo planetario multiculturale, a più mani. Siciliani ha detto che l’intenzione del suo studio non è di tradurre in realtà questi progetti, bensì di ipotizzare una forma di ricerca in cui protagonista sia un collettivo di pensiero “bambino”, che fornisca materiali per la costruzione di una dimensione interculturale dell’infanzia. Raccogliendo autobiografie, poesie, lettere (al “mondo”, al “Papa”, alle autorità, ecc.) e altri tipi di “scritture bambine”, Siciliani ha proposto diverse linee di ricerca, legate al punto di vista dell’infanzia su argomenti come il cibo (in senso sia gastronomico che culturale), il gioco, la politica, l’immigrazione, il razzismo, la pace e la guerra. In questo contesto ha avuto un ruolo importante la ricerca svolta da Dorena Caroli sulle lettere dei besprizornye. Si tratta, come ha rilevato lo stesso Siciliani, di un caso particolarmente importante di “scrittura bambina” poiché, riguardando le radicali trasformazioni avvenute nel giro di pochi anni in seno alla stessa società, nasce da un’intercultura non di tipo planetario, ma orizzontale.

 

76 Dorena Caroli, Lettere autobiografiche di bambini abbandonati in URSS (1924-1936), incluso in Archivi d’infanzia Per una storiografia della prima età, a cura di Egle Becchi e Angelo Semeraro, Milano, La Nuova Italia, 2001, p. 199.

77 Ivi, p. 204.

78 O. Kajdanova, Besprizornye deti. Praktika raboty opytnoj stancii, Moskva, Gosudarstvennoe Izdatel’stvo, 1926, pp. 71-72 (in D. Caroli, op. cit., p. 205).

79 A. Grinberg, Rasskazy besprizornych o sebe, Moskva, Novaja Moskva, 1925, pp. 24-25 (in D. Caroli, op. cit., p. 206).

80 A. Grinberg, op. cit., pp. 22-23 (in D. Caroli, op. cit., p. 207).

81 D. Caroli, op. cit., pp. 209-210.

82 Ivi, p. 212.

83 Fondo R -5207 (Fond Detkomissi pri VICK, 1921-38, Fondo della Commissione Centrale per il miglioramento della vita dei bambini presso il VCIK) op. delo 459, 1. 117, 20 febbraio 1930 (in D. Caroli, op. cit., p. 214).

84 D. Caroli, op. cit., p. 215

85 A-7279, op. 13, delo 34, 1. 17, 10 gennaio 1935 (in D. Caroli, op. cit., p. 217).

86 D. Caroli, op. cit., pp. 219-220.

87 R-5207, op. 1, delo 465, 1. 207, 7 aprile 1930 (in D. Caroli, op. cit., p. 224).

88 N. de Cumis, Per una nuova edizione del Poema pedagogico di Makarenko, in “Scuola e città”, IV, 1997, p. 158.

89 Bruno Bellerate, A. S. Makarenko oggi, in “Pedagogia e vita”, 1995, pp. 11-30

90 Ivi, p. 28.

91 Ivi, p. 29.

92 Ibidem.

93 Ivi, p. 30.

94 N. Siciliani de Cumis, Italia-Urss/Russia-Italia. Tra culturologia ed educazione, p. 226.

95 Ivi, p.227.

96 Ivi, p. 228.

97 Ivi, p. 231.

98 Muhammad Yunus, Vers un mond sans pauvretè, 1997 / trad. di Ester Dornetti, Il banchiere dei poveri, Milano, Feltrinelli, 2000.

99 N. Siciliani de Cumis, Italia-Urss/Russia-Italia. Tra cultorologia ed educazione, p. 254.

2 Dossier Bambini di strada a cura di Patrizia Paternò ed Elisabetta Porfiri, in “Mondo Domani” (mensile per l’educazione allo sviluppo del Comitato italiano per l’UNICEF), aprile, 2000, p. 10

3 Ivi, p. 11.

4 Ivi, p. 13.

5 Ivi, p. 14.

6 Ivi, p. 16.

7 Ivi, p. 19.

8 Ivi, p. 21.

9 Ivi, p. 22.

10 Dossier Bambini dell’est, in“Mondo Domani”, agosto-settembre 1997, p. 14.

11 Ivi, p.15.

12 Ivi, p.17.

13 Ibidem.

14 Ivi, p. 20.

22 http:// www.stampalternativa.it/pagine/juggling/testijug/jug4parada.htm

23 http:// members.xoom.it/_XOOM/valconca/intermilo.htm

32 Per questa parte ho utilizzato una serie di articoli raccolti da Chiara Ludovisi nel dossier Muhammad Yunus e la stampa italiana: 1995-2000, in occasione del corso di Pedagogia Generale del prof. Siciliani de Cumis (A. A. 2000-2001).

33 Umberto Galimberti, La carità dei ricchi fa male ai poveri, “la Repubblica”, 28 novembre 1998.

34 Andrea Semplici, Il professor Yunus, “Linus”, marzo 2000.

35 L’economia vista dall’altra parte, “Specchio”, 18 novembre 2000.

36 Daniele Ciravegna, Scommettere sulle donne, “La Stampa”, 27 ottobre 2000.

37 Ivi.

38 A. Semplici, art. cit.

39 Nè donazioni nè beneficenza. La ricchezza è l’opportunità, “Viator”, febbraio 2001.

40 Silvano Guidi, Yunus e le donne, “Famiglia Cristiana”, n° 47, 2000.

* Considerata la relativa novità della ricerca e non esistendo altri studi sull’argomento, la bibliografia è composita, frammentaria e incompleta. Ci si è limitati a presentare un primo sommario elenco di testi che si tratterà di perfezionare sia dal punto di vista contenutistico  che formale.

* Ho intenzionalmente omesso dall’Indice delle idee ricorrenti parole come “infanzia”, “bambino”, “pedagogia”,  “educazione” e “socialismo”, per la loro inevitabile presenza in quasi tutte le pagine del testo.

* Ho intenzionalmente omesso “Makarenko” dall’Indice dei nomi, per l’estrema frequenza con cui ricorre.