Università degli Studi di Roma

“La Sapienza”

 

Facoltà di Filosofia

 

Corso di laurea in Filosofia

                                                                                                                             

 

Relatore: chiar.mo Prof. Giorgio Cadoni

 

 

Correlatore: chiar.mo Prof. Nicola Siciliani de Cumis                   

 

 

 

Candidata: Annalisa Napoleoni                                        

Matricola: 50131966

 

 

Anno accademico 2001/2002

 

LA FORMAZIONE

 

DEL PENSIERO POLITICO

 

DI NOAM CHOMSKY

 

 

 

ANALISI DEGLI SCRITTI DAL 1966 AL 1969

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

LA FORMAZIONE DEL PENSIERO POLITICO DI NOAM CHOMSKY

Analisi degli scritti dal 1966 al 1969

 

 

 

Introduzione………………………………………………………………………9

 

 

Capitolo I.  ALCUNE RIFLESSIONI INTRODUTTIVE SULLA FILOSOFIA POLITICA CHOMSKIANA…………………………….17

       I.         1.  Il metodo filosofico di Noam Chomsky……………………………….19

       I.         2.  I fondamenti teorici della filosofia politica di Noam Chomsky……….26 

 I.         3.  Tematiche principali e fortuna critica degli scritti chomskiani………..41

 

 

Capitolo II. IL 1966: I PRIMI ARTICOLI POLTICI…………………..45

II.        1.  Cenni biografici……………………………………………………..….47

II.        2.  La guerra del Vietnam e il movimento per la pace…………………….54

II.                        3.  La responsabilità degli intellettuali…………………………………….61

II.        4.  Alcune riflessioni sugli intellettuali e la scuola…………………………….73

 

 

Capitolo III. IL 1967: IL VIETNAM E GLI INTELLETTUALI………..85

       III.      1.  Dibattito su La responsabilità degli intellettuali…………………………..87

                 III. 1. a. Risposta di Noam Chomsky a G. Steiner…………………………88

                 III. 1. b. Risposta di Noam Chomsky a F. Calhoun,

                               E.B. Murray e A. Dorfman…………………..……………………95

III.        2.  Due recensioni: The bitter heritage e The logic of withdrawal…….……...98            

                       III. 2. a. L’amara eredità……………………………………………………98

                       III. 2. b. La logica della ritirata……………………………………………104

III.        3.  Il pacifismo rivoluzionario di A.J. Muste………………………………..112

III.        4.  Sulla resistenza…………………………………………………………..117

       

 

Capitolo IV. IL 1968: IL MOVIMENTO DI PROTESTA……………123

IV.       1.  Ancora sulla resistenza……………………………………………….126

      IV.       2.  Obiettività e cultura liberale………………………………………….135

      IV.       3.  Il movimento studentesco e la protesta contro la guerra……………..148

                       IV. 3. a. La rivolta degli studenti……………………………………..149

                       IV. 3. b. Riflessioni su un processo politico………………………….157

      IV.       4.  Prospettive politiche per gli anni settanta……………………………165

 

 

Capitolo V. IL 1969: LE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA CAPITALISTICO………………………………………………………………175

      V.       1.  I nuovi mandarini……………………………………………………..178

                       V. 1. a. Introduzione in American Power and the New Mandarins…..182

                       V. 1. b. Epilogo in American Power and the New Mandarins……….186

                       V. 1. c. La situazione politica attuale negli Stati Uniti……………….189

      V.       2.  Nazionalismo e conflitto in Palestina…………………………………195

      V.       3.  La funzione dell’università in un  periodo di crisi……………………201

      V.       4.  Linguistica e politica………………………………………………….209  

 

 

Appendice: Contributo personale di Chomsky al presente lavoro…….…………………………………………………………………………215

 

Biobliografia:……………………………………………………………………..223

Nota tecnica…………………………………………………………………………..225

Rassegna bibliografica dei principali testi politici di Noam Chomsky…………………………………………………………………………….229

Bibliografia degli articoli politici di Noam Chomsky……………………..………..268

 

Bibliografia delle fonti primarie: testi politici di Noam Chomsky dal 1966 al 1969…………………………………………………………………………………..296

Bibliografia della produzione politica libraria di Noam Chomsky dal 1970 a oggi………………………………………………………………………………….301

Opere di carattere generale………………………..……………………….………..307

 

 

 

Sitografia ………………………………………………………………………...309

 

 

 

Indice delle illustrazioni……………………………………………………….311

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

 

 

 

Noam Chomsky è uno dei principali protagonisti dell’evoluzione culturale del secolo scorso. I suoi studi linguistici costituiscono una pietra miliare nella storia della scienza cognitiva: con un’impostazione razionalistica risalente a Platone e a Cartesio, Chomsky “asserisce che la conoscenza ha una struttura profonda di natura esclusivamente logico-sintattica, basata su regole di manipolazione simbolica, indipendente dalle particolari modalità di implementazione dei processi di elaborazione e di utilizzo della conoscenza. Tale struttura profonda è universale e può essere scoperta attraverso un’analisi logica dei comportamenti cognitivi effettivamente osservati.”[1] Chomsky applicherà questo principio allo studio del linguaggio formulando la teoria della grammatica generativa, secondo la quale alla base delle diverse varietà delle produzioni linguistiche esiste una struttura profonda, consistente nella struttura logica della frase, che è uguale per tutti gli esseri umani. L’anno 1957, in cui viene pubblicato per la prima volta Syntactic Structures, costituisce il punto che segna una svolta nella linguistica del ventesimo secolo: Chomsky congeda l’intero approccio comportamentista[2] (=behaviorista) risalente a Bloomfield, che aveva condizionato fino a quel momento tutti gli studi di filosofia del linguaggio, e traccia le basi per un nuovo corso della scienza linguistica.[3]

Bisogna aspettare il 1966 per assistere alla pubblicazione del primo articolo di interesse politico “The Responsability of Intellectuals”[4]: da questo anno in poi Chomsky manifesterà una sempre maggiore propensione verso tematiche socio-politiche, parteciperà a conferenze, scriverà articoli, pubblicherà libri e sarà testimone attivo di azioni di disobbedienza civile. La mole della produzione di interesse politico è così ampia che ne risulta difficile una classificazione completa: i contributi chomskiani a riviste in ogni parte del mondo, l’infinita quantità di materiale presente in internet, il gran numero di libri pubblicati e la sua quotidiana partecipazione ad ogni genere di attività a sfondo politico e sociale rendono difficile uno studio che miri all’esame della totalità dei suoi scritti.[5] Attualmente il lavoro di Noam Chomsky è tutto proteso verso questo tipo di interesse che assorbe la totalità delle sue energie.

Oggetto della nostra ricerca sarà l’analisi della formazione del pensiero politico chomskiano: si esamineranno quegli elementi che maggiormente hanno contribuito a suscitare un interesse tale da motivare l’impegno e la costanza di una vita votata all’analisi e alla critica della società contemporanea. A tal fine sono stati presi in esame tutti gli scritti di orientamento politico compresi negli anni 1966-1969, rispettivamente anno della pubblicazione del primo articolo e anno della pubblicazione del primo libro “American Power and the New Mandarins”, in cui la filosofia politica di Chomsky emerge in modo organico.

Obiettivo di questo studio è far emergere quali elementi della biografia del filosofo e del contesto politico e culturale degli anni ‘60 in America sono stati maggiormente rilevanti nello sviluppo del pensiero politico chomskiano: l’analisi dei primi scritti farà emergere come sotto un’apparente veste quasi giornalistica si celi una filosofia politica e un’interpretazione della storia ben delineate e cercherà di porre in luce quelle tematiche, quali ad esempio la responsabilità degli intellettuali all’interno della società occidentale, che, oltre a stimolare fortemente l’interesse del giovane Chomsky, andranno a formare il nucleo della sua filosofia politica e ad influenzare la stessa condotta dell’autore nel corso della sua vita.

Si procederà con l’analisi dei singoli scritti, ponendone di volta in volta in evidenza l’occasione della stesura, la vicenda editoriale, le maggiori tematiche presenti e il loro sviluppo nella produzione chomskiana successiva[6], tenendo presenti la biografia dell’autore e il clima politico degli anni sessanta in America. Si esaminerà, in particolare, la teoria della responsabilità degli intellettuali all’interno della società occidentale e il ruolo che questa tematica ha svolto nella filosofia e nella vita dell’autore.

All’analisi dei singoli articoli abbiamo anteposto alcune riflessioni introduttive sulla filosofia politica chomskiana, a nostro giudizio, necessarie perché lo studio degli scritti degli anni 1966-69 sia opportunamente compreso: come si farà notare in seguito, infatti, il metodo di analisi di Chomsky può fuorviare chi si imbatte nelle sue opere senza aver antecedentemente condotto uno studio approfondito su alcuni elementi fondanti la sua teoria e la sua concezione della filosofia e può impedire la piena comprensione del pensiero politico che soggiace alle diverse analisi del mondo contemporaneo, che l’autore propone. Abbiamo ritenuto, dunque, necessario soffermarci preventivamente sulla formazione filosofica di Chomsky, sul suo particolare modo di intendere il ruolo degli intellettuali e dei filosofi della politica, sui fondamenti teorici della sua teoria, su un possibile legame tra i suoi studi politici e linguistici e sulle tematiche più rilevanti che affronta, in modo da facilitare poi la comprensione dei singoli articoli analizzati e il loro inserimento nel giusto quadro teorico di riferimento.

Abbiamo, inoltre, individuato un “percorso tematico” all’interno del quale leggere i primi interventi politici chomskiani: come faremo notare più volte, in questi primi anni di attività l’autore mostra di aver affrontato tutte le tematiche che rimarranno a lui care nel corso della vita; abbiamo notato che se negli anni 1966 e 1967 le sue maggiori preoccupazioni sono rivolte al ruolo degli intellettuali e alla guerra del Vietnam, sul finire dell’anno 1967 e poi durante tutto il 1968 la sua attenzione sarà volta verso la società civile, il movimento di protesta e i possibili effetti e sviluppi che un tale fenomeno implica; infine nel 1969 l’autore sentirà l’esigenza di esplicitare ciò che ritiene essere alla base dei fenomeni da lui analizzati e concentrerà le sue energie in un’analisi sempre più approfondita della società capitalista e delle contraddizioni che, a suo giudizio, un tale sistema economico porta con sé. Tutti questi argomenti risultano, all’interno degli articoli, strettamente interrelati, ma seguono il percorso da noi indicato per la centralità che man mano assumono nello sviluppo del pensiero del nostro autore.

Quelle citate sono le tematiche principali che Chomsky affronta all’interno degli articoli presi in esame; ad esse sono legate numerose altre problematiche di non minore rilevanza: esamineremo, infatti, la critica chomskiana alle scienze sociali behavouristiche, la critica al sistema mediatico, l’analisi dell’istituzione scolastica e universitaria americana, il legame tra Chomsky e il MIT, la critica al liberalismo all’interno delle società occidentali e del bolscevismo, dall’autore costantemente accostati, l’analisi della situazione mediorientale, il rapporto tra sistema capitalistico e democrazia e capitalismo e diritti e molti altre tematiche, rilevanti per la comprensione del pensiero politico chomskiano. Ci soffermeremo, inoltre, sul pacifismo di Chomsky e sul suo concetto di rivoluzione, sulla sua posizione nei confronti del leninismo, sulla sua concezione della storia e ancora su altri temi di notevole rilevanza. All’interno del primo capitolo parleremo del rapporto tra Chomsky e Cartesio, von Humboldt, l’Illuminismo, Kant e il liberalismo classico e, ancora, analizzeremo la componente marxiana del pensiero chomskiano e la sua relazione con l’anarchismo. Nel secondo capitolo forniremo alcuni cenni biografici e un quadro generale del contesto politico americano durante la guerra del Vietnam, a nostro giudizio, importanti per la comprensione della formazione politica chomskiana.

I testi che abbiamo preso in esame risultano poco noti: si tratta di articoli degli anni sessanta pubblicati su riviste americane, la cui reperibilità non è risultata molto agevole. A causa di ciò si è ritenuto opportuno nell’analisi di ogni singolo testo procedere inizialmente con una parte espositiva che rendesse noto il contenuto dell’articolo. Le riflessioni critiche seguono questa parte e trovano posto in molti casi all’interno delle note, di cui, quindi, si ritiene necessario segnalare la notevole rilevanza.       

La letteratura critica sulla formazione del pensiero politico chomskiano è praticamente assente: se in ambito linguistico si dispone di un’infinità di materiale sia in Italia che all’estero, per ciò che riguarda la filosofia politica chomskiana sono consultabili pochissime opere inglesi, nessuna delle quali concernente specificamente i primi scritti[7].

Lo stesso reperimento delle fonti primarie (gli scritti di Chomsky dal 1966 al 1969) è risultato notevolmente problematico: attraverso una paziente e minuziosa indagine in internet si sono trovati articoli reperibili solamente all’interno degli archivi di alcune riviste americane degli anni sessanta, non sempre disponibili al pubblico gratuitamente; si sono dovuti richiedere quotidiani e riviste di difficile consultazione e trovare testi fuori commercio assenti dalle principali biblioteche[8].

Poiché la redazione della tesi è stata necessariamente preceduta da una ricognizione delle principali opere politiche di Chomsky e da una faticosa ricerca in internet, si è ritenuto utile, anche in vista di un suo eventuale sviluppo, pubblicarne i risultati in un’ampia sezione bibliografica.

Abbiamo, inoltre, ritenuto doveroso informare il professor Noam Chomsky del lavoro che stavamo conducendo sui suoi studi politici: pubblichiamo all’interno dell’appendice la risposta che egli cortesemente ci ha inviato, all’interno della quale il professore indica le linee guida sulle quali il suo pensiero politico si è formato durante il corso degli anni sessanta.        

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO I. ALCUNE RIFLESSIONI INTRODUTTIVE SULLA FILOSOFIA POLITICA DI NOAM CHOMSKY

 

 

 

 

Prima di procedere all’analisi degli articoli che Chomsky scrisse nell’arco di tempo che va dall’anno 1966 al 1969, periodo in cui riteniamo che il pensiero politico dell’autore giunga alla piena formazione, risulta necessario, proprio a causa di alcune caratteristiche del pensiero chomskiano, che ci apprestiamo a chiarire, esporre brevemente le linee generali della sua filosofia politica. Riteniamo necessario, perché l’analisi degli scritti chomskiani che segue possa essere pienamente compresa e opportunamente inserita all’interno di un quadro terico di riferimento ben delineato, esporre alcune riflessioni generali sulla filosofia politica chomskiana, che considerino la peculiarità del metodo di analisi filosofica adottato da Chomsky, i fondamenti teorici principali del suo pensiero, le maggiori tematiche affrontate dall’autore e la fortuna critica che godone le sue opere politiche rispetto ai suoi studi linguistici. Sarà affrontato inoltre anche il tema, che sarà ripreso all’interno dell’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo del presente lavoro, relativo ad un possibile legame che possa essere istituito tra il pensiero politico e gli studi linguistici dell’autore. Ad un approccio superficiale gli scritti chomskiani potrebbero sembrare incentrati su tematiche determinate e potrebbe sfuggire la teoria politica che si cela dietro di esse. Obiettivo di questo capitolo, che precede l’analisi dei singoli testi, portata avanti nei capitoli successivi, è di chiarire la concezione filosofica generale che si cela dietro i temi che verranno trattati, capire perché una simile introduzione risulta necessaria a causa della concezione che l’autore ha della filosofia e del metodo che utilizza, porre l’attenzione sui testi sui quali la cultura politica di Chomsky si è formata ed evidenziare quali fondamenti filosofici e riferimenti culturali le sue critiche al ruolo degli intellettuali e alla società capitalistica e le sue analisi sulla guerra del Vietnam e sul movimento di protesta presuppongono.

 

 

 

 

 

 

 

 

I. 1.  Il metodo filosofico di Noam Chomsky

 

 

E’ necessario chiarire, innanzitutto, che il fatto che si sia presentata l’esigenza di un approfondimento, separato dall’analisi dei singoli testi, dei fondamenti teorici della filosofia politica chomskiana non è affatto casuale: ciò dipende dallo stesso metodo filosofico di Chomsky, che fa nascere non poche difficoltà a chi si proponga di ricostruire un quadro lineare e sistematico della sua filosofia. All’interno della sua opera, Chomsky rifugge, infatti, dalle esposizioni sistematiche e tende, invece, a far emergere le sue teorie, in modo indiretto, dall’analisi critica della realtà contemporanea[9]: risulta, dunque, necessario, per arrivare a delineare un quadro completo del pensiero politico chomskiano, rendere esplicita la parte propositiva della sua filosofia, che tenderebbe, invece, a rimanere implicita dietro la critica della società contemporanea e  dietro l’infinità di esempi storici e l’enorme quantità di documentazione[10], di cui l’autore è solito servirsi per fondare scientificamente le analisi da lui proposte.

Nell’analizzare la produzione chomskiana, si potrebbe essere indotti a pensare, infatti, che ci si trovi di fronte all’opera di un polemista e di un critico spietato della società contemporanea ma che non vi sia di fondo una coerente e profonda teoria filosofica: lo stile apparentemente giornalistico, le infinite digressioni su analisi di eventi storici determinati, le documentazioni citate e anche la non facile comprensione della coerenza che unisce i variegati riferimenti filosofici espliciti presenti nell’opera sembrerebbero confermare tale impressione. Tutto ciò, invece, non è attribuibile ad altro che alla volontà stessa dell’autore, che, consapevolmente, sceglie di procedere in questo modo, a causa della sua particolare concezione della filosofia politica e del metodo, che, a suo giudizio, le sarebbe proprio. Chomsky afferma: “Vari amici che condividono i miei interessi e le mie ansie mi hanno spesso rimproverato, forse a ragione, di concentrare le mie critiche su fenomeni in un certo senso superficiali. Molto di quanto ho scritto e detto ha avuto ad argomento particolari atrocità commesse nel Vietnam, nell’America Latina, in Medio Oriente, a Timor orientale e avvenimenti analoghi, nonché la rete di menzogne che vi è stata tessuta intorno. Sono argomenti di enorme significato umano, ma, in un senso che chiamerei tecnico, superficiali; ossia, sono il risultato finale dell’azione di fattori molto più profondi, centrali alla nostra cultura e alla nostra società. La critica che mi si rivolge è che dovrei essere più attento a questi fattori centrali e pensare a come modificarli, ad esempio attraverso una strategia rivoluzionaria […] Nella misura in cui è possibile stabilire un contatto con il pubblico su questi temi – misura modesta poiché i mezzi di comunicazione di massa, così come le pubblicazioni specialistiche, sono contrari alla diffusione di certe notizie – Timor orientale e il Vietnam sono argomenti dei quali si può parlare alla gente nel modo che la gente ‘sente’, mentre parlare di cambiare le istituzioni dicendole che può avere parte importante nel mutarle, sarebbe come parlare di Marte e dei marziani. […]Di certo, non ci si arriva soltanto con le parole. Sono cose, queste, che la gente deve vivere; aspirazioni e comprensione dei problemi devono necessariamente nascere dall’esperienza, dalla lotta […] Il ruolo più confacente all’intellettuale, a mio avviso, è quello di contribuire al lavoro dei movimenti libertari di massa, popolari e democratici”[11].

Chomsky stigmatizza i grandi sistemi e le “alte costruzioni teoriche”: come si evince anche dalla lettera a noi inviataci, riportata all’interno dell’appendice, si oppone alla cosiddetta “alta cultura”, intesa come erudizione e speculazione fine a se stessa. A suo giudizio, la filosofia  dovrebbe essere unione di teoria e prassi: sarebbe, infatti, il più alto strumento critico che abbiamo per analizzare l’esistente, coglierne i meccanismi profondi e le iniquità e costruire realtà migliori, attraverso la proposizione di un’azione politica concreta[12].  A tale proposito, è interessante notare la distinzione operata da Chomsky tra “mete” e “visioni”: “con il termine ‘visione’ intendo la concezione di una società futura che animi ciò che effettivamente facciamo, una società nella quale un essere umano rispettabile potrebbe voler vivere. Con il termine ‘mete’ intendo le scelte e i compiti, alla nostra portata, che in un modo o nell’altro, noi, guidati da una visione, per quanto questa possa apparire lontana o indistinta, cercheremo di perseguire”[13]; la “visione” è quella teoria generale che il filosofo dovrebbe sempre tenere a mente ma che non è sufficiente di per se stessa se non accompagnata da un effettivo lavoro concreto, che si prefigga “mete” pratiche di impegno politico attivo, magari anche parziali o leggermente contrastanti con la visione generale, ma imprescindibili, se non si vuole sfociare nella pura speculazione, che toglie significato al vero ruolo della filosofia, che deve sempre essere unione di teoria e prassi.

 Lo scetticismo di Chomsky nei confronti delle “grandi teorie” e il ruolo che, invece, pensa debba essere proprio della filosofia, si evince, molto chiaramente, da questo passo: “in ogni fase della storia il nostro compito deve consistere nello smantellamento di quelle forme di autorità e di oppressione che sopravvivono a un’epoca in cui potevano anche trovare giustificazione nelle esigenze di sicurezza, di sopravvivenza o di sviluppo economico, ma che ormai contribuiscono a deprimere – anziché ad elevare – le condizioni materiali e spirituali della vita. In tal caso, non ci sarà una dottrina stabile del mutamento sociale, valida per il presente come per il futuro, e nemmeno necessariamente un’idea specifica e immutabile degli scopi ai quali dovrebbe tendere il mutamento sociale. Sta di fatto che le nostre cognizioni sulla natura umana e sul ventaglio delle forme sociali realizzabili sono così rudimentali che ogni dottrina di ampio respiro va riguardata con ampio scetticismo, allo stesso modo come lo scetticismo è di prammatica quando si sente dire che la ‘natura umana’ o le ‘esigenze di efficienza’ o la ‘complessità della vita moderna’ impongono questa o quella forma di oppressione o di potere autocratico”[14]. Tale concezione della filosofia può essere, in qualche modo, ricondotta all’idea marxiana, espressa, ad esempio, nell’Ideologia tedesca, secondo la quale “Là dove cessa la speculazione, nella vita reale, comincia dunque la scienza reale e positiva, la rappresentazione dell’attività pratica, del processo pratico di sviluppo degli uomini. Cadono le frasi sulla coscienza e al loro posto deve subentrare il potere reale. Con la rappresentazione della realtà la filosofia autonoma perde i suoi mezzi di sussistenza. Al suo posto può tutt’al più subentrare una sintesi dei risultati più generali che è possibile astrarre dall’esame dello sviluppo storico degli uomini. Di per sé, separate dalla storia reale, queste astrazioni non hanno assolutamente valore. Esse possono servire soltanto a facilitare l’ordinamento del materiale storico, a indicare la successione dei suoi singoli strati. Ma non danno affatto, come la filosofia, una ricetta o uno schema su i quali si possano ritagliare e sistemare le epoche storiche”[15].

I riferimenti letterari e le citazioni filosofiche sono poco frequenti all’interno dell’opera chomskiana: “Le opere letterarie possono risaltare l’immaginazione, stimolare l’intuito e potenziare le capacità di comprensione, ma certamente non forniscono prove e dati che occorrono per trarre conclusioni e per convalidarle”[16]. Inoltre, è da sottolineare che i pochi espliciti riferimenti filosofici, presenti all’interno dell’opera chomskiana, sono assai diversi tra loro e appartenenti a correnti di pensiero che sembrerebbero apparentemente lontane le une dalle altre: troviamo, ad esempio, citazioni tratte da scritti di Marx e di Cartesio, di von Humboldt e di Bakunin e molti altri. Ciò dipende dal particolare modo, in cui Chomsky è solito porsi nei confronti della storia del pensiero filosofico passato: dice di comportarsi, nei confronti delle teorie filosofiche passate, come un appassionato di arte, cogliendo, nei vari autori, ciò che risulta avere valore per lui, nella costruzione della sua teoria generale, senza curarsi di ricostruire la totalità della teoria dei filosofi da lui citati o di contestualizzarne il pensiero; la sua attenzione è rivolta ad assorbire, dai vari autori, anche più diversi e lontani tra loro, ciò che risulta funzionale all’idea da lui espressa[17].

La filosofia politica di Chomsky risulta, fin dai suoi primi interventi, ben delineata e teoreticamente fondata e non subirà, nel corso degli anni, alcun cambiamento sostanziale, se si considerano alcune modifiche relative alle categorie utilizzate o ai temi maggiormente trattati, come dipendenti essenzialmente dal mutare del contesto politico, dal 1966 al 2002. Si mostrerà, di seguito, come, all’interno di ogni scritto chomskiano, sia presente, dietro ognuna delle critiche rivolte al mondo contemporaneo, la proposizione di una filosofia politica chiara e determinata, i cui riferimenti teorici possono essere ricondotti  ad un’unica e coerente visione della realtà. Si sottolineerà, infine, anche come tale coerenza e uniformità non sottostia solo alla parte politica della filosofia chomskiana ma comprenda in sé anche la parte linguistica, in un’unica visione generale dell’umanità che sembra scaturire, quindi, tanto dallo studio del linguaggio quanto della politica.

I.  2.   I fondamenti teorici della filosofia politica

di Noam Chomsky

 

 

La filosofia politica di Noam Chomsky si inscrive all’interno della tradizione libertaria: l’asse portante della sua teoria potrebbe essere inscritto in un’ipotetica corrente filosofica che andasse dall’Illuminismo e dal Liberalismo classico fino al Marxismo e all’Anarchismo. Chomsky sostiene, infatti, che le idee dell’anarchismo classico “provengono dall’Illuminismo; la loro radice è nel Discorso sull’origine dell’ineguaglianza di Rousseau, nei Limiti dell’attività dello Stato di Humboldt, nell’insistenza con cui Kant afferma, nella sua difesa della rivoluzione francese, che la libertà è una condizione indispensabile per raggiungere la maturità richiesta per l’esercizio della libertà stessa, e non un dono da concedere una volta che sia stata raggiunta tale maturità. Con lo sviluppo del capitalismo industriale, di un nuovo e imprevisto sistema di ingiustizie, è toccato al socialismo libertario conservare ed estendere il messaggio umanistico radicale dell’Illuminismo e gli ideali liberali classici che sono stati stravolti in un’ideologia al servizio dell’ordine sociale emergente”[18]. L’autore accosta pensatori, apparentemente distanti tra loro, quali, ad esempio, Marx, von Humboldt, Guerin, Russel e Dewey, nella visione comune, che essi fornirebbero, e che Chomsky condividerebbe con loro, dell’uomo e della libertà. Chomsky parla di “concezione umanistica” di base, come presupposto imprescindibile di ogni discussione politica e morale[19]: tale concezione implicherebbe “la credenza che lo ‘scopo ultimo’ della produzione’, non consiste nell’essere produzione di beni, ma di ‘liberi esseri umani associati l’uno con l’altro in termini di uguaglianza’ [Chomsky qui cita le parole di Dewey]. La meta dell’educazione, secondo Russell, è ‘dare del valore delle cose un senso diverso dal dominio’, per contribuire alla creazione di ‘cittadini assennati di una libera comunità’, nella quale la libertà e la ‘creatività individuale’ prospereranno, e i lavoratori saranno i padroni del proprio destino, non gli strumenti della produzione. Le strutture coercitive illegittime devono essere smascherate; tra queste, in maniera cruciale, l’esercizio del dominio per mezzo degli affari per il profitto privato […] A meno che ciò non venga fatto, parlare di democrazia sarebbe del tutto fuori luogo […] Conseguentemente l’industria deve essere trasformata ‘da un ordine sociale feudale a uno democratico’ [citazione da Dewey] basato sul controllo da parte dei lavoratori, sulla libera associazione, e l’organizzazione federale, secondo una linea di pensiero che include, accanto a molti anarchici, G.D.H. Cole e il socialismo associativo, e marxisti quali Anton Pannekoek, Rosa Luxembug, Paul Mattick, e altri. Sotto questo aspetto le idee di Russell erano piuttosto simili”[20]. Tale concezione “umanistica” e “libertaria”, che affonderebbe le sue radici nell’Illuminismo[21], e che sarebbe alla base della filosofia marxiana e dell’Anarchismo classico, parte dal presupposto che la libertà è l’unica “concreta possibilità vitale per ogni essere umano di sviluppare appieno tutte le potenzialità, le facoltà, le doti che la natura gli ha donato, volgendole a vantaggio della società”[22]; la libertà sarebbe “l’unico mezzo in seno al quale possono svilupparsi e crescere l’intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini […] la libertà consiste nel pieno sviluppo delle potenze materiali, intellettuali e morali le quali si trovano allo stato di facoltà latenti in ognuno; la libertà che non riconosce altre restrizioni all’infuori di quelle che sono tracciate dalle leggi della nostra stessa natura”[23]. Secondo Chomsky, “ la visione humboldtiana di una società in cui le catene sociali sono sostituite da vincoli di reciprocità, e il lavoro sia svolto in piena libertà, richiama alla mente il giovane Marx, con la sua analisi dell’ ‘alienazione del lavoro allorché l’attività lavorativa è estranea al lavoratore e non parte della sua stessa natura, sicché egli non si realizza ma nega se stesso nel lavoro e ne esce esausto nel fisico e abbrutito nella mente […] privando in tal modo l’uomo del suo ‘attributo specifico’ della ‘libera attività consapevole’, della ‘vita produttiva’. Analogamente, Marx pensa ad ‘un essere umano di tipo nuovo che ha bisogno dei suoi simili’. L’associazione dei lavoratori viene ad essere ‘l’effettivo concreto tentativo di creare la trama sociale dei futuri rapporti umani’ […] il socialismo libertario va considerato propriamente come l’erede degli ideali libertari dell’Illuminismo”[24].

La filosofia di Chomsky parte, dunque, dall’idea che caratteristica fondamentale della natura umana, che la distinguerebbe dalle altre specie, sia la libertà[25] e che la filosofia deve proporre quegli strumenti che possano consentire di costituire una società, in cui tale libertà umana possa esplicarsi al massimo grado. Chomsky, dunque, nella “visione” generale, si ritiene un libertario (anche se, bisogna specificare il senso di questo suo libertarismo, in cui fa pienamente rientrare  anche Marx). Per ciò che riguarda, invece, l’analisi economica, l’interpretazione della storia, il metodo e gli strumenti di analisi, la critica della società capitalistica, del ruolo degli intellettuali e delle ideologie, la filosofia chomskiana, come dimostrano le frequenti citazioni, nonché le categorie utilizzate, quali, ad esempio, quelle di “struttura”, “ideologia”, “interesse di classe”, e molte altre, rientra pienamente all’interno della filosofia marxiana: Chomsky trasferisce all’interno del mondo contemporaneo l’intera analisi marxiana del capitalismo e dei suoi sviluppi. La globalizzazione, la concentrazione delle imprese e del potere decisionale in poche mani, l’aumento della povertà e della disuguaglianza sociale, le crisi del capitalismo, l’impossibilità, all’interno del sistema di mercato, di una democrazia sostanziale, sono tutti temi tratti direttamente dalla filosofia di Marx[26]. Ma, soprattutto, sono marxiani  l’interpretazione della storia, che pone in primo piano l’analisi della struttura economica della società, l’idea che Chomsky ha del ruolo della  filosofia e il metodo attraverso il quale vengono analizzate la società e le ideologie. Chomsky, sostiene, ad esempio: “Il capitalismo predatorio ha creato un complesso sistema industriale e una tecnologia avanzata; ha consentito una notevole estensione della pratica della democrazia e di certi valori liberali, ma entro limiti ormai ristretti che devono essere superati. Non è più un sistema adatto ai nostri tempi, essendo incapace di soddisfare i bisogni dell’umanità che possono essere espressi solo in termini di collettività, e perché il suo credo nell’uomo competitivo il cui solo fine è ottenere la massima ricchezza e il massimo potere, nell’uomo che si sottopone al gioco del mercato, allo sfruttamento e a un’autorità che gli è estranea, è antiumano e intollerabile. Né è accettabile, per sostituirlo, lo Stato autocratico, così come non possono essere accettati come scopo della vita associata il capitalismo dello Stato militarizzato che sta prospettandosi negli stati Uniti d’America, o lo Stato del benessere burocratizzato e centralizzato. L’unica giustificazione della presenza di istituzioni repressive può essere un deficit materiale e culturale. Ma sono queste stesse istituzioni, in certe fasi storiche, a produrre e perpetuare il deficit materiale e culturale, e perfino a minacciare la sopravvivenza dell’umanità. La scienza e la tecnologia moderne possono liberare la gente dalla necessità del lavoro settoriale, idiota e ripetitivo. E possono, in linea di principio, fornire la piattaforma su cui costruire un ordine sociale razionale fondato sulla libera associazione e sul controllo democratico”[27]. Chomsky, inoltre, sostiene con forza la concezione marxiana del lavoro come “primo bisogno della vita”: è contrario “non solo all’alienazione del lavoro, ma anche all’instupidente parcellizzazione del lavoro che si determina allorché i mezzi per sviluppare la produzione ‘mutilano l’operaio facendone un uomo parziale’ [Chomsky cita Marx]”[28]; Chomsky, insieme con Marx, vede in tutto ciò “non già un risvolto inevitabile dell’industrializzazione, quanto piuttosto un aspetto dei rapporti di produzione capitalistici. La società del futuro deve provvedere a ‘sostituire all’individuo parziale odierno, ridotto a mero frammento di uomo, l’individuo totalmente sviluppato, adatto a una varietà di lavori, per il quale le differenti funzioni sociali non sono che tanti modi di dispiegare liberamente le proprie potenzialità naturali’ [Chomsky cita Marx]. Condizione indispensabile di questo mutamento è l’abolizione del capitale e del lavoro salariato in quanto categorie economiche”[29]. Chomsky è contrario alla proprietà privata dei mezzi di produzione e alla schiavitù del salario, in quanto incompatibili con il principio che il lavoro deve essere svolto liberamente e sotto il controllo del  produttore. Egli, però, auspica non un ritorno ad un’era precapitalistica, ma uno sviluppo e un uso appropriato della tecnologia, che, privata  delle condizioni di controllo autocratico della produzione, cui è soggetta all’interno della società capitalistica contemporanea, può creare le condizioni nelle quali il lavoro, manuale e intellettuale, può diventare il “primo bisogno della vita”[30]. L’autore, infatti, sostiene, ad esempio, con von Humboldt, che “l’uomo considera suo non tanto quello che possiede quanto quello che fa”; se venisse eliminato il lavoro alienato, tutti i lavoratori diventerebbero artisti “cioè uomini amanti del proprio lavoro per se stesso, e lo perfezionerebbero con una genialità tutta propria, e per questo avrebbero cura delle loro forze intellettuali, elevando il loro carattere. Così soltanto l’umanità sarebbe nobilitata”[31].

La filosofia chomskiana si distanzia da Marx in alcuni tratti specifici. Bisogna dire, al riguardo, che risulta fondamentale, all’interno dell’opera chomskiana, una profonda critica ad ogni forma di autoritarismo e di elitarismo, in quanto negatrice della libertà umana, perno di tutta la costruzione teorica dell’autore. Di conseguenza, egli si distanzia da  quegli aspetti del marxismo che, sebbene non contengano in se stessi alcuna forma di autoritarismo, sono stati successivamente valorizzati all’interno di teorie che tendono a svilupparsi, invece, in questa direzione. L’intera opera chomskiana può esser letta come denuncia del bolscevismo sovietico[32], accostato, in molti scritti, all’ideologia liberale capitalista: in entrambi questi sistemi, infatti, non vi sarebbe libertà, ma un controllo accentrato e autoritario dei mezzi di produzione e, quindi, dell’economia, della politica, del potere decisionale e dell’ideologia. “La democrazia viene ad essere pesantemente limitata laddove il sistema industriale è controllato da un’elite autocratica di qualsiasi tipo, sia essa costituita da proprietari, dirigenti d’azienda o tecnocrati, ovvero da un partito ‘d’avanguardia’ o da una democrazia statale. In queste condizioni di dominio autoritario gli ideali liberali classici, ulteriormente sviluppati da Marx, da Bakunin e da tutti i veri rivoluzionari, non possono trovare attuazione”[33]. Chomsky stigmatizza con forza, dunque, l’elitarismo bolscevico e borghese e si distanzia dal marxismo in quegli aspetti, che, a suo giudizio, implicherebbero pericoli di evoluzione in senso autoritario, quale, ad esempio, la teoria della dittatura del proletariato: “Quella teoria [della necessità di una dittatura del proletariato] afferma pur sempre che sia corretta la presa e l’esercizio del potere da parte del proletariato in modo violento, sanguinario e ingiusto, in quanto vi si dichiara, a mio avviso erroneamente, che ciò guiderà verso una società più giusta, in cui lo stato si estinguerà, il proletariato sarà la classe universale e così via. Se non fosse per tali giustificazioni future, il concetto di dittatura del proletariato violenta e sanguinaria sarebbe senza dubbio ingiusta. Ora, si tratta di un’altra questione, ma sono molto scettico intorno all’idea di una simile dittatura del proletariato, specialmente se espressa da autoeletti rappresentanti di un partito d’avanguardia, i quali saranno semplicemente i nuovi padroni della società, e abbiamo sufficiente esperienza storica per saperlo e predirlo in anticipo”[34]. La rivoluzione, che Chomsky sosterrebbe, è di tipo diverso: a suo giudizio, bisognerebbe procedere attraverso lo sfruttamento massimo del margine di libertà, che il sistema capitalistico sembra lasciare, per sviluppare, all’interno della società esistente, alcune forme, che possano condurre i lavoratori ad una maggior presa di coscienza del loro ruolo e dei loro diritti. Chomsky ritiene molto importante “il richiamo di Bakunin alla necessità che i lavoratori creassero non solo le idee ma anche i fatti dello stesso futuro durante il periodo prerivoluzionario. Le realizzazioni della rivoluzione popolare spagnola, in particolare, affondavano le radici in un paziente lavoro pluriennale d’organizzazione e d’educazione, quale componente di una lunga tradizione di impegno e di militanza”[35]. Si dovrebbe tendere, quindi, quanto più possibile, verso una decentralizzazione del potere decisionale, dal punto di vista economico e politico. Chomsky ritiene che, dopo un’ampia presa di coscienza da parte dei lavoratori, si potrebbe procedere verso una pratica rivoluzionaria: “Dovremmo creare embrioni di nuove istituzioni dovunque possiamo. Dovremmo cercare di far comprendere alla gente ciò che non va in questa società, aiutandola a farsi un’idea consapevole della società nuova. Dopo si potrà passare ad un programma di azione per le grandi masse. Una rivoluzione democratica si può fare solo quando è sostenuta dalla gran massa della popolazione, quando la gente sa quel che sta facendo e sa perché lo fa e sa che cosa vuole veder nascere. Forse non nei dettagli, ma almeno pressappoco. Una rivoluzione comporta necessariamente l’adesione e la partecipazione personale di grandi masse”[36]. Tale pratica rivoluzionaria dovrebbe mirare alla socializzazione dei mezzi di produzione, senza alcun accentramento, anche temporaneo, dei poteri economici nelle mani di uno stato o di una burocrazia: secondo il giudizio dell’autore, la gestione delle imprese dovrebbe essere lasciata ai lavoratori stessi, che, in questo modo, anche grazie alla tecnologia e all’automazione, nel momento in cui siano volte, non più alla perpetuazione dello sfruttamento, ma alla liberazione dell’uomo dalle necessità, potrebbero diventare padroni di loro stessi e svolgere il proprio lavoro in modo libero e tale che possa essere “il primo bisogno della vita”. Chomsky, come Marx prima della Critica del programma di Gotha, non si sofferma sulla descrizione delle caratteristiche, che la società ideale futura dovrebbe possedere: sostiene soltanto che la decentralizzazione del potere economico e politico e la formazione di piccole comunità libere, unite, per fini organizzativi, a livello federale, potrebbe essere un modo per prevenire forme di potenziale autoritarismo. “Sono tutte tracce che vanno demolite, eliminate in favore della partecipazione diretta in forma di consigli operai od altre libere associazioni che individui vorranno costruire da se stessi per la loro esistenza sociale ed il loro lavoro produttivo. Un sistema federato e decentralizzato di libere associazioni, che integri l’economia come le altre istituzioni sociali […] e mi sembra che questa sia una forma idonea di organizzazione sociale per una società avanzata tecnologicamente, dove gli esseri umani non devono essere costretti al ruolo di strumenti, di ingranaggi di una macchina. Non c’è più una necessità sociale perché gli esseri umani siano trattati come elementi meccanici nel processo produttivo; questo può essere superato e lo dobbiamo superare con una società di libertà e libere associazioni, in cui l’impulso creativo che considero innato sia in effetti capace di realizzare se stesso in qualsivoglia modo”; e ancora “in via generale, sono a favore della decentralizzazione. Non vorrei farne un principio assoluto, ma la ragione per cui sono a favore consiste nel fatto che in genere un sistema accentrato di potere funzionerà molto efficacemente nell’interesse degli elementi più potenti al suo interno […] Mi sembra che la tecnologia moderna, come la tecnologia informatica, comunicativa, ecc., preveda che informazione e conoscenza rilevanti possano essere diffuse velocemente a ciascuno, senza doverle concentrare nelle mani di un ristretto gruppo di manager, che informazione e conoscenza rilevanti possano essere diffuse velocemente a ciascuno, senza doverle concentrare nelle mani di un ristretto gruppo di manager che controllano tutto il sapere, tutta l’informazione e tutto il processo decisionale. La tecnologia quindi può essere a mio avviso liberatoria, ne ha le potenzialità”[37]. Per Chomsky, “la rivoluzione sociale deve instaurare l’organizzazione industriale della società fondata sul controllo operaio diretto”[38]. Secondo la visione dell’autore, il socialismo è esercizio di libertà o non è affatto; l’anarchismo potrebbe essere considerato l’ala libertaria del socialismo e il marxismo radicale, quale, ad esempio, il movimento dei consigli di Pannekoek, farebbe tutt’uno con le correnti anarchiche. I più frequenti riferimenti teorici chomskiani sono Marx, Rosa Luxemburg e Bakunin. Per quel che riguarda Lenin, Chomsky si pone in modo duplice: da una parte approva le teorie espresse in Stato e rivoluzione e nelle Tesi d’Aprile, dall’altra critica le scelte di Lenin che, a suo giudizio, avrebbero spianato la strada all’avvento di Stalin.

La libertà, quale caratteristica specificatamente umana, che, come abbiamo tentato di dimostrare, sarebbe alla base di tutta la costruzione politica chomskiana, emergerebbe, in qualche modo, anche dallo studio del linguaggio e delle facoltà cognitive dell’uomo: “esiste, credo, un importante e percepibile ‘filo’ che va dal razionalismo cartesiano, attraverso il periodo romantico, partendo dall’Illuminismo con Kant e altri, dal liberalismo precapitalistico, con von Humboldt e Adam Smith, per continuare con la tradizione, in parte di origine spontanea, delle rivolte popolari contro il capitalismo industriale e le sue varie forme nell’ambito dei movimenti libertari di sinistra, comprese le frange antibolsceviche del partito marxista. Sia Rousseau sia Wilhelm von Humboldt, uno dei fondatori del liberalismo classico nonché del sistema universitario tedesco, utilizzano concezioni di derivazione cartesiana e, nel caso del primo, in modo alquanto esplicito. Per i cartesiani, l’uso creativo del linguaggio è uno dei fulcri della libertà umana, concezione, questa, che si può mettere in relazione con l’idea che alla base della natura umana, in generale, vi sia una tensione verso la libertà, o, per dirlo con le parole di von Humboldt, una necessità e un diritto degli esseri umani a ‘investigare e creare’, liberi da imposizioni esterne, in una società che sostituisca alle ‘costrizioni sociali’ i ‘legami sociali’. In un certo qual modo tali collegamenti esistono, anche se bisogna ammettere che ogni affermazione al riguardo rimane circoscritta a livello di congettura, suscitando idee che possono informare speranze e desideri e darci la possibilità di motivare le nostre azioni, anche se non siamo in grado di esimerci dal distinguere la vera comprensione da ciò che è solo speculazione o speranza”[39]. Chomsky parla sempre di “pure congetture” e di “speranza” che la scienza trovi un tale fondamento, che possa essere posto come punto di congiunzione  tra i suoi studi linguistici e politici[40]; l’autore sostiene che, allo stato attuale della ricerca, non si è raggiunto alcun risultato scientificamente dimostrabile, ma che, nondimeno, un perenne sforzo in tale direzione risulta imprescindibile[41].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I. 3.  Tematiche principali e fortuna critica degli scritti chomskiani

 

 

Questi appena delineati risultano essere i presupposti teorici fondamentali della filosofia politica chomskiana; rimangono impliciti all’interno dell’opera e sono affrontati in modo diretto, come abbiamo visto, a causa di una precisa volontà dell’autore, in misura assai limitata, in proporzione all’innumerevole quantità degli interventi politici chomskiani, di cui disponiamo. Tale costruzione teorica risulta, però, alla base di tutta l’opera chomskiana: è presupponendo tali principi che possono essere filosoficamente comprese le maggiori tematiche affrontate dall’autore. Anche analizzando i primi scritti, si trova, infatti, chiaramente la dimostrazione di come il tema della critica al sistema capitalistico e della denuncia della sua inconciliabilità con il rispetto della democrazia e dei diritti, anche se sostenuta attraverso l’analisi di contesti storico-politici determinati, sottenda una costruzione filosofica complessa. Inoltre, ciò risulta evidente anche dalla critica chomskiana al ruolo degli intellettuali e al loro rapporto con il potere, che va dallo studio delle scienze sociali comportamentiste, a quello del ruolo dei media nella società contemporanea, a quello delle “illusioni” che la propaganda governativa alimenterebbe sul “libero mercato”, sulla “democrazia” e sui “nemici ufficiali”.

Chomsky ritiene che i compiti del filosofo siano due: “uno è cercare di creare l’immagine di una futura società giusta; creare, se si vuole, una teoria sociale umanista basata, possibilmente, su un solido concetto umano di essenza o natura umana. Questo è il primo compito. L’altro è quello di comprendere molto chiaramente la natura del potere e dell’oppressione, del terrore e della distruzione nella società. E che certamente comprende le istituzioni centrali di una società industriale, segnatamente le istituzioni economiche, commerciali e finanziarie e, in specifico nel prossimo futuro, le grandi società multinazionali. Sono queste le istituzioni fondamentali di oppressione, coercizione e dominio autocratico che sembrano neutre a dispetto di ciò che affermano: siamo soggetti alla democrazia di mercato, e occorre comprenderlo precisamente nei termini del potere autocratico, incluso la forma specifica di controllo che deriva dal dominio delle forze di mercato in una società diseguale. Occorre senza dubbio comprendere tali fattori, non solo capirli ma combatterli. E infatti, nella misura del proprio impegno politico, è necessario che ognuno impieghi la maggior parte delle proprie energie e dei propri sforzi a questo scopo”[42]. Chomsky cerca di condurre la propria esistenza in modo tale da essere coerente con i principi da lui sostenuti e risulta essere, dunque, proprio a causa di tale atteggiamento, il classico intellettuale “scomodo”: lo spazio riservatogli dai media americani è pressoché nullo; se la sua fortuna, come linguista, è indiscussa a livello mondiale, le sue teorie politiche stentano a trovare il ruolo che meriterebbero all’interno della comunità accademica e dell’opinione pubblica americana[43]. Lo stesso Chomsky, rispondendo alla domanda su quanti suoi libri, scritti in tanti anni, fossero stati recensiti nelle maggiori riviste scientifiche, afferma: “Negli Stati Uniti, per quanto posso ricordare nessuno […] Penso che la ragione stia nel fatto che la mia opera è critica nei confronti non solo degli Usa e della loro politica- non è questo il punto fondamentale-, ma anche, cosa più importante, del ruolo degli intellettuali americani. E questo la mette off-limits, la rende inaccettabile”[44]. Per Chomsky ciò costituisce, in qualche modo, la prova che sta adempiendo alle responsabilità che il ruolo che ricopre gli assegna: all’interno dello scritto Il potere, natura umana e ordine sociale, analizza alcune figure di intellettuali, a suo giudizio, esemplari per la loro coerenza e responsabilità; cita, tra gli altri, Helen Jackson, Gorge Orwell e Bertrand Russell; costoro si distinsero, a suo giudizio, per l’impegno politico, per l’asprezza delle critiche, da loro sostenute, nei confronti delle società in cui vivevano, e per la censura di cui furono vittime[45].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nota tecnica

 

 

L’esame degli scritti chomskiani degli anni 1966-69 non poteva essere condotto senza una preliminare ricognizione di tutta la produzione politica di Noam Chomsky fino ai nostri giorni: l’analisi dei singoli articoli degli anni che costituiscono il nostro specifico campo di indagine ha tenuto presente lo sviluppo del pensiero chomskiano e ciò è dimostrato dai continui riferimenti presenti all’interno del lavoro ad opere recenti dell’autore. Si è, perciò, ritenuto utile fornire i risultati di questo studio, come strumento di lavoro per chi intendesse condurre uno sviluppo di tale ricerca: pubblichiamo una rassegna bibliografica dei principali volumi di argomento politico di Chomsky, una bibliografia di tutti gli articoli politici dal 1966 ad oggi di cui siamo venuti a conoscenza, una bibliografia delle fonti primarie, costituita da tutti gli scritti politici chomskiani dal 1966 al 1969, una bibliografia della produzione politica libraria dal 1970 ad oggi ed una sezione dedicata alle opere di carattere generale, che contiene la letteratura critica sul pensiero politico di Noam Chomsky ed altri testi consultati.

La rassegna bibliografica tiene presente le principali opere politiche di Noam Chomsky: di ognuna di esse si espone brevemente la storia editoriale e il contenuto; sono elencate in ordine cronologico, seguendo l’anno della prima pubblicazione delle varie opere in lingua inglese; non sono stati riportati gli anni delle successive ristampe delle opere citate, né le varie traduzioni. Si fa invece riferimento alle varie edizioni italiane, quando sono presenti, e queste vengono citate nelle edizioni più note, che quasi sempre sono le uniche esistenti, di cui si cita l’anno di pubblicazione, le pagine, i curatori, le traduzioni, ecc. Tali opere sono quelle che maggiormente ci sono apparse rilevanti per lo studio del pensiero politico dell’autore e che risultano anche molto citate all’interno degli scritti che abbiamo preso in esame. 

La bibliografia degli articoli politici dal 1966 ad oggi riporta tutti gli articoli politici chomskiani di cui siamo venuti a conoscenza. Non siamo venuti a contatto direttamente con ognuno dei testi citati, ma il risultato di tale ricerca può essere un utile strumento di approfondimento per un ulteriore sviluppo del lavoro. Gli articoli vengono citati in ordine cronologico. L’uso di internet è risulato determinante nella ricognizione di tutto il metariale. A tale proposito si è ritenuto utile proporre nella sitografia i siti cui si è fatto maggiore riferimento. A causa della grandissima quantità degli interventi chomskiani si segnala la possibilità di omissioni o lacune.

La bibliografia delle fonti primarie propone tutte le opere chomskiane dal 1966 al 1969 in ordine cronologico. Tali opere sono state esminate approfonditamente nel corso del lavoro. Si tratta di documenti di non sempre facile reperibilità. Anche in questo caso ci si è avvalsi dell’uso della rete che ci ha consentito di metterci in contatto con le redazioni di alcune riviste americane che ci hanno inviato gli articoli che richiedevamo.

Bibliografia della produzione politica libraria. Se nella rassegna bibliografica abbiamo citato soltanto i volumi che abbiamo ritenuto maggiormente significativi per la comprensione del pensiero politico chomskiano e che sono stati nostro continuo punto di riferimento nella stesura del lavoro, in questa seconda bibliografia della produzione libraria di Chomsky, riportiamo in ordine cronologico tutti i volumi politici di Chomsky di cui siamo venuti a conoscenza, anche quelli con i quali non abbiamo avuto modo di confrontarci direttamente. Anche in questo caso l’anno cui si fa riferimento per l’ordine cronologico è quello della prima edizione in lingua inglese e anche in questo caso il riferimento all’edizione italiana, dove sia presente, è alle pubblicazioni più note, molte delle quali sono citate nella loro edizione più recente.

Le opere di carattere generale. All’interno di quest’ultima sezione riportiamo in ordine alfabetico secondo il nome dell’autore i testi che sono stati maggiormente significativi per noi nello studio del pensiero politico chomskiano. La letteratura critica sul Chomsky politico è quasi assente in Italia e assai limitata all’estero: riportiamo le opere che riteniamo più rilevanti. Compaiono inoltre anche altri testi non di Chomsky che sono stati citati nel corso del lavoro. Abbiamo ritenuto opportuno presentare nella sezione bibliografica prima le opere particolari  e poi quelle generali, in quanto questo è stato il procedimento con cui si è ordinato il presente lavoro all’interno di ogni paragrafo: abbiamo infatti inizialmente esposto l’analisi particolare degli interventi chomskiani dal 1966 al 1969 e successivamente abbiamo proposto riflessioni di carattere più generale. Anche la sezione bibliografica segue tale percorso. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia delle fonti primarie:

testi politici di Noam Chomsky dal 1966 al 1969

(ordine cronologico)

 

 

 

§         La caduta di Barcellona, in un giornale della scuola, 1939.

§         The Responsibility of Intellectuals, conferenza tenuta nel marzo 1966 alla Hillel Foundation dell’Università di Harvard, “Mosaic” 7 n. 1, spring 1966, pp. 2-16, rist. successivamente in numerose altre riviste e volumi miscellanei tra cui, ad esempio, American Power and the New Mandarins.

§         Some thoughts on Intellectuals and the Schools,  “Harvard Educational Review” 36, n. 4, fall 1966, pp. 484-491, rist. in American Power and the New Mandarins.

§         Cosa fanno le teste d’uovo, Bari, De Donato Editore, 1967 (traduz. it di V. Di Majo), pp. 83.

§         Reply by  N. Chomsky to  G. Steiner,  “The New York Review of Books”, march 23, 1967, rist. in Cosa fanno le teste d’uovo.

§         Reply by  N. Chomsky,  “The New York Review of Books”, april 20, 1967.

§         The Bitter Heritage: a review, in “Ramparts”, april 1967, pp. 46 e segg., rist. in American Power and the New Mandarins.

§         The Logic of Withdrawal, “Ramparts”, V, September 1967, scritto nel luglio 1967, rist. in American Power and the New Mandarins.

§         The Revolutionary Pacifism of A.J. Muste 1885-1967, “Liberation” 12, n. 6-7, September-October 1967, pp. 25-38, rist. in American Power and the New Mandarins.

§         Intolerable Evils Justify Civil Disobedience, “New York Times Magazine”, November 26, 1967, pp. 27-28.

§         On Resistence, “The New York Review of Books”, December 7, 1967, pp.4-12, rist. in American Power and the New Mandarins.

§         Cinque anni di galera, Bari, De Donato editore, 1968 (traduz ital. Di R. Petrillo), pp. 113.

§         An Exchange on Resistance. Noam Chomsky Replies, “New York Review of Books”, XI, 2, february 1, 1968, pp. 28-30, rist. in American Power and New Mandarins.

§         Objectivity and Liberal Scholarship, conferenza tenuta alla New York University, nel quadro dell’Albert Schweitzer Lecture Series, nel marzo 1968, stampato in più volumi, tra cui  American Power and the New Mandarins.

§         The Intellectual as a Prophet,  “Delta”, Olanda, 2, 1968, pp. 5-23, intervista a cura di J.F. Staal.

§         Vietnam: A Symptom of the Crisis in America”, conferenza tenuta a Brandeis, 28 marzo 1968, “Folio” 6, 2, spring-summer 1968, pp. 36-39.

§         The Student Revolt, scritto nel giugno 1968, in Radical Priorities, Montreal, Black Rose Books, 1981, traduz. it. E. Forni, M. Cohen, D. Hale (a cura di), Gli intellettuali e la nuova sinistra in America, Bari, De Donato, luglio 1968.

§         Political Prospects for the Seventies, “Link” 11, 1, July 4, 1968, pp. 94-96, rist. in Radical Priorities

§         N. Chomsky, P. Lauter, F. Howe, Reflections on a Political Trial, “The New York Review of Books” XI, 3, august 22, 1968, pp. 23-30, rist. in vari volumi, tra cui Cinque anni di galera.

§         Reforming the MLA, “The New York Review of Books”, XI, 11, December 19, 1968, p. 34.

§         American Power and the New Mandarins, New York, Pantheon Books, 1969; ediz. ital.: I Nuovi Mandarini. Cli intellettuali e il potere in America, Torino Einaudi, 1969 (traduz. di L.Branelli, F. Ciafaloni, G. Dettori, M. V. Malvano, S. Mobilia, G. Stefancich), pp. 431.

§         N. Chomsky – G. Kolko, Il Vietnam in America, s. l., Editori Riuniti, 1969, pp. 107.

§         The Menace of Liberal Scholarship,  “The New York Review of Books” XI, 12, January 2, 1969, pp. 29-38.

§         Intellectuals and the War Lords, conferenza tenuta il 6 febbraio 1969 all’Olberlin College, “The Activist. A student Journal of Political and Opinion”, n. 24, spring 1969, pp. 26-33, rist. in Radical Priorities.

§         An Exchange on Liberal Scholarship. Noam Chomsky replies, “The New York Review of Books”, XII n. 3, February 13, 1969, pp. 32-34.

§         Intellectuals and Social Change, conferenza tenuta per la “New York Society for Ethical Culture” il 16 febbraio 1969, “The Ethical Platform”, Society for Ethical Culture, New York 1969, pp. 1-17.

§         Nationalism and Conflict in Palestine, conferenza tenuta al MIT al Simposio generale organizzato dagli studenti arabi, nel marzo 1969, “Liberation” 14, November 8, 1969, pp. 7-21, rist. in Riflessioni sul Medio Oriente.

§         Responsibility, discorso pronunciato il 4 marzo nella Rindge High School, in J. Allen, March 4. Scientists, Students and Society, Cambridge, MIT Press, 1970, pp. 8-14.

§         Noam Chomsky replies al Prof. S. Hoffmann,  “The New York Review of Books”, XXI, 6, march 27, 1969, pp. 44-45.

§         The Asian Scholar and the American Crisis, conferenza tenuta il 29 marzo 1969 al CCAS, “Bulletin of Concerned Asian Scholars”, may 4, 1969, pp. 12-17.

§         The Function of the University in a Time of Crisis, in R.M. Hutchins-M. J. Adler, The Great Ideas Today, Chicago, Enciclopedia Britannica, 1969, pp. 40-61, rist. in For reasons of State.

§         Current Political Situation in the United States, conferenza sul Vietnam, Stoccolma, 16-18 maggio 1969, con il titolo Inside the American Turmail,  “London Bulletin”, 11, august 1969, pp. 29-35, rist. in I nuovi mandarini.

§         The Intellectuals in the Post-Industrial Society, conferenza tenuta il 26 maggio 1969, a Oxford, al Wolfson College, “New Society”, july 3, 1969, pp. 12-16.

§         A Reply to Joseph Alsop, lettera datata 17 luglio 1969, “The Boston Globe” 1969, july.

§         Some tasks for the Left,  “Liberation” 14, 5-5, August-September 1969, pp. 38-43, rist. in Radical Priorities.

§          Linguistics and Politics, intervista a cura di R. Blackburn- G. Jones- L. Rey, “New Left Review” 57, september-october 1969, pp. 21-34, rist. “Quaderni Piacentini” 39, 1969, pp. 122-36.

§         Introduction, in P. e D. Babcox-B. Abel, The Conspiracy, New York, Dell, 1969, pp. 15-23.

§         Vietnam, The Cold War and Other Matters, “Commentary” 48, n. 4, October 1969, pp. 12-26.

§         The Mandel Case, lettera firmata da Noam Chomsky et al., “The New York Review of Books” XIII, 9, novembre 20, 1969, p. 53.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice delle maggiori tematiche

 

 

 

 

 

 

Cenni biografici, 47-53;

La guerra del Vietnam, 54-57, 104-111, 123-124;

La critica al ruolo degli intellettuali, 61-68, 77-78, 88-91, 95-97, 98-104, 135-147;

Il movimento di protesta negli anni sessanta in America, 54, 58-60, 117-122, 126-134, 149-159, 173, 193-194, 199-200, 210-211;

Le contraddizioni del sistema capitalistico, 149-151, 165-173, 182-194;

Il metodo filosofico chomskiano, 19-25, 42-44, 126-127;

Rapporto del pensiero chomskiano con il marxismo, 21-22, 26-38, 102-104, 109-111, 166-170, 184-188, 201-202;

Collegamento tra linguistica e politica in Chomsky, 38-40, 211-214;

Il movimento studentesco, 151-153;

Il libertarismo di Chomsky, 26-29; 182-184, 201-202;

I fondamenti teorici del pensiero politico chomskiano, 26-40, 182-185, 198, 201-204;

Lenin, 38;

Teoria della trasformazione rivoluzionaria della società in Chomsky, 34-36, 145-147, 210-211;

Il pacifismo chomskiano, 112-116,180-181;

La teoria della dittatura del proletariato, 33-35;

Il lavoro, 28-33;

Il bolscevismo, 33-34, 146-147;

La “giusta società”, 35-37, 197-198;

L’evoluzione del pensiero chomskiano, 25, 178-179;

Pearl Harbour, 114-116;

Critica del prestigio della “scienza” e della “tecnica”, 32-38, 83-84, 93-94, 137-142;

Fortuna critica degli scritti politici chomskiani, 43-44;

Von Humboldt, 26-32, 38-39, 202-203;

Il capitalismo e la tutela dei diritti umani, 158-164, 184-185;

Il diritto internazionale, 161-164;

Il capitalismo e il rispetto della democrazia, 69-72, 101-104, 157-161, 170-172, 184-185;

L’istituzione universitaria, 91-94, 137, 201-208;

L’istituzione scolastica, 73-84;

La critica a A. Schlesinger, 98-104;

Il MIT, 51, 91-94;

Il Sudest Asiatico, 195-200;

La critica alla storiografia contemporanea, 144-147;

Le scienze sociali comportamentiste, 80-83, 137-142, 179-180;

I mass media, 171-172;

La rivoluzione popolare spagnola, 35, 144-147;

 

 

 

 

 

 

 

Indice dei nomi

 

 

 

 

Aslop, 101;

Bakunin, 34-38;

Bell, Daniel, 66-68, 139-140;

Bourne, Randolph, 151;

Calhoun, F., 95-96;

Cole, G.D.H., 28;

Dewey, 26-27, 48-49;

Dorfman, A., 95-97;

Freud,  48;

Fullbright, 136;

Gandhi, 113;

Guerin, 27;

Harris, Zellig, 49;

Herman, E.S., 57, 172;

Hobbes, 77;

Humboldt, Wilhelm von, 26-32, 38-39, 203;

Jackson, Gabriel, 144-147;

Jackson, Helen, 44;

Johnson, 56, 100-101, 109, 123, 150, 169;

Kant, 26, 38;

Kennedy, J.F., 54-57, 100-104;

Keynes, 77;

Kristol, Irvin, 72;

Lenin, 38;

Luxemburg, Rosa, 28, 38, 146-147;

Marcuse, Herbert, 102, 156-157;

Marx, 26-38, 48, 68, 75, 81-82, 103-104, 110-111, 167-169, 186-188, 196-200;

Mattick, Paul, 28;

McNamara, Robert, 55, 109;

Miller, Harry, 96;

Murray, E.B., 95-97;

Muste, A.J., 86, 112-116, 180-181;

O’Brien, Connor Cruise, 136;

Orwell, George, 44;

Pannekoek, Anton, 28, 38;

Peck, James, 145;

Ricoeur, Paul, 206;

Rocker, Rudolf, 147, 183;

Rousseau, 26, 39, 77;

Russell, Bertrand, 26-28, 44, 206;

Sakharov, Andrei D., 173;

Schlesinger, Arthur, 85, 98-104;

Skinner, B.F., 80-83;

Sheehan, Neil, 109;

Smith, Adam, 39;

Steiner, G., 85-89;

Stevenson, Adlai, 96-97;

Zinn, Howard, 85, 98, 104-108;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Emiliano Pessa, “Prefazione” in Noam Chomsky,  Linguaggio e politica, Roma, Di Renzo Editore, 1998, p. 7.

[2] Chomsky stigmatizzerà con forza l’approccio comportamentista anche per quel che riguarda le scienze sociali: a tale proposito si vedano l’analisi dei testi politici dal 1966 al 1969 e la rassegna bibliografica dei principali libri, in cui vengono approfonditamente esaminate tali questioni. 

[3] Robert H. Robins, Storia della linguistica, Bologna, il Mulino, 1997, p.257.

[4] In realtà il primo articolo politico di Chomsky fu scritto per un giornale scolastico negli anni ‘40. Apparve con il titolo “La caduta di Barcellona” ed era incentrato sulla guerra civile spagnola.

[5] Tale difficoltà ha fatto emergere l’esigenza di porre nella bibliografia alcune sezioni relative proprio a tale lavoro di ricerca: la prima propone una rassegna bibliografica dei principali libri, la seconda una bibbliografia di tutti gli articoli reperibili in internet e sulle riviste dal 1966 a oggi.

[6] Saranno presenti, nel corso dell’analisi dei primi scritti, continui riferimenti, con relativi rimandi bibliografici, a testi chomskiani successivi e saranno poste in evidenza le eventuali evoluzioni del pensiero. 

[7] Si veda nella bibliografia generale la letteratura critica. A proposito della discriminazione, di cui la filosofia politica chomskiana è vittima, si rimanda a James Peck, “Introduzione”, in Noam Chomsky, Linguaggio e libertà, Milano, Marco Troppa Editore, 1998, p.12: “Gli scritti politici di Chomsky non sono meno importanti per comprendere il nostro tempo di quanto lo siano i suoi scritti accademici per la comprensione dei problemi linguistici. Ma spesso i primi vengono accuratamente ignorati o rabbiosamente respinti. L’intensità razionale dell’autore, così apprezzata nella linguistica, è irrisa quando egli volge la sua attenzione agli Stati Uniti”. Dedica ampio spazio a tale argomento anche lo studio della Edgley (Alison Edgley, The social and political thought of Noam Chomsky, London, Routledge, 2000), che, all’interno dell’introduzione al suo lavoro, analizza la volontà da parte della comunità intellettuale americana ed europea di escludere Chomsky dal dibattito politico.  

[8] A causa di tali difficoltà si capirà l’assenza di alcuni testi, i quali è risultato impossibile reperire.

[9] Si vedano, come esempio, le opere che saranno esaminate nei prossimi capitoli.

[10] Lucio Manisco, nella prefazione a Anno 501, sottolineerà il forte impatto che i reperti storici esercitano all’interno dell’opera chomskiana: Chomsky risulta un ricercatore accanito e metodico, “lettore scrupoloso di rapporti del Dipartimento di Stato , di inchieste del Congresso, di documenti ufficiosi o ufficiali della Cia, del Nsa, del più insignificante ente federale come della più importante agenzia governativa, porta alla luce notizie o realtà inedite perché deliberatamente passate sotto silenzio dalle autorità e dalla stampa” (L. Manisco, Prefazione, in N. Chomsky, Anno 501, p. 13).

[11] N. Chomsky, Linguaggio e libertà, pp. 90-92.  

[12] Si veda, per esempio, già negli scritti fin qui esaminati, quale ruolo di primaria importanza sia dato alle forme concrete che la protesta contro la guerra del Vietnam, perché sia efficace, dovrebbe assumere (si veda “Sulla resistenza” e “Ancora sulla resistenza”); oppure si noti come le teorie chomskiane sul ruolo degli intellettuali emergano solo dalla critica, supportata da innumerevoli esempi, del ruolo che questi sembrano avere nella società contemporanea. Fin da questi primi articoli emergono quelle linee di fondo che rimarranno inalterate nel corso successivo della produzione chomskiana e che contraddistinguono il particolare compito che l’autore attribuisce alla filosofia e il suo specifico metodo di analisi.

[13] N. Chomsky, Il potere, natura umana e ordine sociale, p. 89.

[14] N. Chomsky, Introduction, in D. Guerin, L’anarchisme: de la teorie a la pratique; rist. in “ The New York Review of Books”, may 21, 1970 e in N. Chomsky, For Reasons of State, New York, Pantheon Books, 1973; ediz. ital.: Note sull’anarchismo, in N. Chomsky, Per ragioni di stato, Torino, Einaudi, 1977, pp. 450-470,  p. 451.

[15] K. Marx, L’ideologia tedesca, p. 14.

[16] N. Chomsky, Linguaggio e libertà, p. 32.

[17] “His preference for looking at the past much as an art lover does, that is looking for what has value from the perspective of the present” (C.P. Otero, Introduction to Chomsky’s social theory, in N. Chomsky, Radical Priorities, Montreal, Black Rose Books, 1981, p. 35).

[18] N. Chomsky, Note sull’anarchismo, p. 456.

[19] “Una visione capace di animarci deve fondarsi su una qualche concezione della natura umana, di ciò che è buono per le persone, dei loro diritti e bisogni, di quali aspetti della loro natura, con beneficio proprio e altrui, vadano coltivati, incoraggiati e lasciati sviluppare […] Ciò vale quantomeno per persone che considerano loro stesse non mostri, ma agenti morali, cioè persone che si prendono carico delle conseguenze di ciò che fanno o che non fanno” (N. Chomsky, Il potere, natura umana e ordine sociale, Roma, Editori Riuniti, 1997, p. 89). 

[20] N. Chomsky, Il potere, natura umana e ordine sociale, Roma, Editori Riuniti, 1997, pp. 95-96.

[21] All’interno dell’opera chomskiana i riferimenti all’Illuminismo sono molto frequenti: anche, ad esempio, nei primi articoli politici, troviamo, come già notato, a proposito dell’analisi degli effetti che il movimento degli anni sessanta avrebbe portato con sé, il riferimento ad un “progresso culturale illuministico”, che si sarebbe innescato spontaneamente nella società attraverso il movimento, innalzando il livello generale morale e culturale della popolazione.

[22] N. Chomsky, Note sull’anarchismo, pp. 450-451.

[23] Ibidem, p. 455.

[24] N. Chomsky, Note sull’anarchismo, pp.  456-457.

[25] A tale conclusione sarà possibile giungere anche attraverso lo studio della facoltà di linguaggio; si veda a tale proposito, in questo paragrafo, il collegamento tra gli studi linguistici e quelli politici di Noam Chomsky.

[26] Si veda, a tale proposito, i continui riferimenti all’opera di Marx che emergono nell’analisi degli scritti degli anni 1966-69.

[27] N. Chomsky, Language and freedom, relazione al Congresso sulla Libertà Universitaria e le Scienze Sociali, tenutosi presso la Lodola University di Chicago l’8-9 gennaio 1970, in “Abraxas”, vol. I, n. 1, 1970; rist. in molte altre opere; ediz. ital.: Linguaggio e libertà, in N. Chomsky, Linguaggio e libertà, pp. 215-236, pp. 233-234. 

[28] N. Chomsky, Note sull’anarchismo, p. 458.

[29] Ibidem, pp. 458-459.

[30] Si veda, a tale proposito, un parallelo con la contemporanea visione di Marcuse della tecnologia all’interno della società contemporanea:  ritiene, infatti, che lo sviluppo tecnologico, che la società contemporanea ha raggiunto, possa condurre l’umanità alla  “pacificazione dell’esistenza” che “significa portare su un nuovo piano la lotta dell’uomo con l’uomo e con la natura, realizzando condizioni nelle quali i bisogni, i desideri e le aspirazioni in concorrenza non siano più organizzati da interessi costituiti per il dominio e la scarsità” (H. Marcuse, L’uomo ad una dimensione, p. 36).

[31] N. Chomsky, Linguaggio e libertà, p. 228.

[32] Chomsky è consapevole della profonda distanza che intercorre tra marxismo e bolscevismo; afferma, infatti, “In particolare, è specioso considerare il bolscevismo come l’applicazione pratica del marxismo”; e farà propria “la critica da sinistra del bolscevismo, che tiene conto delle circostanze storiche della rivoluzione russa” (N. Chomsky, Note sull’anarchismo, pp. 454-455). 

[33] N. Chomsky, Note sull’anarchismo, pp. 462-463. 

[34] N. Chomsky – M. Foucault, Giustizia e natura umana, Palermo, Edizioni Associate, 1994 (prima edizione inglese 1974), p. 68.

[35] N. Chomsky, Note sull’anarchismo, p. 463.

[36] N. Chomsky, Linguistica e politica, p. 129.

[37] N. Chomsky – M. Foucault, Giustizia e natura umana, Palermo, Edizioni associate, 1994 (prima edizione inglese 1974), pp. 55-56 e 77-78.   

[38] N. Chomsky, Note sull’anarchismo, p. 462.

[39] N. Chomsky, Linguaggio e politica, pp. 13-14. Chomsky sosterrà anche: “credo che lo studio del linguaggio possa darci qualche barlume di comprensione del comportamento governato da regole e delle possibilità di un’azione libera e creativa all’interno di un sistema di regole che, almeno in parte, riflettono proprietà insite nell’organizzazione mentale dell’essere umano. E mi sembra giusto considerare la linguistica moderna un ritorno, in un certo senso, al concetto humboldtiano della ‘forma’ del linguaggio: un sistema di processi generativi radicato in proprietà innate della mente ma che permette, secondo l’espressione di Humboldt, un impiego infinito di mezzi finiti” (N. Chomsky, Linguaggio e libertà, pp. 234-235).

[40] Lo studio di un legame tra la produzione linguistica e quella politica di Noam Chomsky ha coinvolto numerosi studiosi; si ricorda, a tale proposito, il saggio di G. Cinque, che, dovendo introdurre la filosofia linguistica chomskiana, incentra la sua ricerca sul tentativo di dimostrare “che le posizioni da lui [Chomsky] assunte in ciascuno di questi diversi campi [linguistico e politico] sono in larga parte sottese da un filo conduttore comune” (G. Cinque, Introduzione (alla linguistica), in N. Chomsky, Bibliografia 1949-1981, a cura di S.C. Sgroi, Padova, Cleps editrice, 1983, p. 1).

[41] “Nella sfera intellettuale dell’azione politica, la sfera cioè in cui si cerca di costruire una immagine di società libera e giusta sulle basi di una nozione di natura umana, affrontiamo, a mio parere, lo stesso problema che affrontiamo nell’immediata azione politica, in particolare quello di essere costretti  a fare qualcosa perché i problemi sono tanto grandi, e tuttavia sapendo che qualunque cosa si faccia riposa su una comprensione molto parziale delle realtà sociali, realtà umane in questi casi […] E’ di capitale importanza sapere quali mete impossibili stiamo cercando di raggiungere, se confidiamo di raggiungerne alcune possibili. E ciò vuol dire dover essere tanto audaci da riflettere ed elaborare teorie sociali sulla base di un sapere parziale, mentre si resta sempre aperti alla evenienza forte, in effetti alla probabilità schiacciante, di essere almeno per certi versi molto distanti dal capire le cose” (N. Chomsky – M. Foucault, Giustizia e natura umana, pp. 60-61). 

[42] N. Chomsky – M. Foucault, Giustizia e natura umana, pp. 58-59.

[43] C. P. Otero sottolinea, nella sua analisi dell’opera chomskiana, l’emarginazione di Chomsky dalla comunità accademica e dai media americani: attribuisce tale fenomeno sia al contenuto dell’opera chomskiana, sia alla figura stessa di Chomsky, che aumenterebbe, data la levatura della posizione da lui occupata, la “gravità” delle teorie esposte; non ultimo, inoltre, risulterebbe difficile accettare la teoria chomskiana, proprio per quell’unione di teoria e prassi che contraddistingue la sua filosofia. Gli scritti chomskiani presenterebbero, infatti, non solo un contenuto teorico ma analisi specifiche di eventi determinati concernenti la politica estera e interna americana contemporanea e tenterebbero anche di proporre pratiche concrete di opposizione possibile (si veda la fine, praticamente, di ogni scritto; alcuni esempi sono citati all’interno del capitolo III). Otero paragona la figura intellettuale di Chomsky a quella di Einstein, entrambi impegnati nel campo della scienza e della politica. Gli interventi del secondo non subirono la censura che spetta agli scritti chomskiani, solo a causa della mole e dell’intensità infinitamente minore che li contraddistingue. “My guess is that it is a combination of elements that makes Chomsky’s writings potentially far more subversive than those of any author I can think of […] einstein’s intellectual stature loomed equally large, and, to my Knowledge, no watchdog of the State lost any sleep worrying about the contagious effects of his political writings” (C.P. Otero, Introduction to Chomsky’s social theory, pp. 17-18).

[44] N. Chomsky, Linguaggio e libertà, p. 49.

[45] Si veda: N. Chomsky, Il potere, natura umana e ordine sociale, pp. 86-87.