Antonio Labriola e la sua università

In occasione del centenario della morte di Antonio Labriola, ecco dove è possibile vedere la sua mostra, ospite in due sedi a Roma.

Tra tutti i modi d’intendere la valorizzazione, nell’ambito degli archivi, il più naturale e immediato è quello di concorrere alla celebrazione degli anniversari, di cui il nostro Paese è particolarmente ricco. E proprio su questo terreno si contano alcune delle esperienze più significative intraprese dall’Archivio centrale dello Stato nell’ormai trentennale attività di promozione, inaugurata nel 1977 con la mostra per il 50° dell’assassinio di Giacomo Matteotti.

Mostra centenario Labriola
Mostra centenario Labriola, Carlo Azeglio Ciampi- (Credit: Ansa Foto)- (Cultureducazione.it)

Quell’iniziativa pionieristica fu poi seguita da molte altre, tra cui la mostra per il centenario della morte di Giuseppe Garibaldi (1982), per il quarantesimo della Nascita della Repubblica (1987), fino a quelle più recenti su Giuseppe Emanuele Modigliani (1997), sul centenario della fondazione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (L’Italia in corpo otto , 1998) e sui fratelli Rosselli (2002).

Senza dimenticare le mostre per l’acquisizione di nuovi archivi di uomini politici (Ugo La Malfa, Pietro Nenni, Ferruccio Parri), o di enti di grande rilievo: l’EUR (da cui scaturì la mostra Utopia e scenario del regime di un regime del 1987) e la SOGENE, per esempio. E ricordando, infine, le iniziative di acquisizione di importanti archivi di architetti italiani contemporanei (Plinio Marcono, Gaetano Minnucci, Luigi Moretti, G.B. Dilani) che hanno contribuito a creare le premesse per la recente mostra su Adalberto Libera, in collaborazione con la DARC e il Centre Pompidou.

È in questo contesto di iniziative promozionali e divulgative che s’inserisce a pieno titolo la mostra su Antonio Labriola nel centenario della morte, avvenuta a Roma il 2 febbraio del 1904, che si presenta articolata in altre due sedi, oltre all’Archivio centrale: l’Archivio di Stato di Roma e la Facoltà di Filosofia dell’Università “La Sapienza”.

La mostra su Antonio Labriola

La mostra presenta almeno tre motivi d’interesse e di originalità. In primo luogo la stessa scelta di riaccendere i riflettori su un personaggio della nostra storia culturale e politica sul quale negli ultimi decenni è calato un ingiusto silenzio (per cui sembrerebbe giustificato l’interrogativo di Adorno: «Ma chi fu questo Labriola?»). Poi il coinvolgimento nell’iniziativa di tre istituti che a diverso titolo conservano documentazione su Antonio Labriola e le sue multiformi attività.

Infine l’utilizzazione di una cospicua documentazione in gran parte inedita, in particolare per quanto concerne quella proveniente dall’Archivio centrale, che consentirà di approfondire la conoscenza del personaggio e della sua attività, ma anche di rilanciare gli studi su di lui. A questo proposito basti ricordare le serie dei fascicoli del personale del Ministero della Pubblica Istruzione (1860-80) e seguenti, che consentono di chiarire molti passaggi della carriera professionale e di Labriola, ma anche i suoi rapporti all’interno del mondo universitario ed i contributi che egli diede agli studi sull’organizzazione scolastica. Poi quelle del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione, al quale collaborò a lungo.

Partito socialista italiano
Partito socialista italiano- (Credit: Ansa Foto)- (Cultureducazione.it)

Ma anche le carte del Ministero dell’Interno per il Labriola socialista è portavoce in Italia e nel mondo del marxismo riletto alla luce di quella scuola hegeliana napoletana alla quale egli si era formato. Senza tralasciare le infinite tracce che di lui si possono trovare nei tanti carteggi privati di quegli anni che l’Archivio centrale conserva: tracce alle quali, soprattutto negli ultimi anni, quando il cancro alla gola gli precluse quell’insegnamento e quell’uso della parola che tanto gli era congeniale, affidava i suoi ultimi spunti polemici.

Uno dei tratti caratteristici di questo personaggio, che negli anni cinquanta e sessanta veniva, a giusto titolo, chiamato il “padre del marxismo italiano”, era di affidare per lo più a conferenze, lezioni, articoli e lettere il meglio delle sue riflessioni, mentre era piuttosto reticente a mettere mano ad opere sistematiche e di lunga lena.

Basti pensare che uno dei suoi saggi più famosi sulla concezione materialistica della storia fu scritto per esempio in forma di lettere a George Sorel. Ma anche le sue polemiche più feroci con Croce e con la sua critica del marxismo si trovano nelle lettere. Come anche le osservazioni più interessanti sui nascenti movimenti socialisti, in Italia e all’estero, si trovano nelle lettere ad Engels, a Kautsky e ad altri esponenti della Seconda Internazionale, piuttosto che in specifiche elaborazioni teoriche.

Labriola insomma, da buon socratico, come nella mostra viene ricordato, preferì sempre riflettere dialogando, confrontandosi con gli interlocutori interessati e capaci di ribattere piuttosto che affidare le sue tesi a opere organiche e sistematiche. In particolare negli ultimi anni, come si è detto, quando il tumore alla gola lo costrinse ad affidare alle lettere la maggior parte dei suoi contatti.

Proprio per questa ragione l’ultima tappa importante degli studi su Labriola venne segnata quasi vent’anni fa con la pubblicazione di un’edizione critica dei suoi carteggi (Editori Riuniti, n. 3 voll., pp. 1020, 1983), nei quali si poterono finalmente trovare riunite le lettere ai principali corrispondenti: Bertrando Spaventa, Eduard Bernstein, Karl e Luise Kautsky, Benedetto Croce, Filippo Turati, Giovanni Gentile e così via.

Accanto ai nomi noti dei ‘grandi’ corrispondenti si trovano però anche i nomi degli innumerevoli personaggi della politica, della cultura, del giornalismo, del mondo universitario con i quali Labriola dialogava sempre con la “gioia della ricerca” e con “il coraggio della verità”, come egli stesso amava affermare. E spesso in queste lettere minori si trovano spunti e riflessioni generali capaci di chiarire il pensiero, spesso ellittico, ma sempre ipercritico e non ortodosso del padre del marxismo italiano, ma anche punto cruciale della cultura italiana tra Otto e Novecento.

Già i curatori dell’epistolario avvertivano nel 1983 che, nonostante la mole della documentazione raccolta, molte altre lettere si trovavano ancora sepolte in archivi pubblici e privati, come è emerso dalla nuova edizione del carteggio che è in corso di uscita, a cura di S. Miccolis, presso Bibliopolis, ma come emergerà ulteriormente dalla documentazione raccolta per la mostra in occasione del centenario della morte.

Proprio alcuni degli inediti, solo parzialmente pubblicati due anni o sono, provengono da un archivio personale conservato presso l’Archivio centrale dello Stato che rientra tra quelle fonti di personaggi minori che si rivelano però essenziali per ricostruire personaggi con cui hanno avuto rapporti.

Il caso a cui voglio riferirmi è quello dell’archivio personale di Carlo Fiorilli, un direttore generale del Ministero della Pubblica Istruzione, amico prima del padre di Antonio Labriola (anch’egli insegnante) e poi di Labriola stesso, con il quale il filosofo ha uno scambio di ben 164 lettere (prevalentemente legate a problemi di carattere personale) tra il 26 aprile del 1878 e il 29 marzo del 1903.

Tra le tante note più o meno burocratiche vi sono però delle vere e proprie ‘gemme’, capaci di illuminare aspetti importanti della personalità di Labriola. Tra i tanti possibili esempi, solo tre brevi citazioni.

La prima riguarda una lettera del marzo 1897 nella quale Labriola polemizza con il ministro della Pubblica istruzione, Emanuele Granturco, per la censura che gli fu data per il discorso pronunciato alla sapienza il 14 novembre 1896 su L’università e la libertà della scienza , e si dissocia dalle dimostrazioni studentesche avvenute per protesta, ribadendo il suo interesse esclusivo all’insegnamento. («Politicamente io non mi occupo che di socialismo: e questo, come sapete a scadenze secolari […] Anche il signor socialismo lo tratto come si merita – cioè come quella tal cosa che è di tutti e di nessuno, che lo farà la storia, della quale, veramente, nessuno è il proprietario, dopo che fu decapitato anche Messer domineddio […]»).

Nella seconda, del settembre 1900, Labriola spiega, in polemica con il ministro Niccolò Gallo, perché sia necessario l’insegnamento del tedesco nei licei («[…] lo Stato ha il dovere di fare insegnare da semplici maestri il tedesco in quanto lingua, perché la classe degli studenti di università non rimanga sequestrata da ¾ della cultura moderna […] ecco perché alcuni anni fa […] finii per dire: ‘qui in Italia abbiamo un solo diritto accertato […] il diritto all’ignoranza’»).

Nella terza, infine, scritta in punta d’ironia negli stessi mesi, Labriola racconta i guai che sono derivati a lui e ai figli dall’omonimia con l’allora giovane sindacalista rivoluzionario (e poi professore e deputato) Arturo Labriola («Questo Arturo è la mia disperazione da parecchi anni […] Nel 1894 lo vogliono mandare a domicilio coatto e io ricevo le condoglianze […] Nel 1898 è condannato dai tribunali militari e fugge in Francia ed io sono compatito! […] A farla breve perfino in Russia lo tengono per mio figlio […]»).

Sono solo tre esempi, che potrebbero essere moltiplicati, ma sufficienti a dare un’idea della ricchezza di materiali, ancora largamente inediti che possono essere trovati su un personaggio che merita di ritornare al centro dell’attenzione degli studiosi della cultura, ma anche degli storici. Se questa mostra sarà servita a riaprire questa riflessione e ad indicare nuove piste di ricerca nella documentazione, si potrà dire che avrà raggiunto esattamente l’obiettivo che si era prefisso.

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