J. L. LAVILLE - L’ECONOMIA SOLIDALE - Bollati Boringhieri – 1998

Remotti Renzo

 

 

L’aumento del tasso di disoccupazione, l’esclusione dalla società di una sempre maggiore fetta di popolazione adulta e giovanile, il divario tra Paesi ricchi e poveri, l’aumento dell’immigrazione e della micro – criminalità sono solo alcuni degli indici delle insufficienze dell’economia di mercato. I difetti del mercato sono stati messi in evidenza già nel primo ventennio del ‘900 e la grandi crisi mondiale del ’29 fu probabilmente un importante allarme, di quali distorsioni possa produrre la “mano invisibile”. Tuttavia nell’ultimo decennio i semi della crisi sono diventati meno evidenti, ma certo non meno gravi.

Non si registrano più crolli dei mercati finanziari, anche grazie ai meccanismi internazionali correttivi, ma non si è riusciti a eliminare le disuguaglianze sociali. Non si può più rimandare la ricerca di modelli che tentino di riconciliare il sociale con il mercato. L’economia solidale, proposta da J. L. Laville, è uno dei paradigmi alternativi, modello che può essere proficuamente usato anche per una pedagogia alla solidarietà.

Il lavoro dello studioso francese si divide in tre parti. Nella prima si delineano alcune considerazioni teoriche sull’economia di mercato e dei suoi limiti. Nella seconda si presentano alcune esperienze concrete di economia solidale, mentre nell’ultima parte si tracciano alcune conclusioni.

Dal paradigma dominante della scienza economica il mercato viene visto come il punto d’arrivo di una lunga evoluzione dei sistemi commerciali.

Karl Polanyi, sociologo ed etnologo, ha scritto un ricco studio comparativo, con cui, al contrario, del paradigma dominante è riuscito a dimostrare con dovizia di esempi antropologici che l’economia di mercato è solo uno dei sistemi di scambio possibile. Secondo lo studioso bisogna distinguere quattro differenti principi, su cui si fondano tutti i sistemi economici, ciascuno con caratteristiche ben distinte e definite. Il principio dell’amministrazione domestica si basa sul gruppo chiuso, quale la famiglia o il villaggio clanico. In questo modello tutto ciò che viene prodotto, è interamente consumato in seno ai membri del gruppo. Di conseguenza il sistema dell’immagazzinamento è il sistema necessario per il funzionamento dell’economia stessa.

La reciprocità stabilisce il principio per cui ogni dono deve essere seguito da un controdono. E’ come se ogni cessione di beni ponesse in essere una vera e propria obbligazione, che dà vita a propria volta a un altro obbligo e così via.

Nella redistribuzione tutta la produzione viene affidata ad un’Autorità, che ha il compito di distribuirlo alla comunità. In quest’ultimo modello le autorità economiche e politiche si confondono, in quanto la tribù, il despota o lo Stato si serve dell’economia per accrescere il proprio potere politico.

Infine abbiamo il mercato, inteso come luogo di incontro tra domanda e offerta. Il punto di massima efficienza è rappresentato dall’equilibrio tra domanda e offerta. In realtà nei sistemi economici, almeno fino al secolo XVII, convivono i tre principi dell’economia domestica, della reciprocità e della redistribuzione. Con il XVIII secolo il mercato ha tentato di dare un ordine sociale agli scambi commerciali e più in generale al sistema mercantile nel suo complesso, in seno a comunità ove il disordine era la regola. Dato che, in base a uno dei principi fondamentali di A. Smith, nessuna autorità è in grado di controllare la società, il motore di tutte le attività non può che essere costituito dall’interesse privato. Saranno i singoli soggetti che promuoveranno lo sviluppo del sistema. E’ l’uomo libero che stabilisce il proprio destino di ricchezza o povertà.

Per altro l’economia tradizionale non viene del tutto spazzata via. Si pensi che tra il 1906 e il 1946 in Francia il 55 e il 49 % dell’economia è ancora rappresentata dalla tradizionale. E’, perciò, un mito il cosiddetto trionfo del mercato e dell’individualismo, da cui è inevitabilmente caratterizzata la concorrenza. Nessuna comunità può sopravvivere a lungo senza dialogo, senza cioè uno scambio di idee tra tutti i suoi membri. Fin dalla metà del XIX secolo si iniziano a formare degli spazi pubblici, caffè, circoli etc., dove tutti i cittadini si possono riunire e parlare. In un primo tempo questi luoghi sono frequentati solo dall’alta borghesia o da intellettuali come locali di svago. Nei caffè si gioca a carte, si discute di cultura e politica, si formano movimenti letterari – si pensi a Verri -, ma i problemi del lavoro o sociali difficilmente vengono affrontati.   

Ben presto quest’uso si diffonde a tutti i cittadini, senza più distinzioni di ceto e l’argomento coinvolge i problemi più urgenti e vicini a queste fasce sociali, come il salario, l’orario di lavoro etc. Si può dire che i primi movimenti operai si formano in questo periodo.

Da questi spazi pubblici popolari alle prime società di mutuo soccorso il passo è breve. I primi riformatori sociali iniziano a diffondere le proprie idee. E. Cabet auspica la creazione di organismi che regolino le libere iniziative dei cittadini. L. Blanc vorrebbe annullare del tutto la concorrenza fondando il lavoro sul principio della fraternità. L’economia solidale in senso stretto ha vita breve, in quanto il movimento associazionistico viene represso duramente. Emerge, perciò, a poco a poco un’economia sociale fondata sul diritto sociale. Quest’ultima forma di economia si prefigge di valutare con maggior attenzione il problema della povertà. Partendo dalla constatazione che il mercato non è riuscito a eliminare le disuguaglianze – anche perché questo non era il suo obiettivo – gli studiosi focalizzano l’attenzione sulla redistribuzione, piuttosto che sull’accumulazione di capitale. Lo strumento prescelto è la cooperativa, una forma di società di capitali che ha lo scopo di dividere il prodotto tra tutti i membri. Lo Stato deve intervenire sull’economia, anzi secondo L. Bourgeois il mancato intervento porterebbe alla violazione di un preciso obbligo di coscienza. Di conseguenza l’economia sociale non si fonda sul libero gioco di domanda e offerta, ma sul diritto.

Dimenticare il sociale, significa aver eliminato l’idea di base che, innanzitutto, bisogna incentivare l’economia pluralista. Non esiste solo il luogo mercato, ma anche il sociale, il mutuo aiuto e via discorrendo.

D’altro canto non si può negare l’emergere della Società civile rispetto allo Stato in relazione alla solidarietà. Con ciò si intende concludere che il contratto sociale implica anche l’idea della solidarietà.

La seconda parte del libro riporta alcune esperienze di economia solidale in Francia e in Italia. Fin dagli anni ’60 in Francia vennero organizzati i servizi di prossimità. Si tratta di servizi sociali di varia natura. Si va dai servizi a domicilio ora a favore dell’infanzia ora di persone anziane, fino all’organizzazione di asili nido per i bambini di madri lavoratrici. L’esperienza francese dimostra che l’economia solidale ha creato un certo sviluppo per occupazioni modeste ( infermiere non professionali etc.), ma ha fallito per l’impiego di lavoro più qualificato, ancora orientato sul mercato.

Analoghi effetti si sono verificati in Italia, dove furono istituite le cooperative sociali. Secondo il nostro ordinamento esistono due differenti cooperative. La cooperativa di tipo A è simile ai servizi di prossimità francesi, mentre quelle di tipo B hanno il fine di inserire nel mondo del lavoro disoccupati o persone svantaggiate. La legge del 1991 ha inoltre per la prima volta dettato norme generali per questa entità giuridica. E’ stato istituito un registro delle cooperative e sono stati prefissati gli organi necessari. Il primo aprile 1992 è stato firmato il primo contratto collettivo per i lavoratori nelle cooperative. Si tratta di un passo avanti, in quanto la cooperativa è stata riconosciuta come impresa produttrice di lavoro e ricchezza. Questa sfida ha avuto un buon successo se si pensa all’affermazione di Exodus, cooperativa di tipo B.

L’ultima parte del libro definisce gli obiettivi ultimi che dovrebbe raggiungere questo tipo di economia. La solidarietà mette in crisi tutte le forme di organizzazione politiche conosciute fino ad oggi. Non è certo più proponibile lo Stato centralizzato. La struttura gerarchica e piramidale, tipica di questa forma costituzionale, comporta una serie svariata di disservizi a causa delle inevitabili difficoltà informative tra Centro e Periferia e dell’inefficacia delle politiche sociali, che provoca questo gap conoscitivo. D’altra parte anche un ampio decentramento non è auspicabile, perché provoca spesso profonde diseguaglianze nell’erogazione dei servizi sociali nell’ambito delle differenti parti del territorio. La proposta è costituire degli spazi pubblici, in seno ai quali possa instaurarsi una viva negoziazione tra le parti. E’ inevitabile che si determini una separazione tra retribuzione e lavoro e una sorta di connubio tra economia monetaria e non monetaria. La cooperativa sociale in Italia è un esempio di questa soluzione, in quanto vi lavora sia personale retribuito sia volontario. Il modello, a cui si dovrebbe ispirare l’economia solidale è “l’integrazione autoregolata”, modello secondo A. Gorz in grado di creare una sorta di contrattazione organizzativa. Mentre nell’economia eteronoma l’organizzazione preesiste all’individuo e quest’ultimo si deve limitare a ricoprire funzioni già costituite, nel modello dell’integrazione autoregolata l’organizzazione è creata dagli stessi individui e frequentemente modificata.

Inoltre non si può non potenziare il Terzo Settore, rendendo, per esempio, obbligatorio il lavoro nei servizi sociali tutti gli esclusi o perché emarginati o per loro scelta.

Il libro presenta nel complesso molte importanti novità e cerca di “economizzare” un discorso delicato quale è indubbiamente la solidarietà. Manca, tuttavia, un fondamento teorico più solido, in modo tale da fornire ai decisori di politica sociale una guida.

Probabilmente le difficoltà che incontrano interventi nel mondo del sociale sono da ricollegare a questa lacuna. Bisogna superare la fase spontaneistica e iniziare a pianificare una politica sociale sull’economia solidale. Un aspetto che non viene affrontato è, inoltre, il problema del coinvolgimento attivo di chi riceve i benefici degli interventi. Molto spesso lo “svantaggiato” viene considerato come persona che ha bisogno di tutela e sistematicamente escluso dalle decisioni che coinvolgono il suo futuro. Al contrario il primo passo per l’inserimento sociale di queste persone è restituire loro la possibilità di scegliere, seppur con tutti gli aiuti necessari a questo scopo.