LEV TOLSTOJ E L’EDUCAZIONE DEI SENTIMENTI*

 

L’aver affermato con estrema chiarezza che l’amore è la conquista di un difficile percorso formativo, ha valso ad Erich Fromm, in un’epoca votata al facile consumo dei valori, il merito di liberare i sentimenti da ogni tendenza all’irrazionalismo e all’improvvisazione, inserendoli nell’ambito di un’indagine concreta, sociologica, delle condizioni che ne rendono possibile l’espressione, individuale e collettiva. Ciò che determina l’analisi, in questo caso, è l’individuazione, in senso weberiano, delle forme ricorrenti dell’agire umano; il fine non è la costruzione di un’astratta e vuota “didattica” dei sentimenti, ma l’accertamento delle condizioni che orientano determinati comportamenti e formano lo stile di un’epoca, di una società. D’altro canto ogni banalizzazione dei sentimenti in formule, riduttive o generalizzanti, del saper vivere rischia di immiserire una questione che, al contrario, è affascinante proprio perché, da sempre dibattuta, si presenta ancor oggi “aperta” a contributi e precisazioni sul piano filosofico, letterario, pedagogico. Se i mutamenti del costume e della sensibilità impongono l’adozione di schemi comportamentali destinati comunque al superamento, i grandi temi dell’arte, della morale, dell’educazione non esauriscono il loro impatto sulla civiltà delle idee nell’arco di poche generazioni, ma si propongono alla riflessione degli uomini di ogni epoca. Per questo, parlando di educazione dei sentimenti, si può volgere lo sguardo a quanti in passato ne hanno trattato, levandosi al di sopra dei condizionamenti del proprio tempo. Tolstoj, definito da Gramsci in una lettera al figlio Delio «uno dei pochi scrittori di ogni paese che [...] ha suscitato e suscita torrenti di emozione da per tutto»[1], risulta convincente nell’analisi dei sentimenti perché evita di applicare alla sua scrittura nitida e precisa sia la vuota ricercatezza dell’enfasi che l’apparente rigore del ragionamento astratto. Lo scrittore, riferendosi nelle opere letterarie così come negli articoli pedagogici ad un ideale educativo in cui i sentimenti giocano un ruolo essenziale, attribuisce alle esperienze vissute ed interiorizzate dal soggetto il compito di guidare un percorso formativo da attuarsi nell’arco dell’intera esistenza, anche se, naturalmente, le premesse di ciò che saremo vengono poste nell’infanzia, età in cui i comportamenti ed i modelli di vita prospettati giorno per giorno dagli adulti, sono decisivi nel plasmare il carattere e la personalità del bambino. Tolstoj lo sottolinea nei suoi Ricordi, allorché, rievocando il forte ascendente morale esercitato su di lui e sui fratelli dalla “zietta” Tat’jana Aleksandrovna Ergol’skaja, offre al lettore l’immagine commovente di un’esistenza vissuta nella dedizione alle persone care:

 

La zietta Tat’jana Aleksandrovna ha avuto la maggior influenza sulla mia vita. In primo luogo per avermi insegnato fin da piccolo la gioia spirituale che dà l’amore. Non a parole me l’ha insegnato, ma con tutto il suo essere mi ha contagiato d’amore. Vedevo, sentivo com’era bello per lei amare, e capii la felicità che dà l’amore. Questo, soprattutto. In secondo luogo mi insegnò la dolcezza di una vita serena e solitaria[2].

 

Educare con la ragione o col cuore?

Sempre, sull’animo dell’uomo, e ancor più del bambino, agisce l’esempio, la sincerità delle intenzioni più che la pedanteria di frasi incuranti, nella loro apparente saggezza, delle esigenze del cuore. Tolstoj, insofferente d’ogni zavorra teorica ma appassionato dilettante di pedagogia[3], offre in una lettera del 26-27 novembre 1865 indirizzata ad Aleksandra Andreevna Tolstaja una sintesi delle proprie convinzioni in materia, esprimendo rammarico per il fatto che tutti «vogliono educare con la ragione, come se nel bambino non ci fosse altro che la ragione. Così educano la sola ragione mentre tutto il resto, cioè tutto quel che è più importante, è lasciato a se stesso»[4].

Tesi a salvaguardare la propria immagine e a preservarla dalla più lieve incrinatura, gli educatori «cercano di essere infallibili», senza per questo essere apprezzati dai bambini, ai quali interessa «non la ragione, ma l’uomo»[5]. Tolstoj invita dunque i maestri a mostrarsi ai loro allievi per quel che sono, senza inutili ostentazioni di superiorità ma anche senza il terrore di scoprire le proprie umane debolezze. Per i bambini «l’educatore è la prima persona a loro vicina sulla quale essi fanno le loro osservazioni e conclusioni che applicano poi a tutta l’umanità. E quanto più questa persona è dotata di passioni umane tanto più ricche e fertili sono queste osservazioni» [6].

Nel passo di Anna Karenina in cui viene descritta la lezione di grammatica impartita al piccolo Serëža, figlio di Anna, lo scrittore, assumendo il punto di vista del bambino, svela il meccanismo psicologico attraverso cui viene colta l’insincerità del maestro. Serëža, acuto e sensibile osservatore del mondo che lo circonda, si commuove dinanzi alla delusione provata dal maestro per i suoi insuccessi nello studio e vorrebbe consolarlo:

 

Scelse un momento in cui il maestro taceva, guardando il libro. «Michail Ivanovič, quando è il vostro onomastico?» chiese ad un tratto. «Sarebbe meglio che pensaste al vostro lavoro, ché l’onomastico non ha nessuna importanza per un essere ragionevole. E’ un giorno come un altro, nel quale bisogna lavorare». Serëža guardò attento il maestro, la sua barbetta rada, gli occhiali che erano scesi più giù del taglio ch’era sul naso, e si fece così pensieroso che non sentì più nulla di quello che gli spiegava il maestro. Egli capiva che il maestro non pensava a quello che diceva, lo sentiva dal tono con cui quelle parole erano dette. «Ma perché si sono messi tutti d’accordo nel dire queste cose sempre alla stessa maniera, tutte le più noiose ed inutili cose? Perché mi allontana da sé, perché non mi vuol bene?» si chiedeva con tristezza e non riusciva ad immaginare una risposta[7].

 

Un abisso di incomprensione, che l’affetto non riesce a colmare ma rende semmai più sofferto, divide Serëža dal padre, Aleksej Aleksandrovič, uomo convenzionale, compreso nel proprio ruolo di educatore morale ma distratto per tutto ciò che riguarda la vita interiore del figlio. L’episodio dell’interrogazione, in cui Serëža non riesce a rispondere alle domande del padre sull’Antico Testamento, appare dominato da un’atmosfera talmente fredda e artefatta da creare nel bambino un doloroso senso di straniamento:

 

Gli occhi scintillanti di tenerezza e felicità di Serëža [per una promozione avuta dal padre] si spensero e si abbassarono. Era quello stesso tono che da tempo il padre usava con lui e che da tempo Serëža aveva preso a secondare. Il padre gli parlava sempre come se si fosse rivolto a un ragazzo immaginato da lui, uno di quelli che esistono nei libri, per nulla affatto somigliante a Serëža. E Serëža, col padre, si sforzava sempre di fingersi questo tale ragazzo da libro[8].

 

L’incomunicabilità tra il padre e Serëža, i cui tentativi di stabilire un dialogo sono frustrati sul nascere, si fonda sul pregiudizio che debba essere il bambino ad adattarsi ad un modello astratto che esiste solo nella mente del maestro e del padre. Serëža, considerato dai suoi educatori un ragazzo pigro e privo di volontà, «in realtà non poteva studiare quello che gli insegnavano. Non poteva, perché nell’animo suo c’erano esigenze più imperiose di quelle che presentavano il padre e il maestro», esigenze che gli imponevano di preservare la sua anima dall’indifferenza e dall’egoismo:

 

Senza la chiave dell’amore non lasciava entrare nessuno nella sua anima. I suoi educatori si lamentavano che non voleva studiare, e la sua anima era piena di sete di sapere. E apprendeva da Kapitonič [il portiere], dalla nutrice, da Naden’ka [la nipote di un’amica di famiglia], da Vasilij Lukič [il paziente e benevolo istitutore] e non dai maestri. Quell’acqua che il padre e il maestro attendevano per le loro ruote, correva già da tempo e lavorava in altro luogo[9].

 

Serëža, bambino intelligente e appassionato della vita come la madre, diviene dunque il simbolo dell’infanzia che resiste ai tentativi operati dagli adulti di mortificare quelle che Tolstoj definisce «capacità superiori», e cioè l’immaginazione, la creatività, l’intuizione. Conquistato fin dagli anni della giovinezza dalla lettura dell’Emilio, il grande scrittore ha sempre guardato con disprezzo ad ogni tentativo di manipolazione dell’animo infantile, attuato scopertamente o nella subdola forma del ricatto affettivo; non ha mai preteso, negli anni in cui ha insegnato ai figli dei contadini nella scuola di Jasnaja Poljana, di correggere i propri alunni, che ha sempre e con sincerità considerato più vicini di qualsiasi adulto, compreso se stesso, agli ideali di armonia, verità, bellezza e bene.

 

I “guasti” dell’educazione

I ragazzi tuttavia subiscono inevitabilmente i condizionamenti dell’ambiente circostante, ne assorbono i pregiudizi fino a farli propri, come conferma l’atteggiamento crudele degli stessi allievi di Jasnaja Poljana nei confronti di un loro compagno accusato di furto e per questo costretto a portare un cartello con la scritta «ladro». La gioia malvagia con cui i ragazzi assistono alla punizione da loro stessi stabilita, è per Tolstoj la conferma di come il desiderio di imitare modelli propri del mondo degli adulti si risolva nello stravolgimento della naturale tendenza al bene innata nei bambini. Parlando del ladruncolo, Tolstoj si esprime con pochi, incisivi tratti: «Guardavo il suo viso ancora più pallido, più sofferente, più crudele e, non so perché, pensai ai galeotti. Di colpo, provai una tale vergogna che strappai la stupida scritta dicendo al ragazzo di andarsene dove volesse»[10]. Tolstoj fu dolorosamente colpito da questo episodio, che lo confermò nell’opinione, mutuata da Rousseau ma sostenuta in forza della sua esperienza, che «l’educazione corrompe, non corregge gli uomini»[11], sopprimendone gli impulsi migliori.

La stessa creazione artistica rischia di essere sminuita dalla conoscenza delle regole, inibita dalla loro puntuale applicazione; Tolstoj se ne convinse allorché, dopo molti inutili tentativi di insegnare le tecniche della scrittura, assisté quasi per caso e con sgomento al sorgere del sentimento artistico in un alunno, Fedka, che si distingueva sugli altri «per la correttezza delle sue immagini poetiche, e specialmente per l’ardore e la rapidità della sua fantasia»[12]. Riconoscendosi inferiore a Fedka nella potenza dell’ispirazione artistica e nell’equilibrio della dimensione narrativa, Tolstoj non esitò ad ammettere di non aver nulla da insegnargli, attribuendosi anzi la responsabilità di alcune «banalità stilistiche», conseguenza di suoi suggerimenti, presenti in Vita della moglie di un soldato, racconto ideato e scritto dal piccolo mužik-artista [13].

L’articolo in cui Tolstoj sviluppa queste sue riflessioni sull’arte collegandole alla creatività infantile, è in realtà una lunga e appassionata risposta all’interrogativo posto dal titolo: Sono i ragazzi di campagna che imparano a scrivere da noi o siamo noi che impariamo da loro?. Tolstoj non ha dubbi, è convinto, sulla base della propria esperienza di maestro, che la freschezza delle impressioni infantili possa tradursi in opere convincenti non solo sul piano dei contenuti ma anche della tecnica narrativa; tra le righe degli articoli pedagogici di Tolstoj si intuiscono tutte le riserve che lo scrittore nutre nei confronti dell’arte colta e che evolveranno in severo atto di condanna nel saggio del 1898 Che cosa è l’arte?; l’ambizione, l’insincerità di fondo, la preoccupazione di piacere sono colpe che secondo Tolstoj non risparmiano nessun grande artista e da cui egli stesso s’era a gran fatica liberato. Nei bambini come Fedka invece, la purezza delle intenzioni garantisce della profonda verità di ogni frase che, non dovendo blandire o ricercare approvazione, ha in se stessa la giustificazione del proprio esistere. La certezza di aver trovato nei componimenti dei propri alunni semianalfabeti ma dall’animo incontaminato la radice più autentica dell’arte indurrà Tolstoj a formulare teorie estetiche saldamente intrecciate alla morale, il cui dato rilevante sarà il riconoscimento dell’universalità del fenomeno artistico[14].

Convinto che la grandezza di un’opera d’arte si misuri sull’intensità dei sentimenti che riesce a trasmettere, Tolstoj estende il giudizio di valore ai contenuti morali, senza per questo scivolare in una concezione rigidamente didascalica dell’arte o, peggio ancora, manichea della realtà, essendo vero esattamente il contrario: la falsità dei sentimenti è proporzionale alla loro contraffazione, sicché un personaggio negativo può essere plausibile o meno, in ragione dell’autenticità dei sentimenti che esprime.

L’aver constatato che gli unici accenti insinceri nei racconti dei propri alunni si dovevano a suoi interventi, diede a Tolstoj la definitiva conferma che leggere nel cuore umano è difficile per gli adulti, ma facile e naturale per i bambini, le cui riflessioni e comportamenti, più vicini dei nostri all’ideale dell’armonia, ci restituiscono la misura delle nostre stesse azioni; l’intuizione del giovane maestro Tolstoj, destinata a rafforzarsi nel tempo, segnò in modo netto l’attività dello scrittore, del polemista, del riformatore sociale. Sebbene circoscritta nel tempo, l’esperienza della scuola di Jasnaja Poljana fu centrale nell’evoluzione spirituale dello scrittore, e certo non è casuale che molti dei racconti disseminati nell’arco di una lunghissima parabola umana e artistica abbiano per protagonisti dei bambini.

 

I bambini tendono naturalmente al bene

La Fiaba di come un’altra fanciulla Varin’ka si fece grande in fretta, scritta negli anni 1857-’58, esprime lo stupore e l’incanto provato in occasione di una rappresentazione al teatro Bol’šoj dai piccoli Varin’ka, Nikolin’ka e Lizan’ka, che ricordano nei loro nomi i figli della sorella di Tolstoj, Marija. Le impressioni sono filtrate attraverso gli occhi dei bambini, ai quali lo spettacolo non interessa, colpiti come sono dalla folla, dalle luci, dall’orchestra; il palcoscenico è visto per quello che in realtà è, «delle assi, semplici, brutte, come il pavimento delle case in campagna», le ballerine non sembrano ragazze vere, mentre due bellissimi bambini seduti nel palco accanto diventano immediatamente oggetto di grande curiosità[15].

L’ammirazione dei tre piccoli nei confronti dei loro vicini, che hanno modo di conoscere durante l’intervallo, è autentica e priva della minima sfumatura di invidia. Per contrasto il comportamento della mamma che, sebbene convinta che i propri figli siano più belli, sussurra alla governante una lode all’indirizzo dei due bambini in modo da essere udita da tutti, appare certo meno spontaneo, non censurabile in sé, ma discutibile se confrontato con il sincero, disinteressato sentimento di simpatia che spinge i bambini a stringere amicizia.

Anche nella «storia vera» intitolata Il trovatello, inserita nel Primo libro di lettura, a farsi portavoce di valori che in questo caso sono la compassione e la solidarietà, è una bambina, Maša, che, trovato sull’uscio di casa un neonato abbandonato, vorrebbe prendersene cura. Il buon senso della madre, preoccupata al pensiero di un’altra bocca da sfamare, in una casa già tanto povera, non riesce a scalfire l’entusiasmo e la forza d’animo di Maša che alla fine, dopo aver molto pianto e pregato, ottiene di poter tenere il bambino[16].

Le circostanze descritte in questo brano hanno senza dubbio l’apparenza del feuilleton e certo sarebbe stato facile per Tolstoj scadere nel sentimentalismo, evitato grazie alla sapiente costruzione dei personaggi, credibili perché “naturali” nei comportamenti e nelle reazioni; è comprensibile che la madre di Maša, consapevole della serietà dell’impegno che la figlia vorrebbe assumersi, manifesti delle riserve, ma sono altrettanto giustificati l’ottimismo e la fiducia della bambina (aspirante mamma fors’anche per gioco), che prevalgono infine sulla ragionevolezza e chiudono il brano nel segno della speranza di cui il neonato è un trasparente simbolo.

Nei Libri di lettura, dove l’intento didattico agisce dall’interno del procedimento narrativo, i bambini percorrono itinerari di autoeducazione che si configurano anche come processi di formazione del carattere, in una prospettiva “aperta” in cui scuola, intesa come ambiente educativo, è la realtà stessa con la quale si interagisce. Nel racconto intitolato Come un bambino raccontava di quando aveva smesso di aver paura dei mendicanti ciechi, viene descritto lo spontaneo affiorare della pietà e della comprensione nell’animo di un bambino, che potrebbe essere Tolstoj stesso. Un uomo ormai adulto, l’io narrante, ricorda come da bambino temesse i mendicanti ciechi; un giorno, tornando a casa, ne aveva incontrati due, che gli avevano chiesto la carità; spaventato, era corso dalla madre che gli aveva dato alcune monete e del pane da portare ai poveri, i quali «furono ben contenti del pane, si fecero il segno della croce e mangiarono. Poi il mendicante con gli occhi bianchi disse: “Il tuo pane è buono, che Dio ti salvi”. E di nuovo mi prese per un braccio e mi tastò. Provai compassione per lui, e da quel momento ho smesso di aver paura dei mendicanti ciechi»[17]. Nello scambio di poche battute si consuma il crollo di quei pregiudizi, indotti certo da un ambiente ostile, a causa dei quali il bambino aveva sempre temuto di poter essere rapito dai mendicanti; un breve ma intenso contatto umano stabilisce invece un clima di fiducia e comprensione, alla definizione del quale contribuiscono pochi, semplici gesti, come il segno di croce e l’offerta del pane; l’atmosfera evangelica del testo, suggerita con discrezione ed ulteriormente attenuata dal carattere colloquiale del brano, si cala nella rappresentazione di un episodio di vita quotidiana che si trasforma, per il protagonista, in una lezione di vita non impartita da altri, ma consapevolmente appresa attraverso la forte emozione di un incontro vissuto dapprima con ansia e poi con intensità e partecipazione.

Un altro racconto, scritto nel 1885, Le bambine sono più furbe dei vecchi, esalta la valenza «pedagogica» del comportamento di due bambine che, prese dalla magia di un nuovo gioco, dimenticano per incanto il litigio di poco prima; quanta gratuita volgarità, invece, negli atteggiamenti di un gruppo di adulti che, prendendo a pretesto proprio la lite tra Malaša e Akul’ka, iniziano ad urlare e a bestemmiare. Lo scioglimento della vicenda è affidato alle parole di una vecchia che, additando le bambine agli adulti, così li rimprovera: «“Abbiate timore di Dio! Voi, mužiki, stavate per azzuffarvi a causa di queste bambine, e loro da un pezzo hanno già dimenticato tutto, e son di nuovo d’amore e d’accordo che giocano, da brave. Son più furbe di voi!” I mužiki guardarono le bambine, e provarono vergogna. E poi si misero a ridere di se stessi, e tornarono nei loro cortili»[18]. In questo brano, più che in altri, Tolstoj dimostra che i bambini, con le loro azioni dettate da un’adesione istintiva e profonda alla realtà, agiscono da inconsapevoli maestri di morale per tutti quegli adulti ormai troppo lontani dal senso, proprio dell’infanzia, di gioiosa partecipazione agli eventi della vita.

Nelle opere narrative di Tolstoj, i bambini non restano quasi mai invischiati nei meschini intrighi degli adulti, che tutt’al più osservano con distacco; il loro rimane un universo a parte, privilegiato perché ancora in stretto contatto con la natura, e lo stesso Serëža, in Anna Karenina, si difende dalla freddezza del padre e dei precettori trovando rifugio in una realtà di rapporti con persone semplici in grado di rispondere al suo bisogno di affetto.

Nei racconti di Čechov invece il coinvolgimento dei bambini alle vicende dei grandi è spesso doloroso, e segna la perdita dell’innocenza e della fiducia, come avviene nella novella Miserie della vita[19]. Nikolaj Il’ič Beljaev, chiacchierando per noia col figlio della propria amante, ne carpisce la confidenza e un segreto: lui e la sorellina Sonja, con la complicità della bambinaia, da un po’ di tempo si incontrano segretamente in pasticceria col padre (diviso dalla madre), che offre loro tortellini e pere dolci. Allorché Beljaev, che ha dato la sua parola d’onore di non rivelare nulla alla mamma, chiede al bambino cosa pensi suo padre di lui, Alëša, incapace di mentire, dopo essersi fatto promettere da Beljaev che non si arrabbierà, gli spiega che il padre lo considera responsabile della rovina della famiglia. Colpito nell’amor proprio, adirandosi sempre più, Beljaev, non appena la madre di Alëša rincasa, le rivela ogni cosa, nonostante i cenni disperati del bambino, ancora incapace di credere a tanta falsità e malvagia indifferenza nei suoi confronti.

 

«Ma voi, dite, mi avevate pur dato la vostra parola d’onore!» disse Alëša, mentre un tremito lo scuoteva tutto. Beljaev fece con la mano un gesto seccato e continuò a passeggiare avanti e indietro. L’offesa lo aveva sommerso e, come già in passato, non s’accorgeva della presenza del ragazzino. Per lui, uomo adulto, serio, i ragazzini non avevano alcuna importanza! Alëša si rincantucciò in un angolo e con spavento si mise a raccontare a Sonja come Beljaev l’avesse ingannato. Egli tremava, singhiozzava, piangeva; per la prima volta in vita sua si era trovato brutalmente a tu per tu con la menzogna. Prima di allora non sapeva che in questo mondo, oltre alle pere dolci, ai tortellini e agli orologi di valore esistono anche molte altre cose, che nel linguaggio dei bambini non hanno nome!»

 

Elisa Medolla



* Articolo apparso sul n. 8 di “Scuola e Città”, 31 agosto 1999.

[1] A. Gramsci, Lettere dal carcere, Torino, Einaudi, 1947, p. 252.

[2] L. Tolstoj, Ricordi, in Teatro. Scritti autobiografici, a cura di E. Bazzarelli, Milano, Mursia, 1960, p. 879; T. A. Ergol’skaja, detta Toinette, lontana parente della nonna paterna di Tolstoj, da sempre innamorata del conte Nikolaj, padre dello scrittore, aveva rinunciato a sposarlo, rimasto vedovo, per non sciupare il profondo legame che la univa a lui e ai suoi figli, ai quali aveva fatto con gioia da madre, affezionandosi soprattutto a Lev, che in Guerra e pace ne farà rivivere la poetica figura nel delicato, a tratti sfuggente, personaggio di Sonja.

[3] Nel corso di un viaggio all’estero compiuto negli anni 1860-’61, Tolstoj visitò diverse scuole europee, restando ogni volta deluso da metodi d’insegnamento che, come ricordò nell’articolo L’istruzione pubblica, avevano lo scopo di favorire nel bambino lo sviluppo di quelle facoltà considerate «compatibili con la sua condizione di scolaro: l’apprensione, la memoria, l’attenzione» (L. Tolstoj, Scritti pedagogici, a cura di G. Santomauro, Bari, Adriatica,1972, p. 39).

[4] L. Tolstoj, Le lettere, Milano, Longanesi, 1977-’78, vol. I, p. 341; lo scrittore, ribadendo la superiorità delle ragioni del cuore su quelle dell’intelletto, consiglia ad Alexandrine, cugina del padre e sua carissima amica, di lasciarsi guidare dall’istinto nell’educazione, da poco affidatale, della granduchessa Marija Aleksandrovna, figlia di Alessandro II.

[5] Ivi, p. 342.

[6] Ibidem.

[7] L. Tolstoj, Anna Karenina, Novara, De Agostini, vol. I, p. 582.

[8] Ivi, p. 584.

[9] Ivi, p. 585; Tolstoj fornisce qui un esempio di istruzione indiretta e spontanea, a suo avviso «molto più feconda dell’istruzione forzata», come afferma nell’articolo L’istruzione pubblica (cit., p. 47).

[10] L. Tolstoj, La scuola di Jasnaja Poljana in novembre e dicembre, in La scuola di Jasnaja Poljana e altri scritti pedagogici, a cura di U. Zandrino, Bergamo, Minerva Italica, 1965, pp. 49-50.

[11] L. Tolstoj, Sono i ragazzi di campagna che imparano a scrivere da noi o siamo noi che impariamo da loro?in Scritti pedagogici, ed. cit., p. 155.

[12] Ivi, pp. 122-23.

[13] Ivi, p. 137.

[14] Nel saggio Che cosa è l’arte? Tolstoj sostiene che «la creazione artistica si distingue da ogni altra attività spirituale proprio in quanto la sua lingua è comprensibile a tutti, in quanto essa contagia tutti indistintamente» (Scritti sull’arte, Torino, Boringhieri, 1964, p. 252).

[15] L. Tolstoj, Tutti i racconti, Milano, Mondadori, 1996, vol. I, p. 576.

[16] Ivi, p. 866; I quattro libri di lettura, ai quali Tolstoj lavorò negli anni tra il 1871 e il 1875 e che nelle intenzioni dell’autore dovevano costituire il testo base della prima formazione umana e culturale dei bambini russi, forniscono ancor oggi materiale alle antologie scolastiche di tutto il mondo.

[17] Ivi, p. 886.

[18] Ivi, vol. II, p. 191.

[19] A. Čechov, Racconti, Milano, Mursia, 1969, vol. II, pp. 480-84.