UNIVERSITA’ DEGLI STUDI “LA SAPIENZA” DI ROMA

Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea in Filosofia

TESI DI LAUREA IN PEDAGOGIA GENERALE

ANNO ACCADEMICO 1999-2000
Relatore: Prof. Nicola Siciliani de Cumis
Correlatore: Dott. Furio Pesci
Candidata: Franca Agostino

 

 

 

 

La tesi analizza il pensiero e l'opera dell'educatore fiorentino volgendo particolare attenzione alla sua attività nel campo dell'educazione linguistica, seguendo come filo conduttore l'istanza di coerenza che contraddistinse la vita di don Milani sin dai primi anni della sua formazione fino a quelli trascorsi a Barbiana, tra le montagne del Mugello.

Pertanto, per dare un'idea del metodo con il quale è stata condotta la ricerca e, in parte, del suo contenuto si è operata una selezione che, oltre all'introduzione, agli indici e alla bibliografia, comprende un paragrafo del terzo capitolo riguardante l'insegnamento della scrittura collettiva e il conseguente affermarsi, nell'attività educativa di don Milani, della parola scritta accanto a quella orale. Si riportano, inoltre, le note conclusive nelle quali emerge il tema della coerenza e alcune immagini contenute nelle tavole inserite in appendice.

Le parti selezionate sono state evidenziate nell'indice della tesi e riportate seguendo la struttura generale del lavoro complessivo della ricerca.


INDICE

V         INTRODUZIONE

            CAPITOLO PRIMO

            LA FORMAZIONE

3          1) LINGUA E INSEGNAMENTO: LE RADICI DI UN INTERESSE

 

7          1.1)   Famiglia, ebraismo, pittura: la formazione culturale laica

 

37       1.2)   Regola, studio, questione sociale: la formazione religiosa seminariale

 

           CAPITOLO SECONDO

           LA SCUOLA POPOLARE “SERALE” DI SAN DONATO

 

81       2) DON MILANI CAPPELLANO A SAN DONATO DI CALENZANO

           Dalle lezioni di catechismo alle lezioni di lingua

 

85       2.1)  Un primo esperimento di scrittura collettiva. La vita di Gesù

 

97       2.2)  Il Catechismo. La parola di Dio e la “paziente pedagogia di Gesù”

 

119     2.3)  Esperienze pastorali e la scuola popolare: la lingua come terapia e rimedio

 

           CAPITOLO TERZO

           LA SCUOLA “GLOBALE” DI BARBIANA

 

223     3) DON MILANI MAESTRO DI BARBIANA

           Dall’arte del dire all’arte dello scrivere

 

249     3.1) La lettera ai ragazzi di Piadena: le regole dell’arte dello scrivere e la    scrittura collettiva

 

271     3.2)  La lettera ai giudici: la scrittura come opera d’arte

 

315     3.3) Lettera a una professoressa. La lingua da strumento di lotta ad atto d’amore

365      NOTE CONCLUSIVE

Don Milani tra coerenza e contraddizione

                     Appendice

                             IMMAGINI E PAROLE

                  409     Indice tematico-terminologico

                  417     Indice dei nomi

                  423     Indice delle immagini

                  429     Bibliografia


 

 

Introduzione

 

 

 

Gli atti coerenti sono i più vicini al suo cuore,

ma un atto coerente isolato è la più grande incoerenza.

Lorenzo Milani

 

 

 

 

«Io non sono un sognatore ideale e politico: io sono un educatore di ragazzi vivi»[1] dice di sé don Lorenzo Milani, ed è alla luce di quest'affermazione che si è voluto analizzare il suo  pensiero e la sua azione nel campo dell’educazione linguistica.

Don Milani era un uomo che decise di farsi prete, ma nel suo essere prete non smise mai di essere uomo. Questo prete-uomo fu un educatore e nell’esserlo, mise al centro del suo agire l’educazione linguistica.

Non fu un teorico, né un pedagogista, né un linguista, eppure a più di trent’anni dalla sua morte si parla ancora della sua scuola e del suo insegnamento. E non c’è dubbio che egli abbia influito sulla pedagogia linguistica più molti studiosi di lingua e di pedagogia.

E’ stato indicato come un “interlocutore ormai non più eludibile per la pedagogia contemporanea e non solo italiana”[2], interlocutore della pedagogia, non pedagogista, per la sua avversione alle teorie e per la sua ricerca del confronto e della discussione anche all’interno di ideologie contrapposte.

Questo atteggiamento, che lo portò spesso ad assumere posizioni antitetiche rispetto a ciò con cui si trovava ad interloquire, fu anche una conseguenza dell’esame critico e rigoroso con cui analizzava dall’interno la realtà in cui operava.

Lorenzo Milani fu un prete, un uomo, un educatore inserito profondamente all’interno della struttura ecclesiastica, sociale e scolastica. La sua esperienza all’interno di queste tre strutture fu un’esperienza di rottura in cui si tradusse un forte impegno religioso, politico, educativo. Un impegno legato a tutta la sua vicenda umana e condensato nelle pagine di tre libri: Esperienze pastorali, Lettera ai giudici, Lettera a una professoressa. Ognuno di essi è una lettura critica e una denuncia verso un certo modo di vivere all’interno della chiesa,  delle istituzioni sociali, della scuola. Tutte critiche provenienti

da chi a quelle strutture aderiva e di cui voleva far parte senza rinunciare ad una disamina serrata e ad una condanna a volte spietata delle incoerenze presenti al loro interno.

Un’abitudine mentale che lo pose a cavallo tra pedagogia e antipedagogia, tra intellettualismo e antintellettualismo, tra un certo modo d’intendere la pedagogia e un  modo  diverso  di attuarla, tra  un

certo modo di porsi contro gli intellettuali e un certo modo di esserlo, e da cui nasce una difficoltà ad inquadrarlo negli schemi tradizionali che è tutta interpretativa e non tocca affatto le sue profonde convinzioni.

Molto è stato scritto e detto su di lui, convegni, testimonianze, articoli di giornali e poi anche film e opere teatrali, ma don Milani rimane una figura difficilmente inquadrabile o catalogabile. Comunisti e cattolici hanno cercato di portarlo dalla loro parte senza mai riuscirci, egli fu semplicemente una persona vera, integra e coerente alle proprie idee e tale volle sempre mostrarsi. Una figura complessa all’interno della quale vi è una linearità disarmante.

Ha affermato Tullio De Mauro: «Ognuno di noi è il nodo di tanti fili, che vengono da tante parti. Di ognuno di noi si possono dire molte cose diverse seguendo uno dei fili, e questo vale, naturalmente, in misura maggiore per una personalità potente e perfino prepotente,  per

certi aspetti, come quella di don Lorenzo Milani»[3].

L’obiettivo di questa ricerca è stato quello di descrivere il progetto educativo di don Milani soffermandosi sull’educazione linguistica, presupponendo che l’intero progetto di questo educatore dell’arte del dire e dello scrivere, seguisse un percorso coerente. Quello che, riprendendo l’affermazione di De Mauro, potremmo chiamare il “filo della coerenza”. Filo che si è cercato di seguire nell’analizzare il pensiero linguistico di don Milani e la sua evoluzione, presupponendo che se un’evoluzione c’è stata, ciò sia avvenuto senza mai contravvenire ad un’istanza di coerenza e ad un’esigenza di armonia fra sé e gli altri che contraddistingue in lui l’uomo, il prete, l’educatore.

 Attraverso le esperienze concrete e particolari nei luoghi e con le persone con le quali interagiva, con lo sguardo sempre attento a chi stava accanto a lui, svolse con coerenza il suo progetto lasciandoci «un messaggio non un modello»[4], le ragioni di quest’ultima affermazione, ce le fornisce lo stesso don Lorenzo: «Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perchè io scriva loro un metodo, che io precisi i programmi,

le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola ma solo di come bisogna essere per poter far scuola»[5].

L’interesse, l’attenzione, l’amore che don Milani ha verso il suo prossimo, trova nella lingua un’arma a più munizioni: non soltanto strumento di comunicazione, ma anche di conoscenza, di lotta e di amore. Questa consapevolezza lo porterà a dare all’educazione linguistica un posto centrale e prioritario nella sua azione educativo-pastorale, nelle due scuole da lui fondate a San Donato prima e a Barbiana poi.

Negli ultimi anni della sua breve vita sembra quasi riannodare i “fili” del discorso sulla lingua, parlata e scritta, sintetizzandoli con chiarezza in una lettera: «Ma è che l’arte dello scrivere è la religione. Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo s'intuiscono le fa trovare a noi e agli altri. Per cui essere maestro, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa»[6].

L’interrogativo è stato, dunque, quello di rintracciare elementi di

continuità  che   seguissero  un  filo  coerente,  in  relazione  a   questo

aspetto prioritario e centrale nell’azione educativa di don Milani, nella sua vita e nel formarsi e nell’evolversi del suo pensiero e della sua azione. Capire da dove e da quali presupposti nasce il suo interesse, cosa resta e cosa non accetta della sua formazione. Perché un giovane dell’alta borghesia fiorentina, nelle aspettative familiari destinato a studi universitari decide di fare il pittore e attraverso l’arte inizia un percorso di ricerca di una verità esistenziale e trova Dio, la fede, Cristo, si converte e si dedica totalmente alla chiesa. Una dedizione totale che si ritrova nella sua attività di maestro e una ricerca della verità presente nella sua concezione della lingua e della scrittura.

Si è cercata la coerenza nella sua azione educativa con l’attenzione focalizzata alla centralità della lingua e all’insegnamento della lingua. Nel condurre la ricerca si è fatto riferimento ai testi mostrando don Milani attraverso le parole e gli scritti, le sue azioni e la pratica educativo-pastorale. Appare fondamentale sottolineare quanto nel prete fiorentino dimensione pastorale e dimensione educativa siano fortemente connesse tra loro fino a coincidere nella prassi.

Sebbene, per motivi metodologici, è stato opportuno operare delle distinzioni, ciò è avvenuto con la consapevolezza dello stretto legame tra pensiero, parola e vita e di quanto fosse «… difficile distinguere in lui l’uomo e l’idea, la passione e la dottrina, il fine e il mezzo, la tenerezza e la durezza,  l’ostinazione  volontaristica  e  l’intuizione  intellettuale,  perché  i termini con cui normalmente si esprime l’analisi di un’esperienza umana erano in lui ridotti non già all’armonia ma ad una lega metallica dalla formula chimica introvabile»[7].

La ricerca è stata suddivisa in tre parti principali. Una prima parte in cui si è cercato di mettere in evidenza, ripercorrendo a ritroso il “filo” conduttore scelto, le origini dell’interesse attento e rigoroso verso il linguaggio, sia nella formazione culturale laica che in quella seminariale religiosa del giovane Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti.

Una seconda e una terza parte in cui sono stati presi in esame i suoi scritti suddividendoli in due periodi fondamentali, quello trascorso a Calenzano come cappellano alla parrocchia di S. Donato, cioè dal 1947 al 1954; e quello in cui don Milani sarà priore di Sant’Andrea di Barbiana, cioè dal 1954 al 1967 anno della sua morte.

 Per l’analisi dei testi è stato seguito un criterio cronologico, gli scritti sono stati analizzati tenendo conto del periodo in cui furono concepiti dall’autore, non di quello in cui sono stati pubblicati. Si è preferito seguire il suo percorso biografico analizzando i suoi testi principali come indicativi di uno svilupparsi coerente di pensiero, che manifestamente è segnato da bruschi cambiamenti interiori ed esteriori dei quali questi scritti sono testimonianza.

Nell’analisi testuale, non solo si è tenuto conto del periodo in cui sono stati scritti, ma si è cercato di metterli a confronto con testi privati o pubblici di minore estensione dello stesso periodo. Operando un’analisi sincronica. Confronto realizzato anche con scritti successivi, attraverso un esame diacronico delle convergenze e delle discordanze di pensiero in relazione allo stesso tema.

Non si è operata alcuna distinzione tra scritti pubblici, semi pubblici e privati, rappresentando i primi l’espressione più precisa di quanto l’autore ha voluto trasmettere intenzionalmente ad un vasto pubblico di lettori, pensiero di cui gli scritti semi pubblici e più ancora quelli privati sono la più sincera e genuina testimonianza.

I suoi scritti consapevolmente pubblici, dunque, sono stati il punto di riferimento per l’analisi del suo pensiero, mentre quelli privati, in particolare le lettere alla madre, sono serviti da riscontro, da testo di controllo per rintracciare somiglianze e differenze.

L’analisi sincronica è avvenuta a due livelli: il confronto continuo con altre produzioni scritte nello stesso periodo e attraverso un confronto trasversale tra la sua azione educativa, la sua idea della lingua e la sua scrittura, per mettere in evidenza quanto la sua natura sia stata sempre al centro della sua esperienza. Molto di ciò che si può dire di lui lo si potrebbe dire della sua scrittura e del suo modo d’insegnare.

Si è cercato d’indicare per ciascuna citazione l’occasione e il periodo di stesura perché fosse chiara la differenza diacronica e sincronica, si è preferito, inoltre, non operare, nel condurre l’analisi dei testi, delle nette distinzioni tematiche per sottolineare, nei limiti consentiti dalla chiarezza dell’esposizione, i forti legami e le interazioni tra il suo pensiero, le sue parole e le sue azioni.

Analizzando i testi si è dato molto spazio alle sue parole, alla sua testimonianza diretta non solo perché questo è il modo migliore di conoscere il pensiero di un autore, ma anche per cercare di vedere e di presentare le cose dal suo punto di vista. Ci è sembrato il modo più indicato per rintracciare le ragioni della sua coerenza e guardare alle sue scelte determinate e precise.

Tre le parole chiave che si è cercato di evidenziare seguendo questo filo della coerenza: lingua, scuola, educazione. All’interno di ognuno di questi nuclei di centrale interesse nella vita dell’educatore di Barbiana, la figura di Lorenzo Milani si struttura in qualità di uomo, di prete e di maestro.

L’aspetto educativo tiene conto della formazione ricevuta in conseguenza delle sue origini familiari e del suo personale rapporto con lo studio e con le istituzioni scolastiche, anche in funzione del suo ruolo di formatore ed il suo impegno intellettuale per trasmettere non solo contenuti, ma valori culturali di riscatto e di progresso. La rilevanza di tutto ciò che può essere compreso sotto l’estensione del termine “lingua”, ha richiesto che nell’occuparci di questo aspetto in relazione all’attività e alla vita di don Milani, ci si dovesse occupare quasi indistintamente del suo pensiero linguistico, della sua lingua, intesa come il suo personale modo di usare il linguaggio scritto o parlato che fosse, per giungere ad evidenziare i caratteri del suo insegnamento linguistico.

Nella sua concezione della lingua e dell’educazione, l’uso fa sempre da criterio ispiratore. E’ l’elemento che accomuna tutto il suo pensiero e tutto il suo operare. Scelte teoriche e pratiche si giustificano in base alla loro funzionalità. Ma l’uso è il mezzo, il fine è l’amore per l’altro il povero, il diseredato, l’ “ultimo”, ma anche l’amore per la Verità, sia essa riferibile a valori di natura terrena o soprannaturale. Lingua, scuola, educazione e la stessa coerenza sono funzione dell’uso che se ne fa ed essere uomo, prete e maestro si unificano in un unico fine: amare il prossimo, amare Dio e la Verità nell’altro. Su questo terreno si sviluppa tutta l’attività di educatore dell’arte del dire e dello scrivere di Lorenzo Milani che è l’aspetto che ci siamo proposti di analizzare.

Il linguaggio diventa il luogo e il mezzo dove nascono e con cui è possibile sciogliere e comprendere i problemi della morale e della religione. E’ espressione della vita, ma anche garanzia della possibilità di comprenderla nelle sue manifestazioni pubbliche e private.

Scopo della scuola era per don Milani quello di fornire gli strumenti per dare la possibilità ai poveri di costruirsi una cultura nuova, metterli in condizione di pensare, ragionare, capire, conoscere e agire da uomini liberi e intellettualmente autonomi. Dare la lingua ai poveri, armarli di questo “strumento tecnico logico, linguistico, lessicale”, non solo avrebbe consentito loro di esprimersi e di comprendere gli altri, ma avrebbe significato sviluppare in loro la capacità di strutturare il pensiero, le idee i concetti.

All’interno del pensiero linguistico di don Milani, possedere il linguaggio, usarlo per costruire discorsi non equivale solo a dare concretezza e visibilità ai ragionamenti, ma si identifica con l’uso stesso della ragione e con la capacità di costruirsi idee sul mondo, la moralità, la politica. Il linguaggio e il suo uso aiuta a sviluppare il pensiero, ma anche la possibilità di provare emozioni e di reagire coerentemente e consapevolmente nelle diverse situazioni pubbliche e private.

Il linguaggio inserisce il pensiero in una situazione concreta di vita, di relazione, di comunicazione, la comprensione sia dell’uno, sia dell’altro, del linguaggio così come del pensiero, è funzione dell’uso che ne facciamo. Atteggiamenti e reazioni umane implicano la riconsiderazione e la ridefinizione delle intese che regolano l’espressione verbale facendo dipendere l’espressione verbale stessa dall’uso.

Nella sua espressione pubblica il linguaggio dà consistenza, traducibile in termini di comportamento, al pensiero reso comunicabile e comprensibile dalla consuetudine e dall’uso linguistico. Nella sua espressione privata rende possibile la comprensione delle emozioni e le diverse sensazione nella gradualità delle sfumature intensive. Come dire che senza il linguaggio non sarebbe possibile provare stati interiori. Dalla lettura di Esperienze pastorali [pp. 188-204] traspare chiaramente, sebbene non enunciata come tale, una precisa concezione della natura e funzione del linguaggio e della sua relazione col pensiero.

In molte affermazioni contenute in quelle pagine, ritroviamo il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche (I, §249 “mentire è un gioco linguistico che deve essere imparato, come ogni altro”, I, §230 “perché un cane non può simulare il dolore?…”; II, §1 “Può sperare solo colui che può parlare? Solo colui che è padrone dell’impiego del linguaggio)[8].

L’esistenza e l’uso del linguaggio permette non solo la comunicazione ma la capacità stessa di provare consapevolmente “stati interni” come il provare dolore, lo sperare.

Queste idee, queste convinzioni, queste deduzioni, frutto delle meditate osservazioni di un colto prete di montagna, non sono alla base di una isolata e originale “teoria linguistica ad uso privato”, ma sono strettamente imparentate con il pensiero di studiosi e filosofi che, come Wittgenstein o Vygotsky, hanno visto nel linguaggio non solo un'espressione delle forme di vita, ma un elemento centrale nella determinazione, realizzazione e sviluppo delle regole e dei processi che a queste forme di vita presiedono.

Il concetto stesso di forme di vita implica una concezione evolutiva, pertanto il linguaggio assume una funzione di guida in un processo di cambiamento e di progresso.

In questa prospettiva è chiaro il legame tra linguaggio ed educazione e tra linguaggio e scuola. 

Un’analisi della sua attività di educatore dell’arte del dire e dello scrivere non poteva solo interessarsi delle modalità con le quali questa attività si è esplicata, ma dare anche ragione delle motivazioni che tale interesse hanno generato. Ragioni che sono spiegabili e individuabili nel legame tra linguaggio e pensiero, tra pensiero e azione, tra azione e morale e tra morale e religione. Questi gli anelli di una catena che portano un prete  a diventare un maestro, ad usare e a percorrere le vie della laicità per guidare i parrocchiani ad una religiosità consapevole, passando attraverso un uso responsabile delle proprie capacità intellettive per incidere positivamente nella vita organizzata sociale e politica.

Questa concezione del linguaggio come strumento logico e analitico del pensiero, porta don Milani alla conclusione che per educare a pensare occorre insegnare a conoscere ed ad usare la lingua. E come si può insegnare ed educare se non con la scuola?

All’interno di questa logica i termini lingua, scuola, educazione sono quasi sovrapponibili in relazione allo scopo a cui sono funzionali, per cui in don Milani non si può parlare dell’una senza avere presente le altre. Corrono parallele influenzandosi l’un l’altra nello sviluppo e nella maturazione dell’attività milaniana. Un discorso sulla lingua che riguardi don Milani non può non tener conto di questi aspetti che interessano in generale la sua stessa visione del mondo e del ruolo del prete e dell’educatore in qualità di intellettuali che hanno un preciso compito di guida.

Perché un prete ortodosso fino alle più estreme conseguenze fu confinato quasi come un eretico nell’isolamento della montagna? Una delle ragioni risiede certamente nella sua idea di progresso legata alla scuola e alla lingua.

I suoi metodi pastorali furono considerati dalla chiesa di allora preoccupanti, Esperienze pastorali fu ritirato dal commercio e giudicato come un libro pericoloso. Perché? Non certo per lo stile, ma per le idee di rifiuto del mantenimento di uno stato di cose che la chiesa proteggeva. La chiesa alla quale appartiene don Milani è la chiesa di Pio XII, ad essa aderisce per poi metterla in discussione, rimanendo sempre fermo nella scelta d’identificarsi come prete cattolico, anche quando l’esigenza di schierarsi sempre più concretamente a fianco dei “lontani” lo porterebbe a distaccarsene.

Il clero italiano, nella società italiana del tempo, divisa tra anticlericali e comunisti e tra clericali e anticomunisti, tra i lontani dalla chiesa e coloro che all’interno di essa operavano, prese una posizione chiara e di prudente difesa da coloro che considerò responsabili di essersi distaccati dalla Chiesa e li allontanò, giungendo nel luglio del 1949 ad emanare un decreto di scomunica per i comunisti.

Don Milani non accetta questa logica e vede nei “lontani” non avversari ideologici ma uomini da salvare prima dal punto di vista religioso poi sempre più consapevolmente dal punto di vista sociale e politico. I “lontani” si identificano sempre di più con gli “ultimi”, don Milani si schiera sempre più apertamente dalla loro parte. Stare dalla loro parte per lui significava cambiare la loro condizione sociale, cambiando quella intellettuale e linguistica per influire realmente su quella religiosa.

Ma questo faceva paura. All’interno della chiesa ogni reale sovvertimento che poteva comportare conseguenze radicali di un ordine costituito, come quello di dare la lingua ai poveri, è sempre stato visto con naturale diffidenza[9].

Poveri e contadini, montanari e operai erano vittime di un ineluttabile destino, non bisognava far crescere in loro consapevolezza e disprezzo del proprio stato culturale e sociale, ma infondergli sentimenti di pacata rassegnazione e serena accettazione del loro stato di “ultimi” e quinti anche di “umili”.

A tutto questo si ribella Lorenzo Milani, e guarda a tutti gli uomini come ad esseri pensanti capaci di avere la “superbia” di ribellarsi. Di lottare per migliorare e progredire, per cambiare le proprie condizioni di vita. Estendere la conoscenza della lingua a tutti, senza distinzioni, era per lui il primo passo verso l’uguaglianza e il progresso. E la sua ribellione avvenne con atteggiamenti di rottura che rispondevano ad un progetto preciso:

 

 

Ecco dunque l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso. Rinceffargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza.

Star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo[10].

 

Schierarsi dalla parte degli ultimi non era un concetto nuovo per la chiesa, don Milani lo fece all’interno di essa ma in opposizione agli stessi metodi di pacificazione e di accondiscendenza, senza paura di prendere posizioni estreme, ma sempre al limite dell’ortodossia.

L’esperienza di don Milani inserita nel contesto storico in cui si sviluppò va inquadrata come un tentativo di superamento dialettico di opposti schieramenti culturali e politici che caratterizzarono gli anni del dopoguerra in Italia e in Europa. Gli strumenti utilizzati per conciliare posizioni ideologiche conflittuali sono la critica razionale, la conoscenza storica approfondita, lo studio e l’uso del linguaggio quali elementi di chiarificazione e di diffusione di pensieri e teorie.

Elementi che delineano la figura di don Milani come quella di una personalità ascrivibile alla schiera di coloro che si servirono dei mezzi della ragione e della cultura per esaminare ed interpretare la realtà e guidare cambiamenti sociali e culturali, abitudine mentale e atteggiamento che si ritrova nella migliore tradizione del pensiero intellettuale.

Ha scritto  Eugenio Garin:

Alla fine della seconda guerra mondiale si ebbe, come già all’avvento del fascismo, una nuova e folta trasmigrazione di comodo di una “intelligenza” che, proclamando incontaminata in blocco tutta la cultura in quanto tale, riaffermava la propria verginità, che era poi irresponsabilità, e accidentalità dei propri legami con le posizioni politiche a cui via via offriva i suoi servigi, con “esse” impegnandosi in forma sempre subordinata, ma presentando quale difesa della libertà della cultura, e l’indipendenza dai partiti, la sistematica utilizzazione delle crisi più drammatiche per ogni sorta di “fughe”, in apparenza anche in avanti, all’avanguardia, in realtà sempre “retoriche” e “servili”.

Accanto a questa tradizionale figura del “letterato” (ma per “letterato” si intende qui l’uomo di cultura, e perciò anche il cultore di “scienze”), si ebbe, da parte di alcuni, lo sforzo di ridefinire la funzione dell’intellettuale in una società divisa e travagliata. Gli uni credettero di assegnargli il compito di difensore di una libertà “ideale” attraverso una “politicità trascendentale”, separata e al di sopra, non della società degli uomini, ma di classi e partiti (il “savio”, il dotto, il filosofo, come “funzionario dell’umanità”): furono i nostalgici del “grande intellettuale” di tipo erasmiano. Gli altri si vennero sempre più chiaramente interrogando circa il compito dell’intellettuale nella trasformazione e nuova strutturazione di una società divisa, ossia circa la possibile funzione del momento dell’intelligenza, della conoscenza, rispetto alla prassi, e ciò fecero nella direzione della ricerca gramsciana dell’ “intellettuale collettivo”, ossia di un legame organico con il partito e la classe, ma di “guida”, non di subordinazione. E sempre tennero presente, come una sorta di “idea regolativa” la tesi di Gramsci di una soppressione delle “contraddizioni che lo dilaniano”, e delle loro cause: punto d’arrivo, non punto di partenza.[11]

 

A questi ultimi appartiene senz’altro il priore di Barbiana. Nell’ambito del nostro studio si è cercato di interpretare e di ritrovare una coerenza interna all’opera e all’attività dell’educatore e del prete  ma anche dell’intellettuale, perché tale fu Lorenzo Milani.

Fu un uomo molto colto, che rappresentò un elemento di rottura nell’ambiente d’élite degli intellettuali che criticava ma di cui si serviva, consapevole, lui per primo, che il possedere la cultura, che giungerà ad identificare col possedere la lingua è insieme necessità e privilegio. Di questo privilegio vorrebbe spogliarsi, ma senza di esso non potrebbe promuovere il riscatto culturale degli ultimi a cui dedica tutta la sua vita di prete e di maestro. E il modo che trova è quello di farlo diventare strumento di emancipazione e di promozione sociale.

L’importanza di don Milani nella vita culturale italiana non è un aspetto marginale nella storia del nostro Paese. E anche in un’Italia diversa in cui i confini tra opposti schieramenti non sono più legati all’essere laico o clericale, comunista o anticomunista, il suo insegnamento è ancora una risorsa a cui attingere per la chiesa, la scuola, per tutta la società civile.

Inserire don Milani nel contesto della storia nazionale italiana fra l’inizio degli anni ’40 e la fine degli anni ’60, contribuirebbe a comprendere il valore storico del suo impegno e a non vederlo come “un genio isolato e superiore” senza per questo negarne la grandezza. Egli fu una delle voci che contribuirono a mettere in evidenza l’esigenza di un problema culturale da risolvere aldilà di opposti schieramenti ideologici allora molto forti nell’Italia del dopoguerra, per cui non si scendeva a compromessi, l’appartenenza ad uno schieramento significava piena adesione ed identificazione con il progetto dell’uno e esclusione dell’altro.

Quello che don Milani pose all’attenzione, voce forse isolata all’interno della Chiesa ma non dell’ambiente politico e intellettuale italiano, lo ha evidenziato De Mauro, fu la constatazione di una diffusa condizione di povertà culturale e linguistica dei ceti più poveri che determina disparità e svantaggio. Un problema che avrebbe dovuto essere già noto, fu invece ignorato o volontariamente trascurato, dalla classe politica e dalla chiesa. Quasi contemporaneamente, in quegli anni in cui don Milani faceva scuola e si poneva il problema della lingua, la pubblicazione, nel 1955, dei risultati del censimento del 1951, denunciava che, nell’Italia del “boom” economico quasi il 65 per cento della popolazione era priva di licenza elementare, all’interno di questa già alta percentuale, più della metà era costituita da analfabeti.

Una condizione culturale così differenziata poneva problemi di comunicazione, di unificazione linguistica e si legava alla risoluzione di problemi legati al sottosviluppo economico e sociale come conseguenza della mancanza d’istruzione. I politici e gli intellettuali si posero il problema della scuola, si aprì un dibattito segnato da posizioni divergenti anche all’interno della sinistra che portò nel 1962 alla realizzazione del progetto di Scuola Media Unificata e della scuola obbligatoria per otto anni.

Tutto questo, sottolinea ancora De Mauro, attraverso una riscoperta del pensiero di Gramsci e del concetto di cultura legato a quello di condizione antropologica. Il richiamo diretto o indiretto, a Gramsci, in relazione a don Milani, non è nuovo, così come non lo sono i legami con tutti gli intellettuali e non solo, che partendo da aree di impegno sociale diverso si sono incontrati con il problema della lingua.

 

Ogni volta che nella storia si è posto il problema di un nuovo assetto di classe, ogni volta che ci si è scontrati con le fratture che solcano una società per sanarle e superarle, ci si è dovuti porre il problema d’un rinnovamento e un  nuovo assetto dei patrimoni espressivi tradizionali, la questione della lingua, dell’educazione al controllo della lingua, del ripensamento, anche teorico e scientifico, del ruolo del linguaggio nella vita individuale e sociale. A mio avviso, momenti alti, di svolta radicale del pensiero critico e scientifico intorno al linguaggio, sono stati raggiunti sotto la spinta di bisogni di altrettanto radicale ripensamento delle modalità educative tradizionali in funzione di nuovi assetti sociali che incalzavano: Aristotele e gli Epicurei, Agostino e Dante sono sospinti su questa strada, come più tardi i signori di Port-Royal e Locke, Leibniz e Adamo Smith, Vico e Humboldt.[12]

 

Così De Mauro in un articolo in cui accostava don Milani e Gramsci, pur nella diversità degli ambiti di appartenenza e di formazione intellettuale, alla schiera di coloro che nell’occuparsi di problemi educativi e pedagogici si scontrarono con il problema della lingua e il controllo dei mezzi espressivi e ne evidenziarono la centralità indicando come via necessaria al progresso civile e sociale il superamento degli ostacoli dovuti alle divergenze linguistiche. Non diversamente da quanto era accaduto allo psicologo Lev Vigotsky quando negli anni venti pensava ad una scuola adeguata ai nuovi bisogni della realtà sovietica o al filosofo Ludwig Wittgenstein quando, maestro nelle montagne austriache, si scontrava con le difficoltà linguistiche dei suoi giovani alunni. Nello stesso articolo De Mauro associa Gramsci e don Milani a Lucio Lombardo Radice e a Rodari perché, sebbene in un ordine invertito: «nelle prospettive pedagogiche degli uni e degli altri c’era spazio, e ai primi posti, per la disciplina e l’impegno e per la libertà e la reazione creativa dell’alunno»[13], e accomunandoli tutti sotto la definizione di “pedagogisti irregolari” la cui eredità è preziosa, li considera promotori del rinnovamento culturale della nostra scuola.

Ed è proprio a Lucio Lombardo Radice che dobbiamo una lucida analisi della figura e della pedagogia di don Milani, dalla quale emerge una delle più chiare interpretazioni del suo insegnamento. La grandezza del suo impegno nasce, non tanto dall’aver “scoperto” «l’inferiorità della lingua, l’inferiorità del patrimonio di parole che poi  è inferiorità di patrimonio di pensiero», ma nell’averlo posto all’attenzione di molti come un problema da risolvere, perché «scoprire una cosa non è anticiparla in un saggio teorico, è il farla diventare un fatto di massa», il grande merito di don Milani non solo  è di aver agito in questo senso ma di averlo fatto con la forza “radicale” con la quale visse e sentì il suo dovere civico-morale.[14]

Ancora una volta il richiamo va ad Antonio Gramsci:

 

Creare una nuova cultura non significa solo fare individualmente delle scoperte “originali”, significa anche e specialmente diffondere criticamente delle verità già scoperte, “socializzarle” per così dire e pertanto farle diventare base di azioni vitali, elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale. Che una massa di uomini sia condotta a pensare coerentemente e in modo unitario il reale presente è fatto “filosofico” ben più importante e “originale” che non sia il ritrovamento da parte di un “genio” filosofico di una nuova verità che rimane patrimonio di piccoli gruppi intellettuali.[15]

 

Anche da queste considerazioni nasce l’antintellettualismo di don Milani. Che non è avversità verso la cultura, l’esercizio di capacità logiche e argomentative che lui stesso possedeva e usava, ma è critica ad un uso del sapere quasi privato e non condivisibile, racchiuso nello spazio ristretto dei salotti e delle aule accademiche. L’atteggiamento polemico di don Milani nei confronti di tanti intellettuali che pure erano suoi amici, nasce non solo dal rifiuto di una realtà sociale e culturale dalla quale proveniva e che pertanto conosceva dall’interno, ma dalla consapevolezza dell’inutilità sociale di un intellettuale che non s’impegna per superare le differenze e le discriminazioni e dalla ferma convinzione della responsabilità doverosa di utilizzare le proprie capacità critiche e razionali per promuovere cambiamenti.

La stessa adesione al cattolicesimo fu lontana dai trascendentalismi, ma si esplicò in una religiosità collegata alla volontà di risolvere problemi immanenti in un rapporto reale con gli altri e in una precisa realtà storica.

 

Non è possibile in questa sede approfondire i legami con un vastissimo mondo d’intellettuali che don Milani critica e rifiuta ma di cui inevitabilmente fa parte. Né delineare a fondo i contorni di una coerenza esterna con ciò che lo circondava, inquadrandone l’opera e il pensiero nella cultura italiana del suo tempo, né di quella successiva, in relazione al movimento d’idee che esplose negli anni della contestazione giovanile studentesca. Né è possibile rintracciare i motivi della validità di una riflessione sul priore di Barbiana, tenendo ovviamente conto delle mutate condizioni generali, attraverso un confronto del suo pensiero con quello di altre teorie pedagogiche o linguistiche a lui precedenti e successive[16]. Qui è importante sottolineare che tutti questi elementi di coesione e di appartenenza con quel che gli stava intorno ci sono, e sono forti. Così come sono applicabili e ancora valide, certamente non tutte, ma molte delle sue indicazioni  educative  e  pedagogico-linguistiche.  La  sua influenza è

facilmente riscontrabile nella scuola e fuori dalla scuola in molte esperienze che a lui e alla sua scuola si son volutamente ispirate o che della sua esperienza hanno inconsapevolmente assorbito e portato avanti gli ideali più vivi ed efficaci[17].

Nella nostra esposizione si è cercato di limitare gli accostamenti e gli approfondimenti a figure di riferimento, intendendo così rispettare non solo la scelta metodologica di rintracciare una coerenza interna all’esperienza milaniana dando spazio soprattutto ai suoi testi, ma anche per cercare di leggerlo come lui stesso parlava e preferiva essere letto: senza citazioni.

Siamo convinti, però che partire dall’autore sia il modo intellettualmente più onesto per allontanarsene, utilizzando criticamente il suo pensiero, così come approfondire i legami col suo tempo e ciò che in esso ha rappresentato la sua esperienza sia la via migliore per capire cosa può continuare ad essere e dove possiamo riconoscerlo nel nostro.

 

 

Il nostro mondo occidentale è ormai in via di rapida omologazione, senza più Est e Ovest, è un mondo che presume di possedere la cultura autenticamente umana. Di fronte al nostro mondo occidentale, la Barbiane del mondo …, perché Barbiana è un nome emblematico, Barbiana non è più in Mugello: Barbiana è in Africa, è nel Medio Oriente, Barbiana è una comunità musulmana, Barbiana è nell’America latina.[18]

 

 

 

Partendo da questa affermazione di Ernesto Balducci, il giornalista Giorgio Pecorini, frequentatore laico di Barbiana e amico di don Milani, in suo recente libro[19], indica possibili sviluppi di ricerca sulla figura del Priore. Prova a tracciare “da cronista” un elenco di collegamenti e consonanze, dirette e indirette. Indica molte, alcune già note, tra le possibili relazioni tra il pensiero di don Milani e quello di altre figure di uomini, contemporanee a lui e non, che hanno influito nella storia della società non solo italiana.

Comincia da Gandhi, anche perché direttamente indicato da don Milani come modello ispiratore e le cui idee e i cui scritti venivano, nella scuola, discusse e condivise. Suggerisce poi una possibile corrispondenza tra don Milani e Tolstoj partendo da un giudizio dello stesso Gandhi sullo scrittore russo che, secondo Pecorini potrebbe con la sostituzione del nome, attribuirsi a don Milani: «In ciò che Tolstoj predica non c’è nulla di nuovo. Ma la sua presentazione dell’antica verità è stimolante e vigorosa. La sua logica è inattaccabile. E soprattutto egli si sforza di praticare ciò che predica. Egli predica per convincere. E’ serio e sincero. Merita attenzione»[20]. Pecorini, pur avvertendo di non avere notizia che a Barbiana si conoscessero gli scritti di Tolstoj, individua molte possibili consonanze tra il pensiero di questi due scrittori e uomini di cultura e di scuola: l’uso della forma epistolare per la comunicazione scritta, il ricorso diretto alle fonti e la valutazione critica rigorosa, attenzione ad età diverse e lontane, adesione ad idee pacifiste di non violenza e di rifiuto di qualsiasi sottomissione a leggi o mode derogando dalle proprie possibilità di compiere scelte responsabili. In relazione a quest’ultimo punto invita a confrontare la Lettera ai giudici milaniana con il Promemoria del soldato scritto da Tolstoj nel 1901. E ancora il confronto investe la proposta di un’analisi comparata della struttura organizzativa dell’evoluzione della scuola popolare di Jasnaja Poljana in cui Tolstoj inventava e verificava via via strumenti didattici con quella delle scuole di don Milani a San Donato e a Barbiana. Infine continua Pecorini proponendo un confronto ancora più strettamente legato al tema di questo studio: «Occorre lèggere, con in mente Lettera a una professoressa, il testo in cui Tolstoj racconta come ha inventato sul campo la propria tecnica d’insegnamento dell’ “arte dello scrivere” (proprio lo stesso termine in uso a Barbiana) ai figli dei contadini, constatato il disastro che provocava la vecchia didattica del “tema”. E come, nello sperimentare la tecnica nuova (tanto simile a quella della scrittura collettiva di Barbiana) abbia scoperto che quei piccoli contadini, prima svogliati e infastiditi, d’un colpo interessati ed entusiasti, riuscissero a scrivere addirittura meglio di lui, lavorando senza sosta parecchie ore di fila»[21].

Si sofferma ancora sul confronto tra il Priore e Pier Paolo Pasolini, i cui scritti a Barbiana erano letti e apprezzati, e li accomuna per «l’implacabilità della denuncia, il rifiuto di ogni prudenza, l’ostinazione della speranza»[22] e ancora per il «profetismo», per l’avere cioè anticipato idee e considerazioni che li posero in contrapposizione con la mentalità corrente, quelle stesse idee per le quali furono ostacolati, denunciati e contrastati e che furono poi accettate e confermate dai fatti e per le quali bisogna dar loro il merito di averle poste all’attenzione di tutti come problemi da risolvere e come vie da seguire.

Consonanze con esempi di vita e di esperienze diverse ne fa tante, motivandole una per una, noi qui ci limitiamo a darne nota: Rosa Luxenburg, Erich Fromm, Saul Bellow, Hermann Hesse, Bertrand Russell, Ivan Illich, Ignazio Silone, Cesare Battisti. Fa anche riferimento ad una tesi di laurea, quella di Rocco Postiglione[23], indicandola come il testo in cui la figura di Lorenzo Milani viene inquadrata in una cornice più ampia e messa a confronto con Wittgenstein, Max Weber, Claude Levi-Strauss, Eric Hobsbawm, Michel Foucault, Sigmund Freud, Karl Marx, Antonio Gramsci[24].

C’è ancora un confronto che vogliamo ricordare quello tra Lorenzo Milani e Rigoberta Menchù, la donna guatemalteca a cui nel 1992 venne assegnato il premio Nobel per la pace. Una donna che a ventitré anni aveva raccontato ad un’amica la sua storia, che non poteva scrivere perché ancora analfabeta. Le sue parole trascritte dal magnetofono sono state pubblicate in un libro che è la sua biografia, è la storia «di una presa di coscienza attraverso lo strazio delle torture, degli eccidi, delle violenze fisiche e psicologiche, dell’esilio. La storia di un’assunzione di responsabilità. Di una crescita culturale maturata scoprendo le radici e le ragioni del proprio popolo oppresso e della propria classe emarginata, riappropriarsene attraverso anche l’acquisizione degli strumenti linguistici e intellettuali dei popoli oppressori e delle classi dominatrici per contrastare e rovesciare l’ordine costituito tanto disordinato, non per lasciarsene cooptare e corrompere»[25].

I confronti tra le diverse “Barbiane nel mondo” potrebbero continuare e non è difficile trovare i “don Milani” fuori dal suo tempo, fuori dall’Italia e fuori anche dalla chiesa e dalla scuola. Un suggerimento in questo senso ci è stato indicato dalle conversazioni con Nicola Siciliani de Cumis che ci ha seguiti in questo lavoro.

 

La povertà è vecchia come il mondo. […] Ma perché? Il perché non riuscivo a capirlo. Noi cresciamo circondati dai poveri, ma non ci domandiamo mai perché lo sono.

[…] Pensavo al baratro che esiste tra la realtà del paese e le parole altisonanti del governo. Nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si afferma che:

Ogni persona ha diritto a un livello di vita che garantisca la salute e il benessere dell’individuo e della sua famiglia, in particolare per quanto riguarda il cibo, il vestiario, la casa, l’assistenza medica e i servizi sociali necessari; essa ha diritto a essere garantita in caso di disoccupazione, malattia, inabilità, vedovanza, vecchiaia, e in mancanza di fonti di sopravvivenza per circostanze esterne alla sua volontà.

La Dichiarazione precisa inoltre che le nazioni firmatarie debbono assicurare “il riconoscimento e l’osservanza” di tali diritti.

A mio parere la povertà determina nella società una condizione che nega non solo alcuni, ma proprio tutti i diritti umani. Il povero non conosce diritti, e questo a prescindere dalle belle parole dei libri o da quello che i governi scrivono sulla carta.

[…] Cominciai ad arrovellarmi per capire come aiutare quelle persone, alle quali non mancava la salute né la voglia di lavorare.

Purtroppo non esisteva un istituto finanziario capace di accogliere le esigenze dei poveri in materia di credito. Nel vuoto delle istituzioni ufficiali il mercato del credito era stato accaparrato dagli usurai locali, che con molta efficienza conducevano i loro “clienti” a passi sempre più grandi verso la miseria.

I poveri non erano tali per stupidità o per pigrizia; anzi, lavoravano tutto il giorno svolgendo mansioni fisiche complesse. Erano poveri perché le strutture finanziarie del nostro paese non erano disposte ad aiutarli ad allargare la loro base economica. Non era un problema di persone, ma di strutture.

[…] E quello fu l’inizio di tutto. Non sono partito con l’intenzione di diventare un banchiere, il mio scopo era soltanto quello di risolvere un problema immediato. Ancora oggi io e i miei colleghi di Grameen lavoriamo con lo stesso obiettivo: quello di porre fine alla povertà, condizione che mortifica l’uomo nella sua essenza più profonda.[26]

 

Chi scrive è Muhammad Yunus, nato e cresciuto in Bangladesh, uno dei paesi più poveri del mondo. E’ conosciuto come “il banchiere dei poveri” dal titolo del libro in cui racconta la sua esperienza. Nel 1977 ha fondato la Grameen Bank (“Banca del villaggio”), un istituto di credito che presta denaro solo ai poveri e che in più di vent’anni ha aperto agenzie in molte parti del mondo. Le condizioni di prestito sono molto semplici, si prestano ai poveri piccole somme necessarie a riscattarsi dallo stato d’indigenza in cui si trovano ed iniziare un’attività. Non sono obbligati a restituire il prestito, ma se non lo fanno non ne possono ottenere altri. Una delle regole di Grameen, è che chi aderisce al programma del microcredito ed ottiene il prestito, si impegna a mandare i figli a scuola. E’ evidente l’importanza data all’istruzione come strumento per affrancarsi dalla povertà e dalla dipendenza economica e il grande “credito” dato a tutti gli uomini come esseri capaci di migliorare.

E’ possibile trovare don Milani in tutti coloro che, in Italia, in Europa, nel mondo si sono posti il problema dei poveri e ad esso hanno cercato una soluzione concreta, usando mezzi e strutture economiche, sociali, culturali proprie del potere politico e della ricchezza all’interno di essa ma in contrapposizione radicale e senza mediazioni. In tutti quelli che si sono battuti per dare strumenti intellettuali ed economici che mettessero in condizione i poveri di diventare promotori del proprio sviluppo non oggetto di momentanee e occasionali elargizioni di denaro e di attenzione sociale che solleva il problema per poi lasciare le cose come stanno.

 

Barbiana e il suo fondatore e maestro, sono un’esperienza unica e irripetibile, così come lo sono quelle di tutti gli educatori non d’Italia ma del mondo. Il fatto è che riferite a don Milani e alla sua scuola quelle parole “unica” e “irripetibile” hanno avuto spesso il significato di “isolata”, “diversa”, “non proponibile al di fuori dei limiti storici e geografici” in cui quell’esperienza educativa fu attuata da un prete insegnante dotato di una cultura e personalità davvero non comuni.

In verità fu lo stesso Lorenzo Milani ad affermare, con quel suo gusto del paradosso, che “il segreto di Barbiana non era esportabile”. Ed è proprio da qui che il discorso sulla attualizzazione del suo pensiero pedagogico deve partire per poter rileggere l’opera milaniana all’interno di un “hic et nunc” che non venga usato per limitare gli effetti della sua attività confinandoli alla sua scuola e ai suoi ragazzi, ma che venga invece interpretato e riconosciuto come indicazione pedagogica. Un’indicazione, quella di partire dalle condizioni specifiche del territorio e dagli alunni, preziosa per una scuola sempre più variegata e interculturale.

Nessuna esperienza educativa è esportabile, non c’è un modello di scuola sempre valido in ogni circostanza e in ogni periodo storico o in situazioni geografiche analoghe. L’unico modo d’insegnare è quello di partire dall’alunno e dalla concreta realtà in cui si lavora, ma questo non vuol dire che la scuola non debba avere un modello, un ideale a cui ispirarsi o che non debba servirsi delle esperienze passate per partire da queste e costruirne delle nuove, con nuovi strumenti e nuove proposte.

Tenendo sempre presente la centralità dell’alunno, assunto inderogabile per chi si occupa di educazione, si può, contestualizzando i tempi, provare a rintracciare quanto il percorso educativo milaniano sia ancora attuabile nella nostra scuola. E’ importante quindi guardare oltre l’esperienza particolare e provare a generalizzarne gli elementi costitutivi non per ricrearla, ma per trarne tutto ciò che può essere utilizzabile e renderlo attualizzabile in un contesto diverso storicamente e culturalmente.

Molte delle indicazioni pedagogiche della scuola di Barbiana sono davvero improponibili, dalla concezione del gioco al ruolo dato alle discipline logico matematiche. Bisogna ammetterlo, senza per questo accreditare le accuse di chi lo ha giudicato un maestro improvvisato e sbagliato, denigrandolo fino a dargli dell’autoritario, manesco e mascalzone[27].

Vogliamo qui solo limitarci a ricordare quanta attualità c’è, invece, nel suo concetto di cultura intesa come insieme di cognizioni e di visione del mondo. La concezione milaniana dell’esistenza di una diversità delle culture, nessuna delle quali si può in teoria dire inferiore o superiore all’altra, è strettamente collegata al concetto di pluralità e molteplicità delle intelligenze. Non esiste un solo tipo di cultura così come non esiste un solo tipo d’intelligenza.

Avverte Gardner:

 

Prima di tutto, cercate di dimenticare di aver mai sentito parlare dell’intelligenza come proprietà singola della mente umana […] sforzatevi di considerare il mondo con la massima apertura mentale possibile e pensate a tutti i ruoli o “stati finali” –professionali e ricreativi- che sono stati apprezzati dalle diverse culture in varie epoche.

[..] … per comprendere in modo adeguato l’ambito della cognizione umana, è necessario includere nel nostro esame un insieme di capacità e competenze molto più vasto e più universale di quelle che sono state considerate solitamente.

[…] un’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, o di creare prodotti, che sono apprezzati all’interno di uno o più contesti culturali.[28]

 

 

 

Ogni cultura ha la propria dignità e legittimità così come sono ugualmente legittimi tutti i modi di essere intelligenti. Non si può più, quindi, parlare di apprendimento ma di apprendimenti, di diversi stili apprendimentali. Bisogna, dunque, tenere conto delle diverse intelligenze individuali e non pretendere che tutti gli studenti imparino le stesse cose allo stesso modo.

Troppe cose sono cambiate e molte non sono cambiate affatto, da quando don Milani insegnava e si impegnava per dare ai “poveri” lingua, istruzione e scuola per assicurargli uguaglianza, diritti e benessere. Sono mutate le condizioni di povertà e gli indicatori delle differenze di classe e di ceto sono diversi, ma gli effetti delle stratificazioni sociali sono ancora molto forti e per quanto riguarda la formazione scolastica, non a tutti sono assicurate pari opportunità di crescita culturale e di cambiamento. Nel 1962 si era attuata la riforma della scuola media unica, oggi si discute sulla realizzazione di un’altra riforma, quella del riordino dei cicli, ma, anche se spostata in avanti, la selezione esiste a livello di scuola media superiore e di università cioè oltre la scuola dell’obbligo e, in alcune realtà e per certi aspetti, anche in quella dell’obbligo. Le istituzioni scolastiche da sole non possono azzerare queste disparità, anche iniziali ma non solo, certo ne devono tenere conto per ridurle.

In Lettera a una professoressa, una delle riforme proposta dai ragazzi di Barbiana «perché il sogno dell’uguaglianza non resti un sogno» era di non bocciare nella scuola dell’obbligo. Oggi, nella nostra scuola, quell’indicazione potrebbe tradursi nel non impedire il libero sviluppo delle potenzialità di tutti e in qualsiasi campo esperienziale. Bocciare, allora più di oggi, significava perdere irrimediabilmente i ragazzi socialmente svantaggiati, l’invito non farlo non nasceva dall’esigenza di dare una scuola facile e superficiale per tutti, ma una scuola seria ed esigente, accessibile a tutti. Una scuola che insegnasse soprattutto ad apprendere, che tenesse conto di quanto, di come, si apprende e di cosa si è già appreso, una scuola che sapesse adattare gli insegnamenti agli alunni e partire da loro senza perderne neanche uno.

Don Milani, diede voce e istruzione ai “persi”, li attirò nella sua scuola di montagna facendo leva sulla loro voglia di riscatto sociale, li aiutò a vincere le insicurezze e diede un senso ai loro apprendimenti. Oggi, “dare scuola ai persi” significa andare per le strade e insegnare ai ragazzini che lavorano al nero, oggi come cinquant’anni fa a Calenzano, dare scuola ai bambini nomadi, integrare gli alunni stranieri, fare scuola negli ospedali, nelle carceri. Dare più scuola a chi ne ha più bisogno significa anche distribuire in base alle esigenze reali e concrete, dare di più in termini di risorse umane ed economiche alle scuole che presentano più problemi e disagi. Significa quindi investire per portare la scuola fuori dalle aule e raggiungere i “persi”, promuovere cioè interventi mirati a contrastare i fenomeni di dispersione scolastica. Ma significa anche fare in modo che tutti quelli che la scuola la frequentano regolarmente possano esprimersi e trovare, all’interno di essa e anche grazie ad essa, interesse e motivazione prima che si “perdano”, lontano dalla scuola, nei molti modi possibili che questa società della globalizzazione consente.

Serve una scuola che orienti al lavoro e alla vita, che tenga il passo e si confronti con le nuove tecnologie che allargando in modo spropositato le possibilità di fruizione e di approfondimento del sapere e dei saperi, hanno creato nuovi pericoli e nuove forme di discriminazione. Una scuola in cui al sapere si associ il saper fare, che insegni quindi non solo a saper imparare ma anche a saper utilizzare quanto si è appreso, a saper discernere ed individuare il proprio personale percorso orientandosi nella intricata rete di opportunità che si aggrovigliano confusamente attorno al ragazzo che cresce e per questo motivo gli sono contemporaneamente date e negate.

Tutto questo si ricollega alla seconda proposta contenuta in Lettera a una professoressa: «Agli svogliati basta dargli uno scopo». Un’indicazione che significa dare importanza alla scuola non solo in funzione del conseguimento di un titolo di studio, ma per il valore formativo in ciascun individuo dell’assunzione responsabile del proprio ruolo civile e partecipe di quello comune. Significa anche offrire ad ogni ragazzo l’opportunità di trovare il proprio scopo, di sviluppare le proprie personali attitudini, predisposizioni e interessi.

In questo senso deve orientarsi l’autonomia scolastica che non  deve essere intesa come frammentazione incontrollata degli istituti educativi, ma strumento per una piena aderenza al territorio e, prima di tutto, agli alunni.

 

Abbiamo solo voluto ricordare, riprendendo la metafora demauriana, che i fili che si aggrovigliano intorno alla figura di don Milani formano una struttura reticolare che lo collega al suo tempo in un rapporto che è anche di coerenza e di consonanza di idee e non solo in opposizione ad esse. Quella stessa rete di fili si è formata in continuità con la storia delle idee e del pensiero precedenti e propaggini li ritroviamo nella nostra scuola e nella nostra società ad indicarci possibili e valide strade da percorrere.


 


 

La lettera ai ragazzi di Piadena: le regole dell’arte dello scrivere e la scrittura collettiva

 

L’insegnamento della scrittura collettiva nasce a Barbiana, anche se ha un precedente storico nella Vita di Gesù, lavoro realizzato dal giovane cappellano estrapolando le frasi più efficaci dai riassunti scritti dei suoi alunni di quinta elementare. Il testo risultava il prodotto di una scelta iniziale basata sull’esattezza delle notizie e la comprensibilità delle frasi, seguita da una successiva ricomposizione delle stesse in un lavoro unitario che in un certo senso diventava un prodotto collettivo. La continuità con gli scritti di Barbiana è rinvenibile oltre che nelle somiglianze tecniche di composizione, principalmente nei presupposti teorici, cioè nella convinzione di don Milani che un testo che scaturisca dal lavoro di molti ha più possibilità di avvicinarsi alla chiarezza espressiva e alla verità rispetto ad una produzione scritta individualmente.

Per le stesse ragioni, sottoporrà all’esame di molti amici la lettura dei suoi scritti prima di renderli noti.

La prima realizzazione di una produzione collettiva è un testo scritto nel 1963, si tratta di una lettera spedita ai ragazzi di una scuola elementare del Vho frazione di Piadena[29] il cui insegnante era il maestro Mario Lodi.

Il documento è preceduto da una presentazione del Priore che spiegava in che modo era stata scritta la lettera, da quali esigenze scaturiva e a quali conclusioni aveva portato. E’ questa la prima testimonianza scritta sulla tecnica della scrittura collettiva, un’altra più sintetica si trova in Lettera a una professoressa.

   Nell’estate del ’63, il maestro Lodi fu accompagnato a Barbiana da Giorgio Pecorini per incontrare don Lorenzo e i suoi ragazzi. La visita durò un paio di giorni, durante i quali vi fu un intenso confronto di opinioni e di esperienze, che si concluse con la proposta di iniziare una corrispondenza fra le due scuole, la classe del maestro Lodi, una quinta elementare, e i ragazzi di don Milani. Lo scambio epistolare progettato fu l’occasione per sperimentare a Barbiana la stesura di un testo scritto collettivamente da tutti i ragazzi: «Non avevo mai avuto in tanti anni di scuola una così completa e profonda occasione per studiare con i ragazzi l’arte dello scrivere»[30].

Ma quell’incontro, segnò anche in un certo senso una svolta metodologia nell’insegnamento di don Milani e diede inizio ad una vera  e  propria collaborazione tra lui e i ragazzi. Il contatto, attraverso

il maestro Lodi, con le tematiche e le idee metodologiche e didattiche che animavano il Movimento di Cooperazione Educativa, contribuì ad accelerare e ad agevolare un cambiamento che probabilmente in don Milani già stava maturando. Il commento di Mario Lodi su quell’incontro porta a queste conclusioni:

 

Certi lo hanno dipinto come un uomo orgoglioso che non accetta consigli; io ho provato il contrario. Non so però se la svolta che ha operato nel suo metodo d’insegnamento sia dipeso dai discorsi che abbiamo fatto e dai libri del M. di C. E. che ha letto, o se era già maturata in lui l’esigenza di dare un aspetto nuovo, sul piano metodologico, al suo insegnamento. Dal giorno in cui mi aveva fatto quelle dichiarazioni [31]… alla lettera del primo novembre, una svolta c’è stata ed è stata meditata. Quella lettera di cui parla di come i suoi ragazzi hanno scritto ai miei, è veramente un documento ad altissimo livello; qualcuno l’ha paragonata a certe lezioni del Pestalozzi.

Ho un’altra prova di quanto dico. Quando è uscita la Lettera a una professoressa don Lorenzo mi aveva già scritto, perché io mi ero impegnato a divulgarla, a farla conoscere. Don Lorenzo, in quella occasione, mi ripeteva ancora tutto il lavoro che era stato svolto e come era stato svolto: una vera e propria collaborazione con i ragazzi. Lui, sul piano metodologico, aveva operato un cambiamento radicale: diciamo ... dall'autoritarismo di "trasmettitore” di cultura, di principi e di valori, era passato a quello di guida alla scoperta dei valori partendo dalle motivazioni della vita.[32]

 

 

 

Ma per meglio comprendere il percorso che porta a quella vera e propria  opera letteraria collettiva che sarà Lettera a una professoressa

riprendiamo l’analisi della genesi della lettera ai ragazzi di Piadena.

Per dare inizio al lavoro don Lorenzo si richiamò al metodo usato per la ricostruzione collettiva della Vita di Gesù, cioè fece scrivere liberamente ad ogni ragazzo una lettera individuale in cui ognuno doveva chiarire le motivazioni che lo spingevano a frequentare la scuola. In un secondo momento i temi vennero letti ad alta voce e le idee e le frasi di ogni lavoro che erano ritenute da tutti le più interessanti e chiare venivano scritte su un foglietto. Infine tutti i foglietti, appoggiati uno vicino all’altro su di un grande tavolo furono ricomposte con un ordine logico. A questo punto iniziò un’altra fase. Sulla base degli elementi che si potevano trarre dalle lettere individuali si stabilì uno schema di lavoro che dava ai ragazzi delle indicazioni precise da seguire per una nuova stesura. Si stabilì cioè una scaletta in base alle priorità semantiche che la riflessione individuale aveva evidenziato. Ognuno dei ragazzi riscrisse di nuovo la lettera vincolato allo schema fissato in comune. Fu letto poi collettivamente ogni singolo punto della scaletta delle nuove produzioni testuali individuali. Per ciascun punto si scrisse un testo comune composto dalle frasi ritenute migliori tra tutti i lavori individuali.

Si giunse così ad un testo unico. Lo scritto prodotto collettivamente fu dettato a tutti perché ognuno ne avesse una copia in margine alla quale annotare suggerimenti, correzioni, semplificazioni. Si ridiscussero, proposizione per proposizione ad alta voce, tutte le modifiche, i tagli, e le aggiunte effettuate da ciascuno dei ragazzi.

Dopo questo lavoro, il testo definitivo risultò composto da un numero inferiore di vocaboli e arricchito di concetti nuovi.

La stesura, descritta dettagliatamente da don Lorenzo, durò nove giorni. L’organizzazione dell’attività aveva previsto una prima fase, durata tre, giorni in cui si definì la componente semantica del discorso, cioè il contenuto delle cose da dire e una seconda fase che servì per strutturare la componente linguistica in senso stretto, cioè fu indirizzata alla scelta e all’organizzazione delle parole e delle frasi di cui servirsi per trasmettere il contenuto ai lettori. A conclusione di questo riordino sintattico e lessicale, il testo subì una ridefinizione anche a livello semantico. L’attenzione verso la struttura e l’impostazione del discorso, la scelta del lessico non ha in don Milani un senso puramente estetico, di perfezione stilistica: il lavoro sulla forma è ancora un lavoro sulla sostanza. E’ una tecnica di “purificazione” del testo «che non è solo una forma perché la forma aiuta a trovare la sostanza […]. Cioè, c’è la forma, il raffinamento della forma a servizio del raffinamento del pensiero, su un argomento che deve essere degno in partenza»[33].

Ed è questo un punto centrale. La scrittura è comunicazione, il valore di uno scritto non è legato alla bella forma ma alla forza del suo contenuto e alla capacità di agire sulla volontà dei lettori e di influire sulla società.

Un argomento attinge la sua legittimazione di “dignità” dal fine che si propone di raggiungere. Se il fine è degno anche l’argomento lo sarà.

Il fine giusto, deve essere così preesistente alla scrittura ma dalla scrittura   è   riformulato   e   ridefinito   attraverso   un   processo  di

raffinamento  formale, stilistico e lessicale, che è principalmente un processo di comprensione profonda, di ricerca e di trasmissione persuasiva della verità.

La funzione della scrittura, così come del linguaggio parlato, così come della scuola è una funzione etica. Quanto si può leggere in Lettera a una professoressa sulla ricerca di un fine in relazione alla scuola è attribuibile anche alla comunicazione orale e a quella scritta.

 

Cercasi un fine.

Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’esser uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei.

[…]il fine giusto è dedicarsi al prossimo. […] ma questo è solo il fine ultimo da ricordare ogni tanto. Quello immediato da ricordare minuto per minuto è di intendere gli altri e farsi intendere.[34]

 

C’è però nella scrittura un elemento di fissità che non possiamo trovare nell’azione educativa né nella relazione verbale. Quello che con la scuola e il linguaggio orale avviene mediante un processo relazionale di confronto, di discussione, di scambio, nella scrittura è già avvenuto.

La scrittura collettiva ha il vantaggio, rispetto alla scrittura individuale di inserire l’elemento relazionale nella fase progettuale, così come in quella creativa. Non si tratta solo di collaborazione, certo c’è anche questo, ma c’è anche qualcosa di più «si raggiunge un elevatissimo livello artistico in collaborazione e anzi succede automaticamente proprio un elevamento del livello»[35].

Ed è questo che don Lorenzo Milani verifica, quasi come una scoperta, quando, dopo l’incontro con il maestro Lodi, per mettere in corrispondenza le due scolaresche, sperimenta la tecnica della scrittura collettiva insieme ai suoi ragazzi.

 Questa esperienza influirà radicalmente sulla concezione  milaniana dell’educazione linguistica, che, da un predominio quasi assoluto dell’espressione orale, si orienterà verso l’insegnamento dell’arte dello scrivere e troverà nella scrittura collettiva la sua massima espressione fino ad identificarsi con essa.

Le regole dello scrivere sono esposte in Lettera a una professoressa, si tratta di regole per produrre un testo argomentativo che si richiamano alla retorica classica, le «regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi»[36]:

 

A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo.[37]

 

In queste regole enunciate una dopo l’altra, sommariamente, nello stile essenziale tipico del testo, l’ordine non è casuale.

La parola scritta, così come quella parlata, non ha valore in sé, lo acquista in relazione alle cose da dire, ai fini che ci proponiamo nel comunicarle e ai destinatari del messaggio linguistico. Componente semantica, pragmatica e sociopragmatica sono prioritarie alla componente linguistica in senso stretto. Le parole sono conseguenti alle cose da dire, rem tene, verba sequentur  era il consiglio dell’oratore romano Catone “il censore”, che invitava a possedere bene l’argomento e le parole sarebbero venute da sé, l’indicazione è qui completata dalla finalità che dev’essere utile ad un destinatario conosciuto. Se si scrive per dire qualcosa di utile agli altri, bisogna essere certi di essere capiti, conoscere il destinatario è indispensabile per scegliere frasi e parole adatte a fargli giungere il senso del messaggio comunicato. Non basta avere qualcosa da dire, bisogna sapere perché si scrive, cosa è utile scrivere e a chi. Soddisfatte queste condizioni: sapere cosa, a chi e perché si scrive, si potranno anche utilizzare le regole classiche della retorica (inventio, dispositio, elocutio) per organizzare il discorso. Quindi semplificare e abbreviare, depennando aggettivi e verbi inutili, ripetizioni, frasi enfatiche che non usiamo parlando. Senza porsi limiti di tempo. Si potrebbe aggiungere anche: mettersi dalla parte del ricevente e chiedersi se lo scritto è chiaro e comprensibile per chi lo leggerà. Qualsiasi documento scritto individualmente da don Milani o prodotto collettivamente insieme ai ragazzi sarà riletto e fatto leggere con questo scopo.

Fino all’arrivo del maestro Lodi e l’inizio della corrispondenza con la sua classe, a Barbiana ci si esercitava nella scrittura ma si svolgevano lavori individuali che venivano corretti ad alta voce. Anche a San Donato si scriveva individualmente, ma l’interesse per la scrittura è documentato principalmente in relazione al momento ricettivo della lettura.

In Esperienze pastorali  la scrittura è definita:«una specie di scienza pura  senza possibilità di applicazione pratica»[38], e a conferma

di una totale dissociazione tra parola detta e parola scritta don Milani riporta, non come un’eccezione, una cartolina ricevuta da un giovane parrocchiano[39]:

 

Co. 25-8-52

Caro Don Lorenzo M.[il cognome è cancellato] io ti mando questa cartolini per ditti che ieri anaai. Alla S. Messa

Saluti e baci

Mauro M. [il cognome è cancellato]

 

Non presentiamo questa cartolina come un’eccezione. Abbiamo anzi voluto scegliere tra le tante, quella di un bambino buono, intelligente e passato a giugno con buoni voti agli esami di quinta elementare.

E’ figlio di operai e ha compiuto 11 anni. A ottobre si presenterà a Prato all’Avviamento Industriale*.

Naturalmente il ragazzo a voce non si sarebbe mai sognato di chiamare il suo prete per nome e cognome, né di dargli del tu, né di aggiungere il cognome anche al proprio nome che sapeva ben noto e caro al prete.

 

*Nota 1954: fece due volte la prima e poi rinunciò.[40]

 

L’attenzione si concentra sulla comprensione della lettura e il prodotto scritto è esaminato dalla parte del ricevente, come nel caso dei ritagli degli articoli dei giornali riportati per esemplificare le limitazioni lessicali e sintattiche dei ragazzi di montagna[41].

  La scrittura nel suo aspetto produttivo è presente esclusivamente nel capitolo sull’esodo e i suoi preliminari[42]. Ai ragazzi, che avevano svolto un’indagine sull’abbandono delle montagne, era stato chiesto di scrivere autonomamente i propri commenti sulle ragioni dell’esodo che dall’inchiesta effettuata erano risultate le più determinanti. In Esperienze pastorali le singole opinioni vengono riportate testualmente con le loro espressioni idiomatiche e i loro errori ma non c’è alcuna analisi degli scritti né si fa cenno al momento produttivo.

Fino alla data di pubblicazione di Esperienze pastorali, sia a San Donato sia a Barbiana, cioè fino alla fine degli anni cinquanta, l’insegnamento linguistico di don Milani si rivolge a potenziare l’acquisizione della capacità di argomentazione orale e l’interesse per il codice scritto è limitato alla sua comprensione e nella pratica didattica si esplica nella lettura collettiva.

La lettera preparata insieme per i ragazzi del Vho di Piadena fa maturare la consapevolezza della potenzialità della scrittura per lo sviluppo delle capacità intellettuali e quindi per la crescita intellettuale e il riscatto sociale. «A partire dalla circostanza contingente dello scambio epistolare con gli alunni di Lodi, Milani muove insomma due passi importanti: il primo è lo spostamento di attenzione dalla parola  parlata alla scrittura, o meglio l’assunzione della scrittura attiva a culmine e moltiplicatore della razionalità e socialità proprie della lingua-parola. Il secondo passo è l’identificazione, o almeno l’indistinzione di fatto, della scrittura collettiva e arte dello scrivere: l’opera d’arte (scritta) per eccellenza diventa per lui quella prodotta in gruppo»[43].

 

Lanciati a studiare il massimo di capacità di esattezza d’espressione […] è successo un fenomeno curioso che non avevo previsto, ma che dopo il fatto mi spiego molto bene: la collaborazione e il lungo ripensamento hanno prodotto una lettera che pur essendo assolutamente opera di questi ragazzi e nemmeno più dei maggiori che dei minori è risultata alla fine d’una maturità che è molto superiore a quella di ognuno dei singoli autori.

Spiego la cosa così: ogni ragazzo ha un numero molto limitato di vocaboli che usa e un numero molto vasto di vocaboli che intende molto bene e di cui sa valutare i pregi, ma che non gli verrebbero alla bocca facilmente. Quando si leggono ad alta voce le 25 proposte dei singoli ragazzi accade sempre che l’uno e l’altro (e non è detto che sia dei più grandi) ha per caso azzeccato un vocabolo o un giro di frasi particolarmente preciso o felice. Tutti i presenti (che pure non l’avevano saputo trovare nel momento in cui scrivevano) capiscono a colpo che il vocabolo è il migliore e vogliono che sia adottato nel testo unificato.

Ecco perché il testo ha acquistato quell’andatura e quel rigore di adulto (direi anche di adulto che misura le parole! animale purtroppo molto raro). Il testo è cioè al livello culturale dell’orecchio di questi ragazzi, non al livello della loro penna o della loro bocca.[44]

 

 

Nella conversazione con i giornalisti riprende questi temi, affermando che anche i ragazzi che scrivono male sono capaci di giudicare perfettamente se in un testo c’è anche una sola parola che è migliore delle altre perché «ognuno di noi è miglior giudice che non sia buon scrittore»[45].

Un ragazzo conosce e comprende un numero di vocaboli maggiore di quanti sia capace di adoperare e produrre.

Dietro queste affermazioni non vi è solo un’intuizione o pura scoperta:

 

Lo abbiamo pure dimostrato scientificamente  con un … Si prende un vocabolario, metodicamente […] abbiamo fatto diverse gradazioni: capito perfettamente, capito in un contesto ecc., e abbiamo visto che un ragazzetto di sedici anni di questa scuola è sulle cinquantamila parole d’italiano, altre trenta di francese, altre dieci d’inglese, giù di li.

Se si potesse ma non abbiamo nessun mezzo per trovarlo, provare con quante parole scrive, probabilmente quello che scrive di più scrive con cinquecento parole, no, forse, non so, due o tre mila. Sicchè c’è un divario spaventoso fra le parole che uno possiede fino al punto di adoperarle e le parole che uno possiede fino al punto di adoperarle e le parole che uno possiede fino al punto di giudicarle molto bene anche nelle sfumature. Collaborando intorno ad un tavolo, quando… uno per caso ha adoprato la parola migliore, tutti fino all’ultimo sentono che è la migliore. E una cosa oggettiva, per esprimere quella data cosa che si voleva dire. Non è una cosa soggettiva, ma oggettivissima, ma senza discussione, ma nemmeno stare a leticare: tutti d’accordo che quella li è più efficace, quando si sa cosa si vuol dire.[46]

 

 

La dimostrazione scientifica “raccontata” da don Milani è conosciuta e descritta nei testi specialistici di statistica lessicale e ricorda da vicino il metodo con il quale è stata ricavata la lista delle parole del vocabolario di base.[47]

Dietro alla scelta delle parole c’è la precisa conoscenza di fenomeni linguistici, la semplificazione dei testi poggia su queste basi teoriche ed è animata dalla volontà di scrivere al livello «dell’orecchio» di un più vasto numero di lettori.

L’affermazione dell’oggettività della «parola migliore» per esprimere un determinato concetto non è da intendersi nel senso che esiste una corrispondenza biunivoca tra significato e significante e ad ogni oggetto e azione corrisponde una parola e solo quella. Don Milani conosce bene la natura creativa della lingua la sua varietà è variabilità nel tempo e nello spazio, la flessibilità e l’estensibilità dei significati legati alla funzione d’uso. Sa che l’uso di una lingua è sempre esposto ad innovazioni, il suo stesso ideale di lingua è una «lingua viva», in Lettera a una professoressa la mutabilità linguistica è il principio per giudicare la correttezza di una lingua: «Del resto bisognerebbe intenderci su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro»[48].

L’uso di una lingua può far prendere direzioni diverse a significati e significanti, tuttavia la necessità di comprendere e di farsi comprendere pone un limite alla diversificazione e impone una convergenza e un’intesa.

Nelle parole e con le parole è possibile trovare e costruire un discorso  comune,  fra  le  parole  di  una  lingua  si  possono  scegliere

quelle che meglio veicolano i sensi che vogliamo esprimere. L’enorme libertà di scelta che abbiamo nel momento in cui usiamo le parole è guidata coerentemente e oggettivamente dall’utilizzazione che ne vogliamo fare nella determinata situazione in cui ci troviamo. L’oggettività della parola migliore nasce da questa chiarezza della natura assolutamente umana del linguaggio. Dall’aderenza ad una situazione concreta. Ma quanto più è chiaro quello che si vuole dire, a chi e perché, tanto più è possibile costruire oggettivamente il discorso argomentativo scritto o parlato. Quanto più questi parametri sono definiti, tanto più diminuisce il margine d’errore e tanto più ci si avvicina alla scelta del termine giusto che giunge a diventare l’unico modo in cui può essere espresso fino in fondo il concetto così determinato.

Questa è la tensione che anima il linguaggio di don Milani, negli scritti pubblici, nelle conversazioni registrate, ma anche negli scritti privati possiamo ritrovare, infatti, non solo concetti ma anche parole e intere espressioni analoghe come le uniche possibili per esprimere compiutamente l’idea. Quando poi questo lavoro non è solo individuale tra sé e sé ma è collettivo le possibilità di giungere ad una piena e oggettiva comunicazione, cioè “massima efficacia con il minimo di parole”[49], si moltiplicano.

Più ci si spinge a cercare  di  giungere  all’essenza  di  ciò  che  si

vuole comunicare più cadono le distinzioni tra lingua scritta e lingua parlata, sparisce il limite stilistico che due i diversi mezzi verbali impongono e si può scrivere anche con la stessa informalità con cui si parla, senza fraintendimenti. E’ questo il sogno dei ragazzi di Barbiana «d’una lingua che possa essere letta da tutti fatta di parole di ogni giorno»[50].

La constatazione che il lavoro di scrittura collettiva amplifica le capacità individuali di comprensione e produzione linguistica indirizza l’attività  didattica  di  don  Milani  verso  un  insegnamento della lingua che coinvolga e sviluppi tutte le abilità: ascoltare, parlare, leggere e scrivere. E lo porta a sostenere, contro “l’individualismo ottocentesco” o qualsiasi invenzione borghese sulla teoria del «genio», che scrittori non si nasce e che l’arte dello scrivere si può insegnare come ogni altra arte o disciplina nella scuola, con l’ausilio di regole oggettive  e valide per tutti.

 

L’arte dello scrivere si insegna come ogni altr’arte.

Ma a questo punto abbiamo leticato tra di noi . Una parte voleva raccontare come facciamo a scrivere. Un’altra parte diceva: “L’arte è una cosa seria, ma fatta d’una tecnica piccina. Rideranno di noi”.

I poveri non rideranno i ricchi ridano pure e noi ridiamo di loro che non sanno scrivere né un libro ne un giornale a livello dei poveri.

In conclusione s’è deciso di raccontare tutto a uso di quei lettori che ci vorranno bene.

Noi dunque si fa così:

Per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola.

Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano a uno a uno per scartare doppioni poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi.

Ora si prova a dare un nome ad ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce. Qualcuno diventa due.

Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finchè nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini.

Si prende il primo monticino si stendono sul tavolo i suoi foglietti e se ne trova l’ordine.  Ora si butta giù il testo come viene viene.

Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici , colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi si ciclostila un’altra volta.

Comincia la gara a chi scopre parole da levare, aggettivi di troppo ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.

Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola: chi si fa leggere a alta voce. Si guada se hanno inteso quello che volevamo dire.

Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano consigli di prudenza.[51]

 

Rispetto al metodo con cui era stata preparata la lettera ai ragazzi di Piadena, in questa descrizione della tecnica per la composizione di scritti collettivi, vi è l’eliminazione della stesura preliminare di un testo individuale e il lavoro è collettivo dall’inizio alla fine.

La descrizione della tecnica, il riferimento completo agli arnesi del mestiere (foglietti, forbici, colla, matite colorate) avvicina la scrittura collettiva ad un lavoro materiale o meglio trasmette l’idea che si può materialmente cooperare lavorando intellettualmente.

La scrittura individuale è il prodotto di un’attività che è insieme intellettuale e manuale, quando scriviamo diamo concretezza ai nostri pensieri, l’oggetto ideale diventa un oggetto reale che possiamo toccare e vedere. La «scrittura collettiva» è la socializzazione di questa attività e permette di “guardare attraverso” l’idea di tutti, di operarci dentro finché non diventa un oggetto reale da smontare e da costruire[52]. Questo lavoro di cooperazione in cui convergono gli sforzi intellettuali e materiali di molti produce un’opera in cui l’elemento individuale non esiste più nella sua connotazione iniziale rimane il prodotto collettivo nella sua unicità.     

A Barbiana, e non immediatamente, ma nei primi anni ’60 maturano le condizioni perché nell’insegnamento linguistico di don Milani all’arte del dire si associ quella dello scrivere, nella specifica forma della «scrittura collettiva» che si potrebbe considerare l’equivalente scritto della «leticazione». Non si tratta, ovviamente, d’insegnare le capacità strumentali della scrittura, in questo senso qualunque ragazzo che avesse frequentato la scuola di don Lorenzo, a San Donato o a Barbiana, aveva imparato a scrivere. Ma, così come insegnare a parlare, in don Milani, assume il significato di insegnare a capirsi e a comunicare per influire sugli altri, insegnare a scrivere deve essere inteso nel senso di guidare i ragazzi a chiarirsi le idee, cercare e trovare una consonanza, un punto d’incontro nella diversità delle opinioni individuali, scegliere e ricomporre in una visione comune la molteplicità delle argomentazioni ponendosi lo scopo di raggiungere o avvicinarsi il più possibile ad una verità oggettiva[53].

Nel processo di acquisizione di una lingua in un individuo, il momento ricettivo precede quello produttivo, lo sviluppo formativo di don Milani nell’insegnamento della lingua sembra aver seguito le stesse tappe: prima ha insegnato a comprendersi verbalmente e a comprendere collettivamente la scrittura, poi ha guidato i ragazzi a produrre insieme testi scritti. Se tutto questo avviene a Barbiana, dopo anni d’insegnamento, in una scuola che aveva assunto quasi i caratteri di una comunità monastica[54], per la qualità e l’intensità del tempo trascorso insieme, ciò non è senza motivazione. L’esperienza della scuola di San Donato si era svolta in un territorio in cui il conflitto sociale era molto acceso, vi era una ridefinizione continua nella composizione della popolazione scolastica e l'attività educativa si era sviluppata nella direzione di una ricerca conflittuale di una sintonia interna ed esterna alla scuola a alla parrocchia. Barbiana è un altro mondo, estremo isolamento ed estrema povertà in una totale condizione di uniformità sociale, assetto praticamente stabile della popolazione scolastica. La scuola venne prolungata quotidianamente e negli anni e ciò favorì lo sviluppo e il raggiungimento di una sintonia affettiva, emotiva e culturale tra l’insegnante e i ragazzi e tra ragazzo e ragazzo.

In questo senso Barbiana è un punto d’arrivo nella carriera di don Milani maestro. Il luogo reale ed ideale in cui, in un’unica compatta armonia si ricompongono le tensioni di una vita, di un uomo, di un religioso, di un educatore.

Metaforicamente parlando il «dire», il dialogare è movimento e quindi disordine, scomposizione, confusione, percorso continuo alla ricerca di un fine; lo «scrivere», il testo scritto è staticità, composizione, ordine, chiarezza, punto d’arrivo, raggiungimento di un fine.

Un fine che per don Milani è la verità (Verità)[55]. Una verità che dà all’opera scritta i caratteri di un’opera d’arte che con un atto d’amore si consegna agli altri:

 

Ma è che l’arte dello scrivere è la religione. Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo s’intuiscono le fa trovare a noi e agli altri. Per cui essere maestro, esser sacerdote, esser cristiano, esser artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa.[56]


Don Milani tra coerenza e contraddizione

 

Con questo lavoro si è cercato di delineare, nei limiti consentiti dallo studio dei testi conosciuti e analizzati, il percorso biografico del sacerdote ed educatore fiorentino da un punto di vista interno alla sua esperienza, per cercare di capire meglio anche quegli aspetti in apparenza contraddittori che si possono riscontrare nella sua attività e nel suo pensiero. Nel farlo non si è trascurato di tener presente che, accanto ad una coerenza interna, in cui le contraddizioni molto spesso sono volute e provocatorie, vi è uno sviluppo e quindi una diversità di opinioni e di atteggiamenti in continuità e in conformità col susseguirsi di eventi e di esperienze. Tutto questo allo scopo di comprendere a fondo ragioni che giustifichino il sempre vivo interesse per la sua figura e i caratteri della sua attualizzazione.

Si potrebbe essere tentati di concludere che il filo conduttore scelto per analizzare e seguire nella sua evoluzione il pensiero e l’azione di don Milani riguardo alla lingua e all’educazione linguistica, il filo cioè della coerenza, in qualche punto si aggrovigli, per così dire, intorno al “nodo” delle sue contraddizioni. «Contraddizioni su cui si fonda l’imbarazzo di tanti ammiratori, impacciati a minimizzarle o addirittura nasconderle, e la soddisfazione dei non pochi denigratori, che ci impiantano sopra l’accusa di estremismo, radicalismo, antifemminismo, intransigenza e intolleranza, moralismo e classismo»[57].

Per una impostazione corretta della questione sarebbe opportuno intendersi su cosa sia la coerenza, o meglio in che cosa fosse importante essere coerenti per don Milani. Si è visto dalle analisi testuali e dalle testimonianze quanto l’imperativo della coerenza fosse in lui così forte, radicale, intransigente e in che modo avesse cercato di trasmetterlo ai suoi ragazzi anche nelle piccole cose. Certamente per don  Milani  non  era  qualcosa di astratto o teorico, non era coerenza delle idee e dei contenuti che cambiano, mutano e si evolvono in un processo inarrestabile di progresso personale e sociale. La coerenza di don Milani è coerenza dei bisogni e dei principi, coerenza al proprio modo di essere, coerenza più profonda di qualsiasi coerenza formale e correttezza logica. Qualcosa che potrebbe definirsi una forma di coerenza etica.

E’ sul terreno della fedeltà a principi comuni, quali l’impegno a lottare per eliminare privilegi e ingiustizie e affermare il diritto alla libertà e alla dignità delle classi più povere emarginate e sfruttate, che si incontreranno e convivranno in Lorenzo Milani religiosità cattolica e ideologie laiche. E’ il bisogno di coerenza che lo porterà a schierarsi, a sostenere il principio di una scuola laica e aconfessionale, ad affermare che la lingua, la parola, devono essere funzionali e strumentali all’emancipazione umana culturale e sociale. Così come sono state funzionali e strumentali molte delle sue contraddizioni, per dirla ancora con Pecorini:                                                                        

 

Tutte volutamente paradossali. Tutte scopertamente provocatorie. Tutte strumentali, sempre e soltanto funzionali alla soluzione di un problema contingente preciso e specifico: il problema di una singola persona, o di un gruppo di persone, ciascuna col proprio nome e cognome e con la propria storia. E ogni storia individuale è irripetibile, diversa da quella degli altri e di giorno in giorno anche da se stessa. Perché di giorno in giorno ognuno cresce e cambia. I ragazzi soprattutto, ovviamente, ma non loro soltanto.

Le contraddizioni a questo punto si annullano: si contraddicono, vorrei dire. Diventano il mezzo più rigoroso e coerente, il più utile al fine di fargli far bene il suo lavoro di prete. Un prete costretto a inventarsi maestro per la situazione in cui chiesa e stato l’han messo, a furia di inadempienze e omissioni. E contemporaneamente deciso a non rinnegare la propria dignità e libertà responsabile di cittadino.[58]

 

 

C’è, infatti, nelle analisi e nei tentativi d’interpretazione del priore di  Barbiana una continua oscillazione tra i termini “coerenza” e “contraddizione” per indicare tratti distintivi non solo della sua personalità ma anche del messaggio che ci avrebbe lasciato. Entrambi i termini, “coerenza” e “contraddizione”, sono utilizzati dai diversi ammiratori o denigratori sia in senso positivo che negativo. Questa oscillazione, anche interpretativa, non sempre nasce però dal tentativo pregiudiziale di metterne in evidenza solo la validità o solo i limiti. Nasce anche, in un certo senso dall’estrema compattezza di quest’uomo che è riuscito a portare fino in fondo la coerenza delle sue scelte ad un livello così estremo da farvi entrare anche la stessa contraddizione, una compattezza che, a volte diventa rigidità ed eccessività, ma come disse Lucio Lombardo Radice riferendosi a lui:  «… evviva gli uomini eccessivi, evviva gli uomini che pretendono troppo da tutti perché hanno preteso il massimo da se stessi»[59].

Le contraddizioni, volute o no, ci sono. Ad alcune di esse si è cercato di dare comprensibilità, in modo più o meno esplicito, nel corso di questo studio. Qui vogliamo ricordarne due soltanto. La prima riguarda il modo di essere prete cattolico e maestro laico di Lorenzo Milani, l’altra è insita nella stessa didattica del suo insegnamento della lingua.

Don Milani, si è già detto, eliminò il crocifisso dalla scuola ma si presentò sempre con la sua tonsura e la sua tonaca di sacerdote.

Tonaca e tonsura sono segni esteriori della sua scelta religiosa e del suo essere prete. Una scelta che lui volle testimoniare in tutti i modi, anche attraverso quei segni sul suo corpo e quegli abiti che indossava, che non furono per lui solo atti simbolici ma interiorizzazioni di un modo di essere di cui aveva scelto di dare testimonianza.

C’è contraddizione con l’eliminazione del crocifisso?

Apparentemente sembrerebbe di sì, in ciascuno dei casi la scelta interessa simboli esterni, ma per quanto riguarda il crocifisso l’eliminazione si riferisce ad un ambiente, cioè la scuola, in cui il sacerdote opera e la cui “sacralità” non consiste nella sua confessionalità ma nell’onestà intellettuale con cui vi si persegue lo sviluppo culturale e umano. La maturazione e l’autorealizzazione dell’individuo nel più «assoluto rispetto della verità». Diverso è il suo atteggiamento per ciò che riguarda le sue scelte personali, il suo essere prete doveva essere evidente non voleva presentarsi in un altro modo se non quello che aveva scelto. Ma il suo essere prete con tonaca e tonsura si esplicava anche nel suo profondo rispetto per l’uomo, per la diversità sinceramente vissuta. Era come prete che voleva essere accettato e vissuto, ma come prete accettava gli altri come uomini, indipendentemente dalle scelte politiche o religiose. L’eliminazione del crocifisso dalla scuola riguardava la laicità del rapporto educativo, altra cosa erano le sue personali convinzioni religiose e scelte di vita:  voleva mostrare a tutti coloro con i quali interagiva che si trovavano davanti a un prete.

La contraddizione più evidente che si riscontra nel suo insegnamento linguistico è che pur indicando nell’assoluta centralità della lingua, intesa sia come espressione verbale sia come capacità consapevole di esercitarla, il luogo in cui risiedono lo strumento e il fine dell’insegnamento e, quindi, anche della sua trasmissione, egli afferma e mostra spesso di considerare l’esempio la forma più alta di linguaggio pedagogico. E ancora, il modello di lingua che propone è una lingua viva, parlata, ma per questo motivo dovrebbe essere anche immediata e spontanea, mentre i suoi scritti e quelli dei suoi alunni rivelano e rivendicano un lungo lavoro di lima e un’ossessiva meditazione del testo. Accanto a questi elementi, però, va accostata da una parte la sua concezione e ricerca di una parola che si sostanzia e si verifica nell’azione, nel doppio significato di “trovare conferma” ma anche di “avverarsi” di essere espressione di verità e di realtà, dall’altra la sua preoccupazione di essere sempre compreso da tutti e di non lasciare ambiguità nell’interpretazione dei suoi discorsi.

Non sempre c’è riuscito.

Eppure don Milani fu un prete, un uomo e un maestro che non fece mai uso della “doppia verità”:

 

 

Quello che veniva detto a lui, d. Milani, o che si scriveva a lui, doveva essere ugualmente sempre ascoltato, sentito, percepito, letto dai ragazzi. Qualunque discorso non veniva sottoposto, in alcun modo, ad una elusività, ad un principio di doppia verità, per cui c’è una verità per il dotto e una verità per l’umile, una verità per il teologo e una verità per il fedele, come c’è in politica una verità per la struttura, ed una verità per la massa che segue la struttura.

In realtà questa assoluta coerenza per cui niente doveva essere in alcun modo mistificato dal principio della doppia verità, era in lui formidabilmente sentito. […] … un metro che non è soltanto coerenza, ma è assoluta adesione ad una realtà di comunicazione. […] … c’è solo una durissima adesione alla struttura esistente.[60]

 

Questa assenza della “doppia verità”, Pier Paolo Pasolini la mise in evidenza anche a proposito della sua scrittura, quando confrontò gli scritti del Priore con quelli di papa Giovanni XXIII e di papa Paolo VI, in quanto uomini che, come don Milani, facevano parte della struttura ecclesiastica. Esaminandoli da un punto di vista strettamente linguistico, notò una profonda e precisa dissociazione tra gli scritti privati e quelli pubblici dei due pontefici. Una dissociazione tra una lingua e un’altra lingua, considerata quasi necessaria nella chiesa per poter essere avanzati, che non ritrovava negli scritti di Lorenzo Milani, del quale, anche avvertendo in lui «quel certo lezzo di prete»[61], ammirava «la forza ideale, assoluta totale, senza compromessi»[62].

La conclusione di questa lettura dell’opera milaniana, percorrendo il filo della coerenza, ci ha riportati a quanto era stato delineato nelle pagine introduttive e in un certo senso ha confermato l’idea che le ragioni della forza del messaggio milaniano risiedono in quello che Lucio Lombardo Radice aveva chiamato, accostando per questo motivo don Milani proprio a Pasolini, “il suo modo di vivere il dovere civico-morale” di cui la scelta, senza compromessi, di una coerenza di idee unita ad una adesione storica alla realtà sono l’espressione più significativa.

Coerenza e adesione che trasferite alla scuola e all’educazione significarono e significano ancora, soprattutto, una cosa: inserimento profondo nella realtà dell’educato, una realtà che in un rapporto relazionale e comunicativo diventa realtà comune all’educatore e all’educato. Questo “essere intonato”, per usare un’espressione milaniana, significa partire dall’individuo concreto inserito in uno spazio e in un tempo altrettanto concreti, per avviare un processo comune di insegnamento-apprendimento.

All’interno di questa cornice l’hic et nunc milaniano diventa la più evidente contraddizione dell’imprescindibile necessarietà dell’attualizzazione del suo pensiero.

A termine di questo lavoro possiamo con maggiore consapevolezza comprendere quanto in relazione alla possibile ricezione del pensiero di don Milani affermava Ernesto Balducci e a cui nelle note introduttive abbiamo volutamente solo accennato:

 

Lo spazio in cui si muoveva don Milani non era né quello della teologia né quello della politica, era lo spazio che sta fra l’ordine vigente e gli organismi politici che si propongono di mutarlo. In quella trincea, di natura etica, la coscienza è in grado di liberarsi dall’ordine presente, riconoscendolo per quello che è –un disordine disumano– e di porsi dinanzi agli strumenti partitici e sindacali con la capacità di valutarli, contestarli, modificarli. Questa “terra di nessuno” è il vero luogo della pastorale di don Milani, ed è infatti il luogo in cui, accettando senza finzioni la laicità del rapporto educativo, l’uomo diventa suscitatore di coscienze. […] Il carattere selettivo della scuola attuale riflette in sé il genio selettivo della società che in ultima istanza non conosce altre gerarchie che quelle del profitto. E’ vero che la società non può mutarsi senza la rivoluzione delle coscienze, per la quale la scuola ha la competenza, ma è troppo più vero che la scuola sarà sempre riassorbita nella logica classista fino a che non sarà mutata la società nei livelli strutturali, che almeno nell’era capitalistica dono economici. Ecco perché la scuola di Barbiana, se vezzeggiata come un modello ideale, può favorire inerzie utopistiche o fughe nel privato. Essa non è un modello, è un messaggio, e il messaggio non si limita mai, è sempre un appello a nuove creazioni.[63]



 

Immagini e parole[64]

Questa sezione raccoglie sia immagini originali tratte da filmati 8 mm, girati a Barbiana fra il 1954 e il 1967 dal professore Agostino Ammannati mandati in onda dalla Rai e dalla Televisione Svizzera Italiana, sia documentazioni fotografiche già pubblicate in libri o riviste riguardanti don Milani e la sua attività di educatore.

Le foto, che si riferiscono tutte al periodo barbianese considerato momento conclusivo e conseguenza di un percorso che passa anche e soprattutto attraverso l’esperienza della scuola di San Donato, hanno lo scopo di mostrare quanto spesso le parole e gli scritti di don Milani e dei suoi ragazzi illustrassero con la chiarezza e l’immediatezza di una fotografia la realtà in cui essi vivevano, lavoravano e imparavano. Nascono anche dall’intento di cogliere, dal fluire della vita quotidiana, immagini in un certo senso rappresentative dell’atmosfera educativa che si respirava nella scuola di Barbiana.

La sezione è completata da fotografie più recenti, alcune scattate durante una visita a Barbiana nell’estate del 1998, altre tratte dalla vita scolastica di bambini e bambine di oggi che, come quelli di ieri, chiedono essenzialmente una scuola e degli insegnanti a cui importi di loro e della loro crescita.

Le ultime immagini riproducono una delle più belle lettere del priore di Barbiana poco conosciuta integralmente. La lettera autografa, scritta nel marzo del 1966 a una professoressa di francese, racchiude il nucleo centrale del pensiero di Lorenzo Milani sulla lingua, la scrittura, la scuola, la religione, per questo motivo riteniamo di dover concludere questo lavoro con questa lettera, con le sue parole e con la sua scrittura.

 

ELENCO DELLE TAVOLE

 

Tavola 1; Tavola 2 ; Tavola3; Tavola 4; Tavola5; Tavola 6; Tavola7; Tavola 8; Tavola9; Tavola 10; Tavola11; Tavola 12a; Tavola12b; Tavola 12c.                                                   

 

 


                                                                                                                                                        



  

 




Indice tematico-terminologico

 


Ciò che è stato messo in evidenza in questo indice, attiene all’argomento della ricerca in relazione all’esperienza dell’educatore fiorentino. Tematiche espresse nel linguaggio milaniano sono riportate in corsivo.

 

  A

abilità, 11, 156, 178, 264, 275, 298, 302

abisso d'ignoranza, 51, 191

abisso di differenza, 51, 189, 191

accomodamento

   delle parole, 14

   del vero,178

aconfessionale, 125, 126, 367

aconfessionalità, 122, 123, 24

acquisire, 51, 102, 104, 168

acquisizione, XXXVI, 11, 83, 101, 104, 166, 191, 259, 267, 323, 335

adeguamento della didattica all'alunno, 143

aderenza, XLV, 175, 263, 300, 343

adesione, XXV, XXIX, XXXIV, 77, 136, 213, 224, 308, 371, 372

aggressività dialogica, 77

agnosticismo, 15, 21

allontanamento da

   classe sociale d'appartenenza, 68

   tradizione culturale familiare, 38

   impostazione pastorale seminariale, 64

alfabeta, 155

ambiente

   familiare, 10, 11

   seminariale, 43

amore, XI, XVI, 48, 52, 126, 130, 161, 170, 212, 229, 269, 272, 280, 293, 296, 297, 304, 305, 315,

358, 362, 363

analfabeta, XXVI, XXXVI, 82, 119, 207,

analfabetismo, 118

 strumentale 82

analisi, XIII, XIV, XV, XIX, XXVIII, XXXIV, 13, 17, 93, 116, 117, 120, 128, 132, 133, 135, 142,

152, 163, 169, 171, 180, 184, 252, 259, 279, 286, 288, 307, 336, 347, 348, 355, 366, 367

analogie, 96, 297, 298, 313, 347,

antintellettualismo, IX, XXIX,

appartenenza, XXV, XXVII, XXXI, 54, 68, 70

apprendimenti, XLI, XLIII

apprendimento, XXXI, XLI, 51, 88, 89, 90, 91, 101, 105, 139, 141, 218, 236, 323, 324, 326, 340, 345, 372

approfondire, XXX, XXXII, 31, 66, 113, 144, 147, 327

argomentazione, 259, 278, 286, 305

armonia, 237, 238

arte

   canoni artistici, 312

   del dire, X, XVI, XIX, 83, 170, 215, 216, 223, 266, 347

   della lettura, X, XI, XII, XVI, XIX, XXXIV, 7, 9, 20, 31, 33, 34, 35, 37, 83, 96, 102, 129, 131, 135,

164, 169, 170, 173, 178, 194, 215, 216, 223, 236, 249, 250, 255, 256, 259, 260, 264, 266, 269, 271,

274, 291, 306, 307, 308, 310, 311, 312, 313, 314, 315, 318, 319, 320, 326, 343, 344, 347, 351, 352,

353, 354, 355, 357, 358, 359, 362, 363

   dello scrivere, XII, XXXIV, 31, 34, 248, 249, 250, 254, 255, 259, 266, 307, 312, 343, 347, 351, 355, 357

   pittorica, 313

ascendenza paterna,7, 8

ascendenza materna, 8, 9

ascoltare, 134, 146, 198, 203, 211, 264

ascolto, 118, 174, 235, 322, 323, 326,

attività, XII, XVI, XIX, XX, XXIV, XXXVIII, XXXIX, 5, 42, 71, 74, 81, 86, 87, 89, 113, 114, 119,

128, 133, 138, 139, 141, 146, 155, 157, 173, 193, 198, 207, 208, 213, 216, 223, 224, 226, 235, 236,

238, 241, 242, 253, 264, 266, 268, 271, 308, 313, 323, 329, 355, 359, 365,

attualizzazione, XXXIX, 111, 174, 365, 372

autenticità, 12, 63,

autonomia, XLIV, 24, 31, 168, 322

autorealizzazione, 218, 369

autorevole, 51,

autorevolezza, 376

autori, 89, 170, 260, 316, 317, 348, 351, 359

autoritario, XL, 51, 303

autorivelazione, 113

azione

   educativa, VII, XI, XII, XIV, XIX, XXX, XXXI, 5, 64, 66, 67, 69, 93, 95, 113, 136, 144, 255, 262,

288, 307, 363, 364, 365, 370

   pastorale, 67, 73, 98, 134, 143

 

B

ballo (invettiva contro il), 144, 145, 146, 147, 148

bestemmiare il tempo, 49, 59, 114, 146, 232

borghese, 4, 11, 12, 29, 31, 34, 40, 46, 60, 65, 96, 162, 189, 200, 264, 348

borghesia, XII, 7, 38, 350

 

C

cambiamento, XIX, XLII, 32, 64, 98, 154, 230, 235, 251

capacità

   di leggere, 154, 157, 377

   di scrivere, XVII, XVIII, XIX, XXIX, XLI, 10, 11, 14, 23, 35, 44, 50, 51, 56, 65, 76, 78, 105, 134,

135, 149, 150, 152, 154, 155, 157, 172, 185, 191, 211, 213, 217, 218, 242, 254, 259, 260, 264, 266,

292, 298, 300, 314, 324, 325, 333, 334, 335, 338, 340, 345, 352, 356, 370, 372

capire, XI, XVII, XXXII, XXXVII, 20, 27, 29, 30, 31, 57, 69, 75, 76, 78, 89, 91, 103, 113, 115, 120,

129, 132, 149, 152, 155, 164, 168, 173, 177, 180, 181, 195, 225, 269, 276, 287, 289, 325, 342, 353,

356, 357, 362, 365

capovolgimento di valori, 40, 50, 223

catechismo, 42, 81, 85, 93, 97, 101, 102, 103, 104, 107, 108, 109, 112, 113, 114, 115, 116, 117, 131, 133, 138, 163, 164, 167, 235

chiarezza, XI, XV, 11, 17, 22, 25, 31, 47, 56, 98, 108, 109, 135, 153, 162, 178, 179, 180, 203, 216,

235, 249, 263, 265, 268, 285, 308, 312, 346, 347, 348, 356, 360, 361

circolo vizioso, 185, 186

cittadino, 37, 78, 82, 157,187, 272, 278, 290, 297, 367

cittadino sovrano, 155, 168

classismo, 190, 191, 192, 281, 366

coerenza, X, XII, XV, XVI, XXIV, XXX, XXXII, XXXIII, XLV, 12, 17, 95, 122, 134, 168, 169, 180, 215, 217, 237, 283, 329, 332, 356, 362, 364, 365, 366, 367, 370, 371, 372

cognizioni, XLI, 107, 151, 152, 187, 190, 377

collaborazione, 14, 20, 97, 100, 248, 250, 251, 255, 260, 359

collettivo, XXIV, 96, 249, 263, 265, 266, 271, 312, 315, 316, 317, 319, 321, 356

colori, 32, 37, 195, 237

competenza, 216, 298, 373

completare, 33, 99, 204

comportamento, XVIII, 61, 111, 188, 299

comprendere, XVI, XVII, XXV, XLI, 13, 18, 27, 76, 77, 78, 82, 90, 134, 152, 155, 164, 177, 245, 251, 262, 267, 299, 326, 334, 335, 343, 365, 372

comprensibilità, 98, 162, 249, 308, 318, 360, 368

comprensione, XVII, XVIII, 6, 51, 86, 87, 89, 90, 98, 103, 105, 107, 109, 118, 134, 155, 157, 161, 162, 189, 218, 254, 258, 259, 264, 298, 308, 311, 355, 356

comunicativo, 118, 306, 372

comunicazione, XI, XVII, XVIII, XXVI, XXXIV, 11, 32, 35, 59, 74, 76, 90, 106, 149, 150, 170, 181, 189, 211, 217, 218, 219, 254, 263, 267, 275, 307, 308, 324, 334, 335, 337, 341, 371

concezione, XII, XVI, XVIII, XIX, XX, XXX, XXXI, XL, XLI, 12, 21, 33, 43, 49, 51, 95, 111, 141, 152, 187, 213, 230, 255, 295, 298, 300, 370

concretezza, XVII, 87, 127, 129, 176, 179, 200, 266, 361

concreto, 112, 113, 149, 316, 320, 343, 372

condivisione, 64, 73, 100, 114, 200, 208, 303, 359

conferenze, 70, 74, 94, 193, 201, 203

confessionalismo, 126

conflittualità, 123, 244, 349

conformismo, 62, 182, 290

conformista, 51

conoscenza, XI, XXII, XXIII, XXIV, 9, 13, 14, 37, 52, 53, 57, 74, 90, 93, 112, 132, 147, 154, 157, 162, 165, 183, 202, 217, 218, 240, 261, 294, 300, 324, 325, 327, 330, 333, 334, 339, 340, 345

conoscere, XV, XVII, XX, 28, 35, 46, 48, 56, 61, 112, 123, 128, 132, 157, 163, 166, 179, 239, 246, 251, 256, 322, 324, 333, 355

consapevolezza, XI, XII, XXII, XXIX, XXXI, 16, 44, 69, 71, 73, 77, 96, 103, 145, 149, 168, 179, 259, 288, 372

contenuti, XVI, XXX, 10, 89, 104, 112, 125, 140, 152, 188, 196, 286, 322, 343, 345, 352, 366

contesto, XXIII, XXV, XL, 54, 74, 88, 105, 107, 166, 167, 230, 248, 261

contraddizione, 45, 54, 310, 364, 365, 367, 369, 372

contraddizioni, XXIV, 213, 216, 238, 274, 329, 365, 367, 368

convenienza, 203

convenzionalismi, 23

conversazione, 25, 52, 75, 78, 146, 155, 173, 204, 251, 260, 282, 323, 352

conversione religiosa, 40

convincere, XXXIII, 148, 308, 320

correttezza, 89, 90, 262, 341, 366

corretto, 76, 88, 99, 100, 110, 280, 335, 340

correzione, 98

cosciente, 45, 178, 188, 231, 275, 328, 329, 379

coscientizzazione, XXX

coscienza, XXXVI, 11, 15, 16, 17, 49, 73, 78, 83, 96, 108, 111, 140, 142, 188, 231, 271, 272, 273, 279, 280, 283, 285, 286, 287, 288, 289, 292, 300, 320, 363, 372

credibilità, 219

crescita, XXXVI, XLII, 49, 96, 143, 259, 339

critica, VIII, XXIII, XXIX, XXX, XXXI, XXXIV, 27, 45, 50, 55, 59, 60, 64, 110, 123, 135, 148, 165, 166, 168, 179, 205, 299, 309, 340, 341

critica senz'odio, 75,123,179

crocifisso, 123, 124, 368, 369, 379

cronologico, XIII, 93, 101, 116

cultura, XVII, XXIII, XXIV, XXVI, XXIX, XXX, XXXII, XXXIV, XXXIX, XLI, 8, 11, 12, 20, 21, 26, 39, 40, 49, 50, 53, 64, 65, 67, 78, 103, 117, 133, 134, 135, 143, 153, 154, 156, 162, 166, 168, 171, 186, 189, 190, 200, 206, 207, 232, 245, 251, 296, 301, 304, 333, 334, 339, 345, 357, 363, 366, 371

 

D

dati statistici (analisi), 132

dati scientifici, 93

deduttivo, 93

definizione, XXVIII, 104, 105, 157, 288, 346, 363

dello scrivere (arte dello), X, XI, XVI, XIX, XXXIV, 33, 34, 83, 96, 169, 170, 215, 216, 223, 236, 249, 250, 255, 256, 259, 264, 266, 269, 306, 311, 312, 315, 343, 344, 347, 351, 354, 358, 359

descrizione, 104, 265

destinatario, XXXI, 33, 90, 125, 256

dialettica, 50, 152

dialogo, 73, 124, 153, 245, 271, 296, 298, 318, 326, 353

didattica, XI, XXX, XXXIV, 139, 143, 191, 215, 246, 259, 264, 335, 357, 368

didattico, 116, 130, 139, 142, 193, 322, 380, 397

differenza, XV, 51, 156, 157, 171, 187, 188, 189, 191, 199, 218, 247, 304, 327, 343

difficoltà lessicali, 173

dignità, XLI, 78, 83, 111, 168, 211, 254, 366, 367,

dimostrazione, 93, 108, 261

discernere, XLIV, 149

disciplina, XXVIII, 11, 43, 49, 50, 124, 140, 264, 282, 288,

discipline, XL, 66

discorso, XI, XX, XXXIX, 56, 142, 168, 194, 234, 241, 253, 257, 262, 263, 274, 277, 279, 284, 286, 310, 320, 330, 353, 354, 356, 370,

discussione, VIII, XXI, 52, 74, 92, 101, 123, 173, 202, 217, 255, 261, 298, 302, 304, 305, 334, 338, 340, 342, 352, 353, 356

disgraziati, 113, 127, 185, 258, 269

diversità, XXVII, XLI, 76, 218, 267, 329, 365, 369

divertimento, 10, 49, 135, 136, 139, 144, 145, 147, 148, 336,

divulgazione, 110, 120, 306

documentazione storica,  26, 99, 146, 274, 286,

dottrina, XII, 64, 73, 86, 93, 94, 107, 109, 111, 126, 138, 214

dottrinale, 47, 65, 113, 182, 224

 

E

ebraismo, 7

origini ebraiche, 15, 18, 19, 21, 22

educativo, VIII, X, XI, XII, XV, XXX, XL, 5, 69, 89, 91, 93, 96, 98, 103, 105, 139, 141, 143, 144, 203, 213, 244, 245, 294, 305, 369, 373

educatore, VII, VIII, X, XV, XVI, XIX, XX, XXIV, 4, 6, 36, 37, 83, 87, 94, 98, 113, 116, 125, 128, 207, 212, 215, 216, 219, 268, 285, 291, 322, 337, 354, 358, 365, 372

educazione, VII, X, XI, XV, XVI, XIX, XX, XXVII, XXX, XXXI, XL, 4, 15, 20, 21, 22, 23, 60, 74, 75, 78, 86, 95, 118, 132, 142, 146, 180, 184, 197, 199, 212, 215, 237, 246, 255, 287, 293, 312, 334, 336, 338, 343, 348, 351, 365, 372

efficacia espressiva, 25, 312

elargitore, 12, 111, 357

elevazione interiore, 187

eresia, 48, 182

erudizione, 147

esame critico, VIII, 100

esempio, 28, 45, 66, 73, 94, 95, 102, 103, 104, 105, 113, 121, 131, 147, 156, 165, 169, 171, 191, 195, 226, 274, 279, 280, 286, 288, 292, 293, 294, 298, 318, 329, 336, 370

esperienza, VIII, XIII, XIV, XXIII, XXXI, XXXII, XXXV, XXXVIII, XXXIX, XL, 4, 13, 41, 42, 63, 64, 67, 69, 71, 81, 85, 105, 118, 120, 135, 140, 141, 142, 183, 187, 216, 229, 237, 245, 255, 267, 283, 302, 304, 310, 313, 316, 322, 323, 325, 327, 335, 357, 361, 365, 368

esposizione, XV, XXXII, 87, 88, 277, 322

espressione, XIV, XVII, XVIII, XIX, 14, 31, 33, 34, 35, 51, 65, 96, 102, 104, 168, 181, 190, 195, 213, 245, 255, 260, 278, 307, 313, 329, 330, 335, 342, 345, 346, 347, 350, 360, 370, 372

essenzialità, 349

essenzializzazione, 307

esteriorità, 82, 346

estetica, 34, 182

etica, 95, 254, 299, 300, 366, 372

etimologia, 63, 147, 172, 173, 282

eufemismi, 59, 61, 162

evangelico, 60, 62, 63, 64, 77, 82, 86, 98, 113, 118, 130, 163, 189, 245

evangelizzatore, 81, 94, 107, 132, 133, 189

evangelizzazione, 4, 64, 67, 69, 71, 189, 209, 237

evoluzione, X, XXXIV, 121, 365

 

F

famiglia, XXXVII, 5, 7, 8, 9, 10, 15, 17, 21, 22, 23, 26, 37, 38, 40, 44, 53, 67, 81, 126, 165, 193, 210, 293, 322

fede, XII, 21, 30, 37, 59, 63, 82, 93, 94, 104, 105, 110, 111, 123, 128, 187, 225, 226, 228, 233, 237, 238, 242, 280, 282, 320, 339, 343, 359

fiducia, 91, 204, 219, 227, 237, 293, 294, 338, 339, 357,

filo conduttore, 105, 216, 365

filologia, 63

fine, XII, XVI, XXIV, XXV, XXXVII, 5, 25, 28, 31, 34, 35, 66, 67, 76, 87, 98, 99, 107, 129, 139, 140, 143, 151, 152, 156, 184, 188, 192, 204, 207, 217, 237, 242, 254, 259, 260, 265, 268, 269, 271, 298, 303, 305, 324, 326, 335, 336, 340, 354, 357, 362, 367, 370

forma, XXIV, XXXI, XXXIV, 38, 55, 73, 83, 90, 92, 103, 112, 127, 128, 137, 145, 149, 163, 169, 170, 174, 193, 204, 208, 253, 254, 266, 274, 279, 282, 288, 298, 305, 306, 315, 366, 370

formale, 42, 89, 169, 254, 343, 346, 366

formazione, XII, XIII, XV, XXVII, XLII, 4, 5, 7, 22, 26, 27, 37, 43, 53, 60, 63, 68, 72, 74, 96, 141, 175, 183, 186, 231, 288, 332

frode linguistica, 156, 157

fruizione, XLIV, 309, 314

funzionalità, XVI, 103, 336, 363

funzione, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XXIV, XXVII, XLIV, 4, 31, 50, 61, 62, 65, 73, 91, 101, 111, 142, 154, 186, 231, 246, 247, 254, 262, 278, 285, 288, 291, 293, 295, 302, 338, 358

 

G

galateo, 60, 180

genere letterario, 315

gesto, 41, 91, 123

gioco, XVIII, XL, 48, 83, 93, 135, 136, 139, 140, 141, 142, 143, 144, 173, 219, 310, 313, 336

gioco linguistico, 219

gioia

    di imparare, 144

    di leggere, 163

    di ragionare, 148

    di sapere 152

giornale- scuola, 167, 168, 169, 170, 171,180

giornali, IX, 60, 154, 156, 158, 160, 166, 171, 172, 173, 175, 177, 178, 206, 243, 258, 309, 310, 356, 361

giudizio critico, 51

giustizia, 278

globalizzazione, XLIV

gradualità, XVIII, 162

grammatica, XXXI, 63, 90, 133, 242, 324, 325, 332, 335, 336, 337, 338, 339, 340, 341

 

H

hic et nunc, XXXIX, 143, 214, 372

 

I

ignoranza, 51, 107, 116, 127, 133, 188, 191, 299, 302

impegno, VIII, XV, XXV, XXVII, XXVIII, XXX, 6, 35, 49, 69, 73, 90, 103, 105, 114, 115, 116, 121, 130, 141, 180, 219, 229, 236, 242, 272, 337, 355, 356, 359, 366

incoerenza, VII, XXII, 59, 122, 132, 134

incompiutezza, 169

incomprensione, 105

induttivo, 93

informazione, VII, 25, 35, 55, 119, 149, 155, 156, 172, 174, 175, 180, 192, 199, 253, 255, 260, 263, 274, 275, 278, 293, 307, 309, 310, 313, 352

insegnamento, VIII, XI, XII, XIII, XVI, XXV, XXVIII, XXX, XXXII, XXXIV, 4, 10, 27, 31, 49, 50, 54, 64, 67, 69, 72, 73, 74, 83, 85, 88, 89, 92, 94, 95, 97, 101, 105, 107, 109, 113, 115, 117, 118, 143, 144, 152, 154, 169, 170, 179, 193, 194, 196, 209, 215, 218, 225, 231, 241, 245, 248, 249, 250, 251, 255, 259, 264, 266, 267, 283, 285, 287, 293, 300, 309, 329, 331, 332, 333, 335, 336, 337, 339, 340, 343, 357, 358, 361, 368, 369, 372, 373

insegnante, XXXIX, 22, 27, 51, 86, 92, 137, 139, 177, 182, 193, 250, 268, 321, 322, 332, 343, 350

intelligenza, XXIV, XLI, 52, 113, 132, 182, 206, 235

intelligenze, XLII

interlocutore, VIII, 52, 76, 77, 145, 299, 316

intesa, XVI, XLI, XLIV, 4, 54, 74, 83, 86, 95, 187, 209, 262, 301, 335, 345, 370

intonato, 238, 239

ironia, 12, 24, 26, 52, 135, 145, 337, 351

istruzione,XXVI, XXXVIII, XLII, XLIII, 4, 36, 42, 83, 91, 97, 111, 116, 117, 118, 122, 124, 127, 128, 132, 133, 153, 154, 171, 184, 185, 187, 188, 189, 190, 192, 203, 213, 234, 241, 245, 318, 334, 335, 348, 358, 361

 

L

leggibilità, 308, 309, 311

lessicale, XVII, 11, 83, 100, 101, 102, 157, 166, 167, 179, 190, 203, 207, 253, 254, 261, 276, 344

leticazione, 77, 78, 179, 266

lettura, VIII, XVIII, 53, 57, 65, 76, 87, 98, 113, 114, 120, 127, 149, 154, 155, 157, 160, 163, 164, 165, 166, 167, 169, 171, 173, 174, 177, 183, 185, 195, 236, 249, 259, 295, 296, 304, 309, 371

     (arte della), 156, 169, 257, 258

libertà, XXIV, XXVIII, 43, 44, 45, 49, 51, 72, 91, 123, 126, 146, 148, 171, 187, 245, 263, 280, 285, 290, 366, 367

libro, XX, XXXIII, XXXVI, XXXVIII, 6, 13, 14, 19, 42, 56, 60, 62, 71, 97, 108, 119, 120, 121, 127, 128, 129, 130, 131, 138, 154, 167, 168, 169, 174, 182, 183, 185, 195, 196, 208, 234, 236, 264, 287, 306, 316, 317, 318, 319, 321, 334, 336, 345, 351, 353, 354, 355, 356, 359, 361, 362, 363

lingua, VIII, XI, XII, XIV, XV, XVI, XVII, XX, XXII, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII, XLII, 4, 7, 10, 11, 14, 25, 31, 49, 51, 54, 57, 62, 63, 67, 69, 73, 74, 81, 83, 92, 95, 102, 103, 118, 119, 122, 127, 140, 143, 151, 152, 154, 157, 162, 163, 164, 165, 166, 174, 185, 186, 187, 190, 193, 194, 195, 196, 197, 199, 200, 206, 211, 212, 214, 216, 217, 218, 231, 232, 233, 239, 240, 241, 242, 259, 262, 264, 267, 279, 280, 287, 288, 293, 306, 311, 315, 322, 323, 324, 326, 327, 330, 332, 333, 334, 335, 336, 337, 339, 340, 343, 345, 348, 349, 351, 355, 358, 361, 362, 363, 364, 365, 367, 368, 370, 371

linguaggio, XIII, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXIII, XXVII, XXX, 9, 10, 17, 21, 31, 33, 50, 59, 61, 62, 63, 65, 87, 89, 90, 91, 95, 96, 101, 102, 103, 106, 108, 113, 118, 132, 133, 134, 141, 145, 147, 152, 161, 162, 163, 167, 172, 175, 181, 183, 184, 198, 201, 203, 204, 211, 213, 219, 231, 232, 233, 235, 237, 239, 242, 254, 255, 263, 274, 275, 288, 289, 293, 298, 300, 301, 306, 307, 327, 334, 344, 347, 353, 356, 370

lingue, 7, 13, 14, 58, 63, 194, 196, 197, 198, 206, 262, 322, 323, 324, 325, 326, 327, 330, 333, 334, 335, 340

linguistico, X, XVI, XVII, XVIII, XXXI, 12, 59, 62, 74, 83, 89, 95, 101, 118, 123, 145, 162, 164, 169, 184, 192, 207, 209, 216, 219, 231, 256, 259, 266, 286, 298, 301, 305, 335, 361, 369, 371

lotta di classe, 49, 191

 

M

maestro, XI, XII, XV, XVI, XIX, XXV, XXVIII, XXXIII, XXXIX, XL, 5, 26, 27, 28, 29, 30, 32, 33, 51, 59, 63, 67, 71, 72, 75, 85, 120, 123, 135, 144, 150, 154, 181, 184, 193, 208, 210, 213, 219, 223, 231, 237, 240, 241, 242, 248, 250, 251, 255, 257, 268, 269, 271, 272, 275, 278, 285, 286, 287, 289, 290, 291, 292, 294, 296, 302, 303, 304, 305, 308, 313, 316, 318, 320, 322, 332, 334, 344, 358, 361, 367, 368, 370

 

O

obiezione di coscienza, 271, 273, 287 280

opinione pubblica, 149, 272, 309, 310, 360

oralità, 169, 193

ordinazione sacerdotale, 17, 81, 111

 

P

panpedagogismo, 127

parola, XII, XXX, XXXI, 9, 10, 12, 13, 25, 31, 34, 53, 63, 73, 92, 93, 94, 95, 96, 102, 106, 109, 111, 112, 118, 126, 134, 143, 145, 147, 152, 154, 157, 158, 164, 165, 168, 173, 175, 177, 179, 180, 183, 184, 188, 190, 191, 193, 194, 195, 196, 198, 199, 202, 203, 205, 206, 207, 211, 212, 213, 215, 218, 224, 225, 232, 234, 237, 244, 245, 256, 258, 259, 260, 261, 262, 263, 277, 282, 290, 291, 293, 294, 300, 301, 302, 303, 307, 308, 311, 312, 313, 320, 323, 326, 332, 344, 346, 349, 350, 355, 367, 370

Parola, 14, 18, 20, 43, 52, 54, 97, 107, 110, 111, 112, 122, 188, 211, 233, 304

pedagogia, VIII, IX, XXVII, XXVIII, XXXI, 15, 19, 48, 97, 105, 140, 141, 142, 144, 169, 183, 212, 303, 334, 351, 354, 362

pedagogica, XXXI, XXXIX, 5, 63, 66, 127, 139, 142, 143, 162, 176, 203, 207, 237, 285, 334

pedagogico, XXXI, XXXIX, 59, 101, 127, 162, 169, 179, 246, 267, 370

pensare, XVII, XX, XXIX, 11, 17, 44, 67, 72, 78, 94, 95, 102, 113, 114, 116, 123, 147, 148, 151, 152, 154, 176, 208, 217, 277, 309, 311, 313, 342, 346, 351, 353

pensiero, VII, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXIII, XXVI, XXVII, XXVIII, XXX, XXXI, XXXII, XXXIII, XXXIX, XLV, 15, 17, 29, 30, 35, 42, 48, 49, 51, 58, 72, 75, 92, 94, 95, 120, 121, 126, 132, 134, 135, 136, 137, 142, 147, 148, 149, 151, 152, 169, 175, 177, 180, 181, 184, 186, 187, 190, 195, 196, 204, 206, 210, 212, 216, 217, 225, 231, 232, 235, 238, 253, 269, 274, 282, 291, 295, 298, 300, 301, 305, 308, 310, 313, 315, 322, 332, 338, 339, 340, 346, 352, 357, 358, 359, 362, 365, 372

pigrizia, XXXVII, 35, 319, 355

pittura, 7, 27, 28, 32, 33, 34, 35, 237, 313

poesia, 13, 165, 304, 363

popolare, XXXIV, 8, 113, 119, 122, 123, 127, 139, 156, 158, 172, 184, 186, 189, 192, 193, 194, 197, 198, 200, 201, 205, 206, 208, 209, 244, 296, 304

popolo, XXII, XXXVI, 50, 54, 65, 74, 75, 82, 85, 88, 98, 107, 111, 116, 117, 118, 120, 122, 125, 132, 133, 134, 136, 144, 153, 184, 189, 204, 209, 214, 228, 237, 239

poveri, XVII, XXII, XXVI, XXXVII, XXXVIII, XLII, 49, 50, 54, 63, 64, 65, 72, 78, 83, 95, 96, 113, 130, 133, 137, 143, 167, 169, 185, 186, 187, 190, 191, 192, 199, 200, 206, 207, 208, 217, 225, 230, 231, 237, 245, 262, 264, 287, 321, 327, 328, 331, 333, 345, 349, 350, 358, 359, 361

povertà, XXVI, XXX, XXXVII, XXXVIII, XLII, 67, 113, 186, 190, 218, 244, 268

prete, VII, VIII, X, XV, XVI, XIX, XX, XXI, XXIV, XXV, XXXIII, XXXIX, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 11, 12, 14, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 26, 30, 32, 34, 36, 37, 38, 39, 41, 45, 46, 47, 48, 52, 57, 58, 59, 60, 61, 62, 63, 64, 65, 66, 67, 69, 70, 71, 72, 76, 78, 86, 98, 108, 109, 112, 116, 120, 122, 123, 125, 130, 135, 137, 138, 139, 145, 146, 151, 152, 166, 169, 175, 178, 183, 184, 186, 187, 191, 192, 195, 199, 208, 209, 210, 213, 217, 223, 224, 225, 226, 231, 233, 234, 235, 237, 241, 243, 245, 246, 248, 258, 273, 278, 282, 287, 294, 303, 327, 329, 367, 368, 369, 370, 371

privilegio, XXV, 11, 12, 50, 51, 134, 358

profeta, 129, 291, 302

profetismo, XXXV

progresso, XVI, XIX, XX, XXII, XXVII, 28, 48, 75, 104, 154, 283, 291, 292, 366, 393

promozione culturale, 49, 83

prudenza, XXXV, 25, 129, 130, 184, 203, 265, 311, 312

psicoterapia linguistica, 89

 

Q

questione sociale, 37, 56, 66, 70, 71, 73, 81

 

R

radicalizzazione, 247

ragione, XVII, XIX, XXIII, 4, 31, 40, 41, 53, 54, 76, 77, 91, 110, 114, 120, 122, 192, 212, 214, 224, 231, 239, 267, 285, 298, 299, 304, 305, 310, 333, 353, 354, 356, 360

razionalità, 11, 111, 259

regola, 43, 46, 47, 50, 52, 69, 94, 122, 151, 177, 201, 203, 215, 273, 297, 332

regole grammaticali, 11, 325, 339, 340

regole sintattiche, 152

relazionale, 118, 255, 372

religiosità, XIX, XXIX, 21, 22, 82, 122, 200, 226, 367,

responsabilità, XXIX, XXXVI, 78, 168, 174, 176, 217, 272, 279, 283, 286, 288, 289, 292

revisione, 98, 99, 158, 180, 182, 353

ricreazione, 49, 128, 129, 135, 136, 137, 138, 139, 141, 142, 146, 147, 148, 151, 194

riflessione, XXX, 39, 90, 113, 128, 138, 252

rigore metodologico, 120

rivelazione, 107

 

S

sacerdote, 11, 19, 40, 43, 52, 61, 64, 71, 75, 81, 111, 121, 189, 193, 269, 278, 285, 286, 290, 296, 303, 358, 365, 368, 369

sacramenti, 12, 38, 111, 128, 133, 283

sapere, XXIX, XLIV, 9, 29, 62, 67, 124, 146, 152, 170, 179, 188, 190, 195, 196, 200, 202, 203, 209, 218, 232, 257, 287, 292, 299, 302, 303, 336, 338, 349, 353, 357, 358

schierarsi, XXI, 78, 137, 174, 179, 191, 356, 367,

scopo, XX, XXXVII, XLIV, 49, 50, 75, 76, 86, 89, 90, 92, 95, 107, 112, 116, 129, 131, 143, 152,

162, 171, 178, 189, 206, 219, 257, 267, 301, 309, 312, 320, 327, 344, 356, 357, 365

scrittura collettiva, 35, 51, 85, 100, 170, 249, 255, 264, 265, 266, 267, 271, 306, 313, 337, 359

scrivere, X, XXXV, XXXVI, 20, 24, 26, 47, 60, 82, 96, 99, 102, 107, 108, 109, 119, 154, 164, 169, 173, 176, 180, 182, 197, 198, 206, 230, 236, 252, 257, 259, 260, 262, 264, 266, 267, 268, 272, 276, 302, 308, 310, 311, 312, 313, 315, 317, 319, 320, 325, 327, 339, 343, 344, 346, 351, 353, 355, 357

scuola, VII, VIII, X, XV, XVI, XVII, XIX, XX, XXV, XXVI, XXVII, XXX, XXXI, XXXIII, XXXVI, XXXVIII, XXXIX, XL, XLII, XLIII, XLIV, XLV, 5, 8, 10, 12, 13, 14, 18, 19, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 31, 34, 36, 42, 43, 48, 49, 50, 51, 57, 72, 73, 74, 75, 78, 83, 85, 86, 89, 90, 94, 95, 96, 101, 103, 107, 116, 117, 119, 120, 122, 123, 124, 125, 126, 127, 129, 130, 135, 137, 138, 139, 140, 141, 142, 143, 144, 145, 148, 154, 157, 162, 167, 168, 169, 170, 172, 173, 174, 180, 182, 183, 184, 185, 186, 187, 189, 190, 191, 192, 193, 194, 195, 196, 197, 198, 199, 200, 201, 202, 204, 205, 206, 207, 208, 209, 212, 213, 214, 215, 216, 228, 229, 230, 234, 235, 236, 237, 241, 242, 243, 244, 245, 246, 247, 249, 250, 252, 254, 255, 261, 264, 265, 266, 267, 271, 272, 276, 284, 285, 287, 289, 290, 291, 292, 293, 294, 295, 296, 297, 301, 302, 303, 304, 308, 316, 318, 319, 320, 321, 322, 323, 325, 326, 328, 329, 331, 333, 334, 335, 337, 339, 341, 343, 345, 348, 349, 350, 356, 358, 359, 360, 362, 363, 366, 367, 368, 369, 372, 373

semplificare, 32, 33, 153, 162, 257

semplificazione, 261, 286, 312, 355

significante, 262

significato, XVII, XXXIX, 10, 13, 29, 31, 75, 90, 101, 103, 105, 109, 111, 144, 147, 155, 158, 161, 164, 166, 172, 173, 177, 181, 201, 240, 245, 262, 266, 313, 370

simboli, 60, 246, 348, 369

sintesi, 56, 67, 93, 180, 188, 197, 315, 347

socializzazione, 74, 266,

sostanza, 61, 141, 225, 253, 307, 346,

sovrascopo, 155, 172

sperimentazione, 83, 93, 98, 109, 117, 324

spiegare, 9, 22, 39, 185, 193, 201, 213, 219, 225, 317

stile, XX, 25, 26, 99, 127, 128, 172, 176, 177, 248, 256, 267, 305, 319, 346, 347, 356, 357

stilistico, 128, 129, 207, 254, 264, 348, 349

storico, XXIII, XXV, XXXIX, 13, 42, 62, 88, 97, 101, 106, 107, 108, 116, 120, 129, 131, 136, 143, 163, 164, 167, 195, 249, 360

strumento, XI, XVII, XX, XXV, XXXVIII, XLV, 10, 11, 33, 34, 67, 69, 96, 107, 109, 111, 116, 118, 149, 176, 189, 279, 288, 307, 315, 317, 333, 335, 370

studio, VIII, XV, XXII, XXIII, XXIV, XXXIV, XLIV, 6, 9, 11, 20, 24, 29, 31, 37, 38, 48, 52, 55, 56, 57, 63, 65, 66, 67, 72, 81, 93, 107, 132, 140, 147, 148, 157, 165, 173, 185, 192, 193, 198, 209, 214, 235, 236, 258, 304, 312, 313, 317, 318, 322, 324, 325, 326, 329, 332, 333, 334, 335, 336, 337, 339, 340, 365, 368

suggerimenti, 47, 72, 98, 104, 108, 252

superbia (educazione alla), XXII, 199,

sviluppo, XIX, XX, XXXVIII, XLII, 14, 98, 196, 218, 259, 267, 277, 290, 293, 314, 322, 365, 369

 

T

tecnica, XI, XXXIV, 48, 100, 130, 141, 215, 250, 253, 255, 264, 265, 296, 306, 308, 319, 331, 351

tecniche, XXXI, 49, 51, 140, 141, 249, 313

teologia, 66, 70, 71, 102, 184, 372

teologica, 53, 57

teoria, XIX, XLI, 156, 212, 216, 264, 283, 301, 384

teorico, VII, XXVII, XXVIII, 59, 98, 143, 212, 213, 325, 366

timidezza, 198, 327, 341, 349

tolleranza, 9, 43

tradurre, 14, 49, 56, 103, 161

traduzione, 14, 71, 102, 103, 144, 161, 163, 164, 165, 187,

turpiloquio, 184

 

U

uguaglianza, XXII, XLII, 140, 192, 217, 218, 277, 278, 362

ultimi, XI, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, 26, 29, 30, 88, 97, 115, 155, 247

umanizzazione, 98

umili, XXII, 78, 98, 164, 199, 208, 237, 256, 269, 287, 344

umiltà, 11, 78, 199

unità didattiche, 86, 110

uso, XVI, XVII, XVIII, XIX, XXII, XXIII, XXIX, XXXIV, 10, 12, 14, 21, 44, 49, 54, 87, 88, 90, 92, 95, 101, 103, 104, 105, 106, 109, 110, 111, 113, 128, 132, 135, 147, 149, 152, 157, 163, 164, 175, 177, 178, 179, 185, 190, 202, 203, 207, 218, 219, 233, 261, 262, 264, 274, 276, 280, 286, 302, 304, 322, 323, 324, 325, 333, 334, 344, 347, 348, 354, 355, 370

utile, 31, 65, 75, 85, 119, 135, 136, 139, 141, 145, 146, 147, 149, 165, 179, 209, 216, 256, 325, 343,

344, 353, 367

 

V

valori, XVI, 10, 32, 40, 58, 73, 94, 131, 151, 186, 188, 206, 218, 245, 251, 276, 277, 288, 290, 317,

322, 377

verbosità, 162

verifica, 50, 87, 88, 89, 128, 191, 218, 255, 307, 353, 370

verità, XI, XII, XXIX, XXXIII, XXXIX, 23, 34, 35, 36, 39, 51, 53, 54, 59, 69, 94, 103, 122, 141, 172, 173, 175, 179, 180, 181, 219, 238, 249, 254, 267, 269, 274, 281, 299, 301, 303, 304, 305, 307, 312, 313, 314, 346, 347, 353, 357, 361, 363, 369, 370, 371

Verità, XVI, 55, 69, 93, 178, 269, 280, 303, 312

vero, 13, 19, 33, 34, 35, 36, 42, 88, 91, 93, 94, 97, 109, 131, 151, 162, 175, 176, 178, 182, 192, 193, 209, 239, 242, 248, 274, 279, 281, 287, 298, 299, 301, 305, 307, 309, 312, 314, 315, 319, 335, 353, 360, 362, 372

vocabolario, 62, 65, 102, 104, 152, 155, 174, 210, 261, 340,

vocabolo, 91, 103, 104, 164, 166, 167, 260, 323,

vocazione, 5, 20, 26, 37, 41, 61, 66, 81, 127, 207, 224, 237, 302

    pedagogica, 5, 66, 127, 237

    religiosa, 5, 127, 237

 significato della, 224

vocazioni adulte, 45

volontà, XXX, XXXVII, 11, 34, 44, 81, 94, 132, 134, 160, 227, 254, 262, 291, 301, 311, 340


Indice dei nomi

 

Non è riportato il nome di Lorenzo Milani, data la frequenza con cui compare nel testo.

 

 

 A

Acerbi A., 304n.

Alighieri D., XXVII, 164

Antonio da Padova Sant', 175n.

Aranci G., 115, 116 e n.

Arfé G., XXVIIIn., 62n., 130n., 140n., 149n., 328, 329n., 362n.

Agazzi C., XXXI

Agazzi R., XXXI

Agostino Sant', XXVII

Aristotele, XXVII

 

B

Bacci C., 62n.

Balducci E., XIn., XIIIn.,  XXXII e n.,  42 e n., 372, 373n.

Ballini M., 198

Bartoletti E., 63 e n., 66, 71,73, 109, 175n.,

305 e n.

Battelli G., 38n., 103n., 225n., 237n.

Battisti C., XXXV

Bellow S., XXXV

Bencivinni A., 366n.

Bensi R., 18 e n., 39, 47n., 71, 81n., 161n., 227, 228n.

Berardi R., XLn., 361n.

Bernardini A., XXXn.

Bernardino da Siena San, 175n.

Berenson B., 363

Bernstein B., XXXIn.

Bettarini B., 173

Bertolini P., VIIIn.

Bianchi G., 227 e n.

Blair H., 346

Bonardi A., 61, 73

Borghi B., 47, 59

Braccini G., 21n., 22n.

Brandani B., 46, 59n., 64 e n., 76 e n., 98, 99n., 100n., 108n., 109  e n.

Brambilla E., 38 e n., 58n., 60n., 130n., 183n., 225n., 267n.

Buffon G. L., 346

Burberi A. (Gostino), 320n.

Butturini E., 194n.

 

C

Calicchia M. S., 31

Capitini A., 72n., 287n.

Carcano G., 161n., 184n.

Cartoni M., 286

Castello M., 51n.

Catone M. P. ( il censore), 256

Centi T., 81n.

Chiaffarino G., 167, 168 e n., 206n.

Cloche M., 13 e n., 105n., 109n., 112n., 114

Comparetti D. (bisnonno), 8, 12, 14, 15, 22, 72

Comparetti Milani L. (nonna paterna), 72n

Corradi A., 115, 145 e n., 240

Cortellazzo M. A., XXXIn., 216n.

Corzo Toral J. L., XXXIIn., 51n., 267n., 337n.

Cristo,  vedi Gesù

Cristofanelli P., XXXn., 12 e n., 168n., 174n., 206n., 251n.

 

D

D’Avack G., 130n.

Dal Pra M., 299n

Dalla Costa E., 42, 43 e n., 53n., 124

De Gaulle C., 174

De Mauro T., IX, X e n., XXIIn., XXIV, XXVII e n., XXVIII, 12, 20 e n., 62 e n., 63, 140n., 142n., 166n., 261, 362n., 363n.

De Sanctis F., 346, 347 e n., 348

Del Buono O., 24, 26, 37, 46 e n.

Devoto G., 11n, 12

Dewey J., 334n.

Di Cesare D., 95n.

Di Giacomo M., 21 e n.

D'Onofrio E., 243

 

E

Eisenhower I., 160

 

F

Fabbretti N., 16n., 18 e n., 40n., 47n.

Facibeni G., 71

Falconi C., 303n.

Fallaci N., 3n, 5n, 6 e n., 7n, 8n, 9n,10, 11n, 14 e n., 21, 22n., 23n., 26n., 27, 30n., 32 e n., 34n., 37n., 38n., 39n., 46n., 47n., 52n., 58n., 59n., 60n., 64n., 76n., 108n., 109n., 123n., 125n., 138n., 175n., 187n., 199n., 209n., 226n., 243n., 273n., 282n., 287n., 294n., 303n., 327n., 329n.

Ferrini B. (pseudonimo), 194n., 196n.

Finazzi Sartor R., 244n., 349n.

Florit E., 18 e n., 226, 227, 281n., 282 e n.

Forcella E., 174n.

Foscolo U., 165, 166

Francesconi R., 251n.

Franco F. (generale), 55n.

Freinet C., XXX

Freire P., XXX

Freud S.,  XXXVI; 9

Foucault M. XXXVI

Fröbel F., 15

Fromm E., XXXVI

 

G

Galeotti C., 13n., 72n., 144n., 146n., 147n.

Gandhi, 287n., 296

Gardner H., XLI e n.

Garin E. XXIII, XXIV e n.

Gatti A., 11n, 319n., 320n.

Gatto G., VIIIn.

Gennari M., XIn, XIIIn.

Gerratana V., XXIXn.

Gesù, XII, XXIII, 13 e n., 39, 43, 54, 60, 85, 87, 88, 90, 91, 93, 95, 97, 105, 108, 109, 110, 111, 112, 113, 114, 152, 187, 195, 249, 252, 277

Gesualdi F., 51n., 54 e n., 69n., 110 e n., 223 e n., 266n., 267n.,282n., 284n., 288n, 317 e n., 323n, 336, 337n.

Gesualdi M., XXIIIn., 11, 13n., 28 e n., 29n., 38n., 86, 88n., 97, 115, 287n., 288n.

Giannantoni G., 298, 299n.

Giovanni il Battista, 184

Giovanni XXIII, 129n. (Papa), 371

Giotto, 310

Giubbolini A., 34, 41, 46n., 294

Godin H., 56, 71

Gonella G., 193

Gozzini M., 21 e n., 202n., 204n., 205 e n.

Gramsci A., XXIV, XXVI, XXVII, XXIX e n., XXXVI, 142n.

Guasco M., XXVIIIn., 62n., 140, 362n.

 

H

Hesse H., XXXV

Hobsbawm E., XXXV

Humboldt W., XXVII

 

I

Ichino L., 14

Illich I., XXXV

Inghilesi M., 303 e n.

Innocenti R., 47

 

J

Joyce J., 9

Jemolo A. C., 121 e n., 131n.

 

K

Kafka F., 8, 41

 

L

La Pira G., 18

Labov W., XXXIn.

Lagomarsini S., XXXIn.

Lagrange M. J., 109

Lambruschini F., 18n.

Lancisi M., 18n., 42n., 75n., 117n., 123n., 125n., 129n., 141, 142n., 182n., 206n., 207n., 209n., 214n., 229n., 234n., 339n., 363n., 368n., 371n.

Lanfranchi R., 31n.

Leopoldo del Belgio, 60

Leibniz G. W, XXVII

Levi-Strauss C., XXXVI

Locke J., XXVII

Lodi M., XXXn., 33 e n., 102n., 250 e n., 251 e n., 255, 257, 259, 260n., 313, 359n.

Lombardo Radice L., XXVIII e n., 49, 50n., 51 e n., 62n., 139, 140 e n., 362n., 368 e n., 371

Lovato D.,  XI, 269n.

Luca evangelista, 114, 187

Luxenburg R., XXXV

 

M

Makarenko A., XXXn., 334n.

Manzoni A., 165, 166

Marcello, 293, 294

Marx K., XXXVI

Martinelli E., 173 e n., 213n., 240n., 242n., 342 e n., 343n.

Martini L., 43n., 53n., 60 e n., 68n.

Matteo evangelista, 113

Mazzei F., 18, 19n.

Mazzolari P., 16n., 18n., 121n.

Menchù R., XXXVI

Meucci A., 197 e n.,

Meucci G. P., 11 e n., 18, 42n., 57 e n., 75n., 77 e n., 117n., 123n., 125n., 129n., 182 e n., 186 e n., 187 e n., 200n., 205, 206n., 207 e n., 209 e n., 214 e n., 224n., , 227n., 234n., 287n., 296 e n., 338, 339n., 371n.

Miccoli G., 6n.

Michelucci G., 317, 318

Milanese F., 37, 38n., 54n., 110n, 111, 188n.

Milani C., 349n.

Milani L. A. (nonno paterno), 8

Milani Comparetti

     Adriano (fratello), 8, 15, 72n.

     Albano (padre), 7, 8, 21

Milani Comparetti Polacco Elena (sorella), 15, 16 e n., 22 e n.

Monti V., 351

Mora T., XXXIn., 216n.

Mosca G., 26

Mugnaini T., 3n.

 

N

Neri N., 229n., 236n.

Nesi A., 47

 

O

Omero, 351

 

P

Palombo E., XXIIIn., 110n., 296 e n.

Paolo VI, 371

Pancera M, 9n.

Parigi A., 124 e n., 204 e n., 295 e n.

Pasolini P. P., XXXV, 19, 20n., 41n.,45 e n., 69n., 362, 363n., 371 e n., 372

Pasquali G., 8, 26, 27

Pavolini L., 273

Pazzaglia L., 245n., 334n.

Pecorini G, VIIn., XXXIII e n., XXXVIn., 17n., 25n., 35n., 38n., 40n., 53n., 60n., 78n., 94n., 96, 103 e n., 117n., 119n., 125, 126n., 149n., 156, 157 e n., 163, 164n., 165 e n., 168 e n., 169, 180n., 192n., 199n., 201n., 236n., 239, 241n., 250, 253n., 255n., 260n., 263n. , 274n., 278n., 282n., 283n., 293n., 297 e n., 307 e n., 310n., 313n., 315n, 318 e n., 319n, 334n., 352n., 356 e n., 363n., 366n., 367.

Pelagatti G., 123 e n., 199 e n., 243

Perticari P., 78n.

Pestalozzi G. E., XXXIn., 251

Pincherle Rosselli A, 72

Pio X, 101

Pio XII, XXI, 42, 310

Piovanelli S., 56 e n.

Pistelli N., 55 e n., 59, 60n., 175n.

Platone, 295, 300

Polacco E., 16

Postiglione R., XXXV e n., 288, 289n.

Pugi D., 81

 

Q

Quercioli, 334n.

 

R

Raffalovitch E. (bisnonna), 15

Ramat M., 5n., 228, 229n.

Ranchetti M., 23n.24, 26 e n., 33, 34 e n., 118n., 302 e n.

Rodari G., XXVIII

Rosi M., 172, 194n., 209n.

Rosselli C., 72n.

Rosselli N., 72n.

Rossi E., 72n.

Rossi R., 3 e n., 4n., 52n., 217 e n.

Rossi P., 330, 333

Ruffini E., 55

Russell B., XXXV

 

S

Santilli R., 58, 73

Sardelli R., XXXIn.

Savarese G., 347n.

Schina A., XLn., 361n.

Scoretti M. , XXXIn., 216n.,

Scurati C., XXXIn., 139 e n., 191n.

Siciliani de Cumis N., XXXVII

Silone I., XXXV

Simeone D., 13n., 19n., 43n., 86n., 89n., 101, 173n., 183n., 194n., 197n., 198n., 205n.

Smith A., XXVII

Socrate, 206, 295, 296, 297, 299, 300, 301, 305, 306

Sorice M., 56n., 149n.

Staude H. J., 26, 27, 28, 29, 30, 32, 34, 181, 237, 313

Svevo I., 9

 

T

Taddei R., 21n., 22n.

Tirapani M., 3n., 125n., 322

Tolstoj L., XXXIn, XXXIV

Tornatore L., 212n.

Toscani B., 363n.

Toschi M., 18n, 63n., 175n., 305n.

Trigona l., 244n.

Turoldo D. M., 19 e n., 175n., 183

Tutino S., 24

 

V

Vassalli S., 361n.

Vecchio N., 96 e n., 102n., 164n., 260n., 313n.

Vico G. B., XXXVII

Vygotsky L., XIX, XXVII

Vigolo M. T., 317 e n.

Vincenzo de Paoli San, 13n.

Visalberghi A., 127 e n., 141, 258n., 269n., 319n.

 

W

Weber M., XXXVI

Weil S., 42

Weiss Milani Comparetti A. (madre), 7, 9, 15, 21

Weiss E. (nonno materno), 8

Weiss E., 9

Wittgenstein L., XVIIII e n., XIX, XXVII, XXXVI,  101 e n.

 

Y

Yunus M.; XXXVIIn., XXXVIII

 

Z

Zangrilli V., 236n.

Zani V., 131 e n.

 


 

 

 

Indice delle immagini

 

 

 

 

Avvertenza

 

La maggior parte dei documenti fotografici proviene da due fonti principali. Il gruppo più numeroso è stato tratto con l’aiuto del computer dalla videoregistrazione di alcune trasmissioni televisive. La prima in ordine di tempo è la VI puntata, «Scrittori non si nasce», del Viaggio nella lingua italiana, mandata in onda dalla Televisione della Svizzera italiana il 14 settembre del 1979, la seconda Addio a Barbiana è stata trasmessa da Rai 3 il 27 agosto  1995, le ultime due sono dei servizi speciali di Rai 1 del 2 e 3 dicembre1997 condotti da Gianni Aversa, che ha incontrato gli ex alunni di don Milani, a seguito delle due puntate del film Don Milani- Il priore di Barbiana. In tutte le trasmissioni i filmati su Barbiana sono gli stessi e sono stati girati dal professor Ammannati fra il '54 e il '67. La scelta dell’una o dell’altra trasmissione per la riproduzione è stata dettata esclusivamente dalla migliore o peggiore qualità delle immagini ricavate che, in ogni caso, non sempre è buona. Data l’identica provenienza, tutte le foto tratte dai filmati saranno indicate come immagini video.

Vi è poi un gruppo di fotografie a colori, più recenti e facilmente individuabili, scattate a Barbiana nell’agosto del 1998 e altre durante un campo scuola di due classi elementari a tempo pieno nel marzo del 1998, che sono definite col termine più generico di foto. Per quanto riguarda tutte le altre immagini verrà via via indicata la provenienza di ciascuna.

La parte testuale appartiene a don Milani e ai suoi ragazzi, un unico testo è stato pronunciato recentemente da un uomo di scuola, ma potrebbe essere attribuibile allo stesso don Milani. Per l’individuazione delle parti scritte sono stati utilizzati i criteri già usati per le citazioni nel testo.   

 

 

 

 

 

 

 

Tavola 1

 

Nell’immagine video in alto a sinistra, don Milani in una delle rare occasioni in cui viene ripreso mentre celebra la Messa, nelle due in basso discute a scuola con i ragazzi il testo di una lettera.

Le foto a destra, in alto e al centro, sono state scattate all’interno della chiesa di Sant’Andrea a Barbiana mostrano l’altare e il “Santo Scolaro”, un mosaico realizzato dai ragazzi della scuola.

La citazione in alto si trova in L. MILANI, Esperienze pastorali, LEF, Firenze 1958, p. 201; quella in basso è contenuta in una lettera di Lorenzo Milani a Marco Ramat del 23 marzo 1965, in N. FALLACI, Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, BUR Supersaggi, Milano 1997 (1993), p. 587.

 

 

 

Tavola 2

 

La foto in alto è una veduta della chiesa di Sant’Andrea dalla strada, per l’ultimo tratto sterrata, che da Vicchio porta a Barbiana. Al centro una veduta ravvicinata della chiesa e della canonica e in basso il panorama visibile dall’alto e il campanile.

Il testo è il passo con cui inizia il primo capitolo della lettera dei ragazzi di Barbiana ai ragazzi di Piadena, inviata il primo novembre del 1963, in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani, (a cura di M. GESUALDI), Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1997, p. 175.

 

 

 

Tavola 3

 

La foto riportata, ricopre l’intera pagina 22 della rivista «Comunità» dell’ottobre del 1967, don Milani fa scuola all’aperto e i ragazzi leggono utilizzando, a gruppi di tre, lo stesso libro.

Il testo si trova in SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, LEF, Firenze 1967, p. 12.

 

 

 

 

Tavola 4

 

Tutte le immagini video sono momenti diversi di studio in situazioni di impegno e collaborazione.

Le due foto in basso ritraggono in ragazzi in due attività frequenti e importanti nella scuola: la lettura dei giornali e la pittura. Si trovano AA.VV, Don Lorenzo Milani, un maestro., in «Didascalie», anno VI, n. 1, ottobre 1997, rispettivamente alla pagina 11 e 21 della rivista.

Il testo è tratto dalla lettera ai ragazzi di Piadena e si trova in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani, cit., p. 175.

 

 

 

Tavola 5

 

Nelle foto in alto due vedute del pergolato più recente, uno degli spazi aperti utilizzati come “aula” nei mesi più caldi. In basso la piscina (2 metri per 8 e 1,30 di profondità) costruita dai ragazzi. Le immagini video li riprendono mentre nuotano e si tuffano nell’acqua.

Il testo in alto è tratto dalla lettera ai ragazzi di Piadena e si trova in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani, cit., p. 176. Quello in basso è l’inizio di una lettera alla madre del 25 luglio del 1962, in L. MILANI Alla mamma, Lettere 1943-1967, (a cura di G. BATTELLI), Marietti, Genova, 1990, pp. 373-374.

 

 

 

Tavola 6

 

Tutte le immagini ritraggono i ragazzi al lavoro nell’officina e nella falegnameria. In alto a sinistra una foto tratta dal testo N. FALLACI, Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, cit., p. 330, quella in basso dal volume del Centro Documentazione don Milani già citato alla tavola 3, al centro due sequenze fotografiche tratte da video.

Il testo in alto è tratto dalla lettera ai ragazzi di Piadena e si trova in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani, cit., p. 176.

 

 

 

Tavola 7

 

La foto è stata scattata a Vicchio, nella falegnameria di Giovanni Banchi, che a scuola da don Lorenzo, quando era ragazzo, rifiutò di andare, attualmente è il  presidente del Centro Documentazione don Milani e Scuola di Barbiana.

Il testo è tratto da una sua testimonianza riportata nel libro Progetto Lorenzo appena citato nelle precedenti tavole, alla pagina 56.

 

  

 

 

 

Tavola 8

 

Le due foto si trovano ancora nel libro del Centro di Documentazione don Milani. Il Priore scherza e abbraccia Marcellino “l’ultimo degli ultimi” e tiene in braccio sorridente un bambino proveniente da uno dei luoghi più poveri della Terra.

Il testo è un altro lungo e importante passo della lettera ai ragazzi di Piadena, in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani, cit., pp. 178- 179.

 

 

 

Tavola 9

 

La riproduzione fotografica della scritta autografa di don Milani si trova a p. 1 del fascicolo supplemento della rivista della CISL Conquiste del lavoro n. 50 di venerdì 26 giugno 1987 stampato in occasione di un Convegno Nazionale di Studi su Lorenzo Milani, M. GESUALDI (a cura di) Don Lorenzo Milani Maestro di libertà, Tip. Stabilimento Grafico Commerciale, Firenze 1987.

Le tre immagini più grandi sono tratte da video e la foto più piccola a destra è stata scattata nella cappelletta del cimitero di Barbiana dove è stato sepolto don Milani.

 

 

 

 

 

 

Tavola 10

 

Tutte le immagini provengono dai video.

Il testo è una citazione di un discorso di don Lorenzo al Convegno di Lorenzo Milani con i direttori didattici, Firenze, 3 gennaio 1962, in E. MARTINELLI, (a cura di), Progetto Lorenzo. Il maestro., Centro Documentazione Don Milani e Scuola di Barbiana, Firenze 1998, p. 38.

 

 

 

Tavola 11

 

Tutte le foto si riferiscono a momenti di vita scolastica di una classe elementare a tempo pieno.

La citazione è una dichiarazione dell’attuale Ministro della Pubblica Istruzione Tullio De Mauro durante un’intervista rilasciata alla vigilia dell’apertura dell’anno scolastico 2000\2001, in «La Repubblica» del 4 settembre 2000, p. 5.

 

 

 

 

 

Tavola 12a, 12b, 12c

 

Riproduzione fotografica della lettera autografa di don Milani a Dina Lovato del 16 marzo 1966, in AA.VV., L’attualità di don Lorenzo Milani, Atti del ciclo di incontri – San Bonifacio 1997, Centro Tecnico Grafico Miniato, Verona 1998, pp. 169-171.

Questo il testo della lettera:

 

 

 

                                                                      Barbiana, 16 marzo 1966

Cara signora,

da qualche mese in qua la posta che riceviamo è tanta che facciamo appena in tempo a leggerla. Io poi sono malato e da molto tempo non prendo in mano la penna. Un ragazzo o due a turno sbrigano tutta la corrispondenza, mi sottopongono solo lettere che giudicano più private. Così accade che rispondo a lei.

Mi ricordo che nel `58 quando uscì il mio libro "Esperienze pastorali" (non ne ho scritti altri, quello sull'Obiezione della Locusta è una pubblicazione illegale. Ho diffidato l'editore dal seguitare a venderla, ma quell'onesto farabutto non se ne è dato per inteso) mi scrisse e poi venne a trovarmi un anziano signor Lovato vegetariano e veronese, se non sbaglio leggermente zoppo. Era un uomo simpaticissimo e i ragazzi più grandi serbano ancora il ricordo di alcune sue curiose motivazioni del vegetarianesimo. Cos'è di lui? Me lo saluti e gli dia una copia dell'edizioncina che le accludo e che è l'unica che approviamo.

   Rispondo a lei. Grazie della sua lettera. Spero di vederla un giorno quassù. Sto disfacendo la scuola. Ho mandato i più grandi a lavorare. Non prendo più ragazzi nuovi. Ho ancora una decina di ragazzi cui faccio scuola qui in camera. Oppure quando sono stanco si fanno scuola l'un l'altro nell'aula che comunica con questa camera. Allora la mia attività pedagogica consiste solo in qualche urlaccio per tenerli buoni. Ho una leucemia e non voglio morire stupidamente sulla breccia coi ragazzi immaturi mezzo educati e mezzo no. Così sto organizzando da un anno un ragionevole e riposante tramonto. Mi godo i figlioli riusciti e i loro bambini. Ricevo con commozione i prodighi che tornano. Tengo lontani i prodighi che non tornano. Insomma vivo come un nonno amato e mi godo questa vita. Abbiamo scritto la lettera ai giudici come un'opera d'arte. Purtroppo, nelle centinaia di lettere che ci arrivano dall'Italia e dall'estero ci accorgiamo che pochissimi se ne sono accorti.

Tutti pensano che abbiamo delle bellissime idee. Pochi, forse due o tre persone in tutto, si sono accorti che per schiarire le idee così a noi stessi e agli altri bisogna mettersi a lavorare tutti insieme per mesi su poche pagine. Allora tutti sapranno scrivere come noi e non ci sarà più bisogno di rivolgersi a noi con venerazione come se fossimo toccati dalla grazia. Chiunque se vuole può avere la grazia di misurare le parole, riordinarle, eliminare le ripetizioni, le contraddizioni, le cose inutili, scegliere il vocabolo più vero, più logico, più efficace, rifiutare ogni considerazione di tatto, di interesse, di educazione borghese, di convenzione, chiedere consiglio a molta gente (sull'efficacia non sulla convenienza).

Alla fine la cosa diventa chiara per chi la scrive e per chi la legge. La lettera ai giudici è stata un dono che abbiamo ricevuto e abbiamo fatto. Prima di scriverla né io né i ragazzi sapevamo quelle cose. Le intuivamo né più né meno di quello che lei ha scritto di se stessa.

"Ero arrivata a capire da sola molte delle cose...".

Mi scusi, mi sono distratto, le stavo dando una lezione dell'arte dello scrivere che lei non mi aveva chiesto. Ma è che l'arte dello scrivere è la religione.

Il desiderio d'esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l'amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo s'intuiscono le fa trovare a noi e agli altri. Per cui esser maestro, esser sacerdote, esser cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa.

                                           Un saluto affettuoso ai suoi ragazzi.

                                                       Suo Lorenzo Milani

                                        Parroco di Barbiana Vicchio Mugello


Bibliografia

 

Nella presente bibliografia sono riportati i testi di e su don Milani con particolare riferimento al tema della nostra ricerca.. Non sono elencate altre opere consultate di carattere generale, molte delle quali sono già citate nelle note all’interno della tesi. Si sottolinea che un’ampia e dettagliata rassegna delle opere di e su don Lorenzo Milani (opere pubblicate in Italia e all’estero, articoli su don Milani o a lui collegati, tesi di laurea, opere teatrali e cinematografiche) è contenuta nella tesi di dottorato di Domenico Simeone, L’esperienza pastorale ed educativa di don Lorenzo Milani. Lo stato attuale della ricerca con particolare riferimento al periodo di S. Donato 1947-1954, A. A. 1990-91.

 

 

 

 

SCRITTI DI DON LORENZO MILANI

 

 

 

Franco, perdonaci tutti: comunisti, industriali e preti, in «Adesso», 15 novembre 1949, p. 9. (firmato: un prete fiorentino).

 

 

Natale 1950. Per loro non c’era posto, in «Adesso», 15 dicembre 1950, p. 3.

 

 

Lettera aperta ad un predicatore, in «Vita Cristiana», anno XXI, fasc. IV, novembre-dicembre 1952,  pp. 550-563.

 

 

Lettera dalla montagna, in «Il Giornale del Mattino», 15 dicembre 1955, p. 1.

 

 

Giovani di montagna e giovani di città, in «Il Giornale del Mattino», 20 maggio 1956, p. 3.

 

 

FERRINI BENITO, Ho aperto gli occhi, in  «Adesso», 1 ottobre 1958 [65].

 

 

Esperienze Pastorali, LEF, Firenze 1958.

 

 

I preti e la guerra. Diseredati e oppressi, in «Rinascita», 6 marzo 1965, p. 27.

 

 

Lettera ai giudici, Barbiana, 18 ottobre 1965 [66].

 

 

Lettera a una professoressa, LEF, Firenze 1967, (firmato: Scuola di Barbiana).

 

 

 

OPERE POSTUME DI DON LORENZO MILANI

 

 

 

Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, (a cura di M. GESUALDI), Mondadori, Milano, 1970.

 

 

Lettere alla mamma, (a cura di A. COMPARETTI MILANI), Mondadori, Milano, 1973.

 

 

Lettere in un’amicizia, (a cura di G. MELLI), LEF, Firenze, 1976.

 

 

Il Catechismo di don Lorenzo Milani, (a cura di M. GESUALDI), LEF, Firenze, 1983.

 

 

Alla mamma, Lettere 1943-1967, (a cura di G. BATTELLI), Marietti, Genova, 1990.

 

 

 

 

 

OPERE SU DON LORENZO MILANI

(In ordine cronologico)

 

 

 

E.  AGNOLETTI, Morte di un santo, in «Il Ponte», 30 giugno 1967, pp.699-700.

 

 

A.     VISALBERGHI, Polemico libro di don Milani contro la scuola che boccia, in «La Stampa», 2 luglio 1967, p. 12.

 

 

M. LODI, La scuola di Barbiana, in «Cooperazione Educativa», n. 8-9, agosto-settembre 1967, pp. 3-9.

 

 

G. GHIROTTI, L’antiscuola di Barbiana. Uno scontro., in «Comunità», ottobre 1967, pp. 22-25.

 

 

G. PECORINI, I ragazzi e i critici di don Milani, in «Comunità», ottobre 1967, pp. 26-30.

 

 

M. RAMAT, Immagini di Don Milani, in «Il Ponte», 3 dicembre 1967, pp.1628-1634.

 

 

AA.VV., Lorenzo Milani, un prete, in «Testimonianze», n. 12, 1967.

 

 

R. MAZZETTI, Don Milani e la ristrutturazione della scuola di base,  Morano, Napoli 1968

 

 

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[1] L. MILANI, Strumenti e condizionamenti dell’informazione, in G. PECORINI, Don Milani! Chi era costui?, cit. p. 381.

[2] P. BERTOLINI, Don Milani, tra pedagogia e antipedagogia, in AA.VV., Don Milani. Scuola e società, (a cura di Giuseppe Gatto), Atti del convegno di studio su don Milani, Palermo 13-15 maggio 1982, Cappelli Editore, Bologna 1983, p. 37.

[3] T. DE MAURO, Quel che c’era intorno a don Milani, in AA.VV., “Una mano tesa al nemico” L’arte di scrivere in don Lorenzo Milani, in «Segno», anno XXIII, n. 187, luglio-agosto 1997, p. 7.

[4] E. BALDUCCI, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, in M. GENNARI  (a cura di), Laterza, Bari 1995, p. 50.

[5] L. MILANI, Esperienze Pastorali, LEF, Firenze 1958, p. 239.

[6] L. MILANI, Lettera di don Lorenzo Milani a Dina Lovato, in «Note Mazziane», n. 2, aprile-giugno, p. 9. Copia del testo autografo della lettera è riportata in appendice.

[7] E. BALDUCCI, L’insegnamento di don Lorenzo Milani, in M. GENNARI  (a cura di), Laterza, Bari 1995, p. 6.

[8] Cfr. L. WITTGENSTEIN, Ricerche Filosofiche, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1967.

[9] La posizione dei Gesuiti riguardo all’estensione, nella seconda metà dell’ottocento, della lingua nazionale a tutto il territorio era questa: «… nel 1868 respingevano le proposte di estendere a tutti l’uso della lingua nazionale insistendo sulla ineluttabilità della distinzione tra i “branchi di zotici contadinelli” e “giovanetti di civil condizione” poiché “ogni studio che si mettesse a far apprendere quest’idioma [scil. l’italiano] e quella pronunzia alle classi infime del popolo, sarebbe per la massima parte e quasi totalità un lavar la testa all’asino”», in DE MAURO, Storia linguistica dell’Italia unita, Editori Laterza, Roma-Bari, 1986, p. 35.

[10] Lettera a don Palombo del 25 marzo 1955, in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani (a cura di GESUALDI, Michele), Oscar saggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1997, p. 47.

[11] E. GARIN, Intellettuali italiani del XX secolo, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. XXX.

[12] T. DE MAURO, Per la pedagogia dei non pedagogisti, in «Riforma della Scuola», anno XXXIII, n. 6-7, giugno-luglio 1987, p. 39.

[13] Ivi, p. 40.

[14] Cfr. intervento di Lucio Lombardo Radice, in G. ARFE’, T. DE MAURO, M. GUASCO, L. LOMBARDO RADICE, Quattro contributi per don Milani, in «Antologia Vieusseux» , giugno 1982, pp. 10-22.

[15] A. GRAMSCI,  I quaderni dal carcere, (Valentino Gerratana a cura di), Editori Riuniti, Roma 1971, nota IV del Quaderno II, p. 1377.

[16] Don Milani é stato accostato ad altri uomini di scuola, in particolare a Makarenko per qualche somiglianza con la concezione del carattere comunitario del processo educativo, messo a confronto con Freire che negli anni ’60 aveva posto il problema dell’alfabetizzazione come coscientizzazione del terzo mondo e aveva indicato nella parola un diritto e nella sua mancanza una causa dell’oppressione e intese l’educazione come responsabilizzazione e scambio culturale. A Freinet per la concezione della scuola come impegno politico e azione concreta e sociale espressa con linguaggio vicino a quello milaniano per contenuti e obiettivi convergenti. E’ stato avvicinato a chi, in Italia, alle idee di Freinet si ispirava e aveva contribuito a diffonderle e introdurle in Italia, cioè Mario Lodi, che conobbe personalmente don Milani e Albino Bernardini, entrambi esponenti attivi del Movimento di Cooperazione Educativa. Cfr. P. CRISTOFANELLI, Pedagogia sociale di don Milani, Dehoniane, Bologna, 1975.

Cesare Scurati, in un suo saggio in cui individua i caratteri della didattica milaniana, la definisce una didattica dell’educazione non dell’insegnamento, e la colloca nella didattica della povertà indicando come tale la «didattica che si definisce e si costruisce secondo caratterizzazioni tipiche in relazione al fatto di assumere il povero come destinatario dell’azione educativa» e all’interno di questa prospettiva indica tre riferimenti nella letteratura pedagogica: Pestalozzi soprattutto a Stans, Tolstoj a Jasnaia Poliana e le sorelle Agazzi nelle loro prime scuole materne. Le principali consonanze sono rintracciate sia nella consapevolezza che l’opera educativa si realizza in azioni concrete ed è rivolto storicamente ad un campione d’umanità ben preciso, sia nella rilevanza data all’apprendimento linguistico che in don Milani occupa il posto prioritario ma è presente in Pestalozzi nella sua concezione della “parola” come forma dell’intuizione e si ritrova nelle Agazzi con la loro “grammatica senza grammatica”. Cfr. C. SCURATI, La «Didattica» di don Milani, in «Pedagogia e Vita», n. 5, giugno-luglio 1982, pp. 453-464. [Ristampato in C. SCURATI, Incontri e messaggi. Fra critica pedagogica e memoria educativa., Editrice La Scuola, 1993 Brescia, pp. 146-159.]

Il pensiero linguistico di don Milani è stato interpretato in chiave sociolinguistica, le sue idee sono state confrontate con le teorie di Bernstein e Labov. Cfr M.A. CORTELLAZZO, T. MORA, M. SCORETTI, Il pensiero linguistico di don Milani, in A.A.V.V., Teoria e storia degli studi linguistici, Bulzoni, Roma, 1975, pp. 229-245.

[17] Sulla stessa linea ideologica della scuola di Barbiana in Italia sorsero altre esperienze simili e cronologicamente posteriori: la scuola 725, presso l’Acquedotto Felice a Roma, e il doposcuola di Cassego a Scurtabò presso La Spezia, entrambe guidate da preti don Roberto Sardelli e da don Sandro Lagomarsini.

In Spagna nel 1971, padre José Louis Corzo Toral ispirandosi alla pedagogia e alle tecniche educative della scuola di Barbiana ha fondato il Movimento educatores milanianos ed ha istituito a Salamanca la casa-scuola Santiago 1 per i ragazzi di campagna respinti negli istituti pubblici.

Molte delle indicazioni pedagogico-linguistiche derivanti dal pensiero milaniano si ritrovano negli stessi Programmi Ministeriali per la scuola elementare del 1985 e soprattutto nelle Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica.

[18] E. BALDUCCI, I nuovi ragazzi di Barbiana, in ID. L’insegnamento di don Lorenzo Milani, cit., p. 128.

[19] G. PECORINI, Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi, Milano 1996. E’ un contributo importante per un approfondimento aggiornato degli studi su don Milani. E’ fondamentale per il tema della coerenza che l’autore mette in evidenza dalla prima fino all’ultima pagina con profondo rispetto per l’uomo, il prete, l’amico, il maestro. Vi sono pubblicati molti inediti importanti ed elencate e commentate dettagliatamente le numerose e confuse pubblicazioni degli scritti milaniani. L’autore indica inoltre molti possibili sviluppi di ricerca sul pensiero di don Milani.

[20] Ivi, p. 94.

[21] Ivi, p. 96.

[22] Ivi, p. 103.

[23] POSTIGLIONE R., Lingua storia letteratura. L’esperienza di don Milani. Tesi di laurea discussa il 3 dicembre 1993.

[24] G. PECORINI, Don Milani! Chi era costui?, cit., p. 121.

[25]  Ivi, p. 98.

[26] M. YUNUS, Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, 1999, pp. 19-22.

[27] Cfr. R. BERARDI, Lettera a una professoressa. Un mito degli anni sessanta, Shakespeare and Company, Milano 1992, e Cfr. A. SCHINA (a cura di), Don Milani un cattivo maestro degli anni ’60 o un intellettuale antimoderato?, in «Notiziario del Centro di Documentazione di Pistoia», n. 128, gennaio 1993.

[28] H. GARDNER, Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli editore, Milano 1998, pp. 9-10.

[29] Località in provincia di Cremona.

[30] Lettera a Mario Lodi del 2 novembre 1963, in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani, cit., p. 172.

[31] Don Milani, che non conosceva i metodi del Movimento di Cooperazione educativa e, anzi, si trovava su posizioni diverse, non accettò subito la proposta di collaborazione del maestro Lodi. S’impegnò però, a leggere i libri del M. di C. E. per approfondirne le tematiche, solo dopo avrebbe preso una decisione.

[32] Registrazione di una conversazione del maestro Mario Lodi con Renato Francesconi del 29 novembre 1971, in P. CRISTOFANELLI, Pedagogia sociale di don Milani, cit. p. 233.

[33] L. MILANI, Strumenti e condizionamenti dell’informazione, in G. PECORINI, Don Milani! Chi era costui?, cit., p. 372.

[34] SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una Professoressa, cit., p. 94.

[35] L. MILANI, Strumenti e condizionamenti dell’informazione, in G. PECORINI, Don Milani! Chi era costui?, cit., p. 364.

[36] SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una Professoressa, cit., p. 21.

[37] Ivi, p. 20.

[38] L. MILANI, Esperienze pastorali, cit., p. 171.

[39] La cartolina è stata definita da Aldo Visalberghi: “una specie di balbettamento grafico”, in  A. VISALBERGHI, I «disgraziati disgraziati» di don Milani, cit. p. 371.

[40]  L. MILANI, Esperienze pastorali, cit., p. 170.

[41] Cfr. ivi, pp. 176-178, e pp. 158-161 di questo studio.

[42] Cfr. ivi, pp. 310-324.

[43] N. VECCHIO ,Dal dominio della parola all’arte di scrivere, in AA.VV., “Una mano tesa al nemico” L’arte di scrivere in don Lorenzo Milani, in «Segno», cit., p. 39.

[44] Lettera a Mario Lodi del 2 novembre 1963, in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani, cit., p. 172.

[45] L. MILANI, Strumenti e condizionamenti dell’informazione, in G. PECORINI, Don Milani! Chi era costui?, cit., p. 365.

[46] Ivi, pp. 365-366.

[47] Cfr. T. DE MAURO, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, Roma 1985, (I Ed. 1980), pp.  147- 170.

[48] SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una Professoressa, cit., pp. 18-19.

[49] L. MILANI, Strumenti e condizionamenti dell’informazione, in G. PECORINI, Don Milani! Chi era costui?, cit., p. 357.

[50] SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una Professoressa, cit., p. 133.

[51] Ivi, pp.  125-127.

[52] «Qui s’è ripreso il lavoro alla lettera dopo la parentesi dell’alluvione. S’è buttato tutto all’aria e ricucito a forbici e colla. Ora si tenta di rifarlo scorrere dopo tutte queste operazioni chirurgiche che rassodano e danno unità di fondo ma spezzettano e danneggiano in vario modo la scorrevolezza», lettera a Franco Gesualdi del 15 novembre 1966, in ISR Fondo Milani, b. Lettere a Franco Gesualdi, in L. MILANI, Alla mamma, Lettere 1943-1967, cit., p. 471, nota 1.

[53] «A prima vista la scrittura collettiva sembra un metodo per insegnare a scrivere. In realtà è una proposta di lavoro per chi desidera esprimere non opinioni personali, ma fatti ed idee che si avvicinano alla verità. Per chi cerca non l’affermazione del proprio stile personale, ma la comunicazione.», in F. GESUALDI, J. L. CORZO TORAL, Don Milani nella scrittura collettiva, cit., p. 7.

[54] «I miei eroici piccoli monaci che sopportano senza un lamento e senza pretese 12 ore quotidiane feriali e festive di insopportabile scuola e ci vengono felici non sono affatto eroi, ma piuttosto dei piccoli svogliati scansafatiche che hanno valutato (e ben a ragione) che 14 o anche 16 ore nel bosco a badar pecore son peggio che 12 a Barbiana a prender pedate e voci da me. Ecco il grande segreto pedagogico del miracolo di Barbiana. Ognun vede ch’io non ci ho merito alcuno e che il segreto di Barbiana non è esportabile né a Milano né a Firenze. Non vi resta dunque che spararvi.», lettera ad Elena Brambilla del 28 settembre 1960, in L. MILANI, Lettere di don Lorenzo Milani, cit., p. 137.

[55] «L’estensione della verità in cui crede è molto grande comprende non solo la verità della Rivelazione ma anche le umili verità della vita comune, della realtà quotidiana, le verità del mondo o del “secolo”», in A. VISALBERGHI, I «disgraziati disgraziati» di don Milani, cit. p. 370.

[56] Lettera a Dina Lovato del 16 marzo 1966, in «Note Mazziane», n. 2, aprile-giugno, 1977, p. 9.

         [57] Prefazione di Giorgio Pecorini, in A. BENCIVINNI,  Don Milani. Lingua, cultura e scuola con antologia di scritti linguistici., Edizioni della Battaglia, Palermo 1999, p. 3.

[58] Ivi, pp. 3-4.

[59] L. L. RADICE, Un’esperienza chiave di avanguardia e di rottura, in M. LANCISI, Don Lorenzo Milani dibattito aperto, cit., p. 349.

[60] G. P. MEUCCI, Non fuggì in alcun modo dalla realtà presente, in AA.VV., Testimonianza su don Milani, cit., pp. 15-16.

[61] P.P. PASOLINI, Don Lorenzo Milani: «Lettere alla mamma» (o meglio «Lettere di un prete cattolico alla madre ebrea»), in ID., Scritti corsari, cit., p. 124.

[62] Intervento di Pier Paolo Pasolini alla Casa della cultura di Milano durante il convegno del 17-18 ottobre del 1967, in M. LANCISI, Don Lorenzo Milani dibattito aperto, cit., p. 182.

[63] E. BALDUCCI, Attualità inattuale di Lorenzo Milani, in ID., L’insegnamento di don Lorenzo Milani, cit., pp. 40-50.

[64] I riferimenti relativi alle fotografie e ai testi utilizzati in ciascuna tavola si trovano nell’indice delle immagini.

[65] La lettera fu scritta da don Milani.

[66] Il testo fu reso noto durante il processo e pubblicato in molti quotidiani. I documenti del processo sono stati pubblicati  in L’obbedienza non è più una virtù, LEF, Firenze, 1969. Vi sono state altre pubblicazioni, la più recente è L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, (a cura di C. GALEOTTI), Stampa alternativa, Roma, 1998.

 

 

[67] Il volume è stato ristampato nel 1993 nella Biblioteca Universale Rizzoli, collana Supersaggi con il titolo Vita del prete  Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo.