Maria Pia Musso

 

Palla, tamburello e moschetto...

Giochi e giocattoli durante il Fascismo*.

 

 

 

Per costruire il futuro è necessario vigilare sul presente.

Quanto più verranno curati i bisogni di un periodo,

tanto maggior successo avrà il periodo successivo.

 

M. Montessori, La mente del bambino, Garzanti, p. 193

           

                       

            L’orientamento ideologico del fascismo trova in Italia una società contadina culturalmente ed economicamente arretrata. Il perno su cui fa leva il fascismo, come ideologia, è l’educazione morale dei giovani nei diversi contesti della vita pubblica e privata. Il motto della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) «Credere, Obbedire, Combattere» e quello dei Balilla «Libro e moschetto» risuonano nelle aule scolastiche e negli stadi; la rilevanza che assume l’educazione fisica nella società fascista degli anni Trenta, semplificata nello slogan mens sana in corpore sano, l’attenzione alla disciplina come strumento educativo e di formazione del carattere fin nei bambini piccoli, la decisa discriminazione tra i ruoli sociali e sessuali (che si riflette anche nei programmi scolastici -l’economia domestica per le bambine; la “formazione” militare per i bambini-), l’inquadramento nelle diverse Organizzazioni  Giovanili del regime che dividono i bambini per sesso e per fasce di età (per essere Figli della Lupa basta avere 3-4 anni), portano all’assimilazione dell’ideologia anche nell’ambito della vita quotidiana. Il panorama culturale degli anni Trenta è regolato da queste -come da altre- linee: tendenze che sottendono, o quantomeno assecondano, il disegno politico. Le linee di sviluppo del gioco possono essere viste come la risultante di diversi vettori che si compongono e si nutrono di cultura, credenze, folklore, tradizione. La consapevolezza della complessità dell’argomento impone un approccio multiverso che tenga conto delle sfaccettature che il gioco assume quando è calato in contesti diversi: c’è il gioco teorizzato dai pedagogisti e quello tramandato dai nonni, c’è il gioco imposto da una cultura di tipo totalitarista e c’è quello che sopravvive ad essa trasformando il suo oggetto ludico in qualcosa d’altro.

           

            Molti potrebbero essere i campi di indagine e gli strumenti nei quali trovare il riflesso -diretto o indiretto- dell’orientamento politico-educativo del fascismo. Solo per fare qualche esempio: nell’editoria per ragazzi, nei giornalini, nei giochi enigmistici, nei giochi «ginnici e sportivi», nella cinematografia educativa, nella produzione dei giocattoli.

            Un punto fermo nell’analisi dei giochi del Ventennio, tuttavia, è l’Enciclopedia delle enciclopedie che dedica al tema «Giuochi e passatempi» un intero volume, edito da Angelo Fortunato Formiggini sul finire del 1930 e curato da Giuseppe Fumagalli. La peculiarità di quest’opera, rispetto al panorama editoriale e culturale del tempo, sta nel considerare il gioco come elemento della vita sociale e non come “perditempo”. Già Giuseppe Lombardo Radice, che ebbe parte attiva nella politica scolastica del Ventennio, di orientamento idealista ma aperto ai contributi dei colleghi stranieri (penso a Ferrière ma soprattutto a Dewey), nel suo testo Didattica viva, scrive: «il giuoco nella prima classe, come nell’età prescolastica, ha un’importanza enorme [...]. Nel giuoco popolare sono impegnati continuamente tutti i sensi, e dobbiamo tener calcolo di quelli degli altri; per esempio nel giuoco del pallone ci sarà da calcolare la distanza e quindi da esercitare in proporzione le forze muscolari nel lancio; ci sarà una valutazione di cogliere il pallone al volo, ecc.».[1] L’utilità dell’attività ludica consiste quindi nell’opportunità di conoscere meglio se stessi e i propri limiti: il gioco è uno strumento educativo caratterizzato dai momenti della scoperta, della creatività e della socialità.       L’impegno politico di Lombardo Radice-redattore dei programmi per l’insegnamento primario (1923) ricalca e riflette le sue stesse idee pedagogiche, nell’ottica del rispetto delle peculiarità e delle esigenze creative dell’infanzia; di una rivalutazione generale dell’attività fisica; di un legame dialettico tra scuola e vita.

            Il metodo dell’osservazione diretta della natura, il rapporto di scambio continuo e di reciproco adattamento tra educatore ed educando permettono la realizzazione dell’attivismo, non tanto come metodo quanto come atteggiamento di apertura verso le diverse realtà sociali, culturali e scolastiche.

            I molti giochi descritti nell’Enciclopedia delle enciclopedie sono legati, dal punto di vista teorico, a questa tendenza -in realtà poco seguita nel Ventennio- di rivalutazione-identificazione dello spazio ludico . Tra i più interessanti -sia perchè rappresentano il filo-rosso con la nostra “epoca” sia perchè fortemente caratterizzati da quel tempo e da quella cultura- troviamo:

1) il calcio di cui viene data la definizione dal vocabolario della Crusca: «E’ calcio il nome di un giuoco, proprio ed antico della città di Firenze, a guisa di battaglia ordinata, con una palla al vento, rassomigliante alla sferomachia, passato da’ Greci ai Latini a noi. [...] Derivato dagli esercizi ginnici della Grecia e di Roma, il calcio fu esercitato dalla nobile gioventù fiorentina, come suo proprio trattenimento, nel Carnevale, o più precisamente nelle calende di gennaio fino al marzo anche a’ tempi de’ Medici, e dopo, nella piazza si S. Croce».[2] Si parla delle origini nobili del calcio, dal Medioevo all’età moderna, soffermandosi sulle sue regole accennando anche ad alcuni schemi di gioco. Vengono analizzate le dimensioni regolari del campo, i segnali (strisce, pali, bandierine...) usati, i ruoli dei diversi giocatori, le dimensioni e il materiale di cui deve essere fatta la palla da gioco. Insomma dopo aver letto questo articolo, anche un ignorante in materia di calcio saprebbe dare consigli tecnici sul gioco e capirebbe il linguaggio tecnico grazie ad una sorta di glossario posto in chiusura, che spiega l’equivalente semantico italiano dei temini inglesi (corner, back, offside e così via).

2) Si trovano anche classificazioni di giochi (sportivi, ginnici, atletici) che si possono proporre ai bambini nelle diverse età, come la pallacorda (lawn-tennis), palla col tamburello, pallone col bracciale, palla al muro (spagnola pelota), pallamaglio o trucco (golf, hockey, cricket, croket), palla al cesto (basket-ball), palla al volo (volley-ball), palla a nuoto (water-polo), tiro a segno, tiro a volo, tiro alla fune. Attraverso il gioco e grazie ad esso l’esercizio fisico risulta divertente e vario.

            I giochi si differenziano in giochi per l’infanzia (fino a sei anni); per la fanciullezza (dai 5 ai 12 anni); per l’adolescenza (dai 12 anni in su) e per adulti. Alcuni di questi giochi sono rivolti ai bambini fino ai sei anni: palla nei cerchi, palla nella buca, palle alle città, palle nelle righe e nelle file, corsa col cerchio, chi tardi arriva, cacciatore e lepre, tocca e fuggi, chi botta prende botta rende, sacco vuoto non sta in piedi, rimpiattino, ai cantoni, cavalli e fanti, la giostra. Dai sei ai dodici anni, oltre a parecchi dei giochi precedenti, ci sono: l’assalto al castello, far strada con tre ceppi, corda breve, corda lunga, lotta a pie’ zoppo, caccia in circolo, bandiera a barra fissa o a barra libera, tiro alla fune, ecc.

            La caratteristica di questi giochi è in primo luogo «la giocondità» e si stimola nell’educazione del corpo, l’iniziativa personale e la disciplina inserendo i caratteri peculiari del gioco nella ginnastica metodica.

            In alcuni giochi, come quello della «palla a tamburello» la dinamica è ancora oggi rispettata: «la palla è battuta con un tamburello formato con una pelle di vaccina fortemente tesa su un cerchio di legno [...]. Con la palla a tamburello si giuoca in Piemonte e in Liguria indifferentemente a cacce od a cordino; altrove sempre a cordino: giucando a cacce la palla è uguale a quella usata per il giuoco del pallone piemontese, giuocando a cordino è come quella del gioco del pallone toscano. Le modalità di gioco sono analoghe [...]».[3]

            Tra i giochi consigliati esplicitamente per i Balilla c’è la «caccia tra le siepi: il gioco è adatto a squadre formate di almeno 14 allievi, che vengono ordinati per statura, di fianco per tre, ad intervallo e distanza tale, da potersi legare mano e mano, tenendo le braccia distese in fuori. Due Balilla si collocano l’uno dirimpetto all’altro, all’estremità delle siepi formate dagli allievi, e nelle funzioni di cacciatore e lepre, al comando ‘giuoco’ si inseguono attraverso i sentieri. L’insegnante, quando lo crede opportuno, fa cambiare fronte agli alunni al comando ‘fianco destro’ oppure ‘fronte a sinistra’ obbligando così i corridori a battere altra strada. Quando il cacciatore ha toccato la lepre, le parti si invertono [...]. Con classi molto esercitate si può chiamare la squadra in linea a sinistra o a destra, oppure fare eseguire delle conversioni. Il gioco desta anche maggiore interesse, se viene seguito mentre tutta la squadra marcia e cambia direzione al comando dell’insegnante».[4] Questo gioco imponendo una rigida disciplina è utile all’insegnante per abituare i bambini a rispettare i comandi di un superiore, a disciplinare lo “spirito” e il carattere. Le regole e la spiegazione di questo gioco confermano il tentativo di appropriazione delle forme dell’attività ludica da parte del fascismo.

            Un gioco dunque che avvicina il mondo dei bambini a quello degli adulti eliminando le distanze (intellettive, fisiche e morali) e omologando la necessità del gioco tipica dell’infanzia alla necessità politica di una preparazione militare della popolazione. Il «gioco della trincea» consigliato per gli Avanguardisti riproduce un’azione di guerra tra due squadre nemiche: ognuna di esse deve conquistare il campo dell’altra eliminando il giocatore e le due «guardie» che hanno il compito di difendere la trincea (la linea che divide i due campi). Passata «la trincea» i giocatori cercheranno di raggiungere l’altra metà del campo, difesa dagli avversari: gli alunni catturati diventano alleati del difensore; si prendono per mano formando una lunga catena e cercando di fare prigionieri tutti quelli che tentano di attraversare la trincea. Il gioco finisce quando rimane un solo allievo libero.

            Il gioco “della guerra” rientra dunque, in questo quadro politico-ideologico: la guerra come gioco serio, come preparazione al futuro della «patria».

            Infatti, sul finire degli anni Trenta, il quadro politico italiano assume caratteri nuovi anche in funzione dei nuovi rapporti politici con la Germania: l’espansionismo militare va di pari passo con l’intenzione di un’espansionismo politico. La guerra viene esaltata come atto che conferisce eroismo; che conduce alla liberazione dei popoli oppressi e all’affermazione sempre più forte del nazionalismo. Questa duplicità di aspetti, insita nel concetto di gioco (cioè il gioco come fonte di divertimento e il gioco come “esercizio” serio) avvicina e annulla le differenze tra la sfera del ludico e quella del politico, tra l’infanzia e gli adulti. Anche altri giochi consigliati per i Balilla hanno un legame con la preparazione militare: la marcia militare, la sfida, porta ordini, campo difeso, rapire e difendere le bandiere, trasporto di feriti, ecc.

            Tra i giocattoli più ambiti dai ragazzi, negli anni Trenta c’è la «Pistola cento colpi», di latta, verniciata di nero: si introduceva dall’alto un rotolino di carta rossa che conteneva un po' di polvere da sparo. Costava una lira e mezzo, e le cartucce di carta, trenta centesimi. Più vicina al modello originale funzionante è il «fucile modello ‘91», messo in produzione dall’Opera Nazionale Balilla ma dal costo proibitivo per la maggior parte dei ragazzi: era un’arma lunga circa ottanta centimetri, dal peso di un chilo e ottocento grammi, compreso di baionetta (ma con la punta arrotondata), due caricatori di sei cartucce, di cui uno a salve ed uno no. Le cartucce funzionanti avevano la pallottola di legno che, caricata, veniva poi espulsa per decine di metri. I negozi di giocattoli vendevano anche le divise dell’esercito a “misura di bambini”, ricche di rifiniture: erano compresi nel prezzo l’elmo di latta col piumetto dei bersaglieri, le sciarpe ricamate da alta tenuta, medaglieri e gradi da generale.

            La tendenza militarizzante dell’educazione fisica diventa, soprattutto nel corso degli anni Trenta, un’esigenza irrinunciabile per il futuro della società italiana: l’esercizio fisico è parte integrante delle attività scolastiche ed educative; l’obiettivo dell’educazione è la formazione del cittadino dal punto di vista etico e politico.

            La linea ufficiale del regime se da un lato tende a svalutare il gioco fine a se stesso, come fonte di puro divertimento disinteressato, dall’altro tenta di inglobare l’attività ludica all’interno dei centri ideologici del regime, attribuendole un significato ideologico preciso: il gioco è visto in funzione di una educazione ai valori fascisti. D’altro canto permane un modo di giocare, nelle strade e nelle campagne, legato essenzialmente alla tradizione e al folklore. Le diverse anime di cui l’attività ludica dispone le consentono di “giocare” su più piani, non rimanendo incastrata o cristallizzata nelle forme stabilite dal sistema unitario di elaborazione e di trasmissione della cultura, messo in atto dal fascismo.

             

 

           

 



* Pubblicato in: “Vita dell’Infanzia”, Roma, anno IL, n. 4, aprile 2000

 

 

[1] Lombardo Radice G., Didattica viva, testi scelti a cura di E. Codignola, La Nuova Italia, Firenze, 1962, p. 72-73

[2] Fumagalli G. (a cura di), Enciclopedia delle enciclopedie, A.F. Formiggini, Roma, 1930, vol. «Sport», p. 602

[3] Fumagalli G. (a cura di), ibidem, p. 814

[4] Giuochi per Balilla e Piccole Italiane, Com. Fed., G.I.L., Gorizia, 1939, p. 7-8